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11/13/2011

"Alex" - una breve recensione

   Così come l’ho letto, segnalo volentieri il romanzo “giallo” Alex di Pierre Lemaitre. Chi è? Dopo una carriera consacrata all’insegnamento della letteratura e della comunicazione, Pierre Lemaitre è oggi un romanziere francese di successo, oltre che sceneggiatore per cinema e tv. Ha scritto thriller e polizieschi assai violenti, e tra i suoi ascendenti letterari si fanno i nomi di James Ellroy e Bret Easton Ellis. Forse anche il nome del suo detective (che ricorre già in una trilogia, Alex compreso), ossia l’anomalo comandante di polizia Camille Verhœven (ma nei poliziotti dei romanzi l’anomalia è la norma) ammicca forse al regista olandese di Total Recall e de Il quarto uomo, Paul Verhoeven, noto per la crudezza estetica delle sue immagini e la violenza delle storie.
   Si potrebbe catalogare Alex come una variante del genere “uomini che odiano le donne” (cui per molti versi appartiene anche l’ultimo Murakami). Nel recensirlo mi allontano però dal vezzo così diffuso ma incomprensibile (tanto più quando si tratta di un giallo) del riassumerne pedantemente la trama - ciò che accade ormai non solo nelle recensioni, ma addirittura nelle copertine dei libri. Il romanzo di Pierre Lemaitre è bello proprio perché il suspense della storia nasconde il gioco disinvolto e sapiente con le strutture narrative. Agli antipodi della solita piatta sceneggiatura mascherata da romanzo, dietro il thriller avvincente l’autore ci srotola nelle tre parti di cui si compone il romanzo l’analisi di un evento e di un personaggio che non cessa di sorprendere, cambiando ogni volta elegantemente punto di vista. Affibbiando al lettore il difficile ruolo di testimone, insegna la differenza, ma anche l’intercambiabilità, tra vittima e carnefice. Magari i giallisti italiani imparassero un po’ di questa complessità.

(una versione ridotta di questa recensione appare su l'Unità di domenica 13 novembre 2011)

6/04/2011

Il referendum e la rifondazione della politica

   I cittadini disgustati dalla politica anche nella variante “beppe grillo”, sono un po’ come i gialli italiani: la realtà li supera malgrado la loro affannosa rincorsa al disincanto. Nel suo ultimo romanzo detto giustamente “noir”, quasi una parafrasi della cronaca nera che a sua volta coincide con l’attuale politica italiana, Massimo Carlotto stila il catalogo delle attività criminose di imprenditori e politici: alle ordinarie corruzioni si aggiunge il business dell’importazione di componenti difettose o obsolete di centrali nucleari approvate dal governo: forse non si faranno mai, ma è sui tempi lunghi della realizzazione che si incassano somme favolose di denaro pubblico, già intercettato dalla criminalità organizzata. Come già collaudato dalla “protezione civile” (le commissioni “grandi rischi” e “grandi opere”, tutti inquisiti), il loro cinismo radicale non ha scrupoli nemmeno di fronte al futuro dell’umanità e dell’ambente. Basterebbe questo per presentarsi in massa, senza distinzioni di orientamento politico, al referendum sul nucleare, sull’acqua pubblica e gratuita, sulla giustizia uguale per tutti (contro l’impunità di chi governa). Se la politica nel suo complesso sembra tutt’uno col campionario di attività criminali (con la conseguenza minore per giallisti o noiristi di non saper più stupire il lettore ed emanciparsi dalla cronaca quotidiana), coi referendum di domenica prossima il cittadino deluso sarà protagonista di un cambio di rotta. Sappia il cittadino tentato dal qualunquismo, dal “sono tutti uguali”, “la politica fa schifo” e via dicendo, che domenica prossima potrà addirittura rifondarla, la politica, in una  bio-politica. Non solo i temi saranno come mai in passato così vicini al cuore (e quorum) della sua vita (nel senso di ciò che si oppone alla morte); ma il suo apporto non sarà mai stato come questa volta così decisivo.

