Visualizzazione post con etichetta educazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta educazione. Mostra tutti i post

4/03/2011

Lo Zen e l'arte di pulire i pennelli

   L’ultima volta scrivevo a proposito della guerra che “un’altra politica è possibile”. Vorrei che queste parole fossero il filo delle prossime rubriche: pensare una ricostruzione dopo la denuncia, dopo la descrizione delle macerie dei legami e dei valori. Tra le mie piccole grandi esperienze di questi giorni c’è quella di un manufatto, la Rivista d’Artista (http://www.eosedizioni.it/) composta e fabbricata pazientemente a Roma da Piero Varroni, a cui ho avuto l’onore di essere invitato con un testo a fianco di artisti come Elmerindo Fiore, Andrea Aquilanti, Claudio Parmiggiani ecc. Ma l’evento è la rivista nel suo insieme: esce una volta l’anno, in un centinaio di copie, e la sua bellezza non occulta la manualità, il lento processo produttivo dietro l’immagine del prodotto finito, la materia di cui è fatta e il lavoro, tutt’uno col piacere, che la costituisce: agli antipodi delle merci fatte in fretta e per un consumo il più possibile veloce, per una fruizione senza godimento simile al consumo di droghe (e l’intrattenimento, che è il prodotto venduto da chi con esso è arrivato al governo, è del tutto equiparabile allo spaccio di droga). E’ un’utopia, nella nostra civiltà del neg-ozio, che innesta Marx tramite l’estetica alle pratiche spirituali, come l’insegnamento del maestro zen verso chi si stupisce che perda tempo a pulire i pennelli dopo averli usati, invece di comprarne di nuovi: il confronto non è tra il prezzo dei pennelli nuovi e quello, sul mercato, del tempo di lavoro, dice, ma con l’energia che ci vuole a fare i pennelli, e con quella ancora più grande per distruggerli e disperderli nell’ambiente in modo accettabile; ma più ancora è con la consapevolezza etica, per se stessi e con se stessi, del semplicemente lavare il pennello, in un’identificazione perfetta con ciò che si fa. Un’altra economia, come un’altra politica e bellezza, è possibile.

(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità del 3 aprile 2011)

3/05/2011

L'educazione degli adulti e la scuola pubblica

  
   Su l’Unità del 2 marzo Ascanio Celestini ha scritto sulle scuole (pubbliche) una cosa così giusta e evidente da passare quasi inosservata: “All’uscita degli studenti dovrebbe seguire l’entrata dei cittadini che potrebbero frequentare la scuola per corsi, incontri, assemblee e anche spettacoli e dibattiti o persino per motivi ludici”. Non dice solo la fame di luoghi che non siano quelli che trasformano i cittadini in clienti (anche le panchine sono in via di estinzione), ma i criteri e gli obiettivi per l’istruzione e l’educazione fissati da anni in Conferenze europee vincolanti per l’Italia (Amburgo 1997, Lisbona 2000): il diritto all’educazione permanente del cittadino adulto, la flessibilità dello studio e il superamento della concezione secondo cui la formazione professionale segue quella intellettuale, ovvero “prima si studia e, dopo, si lavora”. Educazione e istruzione non finalizzati ad obiettivi miopi, ma, come la cultura, investimento a lunga scadenza, misurano la civiltà e la ricchezza di un Paese. Ora, posto che il capo del governo sta all’educazione come uno spacciatore di eroina sta allo yoga, il “Ministero dell’istruzione” (sic, senza l'aggettivo “pubblica”), oltre a tagliarne i fondi non col machete ma col napalm, abolisce perfino quei momenti codificati in cui gli adulti fanno comunità nelle scuole, ovvero i corsi serali. Al loro posto istituirebbe dei “centri” (sostantivo già sinistro) “per l’istruzione degli adulti”, cui potrà iscriversi solo chi “non ha assolto l’obbligo di istruzione” o non è “in possesso di titoli di studio di scuola secondaria superiore”; cioè negando l’accesso ai tanti diplomati e laureati che frequentano, per esempio, i licei artistici serali. Auspico da sempre la proliferazione di corsi serali per tutti - anche licei classici – e vorrei che si cogliesse l’importanza politica della battaglia culturale per la loro salvaguardia.

