Nel momento in cui un giovane greco su due è disoccupato, 25.000 persone senza tetto vagano per le strade di Atene, il 30 per cento della popolazione è ormai sotto la soglia della povertà, migliaia di famiglie sono costrette a dare in affidamento i bambini perché non crepino di fame e di freddo e i nuovi poveri e i rifugiati si contendono l’immondizia nelle discariche pubbliche, i “salvatori” della Grecia, col pretesto che i Greci “non fanno abbastanza sforzi”, impongono un nuovo piano di aiuti che raddoppia la dose letale già somministrata. Un piano che abolisce il diritto del lavoro e riduce i poveri alla miseria estrema, facendo contemporaneamente scomparire dal quadro le classi medie.
L’obiettivo non è il “salvataggio”della Grecia: su questo punto tutti gli economisti degni di questo nome concordano. Si tratta di guadagnare tempo per salvare i creditori, portando nel frattempo il Paese a un fallimento differito.Si tratta soprattutto di fare della Grecia il laboratorio di un cambiamento sociale che in un secondo momento verrà generalizzato a tutta l’Europa. Il modello sperimentato sulla pelle dei Greci è quello di una società senza servizi pubblici, in cui le scuole, gli ospedali e i dispensari cadono in rovina, la salute diventa privilegio dei ricchi e la parte più vulnerabile della popolazione è destinata a un’eliminazione programmata, mentre coloro che ancora lavorano sono condannati a forme estreme di impoverimento e di precarizzazione.
Ma perché questa offensiva neoliberista possa andare a segno, bisogna instaurare un regime che metta fra parentesi i diritti democratici più elementari. Su ingiunzione dei salvatori, vediamo quindi insediarsi in Europa dei governi di tecnocrati in spregio della sovranità popolare. Si tratta di una svolta nei regimi parlamentari, dove si vedono i “rappresentanti del popolo” dare carta bianca agli esperti e ai banchieri, abdicando dal loro supposto potere decisionale. Una sorta di colpo di stato parlamentare, che fa anche ricorso a un arsenale repressivo amplificato di fronte alle proteste popolari. Così, dal momento che i parlamentari avranno ratificato la Convenzione imposta dalla Troika (Ue, Bce, Fmi), diametralmente opposta al mandato che avevano ricevuto, un potere privo di legittimità democratica avrà ipotecato l’avvenire del Paese per 30 o 40 anni.
Parallelamente, l’Unione europea si appresta a istituire un conto bloccato dove verrà direttamente versato l’aiuto alla Grecia, perché venga impiegato unicamente al servizio del debito. Le entrate del Paese dovranno essere “in priorità assoluta” devolute al rimborso dei creditori e, se necessario, versate direttamente su questo conto gestito dalla Ue. La Convenzione stipula che ogni nuova obbligazione emessa in questo quadro sarà regolata dal diritto anglosassone, che implica garanzie materiali, mentre le vertenze verranno giudicate dai tribunali del Lussemburgo, avendo la Grecia rinunciato anticipatamente a qualsiasi diritto di ricorso contro sequestri e pignoramenti decisi dai creditori. Per completare il quadro, le privatizzazioni vengono affidate a una cassa gestita dalla Troika, dove saranno depositati i titoli di proprietà dei beni pubblici.. In altri termini, si tratta di un saccheggio generalizzato, caratteristica propria del capitalismo finanziario che si dà qui una bella consacrazione istituzionale.
Poiché venditori e compratori siederanno dalla stessa parte del tavolo, non vi è dubbio alcuno che questa impresa di privatizzazione sarà un vero festino per chi comprerà.
Ora, tutte le misure prese fino a ora non hanno fatto che accrescere il debito sovrano greco, che, con il soccorso dei salvatori che fanno prestiti a tassi di usura, è letteralmente esploso sfiorando il 170% di un Pil in caduta libera, mentre nel 2009 era ancora al 120%. C’è da scommettere che questa coorte di piani di salvataggio – ogni volta presentati come ‘ultimi’- non ha altro scopo che indebolire sempre di più la posizione della Grecia, in modo che, privata di qualsiasi possibilità di proporre da parte sua i termini di una ristrutturazione, sia costretta a cedere tutto ai creditori, sotto il ricatto “austerità o catastrofe”. L’aggravamento artificiale e coercitivo del problema del debito è stato utilizzato come un’arma per prendere d’assalto una società intera. E non è un caso che usiamo qui dei termini militare: si tratta propriamente di una guerra, condotta con i mezzi della finanza, della politica e del diritto, una guerra di classe contro un’intera società. E il bottino che la classe finanziaria conta di strappare al ‘nemico’ sono le conquiste sociali e i diritti democratici, ma, alla fine dei conti, è la stessa possibilità di una vita umana. La vita di coloro che agli occhi delle strategie di massimizzazione del profitto non producono o non consumano abbastanza non dev’essere più preservata.
