In questi tragici giorni di risveglio ho preferito alla lettura dei giornali la rilettura dei classici, da La Ginestra di Giacomo Leopardi a Hiroshima mon amour (sceneggiatura di Marguerite Duras del film di Alain Resnais), fino allo stupendo Cronache del dopobomba di Philip K. Dick. Le news sul governo italiano di fronte alla catastrofe nucleare in Giappone erano così sconce e imbarazzanti (il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo: “Il programma italiano sul nucleare va avanti. Le centrali che noi abbiamo programmato sono modernissime, molto più sicure di quelle giapponesi’”) che ho avuto la certezza che la lotta politica fosse ormai quella de “la vita contro la morte”. Era il titolo, molti lo ricorderanno, di un libro di Norman Brown (sottotitolo: Il significato psicoanalitico della storia), dedicato al conflitto tra pulsione di vita e pulsione di morte che fa della Storia della civiltà la storia di una nevrosi. Brown vi introdusse anche l’etimologia, suggestiva ma falsa, della parola latina amor: a-mors, a-morte, “toglimento di morte”. Di fatto, il geniale film del 1964 di Stanley Kubrick, Il dottor Stranamore, ovvero Come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba, era un didascalico commento tra horror e humour a quanto scritto da Norman Brown in La vita contro la morte: col conflitto nucleare, o con l’energia nucleare tout court, la morte totale poteva (può) “finalmente” realizzarsi. Ora, per tornare alla politica, non sembra anche a voi che la sua forma attuale (come quella degli incubi del personaggio femminile di Hiroshima mon amour) sia quella del girare attorno al nucleo dei problemi senza mai affrontarli direttamente, proprio come le particelle roteano attorno al nucleo dell’atomo prima che si inneschi la fatale reazione nucleare? Un’altra politica, di vita e non di morte, come le energie alternative, è possibile o no? Che aspettiamo?
(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", l'Unità del 20 marzo 2011)