(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", l'Unità, 6 marzo 2011)

1/22/2011

Ricostruire dalle radici

Di fronte allo squallore noto da sempre, ma solo ora conclamato, del ricco pubblicitario che gli Italiani, in stato di colpevole ubriachezza per anni, hanno eletto a proprio rappresentante, tante e tanti in questi giorni hanno pensato con sgomento ai propri padri, non importa se umili o altolocati: alla loro compostezza, dignità, senza cesure tra pubblico e privato. Chi immaginava che avremmo avuto nostalgia della vergogna o del pudore, che sarebbero diventati valori politici oltre che morali? Non so più dove ho letto il tragico paragone tra il padre che, alla domanda se la figlia ventiseienne fosse la “fidanzata” di Berlusconi, ha risposto senza ironia “magari”, e la madre, Anna Magnani, che ci fece piangere nel film Bellissima: è con questo atroce mutamento antropologico (che spesso paragono a una deflagrazione atomica o napalm) che abbiamo a che fare. Come ricostruire da questa devastazione radicale? Intanto vorrei dire a chi già non lo sa che all’estero, da tempo, non si perde tempo a stigmatizzare Berlusconi (il cui nome vale come insulto nei dibattiti televisivi), ma gli Italiani che lo hanno votato contro l’evidenza della sciagura. Siamo noi responsabili. Ai tanti che hanno ripensato in questi giorni al valore dell’educazione, base di ogni politica e di ogni azione umana, vorrei suggerire un libro che ho presentato l’altra sera di Riccardo Venturini, noto ordinario di Psicofisiologia clinica alla Sapienza, Ri-legature buddhiste (Edizioni Universitarie Romane). Intrecciando scienza, religioni (tutte) e morale, ci spiega soavemente come l’unica rivoluzione possibile sia in interiore homini; che la salute (brama, ansia di potere, paura) sia spesso la malattia, e la malattia la cura; e come conciliarsi con l’inconciliabile, la morte per esempio, tutt’uno con la vita, senza cercare immunità. Che l’infinito è nella propria coscienza, e nel cuore le origini dell’universo. E’ un buon inizio.

(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità di domenica 23 gennaio)

3/04/2010

Andare al Liceo classico a Parma negli anni Settanta

Ieri mi ha telefonato il nuovo direttore di un giornale di Parma (non la tradizionale Gazzetta), Emilio Piervincenzi, ex di Repubblica, per chiedermi se collaboravo in generale e se in particolare già ieri gli mandassi un mio ricordo del Liceo classico G.D. Romagnosi (di Parma), dove pare stia scoppiando un casino rimbalzato sui giornali nazionali (Preside contestata dagli studenti, e ora anche dagli insegnanti: v. La Stampa di ieri). Era un invito sentimentale da cui non potevo esimermi. In fretta, verso sera, ho scritto questa cosa qui, che appare oggi sulla prima pagina di Polis (www.polisquotidiano.it). E'dedicata in generale agli anni Settanta, mi pare...