E così la debolezza di un paese preso nella morsa fra speculazione senza limiti e piani di salvataggio devastanti diviene la porta d’entrata mascherata attraverso la quale fa irruzione un nuovo modello di società conforme alle esigenze del fondamentalismo neoliberista. Un modello destinato all’Europa intera e anche oltre. E’ questa la vera questione in gioco. Ed è per questo che difendere il popolo greco non si riduce solo a un gesto di solidarietà o di umanità: in gioco ci sono l’avvenire della democrazia e le sorti del popolo europeo.
Dappertutto la “necessità imperiosa” di un’austerità dolorosa ma salutare ci viene presentata come il mezzo per sfuggire al destino greco, mentre vi conduce dritto. Di fronte a questo attacco in piena regola contro la società, di fronte alla distruzione delle ultime isole di democrazia, chiediamo ai nostri concittadini, ai nostri amici francesi e europei di prendere posizione con voce chiara e forte. Non bisogna lasciare il monopolio della parola agli esperti e ai politici. Il fatto che, su richiesta dei governanti tedeschi e francesi in particolare, alla Grecia siano ormai impedite le elezioni può lasciarci indifferenti? La stigmatizzazione e la denigrazione sistematica di un popolo europeo non meritano una presa di posizione? E’ possibile non alzare la voce contro l’assassinio istituzionale del popolo greco? Possiamo rimanere in silenzio di fronte all’instaurazione a tappe forzate di un sistema che mette fuori legge l’idea stessa di solidarietà sociale?
Siamo a un punto di non ritorno. E’ urgente condurre la battaglia di cifre e la guerra delle parole per contrastare la retorica ultra-liberista della paura e della disinformazione. E’ urgente decostruire le lezioni di morale che occultano il processo reale in atto nella società. E diviene più che urgente demistificare l’insistenza razzista sulla “specificità greca” che pretende di fare del supposto carattere nazionale di un popolo (parassitismo e ostentazione a volontà) la causa prima di una crisi in realtà mondiale. Ciò che conta oggi non sono le particolarità, reali o immaginari, ma il comune: la sorte di un popolo che contagerà tutti gli altri.
Molte soluzioni tecniche sono state proposte per uscire dall’alternativa “o la distruzione della società o il fallimento” (che vuol dire, lo vediamo oggi, sia la distruzione sia il fallimento). Tutte vanno prese in considerazione come elementi di riflessione per la costruzione di un’altra Europa. Prima di tutto però bisogna denunciare il crimine, portare alla luce la situazione nella quale si trova il popolo greco a causa dei “piani d’aiuto” concepiti dagli speculatori e i creditori a proprio vantaggio. Mentre nel mondo si tesse un movimento di sostegno e Internet ribolle di iniziative di solidarietà, gli intellettuali saranno gli ultimi ad alzare la loro voce per la Grecia? Senza attendere ancora, moltiplichiamo gli articoli, gli interventi, i dibattiti, le petizioni, le manifestazioni. Ogni iniziativa è la benvenuta, ogni iniziativa è urgente. Da parte nostra ecco che cosa proponiamo: andare velocemente verso la formazione di un comitato europeo di intellettuali e di artisti per la solidarietà con il popolo greco che resiste. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non adesso, quando?
di Vicky Skoumbi, Dimitris Vergetis, Michel Surya, rispettivamente redattrice e direttore della rivista Aletheia di Atene e direttore della rivista Lignes, Parigi; e (prime adesioni) Daniel Alvaro, Alain Badiou, Jean-Christophe Bailly, Etienne Balibar, Fernanda Bernardo, Barbara Cassin, Bruno Clement, Danièle Cohen-Levinas, Yannick Courtel, Claire Denis, Georges Didi-Hubermann, Ida Dominijanni, Roberto Esposito, Francesca Isidori, Pierre-Philippe Jandin, Jérome Lebre, Jean-Clet Martin, Jean-Luc Nancy, Jacques Ranciere, Judith Revel, Elisabeth Rigal, Jacob Rogozinski, Avital Ronell, Ugo Santiago, Beppe Sebaste, Michèle Sinapi, Enzo Traverso
per aderire: http://www.editions-lignes.com/sauvons-le-peuple-grec-de-ses.html
L'appello è stato pubblicato anche su il manifesto di oggi 22 febbraio e sul giornale Libération di ieri.