(rubrica "acchiappafantasmi" per l'Unità di domenica 5 giugno)

2/22/2010

Il ritorno di Sam Spade (e di Dashiell Hammett), by Joe Gores


Avevo dimenticato di postare questo (uscito su Venerdì di Repubblica il 19 febbraio):
"E 80 anni dopo Il falcone Maltese sapremo cos'era successo prima"

“Quando iniziai a scrivere volevo solo fare storie a fumetti, ma non ero granché come disegnatore. Nel frattempo ero migliorato come scrittore, ma non tutti ne erano convinti. L’università di Stanford, ad esempio, nel 1954 non mi concesse la specializzazione in ‘Scrittura creativa’ con questa motivazione: ‘I racconti inseriti nella Tesi sembrano scritti con lo scopo di vendere’. Nel 1955, la stessa Stanford mi rifiutò la specializzazione in Letteratura Inglese perché la mia Tesi era sugli scrittori Dashiell Hammett, Ross Macdonald e Raymond Chandler: ‘I romanzi di questi scrittori non sono letteratura, pertanto non ci si può scrivere sopra una tesi di laurea’. Come se leggere un romanzo divertente significasse che è superficiale”.
A parlare è Joe Gores, nato il giorno di Natale del 1931 a Rochester, Minnesota, autore di una ventina tra romanzi e raccolte di racconti, quasi tutti appartenenti al genere hard boiled (quello di Hammett e Chandler) di cui Gores è profondo conoscitore e tra gli ultimi rappresentanti. Nel 1975 pubblicò il romanzo Hammett (uscito nel 1979 col titolo Hammett, cacciatore d’uomini nei Gialli Mondadori), storia romanzata ma reale della vita (1894-1961) del futuro creatore di Sam Spade e Continental Op, ovvero quando Dashiell Hammett, prima di diventare scrittore, lavorava come detective per l’agenzia Pinkerton. Da questo romanzo fu tratto il travagliato film diretto da Wim Wenders e prodotto da Francis Ford Coppola, durante il quale Gores fu prima ingaggiato e poi licenziato, e lo stesso Wenders ebbe forti contrasti, descritti nel successivo Lo stato delle cose.
Trent’anni dopo quel romanzo, che lo Stanford Magazine ha paragonato a uno Shakespeare in Love del giallo, Gores, d’accordo con la figlia ed erede di Hammett, pubblica oggi col titolo Spade & Archer il prequel de Il falcone maltese (in uscita da MOndadori). E’ il capolavoro di Hammett, portato sullo schermo da John Huston, con Humphrey Bogart nel ruolo di Sam Spade e Lauren Bacall in quello dell’ambigua cliente. Il primo giallo in cui il detective assomiglia più a un narratore di storie che a un razionalista cercatore di prove, dove la verità finale è più amara e inverosimile delle menzogne raccolte lungo l’inchiesta, il finale non consola e sono le passioni a spingere il detective. Sarà anche per questo che il prequel del romanzo di Hammett sembra quasi anche un sequel di Hammett, biografia di un detective-scrittore - quale fu lo stesso Joe Gores.