Fu il periodo della vita in cui mi sono sentito più adulto: una promozione esistenziale, un punto d’arrivo, accompagnato da un senso di superiorità euforizzante. Ero grande, ero al ginnasio. Parlarne, però, è di una difficoltà esorbitante: come è possibile dire gli anni del liceo, fase finale dell’adolescenza in cui si scopre tutto con un’intensità irripetibile, e di fronte a cui la vita successiva appare come una serie di repliche con commento? Se poi penso che erano gli anni Settanta, epoca feconda e tuttora impensata, ma la più banalizzata dai media (alla tremenda formula “anni di piombo” contrappongo sempre quella di “anni di carne” e d'anima - di idee, di passioni, di sperimentazioni di linguaggi, di poesia), il mio senso di aurora della vita si ispessisce. Facevo parte, al Romagnosi, non solo del “collettivo” degli studenti, ma di un gruppetto culturale che si riuniva in un’aula al pomeriggio a leggere testi filosofici europei, mischiati alla “controcultura” americana. Qualcosa vuol dire se nessuno degli autori che scoprivamo allora mi sembra superato dai fatti, tanto meno dalla teoria; e che, nella musica, la maggior parte della produzione recente è una cover (replica con commento) di quella degli anni Settanta.
Dunque, il Liceo Ginnasio “G. D. Romagnosi”. Dalle foto che ho scorso sul sito Internet (una palestra scintillante, un’aula di informatica), credo proprio che non ne riconoscerei gli interni. Ma da fuori è sempre quello, rosso e bianco che si sporge sul Lungoparma, a due passi da uno storico ponte. Rivedo le grandi finestre a pianterreno, a sinistra dell’ingresso, la cui progressione segnava quella delle classi del Liceo, sezione B. E’ posto all’indirizzo più parmigiano di tutti, Viale Maria Luigia 1, anche se, nato e residente di fronte al Collegio Maria Luigia (che appariva allora il simbolo un po’ arrogante dell’autosufficienza dei ricchi), non ci facevo caso.
Ricordo le lezioni sussiegose dell’anziano insegnante di Italiano e Latino, che mi si confondono nella testa con le frasi farcite di aggettivi del gergo critico dell’antologia, dove il verso del poeta è sempre “potente”, il suo “ripiegamento” (ovviamente “interiore”), è sempre “virile”, e così via. Ricordo che, per evitare non so più quale punizione del preside per non so più quale infrazione, scrissi una lettera apologetica usando un fraseggio buono per una dissertazione su Petrarca (“cosa è mai quello che ho fatto di fronte all’eternità, e alla fragilità effimera delle cose terrene?”). Funzionò, incredibilmente. Avevo distratto l’autorità con la forma delle parole. Nonostante la si vivesse come scuola di retorica (ma anche la retorica è una cosa vertiginosamente seria), il Liceo Classico, ne sono convinto, è la miglior scuola che c’è, comunque sia l’unica il cui curriculum studiorum poggi su un’idea. E questo è tanto più attuale di fronte allo svilimento del linguaggio (che precede e sempre quello verso le persone), dell’educazione, del sapere, di tutto ciò che, in nome del profitto a breve termine, viene a torto e ciecamente considerato inutile. Il mio insegnante preferito era quello di greco, che col suo antico accento pugliese faceva sentire il suono della lingua di Omero, e per il quale volentieri s’imparò a memoria buona parte del Canto VI dell’Odissea. Ma, si sa, a scuola ciò che si impara, ciò che emoziona davvero, è altro dal programma di studi.
Ricordo le riunioni del collettivo trainate dalla verve di A. C., e la presenza di R., la ragazza dal volto sognante che incarnò per anni quello che mi piaceva e mi commuoveva di più: se, per dire, vedevo il mitico film Zabriskie Point, naturalmente era lei la ragazza della scena d’amore nella Death Walley col blues di Jerry Garcia. Lei faceva l’ultimo anno, io il primo, e si capisce quanto platonico potesse essere il rapporto. (Ma poiché le promesse importanti si mantengono tutte, lo vissi anni più tardi, come se avessimo preso una macchina del tempo).