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2/22/2012
7/15/2011
Parma è cotta
Nel geniale romanzo The Dome, Stephen King ha descritto l’instaurarsi in una città isolata di un potere arrogante e accentratore, un feudalesimo provinciale che assomiglia al regime politico-mediatico dell’Italia in questi anni. A Parma, ultima città di indignati in ordine di tempo, dopo Napoli e Milano, un potere del tutto simile si sta sfaldando, anche se nessun Pisapia è all’orizzonte.
Una città intontita da anni di governo di destra all’insegna della modernizzazione, tra truffe e crac finanziari, omertà e corruzioni, si sveglia soffocata dai debiti prima che dagli scandali, sull’orlo del baratro economico, se già non cammina sospesa sul vuoto come nei cartoni animati. Parmalat non ha insegnato niente. Se, come titolava The Economist, Berlusconi è “l’uomo che ha fottuto un Paese” (“The man who screwed an entire country”) il sindaco Vignali pare l’uomo che ha fottuto (screwed) una città. Di fronte all’arresto dei suoi uomini più fidati, dirigenti del Comune, ha detto soltanto: “non lo sapevo”. E questo, dopo anni di passività da spettatori televisivi, ha fatto davvero arrabbiare i parmigiani. In una pagina su Facebook (“Vignali non lo sa”) fanno a gara nell’attribuirgli frasi più vere che finte: “I dirigenti del Comune da lui nominati intascavano mazzette. Vignali: non lo sapevo”. “Costruire un inceneritore in stato di abuso edilizio è reato. Vignali: non lo sapevo”. “Hanno incastrato Roger Rabbit. Vignali: non lo sapevo”...
"Popolo inquieto e incline al tumulto”, scriveva Bruno Barilli ne Il paese del melodramma. Con quelle parole e un sospiro di nostalgia terminavo tre anni fa un reportage da Parma all’epoca del pestaggio da parte dei vigili urbani dello studente ghanese Emanuel Bonsu, reo di attraversare un parco per recarsi alle scuole serali. La trasformazione dell’ex capitale, ducale ma antifascista, in una cittadina dell’Alabama, produsse le prime crepe. Ma era anestetizzata dalla movida e dall’happy hour, la sbronza globalizzata nelle vie del centro storico. Che erano poi, unite al culto televisivo dell’immagine, i modelli culturali del sindaco Vignali, già PR di una discoteca. La movida c’è ancora, ma è ormai una deriva. Gli indignati di Parma, giunti il 5 luglio alla loro terza manifestazione contro “ladri, corrotti, arroganti e affaristi”, hanno promosso un “cacerolazo parmigiano” (da cacerola, “pentola per stufato”), forma sudamericana di protesta con pentole, coperchi e cucchiai di legno. Quale miglior simbolo degli utensili di casa per riappropriarsi della città?
Ritrovo a Parma una tensione palpabile malgrado l’afa e il silenzio, malgrado il clima di festa finta, le kermesse reclamizzate dai totem sparsi per il centro, come se fosse il palinsesto di un tv commerciale o un portale di Internet. C’è consapevolezza nell’aria dei quasi 700 milioni di debiti, in larga parte nascosti nei bilanci delle società partecipate del Comune, come l’STT (Società per la Trasformazione del Territorio: ha sponsorizzato tra l’altro il film di Vittorio Salemme girato a Parma sui vigili urbani per riabilitarne l’immagine). L’opposizione l’ha saputo solo pochi giorni fa: anche la sinistra qui è imbalsamata, incapace di proporre diversi modelli culturali, stili di vita e di abitare. L’assessore alla cultura (a Parma tutt’uno coi “grandi eventi”) ha dato le dimissioni, ma lo spettacolo più partecipato è la piazza, il dato politico nuovo nella città – sottolinea William Gambetta, storico dei “movimenti” nell’Archivio omonimo: “un movimento trasversale, di cui le centinaia di cittadini che manifestano incarnano un sentire diffuso”.