Spade & Archer inizia con le dimissioni di Sam Spade dall’Agenzia, per mettersi in proprio. Il lettore trova la genesi di vari elementi di culto: l’assunzione della giovane segretaria Effie Perine, che confeziona a Spade le sigarette, con cartine e tabacco Bull Durham, l’amore clandestino con la moglie del socio Miles Archer, il pigiama a righe bianche e verdi, l’immancabile bottiglia di Bacardi appoggiata sul comodino, anzi sul libro Casi criminali famosi in America. Per il piacere dei fan più raffinati di Hammett, il romanzo inizia con l’apologo esistenzialista narrato da Spade ne Il falcone maltese, quello di Flitcraft, l’uomo scomparso da Tacoma e rispuntato dopo anni a Spokane. Come mai? Un giorno, mentre rientrava dal lavoro, la caduta di una trave lo lasciò sbalordito: “Ebbe l’impressione che qualcuno avesse strappato via il velo che gli nascondeva la vita e gli avesse dato la possibilità di vedere le cose che lo circondavano”. Aveva imparato che le travi cadono, “the beams fall”. E quando Spade lo ritrova, egli fa un lavoro come quello precedente, ha una moglie simile a quella che aveva lasciato, in una casa analoga a quella in cui viveva prima. “Flitcraft si era adattato alla caduta dei travi, ma da allora non ne era caduto più nessuno, e lui si riadattò al fatto che le travi non cadessero più”. E questo, conclude Sam Spade, “è l’aspetto della vicenda che mi è piaciuto di più”.
Più giocoso e meno cinico e filosofico di Hammett, Joe Gores fa da sempre professione di ironia. “A sei anni di età – racconta - mia mamma mi disse che avrei potuto leggere qualunque cosa fossi riuscito a prendere dallo scaffale e dunque fece in modo che nello scaffale più basso ci fossero solo libri come Le Vite dei Santi e simili”. Ben presto Gores imparò ad arrampicarsi fino allo scaffale più alto, dover sua madre teneva i libri più tosti: Agatha Christie, Sherlock Holmes e, naturalmente, Hammett. “Quando ho letto The Dain Curse (La Maledizione dei Dains) e le prime storie di Ross Macdonald, ho pensato: Cristo, questa è la roba che voglio scrivere! Roba dura, diretta, personaggi intensi che fanno cose molto interessanti”. Furono poi gli anni trascorsi da Gores come detective privato a San Francisco a formare, come per Hammett, la sua scrittura, a metterlo in contatto con le persone reali che avrebbero fatto da modello ai suoi personaggi, a fargli conoscere lo slang della strada a cui è debitore il suo stile.
All’intrico di storie in cui si sviluppa Spade & Archer fa da sfondo una dettagliata ricostruzione della San Francisco degli anni ’20, l’epoca della caccia ai “rossi” tra gli scaricatori portuali, del contrabbando di alcoolici durante il proibizionismo, dell’ascesa e crollo delle banche. Ed è restituito il modo di scrivere che vede in Hammett, in Chandler e in Hemingway i maestri di uno stile asciutto e conciso, freddo in apparenza ma carico di compassione. Spade & Archer è pura letteratura, Gores lo sa e ci gioca. Basti pensare a quante volte ricorre il nome di Stevenson, dalla sua casa sull’Oceano a nord di San Francisco al libro L’isola del tesoro, che contiene la soluzione dell’ultimo mistero. “Puah, libri per ragazzi”, commenta con disprezzo l’eterno avversario di Spade, il tenente Dundy, simbolo dell’idiozia della polizia (della letteratura?) ufficiale.