Ricordo un mio gilet largo e azzurro pallido che mi sembrava bellissimo, una giacca di pelle marrone alla Bob Dylan di cui mi accorgevo solo io. Ricordo un’altra ragazza che mi prestò Killing me softly cantata da Roberta Flack (ben prima dei Fugees), e il tentativo precocemente ridicolo di farmi crescere la barba. Ricordo la prima volta che, ginnasiale, presi la parola balbettando all’assemblea generale. Era importante, l’assemblea. Erano importanti (leggi formativi) anche i conflitti. Facevo il Romagnosi quando scrissi, e pubblicai, le mie prime poesie. Volevo essere un poeta beat.
L’adolescenza è l’epoca delle più potenti sinestesie, figure retoriche che consistono nel mischiare le sfere sensoriali, e che si apprendono a scuola con Dante (più tardi con Baudelaire e Rimbaud). Esse svelano però il loro senso vivo dopo una pioggia d’estate con l’odore dell’asfalto bagnato e perdi il senso del calendario, o l’odore di piscina sui capelli della compagna di scuola che ti piace, quando la incontravi “per caso” alla solita panchina dello Stradone. O nel languore erotico di una riunione del collettivo degli studenti a casa di lei in cui si parla di sciopero, con un’aria di innocente carboneria che è in realtà il tentativo di rifondare lo sguardo e il mondo, cioè se stessi, con un senso di comunione che non impediva di preservare la propria solitudine. Ero al mio primo anno al Romagnosi l’inverno fiabesco del ’73, quando grazie all’austerity le città scoprirono nuovi modi e sobri di vivere lo spazio senza auto, e in Piazza Garibaldi vidi passare una carrozza con cavalli: proprio quella domenica mattina in cui vi fu la riunione in casa di lei, dove arrivai in anticipo e restai a lungo beato. Immaginate una città piena solo di biciclette, però a colori sgargianti, non come nei documentari sulla Liberazione.
In un’epoca, quella di oggi, in cui la politica si confonde con la pornografia, ha senso solo ciò che è in vendita e l’unica realtà condivisa si chiama reality, è difficile spiegare queste emozioni. Erano anni in cui i social network non erano dietro lo schermo in plasma di una vita virtuale, ma un’esperienza fisica e spaziale, nelle piazze, quando ci si poteva sedere sui gradini dei monumenti e si era cittadini a pieno titolo invece che clienti. Nella piazza si mescolavano anziani col cappello portatori di memoria, e giovani dai capelli lunghi portatori di utopie da realizzare. Erano anni in cui la politica stessa era erotismo, non pornografia; e l’erotismo, proprio come deve essere, era tutt’uno con la cultura, il leggere, l’immaginare. (La perdita della dimensione erotica della cultura, che è felicità della mente, è la perdita più grave della nostra civiltà).
Ero al mio l’ultimo anno al Romagnosi quell’inizio di marzo in cui, alle 10,30 circa del mattino, arrivò la notizia del rapimento di Aldo Moro, e spontaneamente in tanti uscimmo dalle classi, spaventati e turbati, e qualcuno diceva che forse dovevamo scappare in montagna, come durante il fascismo. Fu un attentato alle nostre vite e alla nostra giovinezza, fu l’inizio di una deriva che macinò tante vite, tra deliri di lotta armata e l’irruzione massiccia dell’eroina.
“C’era una volta la memoria...”
E’ per non dover mai cominciare così una storia, che amo e sostengo il liceo classico e i valori che trasmette. Quanto agli insegnanti, chiederei loro di essere guide, formatori di autodidatti. Ciò che non ho mai smesso di essere.