Dopo la notte degli undici arresti – quella di San Giovanni, in cui a Parma si mangiano i tortelli d’erbetta e si aspetta la rugiada - mentre la Guardia di Finanza era negli uffici del Comune, la gente si radunò spontaneamente sotto i portici del municipio: operai, insegnanti, liberi professionisti, mamme coi bambini o col cane, di fronte ad agenti in tenuta antisommossa. Protestavano contro lo sperpero di denaro pubblico e chiedevano le dimissioni del sindaco, barricato fino a tarda sera nel suo ufficio. Un cartello diceva: “San Giovanni svela gli inganni”. Gli arrestati, uomini scelti dal sindaco, facevano la cresta su tutto, dal verde pubblico ai canili, dalle luminarie di natale alle rose sui viali; oppure intascavano tangenti per lavori mai eseguiti. Gli indignati hanno portato mazzi di rose: ”Le rose che avete rubato ve le regaliamo noi”.
Rose e Rosi. Tra gli arrestati c’è il comandante dei famosi vigili urbani, il romano Jacobazzi, che oltre a intascare mazzette si sarebbe fatto restaurare a spese dei contribuenti parmigiani il suo giardino a Santa Marinella. L’accusa di concussione viene da intercettazioni telefoniche che mostrano la sua sottomissione ai potenti (parole del procuratore La Guardia): si scusò coll’avvocato del patron di Parmacotto, il roseo industriale del prosciutto Marco Rosi, per una multa comminata al suo “dehors” - veranda in ferro e vetro con tavoli, e l’insegna della sua salumeria - e redarguì l’onesto funzionario. L’avvocato Cecilia Cortesi Venturini, una degli indignati, mi dice la sua amarezza nell’apprenderlo: fu lei a promuovere la petizione contro quell’abuso edilizio, e di fronte all’ignavia del Comune mosse una causa civile al Tar. Simulacro anche suo malgrado dell’arroganza dei potenti, quel dehors dell’ex presidente degli industriali è stato costruito dagli stessi architetti del nuovo criticatissimo volto di un altro simbolo di Parma, l’antico mercato della Ghiaia, quasi un’agorà; cancellato per far posto a un incrocio tra la pensilina di un autobus e uno skilift.
Parma è cotta, come il prosciutto, e per salvarla occorre una ricetta nuova. Non una di quelle per riciclare gli avanzi, ma una nuova davvero, con un nuovo ingrediente. Oltre al malaffare e al cattivo gusto, qualcos’altro ha creato tensione e offeso la città Medaglia d’oro della Resistenza. L’apologia del fascismo di una lapide ai caduti della Repubblica di Salò collocata nel cimitero della città; l’apertura di una Casa Pound nel popolare e rosso quartiere Montanara, dove qualche giorno fa è stata imbrattata una lapide a ricordo dei partigiani, sono segnali gravi. Né si dimentica la foto del consigliere regionale Pdl Luigi Giuseppe Villani, vicepresidente della potente società partecipata IREN (il cui direttore è tra gli arrestati di giugno) che fa il saluto romano a Predappio.
La comprovata sottomissione dell’amministrazione politica ai poteri economici, che già controllano l’informazione, fa di quello di Parma "un potere feudale basato su rapporti fiduciari”, conferma lo scrittore Valerio Varesi. “Se sei eletto non rispondi ai cittadini, ma come un vassallo al tuo capo, a chi ti ha messo lì, al potere”. Non contano le istituzioni, le leggi, la re-pubblica, ma un uomo al comando che sceglie e coopta. Fa eccezione il giornale online www.parma.repubblica.it , che da tre anni svela scandali e ospita segnalazioni e denunce dei lettori: un gruppo di professionisti per strada legati da incontri e tecnologie, senza redazione né carta, svincolati dai poteri. Coincidenze: il suo responsabile Antonio Mascolo era cronista giudiziario all’epoca dello scandalo urbanistico a Parma negli anni ‘70, reso pubblico dalla lenzuolata di Cristina Quintavalla, e a cui l’attuale scandalo è spesso paragonato. L’allora sostituto procuratore era Gerardo Laguardia, che oggi ha in mano l’inchiesta tangenti dell’amministrazione Vignali.