3/13/2009

Intervista a Fred Vargas (in occasione dell'uscita del suo ultimo romanzo Un luogo incerto)


“Scrivo gialli per annullare la morte, e non sopporto la violenza, neanche al cinema. Il giallo è un genere arcaico, tocca la letteratura epica dell’antichità, cose come il concetto greco di “catarsi” e l’angoscia vitale della mitologia – il Minotauro, il labirinto, ma anche il Drago, la que^te medievale dei cavalieri senza paura, un universo di storie in cui conta la scoperta, la risoluzione finale, dove si uccide il mostro e si salva la fanciulla, oppure si trova il tesoro, cioè la conoscenza. Faccio romanzi a enigma, o meglio a soluzione. E anche se lo statuto della verità e della colpa nei romanzi noir è più sociale, io amo anche i gialli inglesi, e in particolare di Agatha Christie. C’è una complessità simbolica dietro la loro semplicità che mi piacerebbe un giorno spiegare”.
Sto parlando di gialli con Fred Vargas, continuazione di un dialogo avviato anni fa. Come ogni scrittrice che si rispetti passa la maggior parte del tempo in cucina, ed è lì che siamo seduti, tra fogli, libri, computer, tazzine e caffettiera. Tradotta e amata in tutto il mondo, i lettori già sanno che il suo nome è uno pseudonimo, di professione è archeozoologa, e la sua sorella gemella straordinaria pittrice. Tuttavia è imminente in Francia l’uscita di un libro dal titolo Il mistero Fred Vargas (che, dice, lei non leggerà). Ciò che colpisce è la sua modestia. Riluttante a dirsi scrittrice - forse perché, con un padre surrealista amico di Breton, gli scrittori erano in casa qualcosa di troppo alto – mi confessa che anche il suo rifuggire le interviste è un timore di inadeguatezza. “Se un giornalista mi si rivolge dicendo: ‘Lungo la sua opera, Fred Vargas, ci si accorge che...”, io vorrei esclamare: chi? quale opera? Non mi sono mai data questo come scopo, mi occupo d’altro e la nozione di opera è troppo astratta. Non mi definisco in un essere, ma in un fare. Fabbrico storie. So di avere successo, ma in nessun momento della giornata mi riconosco nell’immagine che gli altri hanno di me. Non è cambiato nulla nella mia testa e nel mio modo di vivere, e provo lo stesso piacere nel giocare con le storie. Forse scrivo quello che vorrei leggere, senza presunzione, come qualcuno che si cucina un piatto che ha voglia di mangiare”.
La cinquantenne Fred Vargas ha esordito nel 1986. Ci fu chi ironizzò sui suoi gialli “infantili”, senza capire che erano proprio la libertà e freschezza l’aspetto più innovativo dei suoi libri. Ha sempre avuto la passione della ricostruzione della verità, prima come archeologa, poi come studiosa dell’epidemiologia della peste, e di recente di quella dell’influenza aviaria, di cui ha progettato una protezione e continua ad aggiornarsi sulle mutazioni del virus. Con lo stesso spirito analitico (alla Danglard, dice, il vice del commissario Adamsberg) si è impegnata nell'analisi delle carte processuali del caso Cesare Battisti. Una vita di ricerca di soluzioni, come i detective dei gialli. E il conto torna, anche nel suo ultimo romanzo. Al centro, anche qui, la propagazione di un contagio, quello dei vampiri, e la violenza contro il capro espiatorio. Best-seller assoluto in Francia, parla di tombe e di vampiri. E’ anche per questo che andando a casa di Fred Vargas, in questi giorni, ho visitato più volte il cimitero monumentale di Montparnasse, cercando celebri tombe senza trovarle, per quanto indicate nei cartelli? Non sarà che si spostano, come i non-morti del suo romanzo?
Un luogo incerto si ispira a una storia vera e documentata, quella di un vampiro del 1725 su cui disquisirono intellettuali e regnanti, da Voltaire a Luigi XV. “Era un fatto molto noto che rilanciò in Europa il gusto e la problematica del vampirismo, fino a Bram Stoker, che l'ambientò in Romania. Ho fatto molte ricerche storiche – mi dice Fred Vargas – senza però localizzarlo. Avevo praticamente già scritto il libro quando ho scoperto che non solo il villaggio, Kisilievo (in austriaco Kisilova), ma anche la tomba del vampiro Petros Plogojowitz sono in Serbia, e ci sono andata. Ho però mantenuto la mia descrizione: se non invento non mi diverto. Il vero nome del vampiro era Blagojowitz, ma avevo già inventato nel romanzo un gioco con la parola plog, un intercalare, come il suono di ‘una goccia di verità che cade’, che nel corso della storia scandisce le intuizioni del commissario Adamsberg.
E l’idea del vampiro come le è venuta?
“Mio padre mi fece leggere Dracula quando avevo 13 anni, oltre a tutta la letteratura barocca. Esistono tantissime variazioni letterarie. La mia non è una storia di vampiri normale, ma dal punto di vista di chi ha l'ossessione di ucciderli. Il fatto è che ho sempre avuto molta difficoltà a dire perché si uccide, a capire e rendere credibile la pulsione e il movente di un assassino, anche se è d’obbligo. E' la parte più lontana da me dei miei gialli. Coi vampiri ho giocato con la paura che si aveva da bambini. Per scriverlo sono andata via da Parigi quindici giorni, in testa avevo solo la scena iniziale, il cadavere del vecchio fatto a pezzi, e l’idea di fare una storia basata sulla figura di Plogojowitz. Non sapevo nulla di quello che ci sarebbe stato in mezzo. Ho studiato tutto sui vampiri, compreso l’elenco delle maniere per neutralizzarli, come tagliare o legare i piedi dei loro cadaveri per impedirne la deambulazione. La storia era così complicata che avevo paura di non saltarci fuori. A volte conto troppo sulla mia spontaneità”.