7/30/2008

Sguardi d'artista sul pianeta Terra


Ho già parlato, anche qui, del bellissimo libro - testi e fotografie - di Giorgio Messori e Vittore Fossati, Viaggio in un paesaggio terrestre. Ho avuto modo alla fine di giugno di parlarne a Milano, in occasione dell'apertura di una mostra di Vittore Fossati a Castello Sforzesco, dove sono esposti in una bacheca anche gli appunti e i brogliacci del libro, quando era un lavoro in corso. E ho avuto modo di parlare, più di una volta, della mia amicizia con Giorgio Messori, scrittore, scomparso due anni fa (le mie Panchine, intese come libro, sono intimamente dedicate a lui). Su il manifesto di ieri è apparsa questa bella intervista al fotografo Vittore Fossati, che riporto qui integralmente:

Sguardi d'artista sul pianeta Terra
Parla il fotografo Vittore Fossati, in mostra a Milano. In un'esposizione al Castello Sforzesco, «Viaggio in un paesaggio terrestre», quaranta immagini di Fossati, che fanno parte di un progetto sulle tracce dei luoghi raffigurati dai grandi pittori, realizzato insieme allo scrittore Giorgio Messori scomparso l'anno scorso
Roberto Maggiori
La mostra fotografica Vittore Fossati, Giorgio Messori - Viaggio in un paesaggio terrestre, allestita al Castello Sforzesco di Milano fino al 21 settembre, deriva direttamente da un libro che porta lo stesso titolo e che è uscito per Diabasis lo scorso anno, un libro illustrato davvero sui generis in cui racconto scritto e fotografia si sviluppano insieme, interagiscono e si influenzano a vicenda senza gerarchie prestabilite. Ma soprattutto un work in progress, un viaggio che lo scrittore emiliano scomparso nel 2006 e il fotografo piemontese hanno compiuto sulle tracce dei luoghi cari agli artisti e dei paesaggi resi celebri dalle loro rappresentazioni. Ecco allora succedersi la Val Bregaglia cara a Giacometti, e Ornans, paese natale di Courbet, in cui il pittore realizzò molti dei suoi dipinti realisti. E ancora Fontaine-de-Vaucluse, dove Petrarca compose tanti sonetti e la montagna Sainte Victoire che Cézanne ritrasse più e più volte durante l'arco della sua vita, via via fino alla Delft di Vermeer (in cui anche Werner Herzog filmò alcune scene del suo Nosferatu), o alle rovine del monastero di Eldena in Pomerania dove Friedrich ambientò le sue visioni. Un viaggio allora dove si guarda al «paesaggio» e al tempo stesso si riflette sull'atto del guardare e sulle sue sedimentazioni culturali, facendo di volta in volta riferimento a quegli autori, da Merleau-Ponty a John Berger, che si sono interrogati sui linguaggi della percezione. A Vittore Fossati, le cui fotografie «terrestri» bene si coniugano con gli aspetti più «teorici» del progetto,abbiamo chiesto di raccontare la genesi di questa singolare esperienza.
Come è nata l'idea e poi la realizzazione di questo libro?
Nell'agosto 1997 Giorgio Messori aveva preso un appartamento in affitto in una località dell'Appennino reggiano e mi aveva invitato a passare qualche giorno da lui. Siccome eravamo tutti e due abbastanza sfaccendati, gli ho proposto di andare in giro per quei luoghi per vedere cosa veniva fuori mettendo insieme le sue descrizioni e le mie osservazioni. A volte fingevamo di essere alieni capitati un po' maldestramente sulla Terra con il compito di fare una relazione su ciò che compone il paesaggio del pianeta. Da qui deriva il titolo di quello che sarebbe diventato il primo capitolo del libro: «Paesaggio terrestre attorno a Villa Minozzo». Negli anni successivi avremmo poi compiuto altri viaggi, corrispondenti agli altri otto capitoli, e questa volta in località scelte appositamente, seguendo un ordine narrativo che, partendo da un luogo «anonimo», «qualsiasi», ci ha condotti sino ai «luoghi» della pittura di Friedrich dove il libro, nel nostro progetto, avrebbe dovuto trovare la conclusione.
Quale autonomia possono avere queste fotografie al di fuori del libro per cui sono state concepite e con cui interagiscono?
Il nostro non è uno di quei volumi fotografici tradizionali dove parole e immagini rappresentano parti separate nel corpo dell'opera, ma un libro illustrato, nel quale le fotografie vanno di pari passo con il testo. Libri come questo non si realizzano facilmente, anche perché non capita spesso di incontrare una persona, un amico, con cui condividere viaggi, parole, pensieri e lavoro per tanto tempo. Detto questo, per la mostra al Castello Sforzesco ho stampato quaranta fotografie, scelte fra quelle che hanno una maggiore autonomia visiva. A nove di loro, una per capitolo, è affiancato un passo del testo corrispondente. Inoltre per l'esposizione - su richiesta di Silvia Paoli, conservatrice del Civico Archivio Fotografico, e dopo averne discusso anche con Pierangelo Cavanna - ho sistemato nelle bacheche qualche menabò, prove, appunti: materiali che documentano alcuni momenti di «lavorazione» del libro.
Il libro si basa su tempi lunghi: il tempo lungo di un viaggio che parte dagli Appennini per arrivare in Pomerania e poi indietro fino a Capri e al Mediterraneo, il tempo lungo della narrazione, e anche il tempo lungo dell'immagine fotografica che si concede e ci concede il lusso di farsi osservare senza limiti temporali. Una modalità che permette al fruitore momenti di riflessione sempre più rari nella frenesia mediatica degli ultimi decenni. Ce ne può parlare?
Giorgio Messori non era un cronista e io non sono un reporter. Oltretutto, nessuno ci aveva chiesto di fare questo lavoro e quindi, tantomeno, non ci erano stati imposti dei tempi di consegna. Se Giorgio non fosse scomparso in un anfratto del paesaggio terrestre, probabilmente a quest'ora saremmo in giro a raccogliere parole e immagini per un altro capitolo. Era il nostro modo per stare insieme, incontrare gli amici, sentire la musica in auto, visitare un museo, spedire una cartolina. «Nessuna fretta di voler essere o voler diventare», per dirla con le parole che ha adoperato Beppe Sebaste in un suo recente ricordo di Messori.
A un certo punto del viaggio si arriva a Borgonuovo in Val Bregaglia, paese natale di Alberto Giacometti, e viene citato lo stesso artista che in un'intervista aveva dichiarato come la solitudine non sia una questione psicologica, ma esista nello spazio che ci isola. Gli oggetti sarebbero dunque in natura irrimediabilmente separati l'uno dall'altro. La fotografia individua questi oggetti e dà loro un ordine, una relazione, oppure intensifica il loro isolamento?
Per un pittore o per uno scultore l'esperienza estetica dello spazio è diversa da quella di un fotografo. Lo spazio è discontinuo, e tutto vi è distribuito in modo ineguale, compresa la nostra attenzione e sensibilità alle cose, a quanto avviene negli spazi che di volta in volta abitiamo, anche con lo sguardo. Poi, non tanto diversamente da quello che succede in altri momenti della vita, anche le fotografie ci appaiono spesso senza capo né coda. Difatti, come dei tranci, «stanno in mezzo»: tra un prima e un dopo, un sotto e un sopra, fra qualcosa che sta a sinistra e una cosa che continuerebbe a destra ma che però è stata «tagliata» e perciò nella foto non si vede. Quindi va da sé che le foto mostrino una porzione isolata di «realtà». Il vantaggio è che l'occhio può cogliere forse meglio, all'interno della scena inquadrata, alcuni rapporti fra le cose. Già, ma quali relazioni e fra quali cose? A questo punto, con grande sollievo, mi viene in mente che Cesare Zavattini, che aveva visto all'opera Paul Strand, lo ricordava così: «Quando fotografa un albero, quell'albero non è mai solo, Strand è l'altro albero».
In questo viaggio si torna all'aria aperta, alla natura non corrotta dalla «civiltà», alla ricerca di un «limite boschivo» (per dirla con Thomas Bernhard), fuori da ogni giurisdizione. Di cosa esattamente siete andati in cerca?
Rispondendo con una battuta, direi che almeno qualche volta abbiamo cercato posti che fossero davvero «fuori da ogni giurisdizione», nel senso di posti dove poter lasciare l'automobile e andare a fare una passeggiata senza il pensiero di beccarsi una multa.
È possibile leggere in chiave ambientalista quello che Messori scrive nella premessa quando afferma che questo viaggio e questo libro sono un'esercitazione a osservare il mondo che abbiamo intorno, e quindi una terapia per non perdere la sensibilità verso ciò che ci è prossimo?
Prima di andare in Uzbekistan, dove ha fatto per cinque anni il lettore di italiano all'università di Tashkent, Giorgio Messori insegnava lettere in un istituto superiore di Reggio Emilia. Qui aveva composto un «Piccolo decalogo per un corso scolastico di scrittura creativa». Al punto 5 dava questi suggerimenti: «Non essere mai astratto, scrivi sempre di cose concrete, vere, che ti sono vicine. È più interessante scrivere di una pozzanghera, o di ciò che vedi in una passeggiata sotto il sole, che non della minaccia nucleare che incombe sul mondo. Fra l'altro (anche se è un po' difficile da capire) fai un miglior servizio alla causa contro il pericolo nucleare scrivendo di cose molto concrete che non ripetendo frasi rimasticate di discorsi già fatti da altri». Quello che posso dire è che nel nostro libro abbiamo cercato di non fare troppo diversamente da quello che lui stesso consigliava ai suoi studenti.