A noi lettori piace dei suoi romanzi soprattutto la descrizione della vita quotidiana e l’humour che la pervade. E’ come una magia buona, una magia bianca, contro la magia nera dell’irruzione del male, e che dà consolazione...
“Consolano la nostra naturale ‘anormalità’. Ne L’uomo dai cerchi azzurri anche il cattivo non è così cattivo, e mi sono spesso detta: Fred, devi imparare a scrivere un personaggio davvero cattivo e credibile! Ci ho provato col giudice di Sotto i venti di Nettuno. Persino il cattivissimo colpevole di Un luogo incerto, mentre lo costruivo, diventava simpatico. Come autore devi sapere subito chi è l’assassino, ma siccome lo devi presentare dall’inizio e costruirlo via via, alla fine è difficile abbandonarlo al suo destino di malvagio. I buoni sono facili da scrivere, i malvagi no. Ho scoperto poi che i miei libri sono considerati degli antidepressivi. Ricevo lettere da chi si dichiara consolato dalle mie storie, e c'è perfino una psichiatra che dice di averli prescritti ai suoi pazienti. Beh, allora funziona quella vecchia catarsi dei nostri maestri greci!”
Le chiedo se si identifica in qualcuno dei suoi personaggi.
“Ci sono credo due categorie di scrittori, quelli che inventano personaggi in cui si identificano e quelli, come me, che sono piuttosto degli scrittori-lettori, e non trovano se stessi nel libro. Certo, sono presente nei dialoghi, nei modi di giocare e di guardare la vita, ma rispetto ai miei personaggi sono come un lettore che prova simpatia per l’uno o per l’altro. Sento il fascino di Adamsberg, mi piace, ma mi è molto lontano, e mi annoierei a cena con lui, è troppo silenzioso, non ride, non sa fare le battute. Quando scrivo spesso mi fermo e guardo in alto, come se vedessi un film in cui si svolgono le azioni che devo poi trascrivere. A volte vivono di vita propria e ne sono stupita”.
I suoi libri sono anche forse i primi ad avere come personaggi dei precari, persone che inventano la propria vita, come i pazzi guariti dei racconti di Robert Walser...
“Sono quelli che vengono presi in giro, i poveri, gli anziani, quelli in cerca di giustizia, o come Émil di Un luogo incerto, delinquentello da quattro soldi col suo cagnolino puzzolente, a cui mi sono affezionata molto. Marginali ma non perdenti, rimandano alle figure primitive delle favole, i beati, gli idioti, i vagabondi, che dicono apparentemente delle banalità che invece assumono poi un senso che tutti comprendono. Ci sono i marginali proletari come Émil, o il marinaio bretone, o i normanni di Nei boschi eterni, e quelli intellettuali come gli storici o l’archeologo, fino agli abitanti delle panchine che formano una rete investigativa in Un po’ più in là sulla destra. So che anche lei ama molto le panchine, io non smetterei mai di parlarne”.
E' curioso, lei che è una “scienziata” non scrive gialli positivisti né realisti, ma quasi dei romanzi di cappa e spada contemporanei.
“Non amo il realismo, amo il reale. Né faccio storie che si svolgono in altre epoche, ho bisogno di una storia che cominci mercoledì e finisca sabato. Ma i dialoghi veri che accadono nella vita, nella scrittura sono noiosissimi. Per me è importante il suono delle parole, e i miei personaggi sono reali senza essere realisti. Riguardo allo stile, il primo insegnamento venne da mio padre, che mi fece leggere Nerval troppo presto. Gli dissi che lo trovavo scritto molto bene. Mi rispose: se un libro è scritto bene non diresti mai che è scritto bene; se dici che è scritto bene vuol dire che non è scritto bene. A 14 anni quella frase era un enigma, col tempo mi è divenuta evidente. Così è per la vita, che deve sembrare tale anche se è completamente ricreata nella scrittura. Il giallo è spesso, dietro la sua patina realista, profondamente onirico. Amo molto Hammett, Chandler, amo Camilleri. Non amo i romanzi tristi, in cui i personaggi fanno una vita deprimente e noiosa. E la noia è per me il demonio supremo”.
I suoi romanzi sono il contrario di tristi, questo è un fatto.
“Ma questo aspetto non è valorizzato, non è considerato intelligente. Guardi Alexandre Dumas, emarginato anche dai programmi scolastici. Il Conte di Montecristo ha una potenza incredibile, ci sono frasi e dialoghi memorabili. Edmond Dantès, che si sottrae a una giustizia ingiusta ed esce dall’inferno, è l’eroe che mi ha più sedotto. Lui e Athos, il più etico dei Tre moschettieri”.

[L'intervista appare sul magazine Venerdì di Repubblica in edicola oggi. Il romanzo di Fred Vargas, edito da Einaudi Stile Libero, è in libreria da oggi]