2/14/2008

Minimondi (per un'educazione estetica)

A Parma si apre domani, venerdì 15, una manifestazione particolarmente ricca e simpatica, Minimondi, che è un festival per i ragazzi, quindi per tutti. Quest'anno in particolare intitolato all'arte (ovvero all'educazione estetica, così traduco), con l'apertura di una grande mostra retrospettiva di Bruno Munari, e vari laboratori, tra cui uno di Katsumi Komagata. Ma nel programma linkato trovate tutto. Trovate anche un settore che curo di persona, teen art, incontri - ogni venerdì dal 15 febbraio al 7 marzo - con artisti, scrittori e scienziati, rivolti in prima istanza a studenti adolescenti (non finirò mai di elogiarne la disponibilità e l'intelligenza - almeno dell'avanguardia di essi che avevo incontrato in questi mesi), dove si alterneranno persone che stimo come Wu Ming 1 (stima che si estende a tutto il gruppo degli omonimi anonimi), Gea Casolaro, Simona Vinci, Botto&Bruno, Brian Selznick, Marco Petrella, Vittorio Gallese e altri.
In una cartella stampa della manifestazione si trovano a mio nome, tra le frasi di circostanza, anche queste, che rievocano il mio incontro con Bruno Munari, nome tutelare di questa edizione di Minimondi: "...il piacere e l’emozione di trovarmi nel suo studio, ormai una dozzina d’anni fa, per un incontro-dialogo che riversai nel mio libro sui maestri, Porta senza porta, uscito nel 1997 e nel frattempo esaurito. Mi sembrava di trovarmi nel laboratorio di un mago felice, e Munari stesso mi sembrava a metà tra Archimede Pitagorico e un maestro Zen. Tra esempi di arte e creatività tratta da pressoché ogni cosa immaginabile, e ogni materiale (perché per i veri maestri non esiste materiale sterile, e lui lo mostrava continuamente), la conversazione che si protrasse per un intero pomeriggio di gennaio fu un’esperienza indimenticabile. Esperienza è del resto la parola giusta per dire il suo insegnamento: formatore di autodidatti, inventore e trasmettitore di processi mentali, nel suo passarmi giocoso oggetti – dal tetraedro del cartoccio del latte a una foglia di fico d’India di cui mi mostrava la nervatura, dal disegno dell’albero all’ideogramma giapponese di albero, e così via, Munari mi presentava la sua sostanziale equivalenza con quanto di più avanzato, nel campo delle scienze umane, è stato prodotto negli ultimi decenni: la teoria del deutero-apprendimento, ovvero dell’imparare a imparare, introdotta dal grande filosofo e biologo Gregory Bateson, fondatore e autore della "ecologia della mente". Solo che Munari non ha mai avuto nulla di libresco, né di saccente. Era un osservatore della natura (come Galileo Galilei), da cui traeva e trasmetteva meraviglia (proprio come Galileo Galilei); e trasmetteva come artista una didattica delle forme tratta da questa osservazione-imitazione della natura: imitazione, si badi, non delle forme finite, ma della struttura che le determina, della naturalezza della creazione, delle cose prodotte dalla natura. Anche la natura, in effetti, ha il suo bell’imparare a imparare, che si chiama evoluzione. E forse proprio dalla natura Munari ha imparato anche ad allontanarsi come pochi dal narcisismo intrinseco, forse fisiologico, all’essere artista. Pensate la rarità di un grandissimo artista che non si identificava nella produzione di valore e plus-valore (estetico, economico) delle proprie opere, ma considerava opera la trasmissione stessa del fare arte. Che cioè faceva delle proprie opere d’arte una didattica dell’arte...".
Ci sono abbastanza motivi, credo, per far capire il taglio di questi incontri del venerdì, che debuttano domani 15 febbraio con Wu Ming 1: arte e/o educazione estetica (contro ogni tipo di anestesia e anestetizzazione) intese come salvaguardia della ricchezza narrativa, artistica, estetica, sensoriale, insomma umana, e quindi anche urbanistica e paesaggistica, della nostra vita presente, e della nostra memoria. Arte e narratività non tanto e non solo di cui fruire, ma da abitare.