Intanto, al Teatro Regio c’è un concerto di Ornella Vanoni, al Teatro Due il festival ParmaPoesia: successo di Claudio Santamaria nel reading musicale “La Realtà”, su testi di Pier Paolo Pasolini. La realtà? Quella di Parma è nel suo scollamento: tra le parole e le cose, tra la cultura e la politica, tra entrambe e la vita della gente. La movida continua, i giovani si ubriacano, felici come palline da flipper, e le loro foto escono su riviste patinate. Nuovi locali glamour vengono aperti (non si dice più osteria, ma wine bar) a riempire vuoti con un pieno apparente, a dissolvere passato e futuro in un perpetuo alcoolico presente. La statua recente di Guido Picelli, eroe delle Barricate, giace in un angolo dell’omonima piazza, tra gli extracomunitari e le panchine. All’inizio di via Farini un ragazzo di colore, garbato e ben vestito, vende copie di “Lotta comunista”, coi modi gentili, suadenti e incongrui di un Testimone di Geova.
(reportage uscito su Venerdì di Repubblica col titolo "Parma: la nuova rivolta civile" il 15 liuglio 2011)
7/01/2011
Ruby e l'orgia del potere
Penso da tempo che l’horror sia il genere che meglio descriva il nostro Paese. E’ horror mischiato a documentario quello di Videocracy di Erik Gandini, dove si vedono e ascoltano (filmati col metodo e la pazienza che ebbe Claude Lanzmann nel film Shoah) alcune delle cozze abbarbicate al viscido scoglio del potere berlusconiano, come Lele Mora. Il libro-verità di Piero Colaprico (Le cene eleganti, Feltrinelli, pp. 256, euro 16) sullo scandalo politico e sessuale del bunga bunga nella reggia privata del Capo, con Emilio Fede e Lele Mora nel ruolo di ruffiani, e sulla minorenne Ruby-Karima che l’ha fatto esplodere, richiama trame e ambientazioni alla James Ellroy, ma si sente l’eco di certi ossessivi personaggi di Stephen King, banali e perturbanti.
Il libro è farcito di verbali di interrogatori e intercettazioni telefoniche. E diciamolo subito: le intercettazioni di conversazioni private sono, non solo per noi scrittori, l’insostituibile documento del degrado dell’Italia negli ultimi vent’anni, ovvero di quei crimini linguistico-morali che non cadranno mai in prescrizione. Un pizzico di Storia: Ruby-Karima è nata nel 1992, l’anno di “Mani pulite” nella Milano craxiana (cioè già berlusconiana) e dell’assassinio di Falcone e Borsellino. A 13 anni ebbe da un medico una diagnosi che prefigura violenza: “una minore adultizzata”. Al suo primo incontro con Ruby, Berlusconi citò la raccomandazione di Lele Mora (che ne aveva fatto richiesta di “affido”) di “trattarla bene”, perché “le vuole bene come a una figlia”. La pagò generosamente per fare bunga bunga. Ma quante profanazioni già contiene quella frasina sorridente del presidente del consiglio? Questa è una storia di parole. Tutte ruotano intorno all’uomo pubblico che disse di Eluana Englaro, da anni in coma irreversibile, che poteva “restare incinta”: a chi altri sarebbe venuto in mente? Lo stesso uomo di cui parlano le avide e infelici ragazze che cercano, in cambio di prestazioni sessuali sempre più convulse, un posto nella società dello spettacolo, non importa se in tv o in Parlamento.
C’è Chiara, aspirante meteorina portata ad Arcore da Emilio Fede, che rimane “terrorizzata”. Maria “inorridita”: “quello che ho visto era anni e anni lontano da quello che immaginavo potesse essere una cena a casa di un presidente del Consiglio”. “Allucinante”, dice Melania, amica laureata della Minetti, invitata per via dei suoi studi alla Sorbona a risollevare la “desperation” (parola della Minetti) delle serate di Arcore. L’indomani confida al telefono: “è molto più triste di ciò che scrivono i giornali che lo massacrano”. “Non è Eyes Wide Shut, il film con Tom Cruise, no”, c’è “quello con la pianola che canta e, a un certo punto, non si sa bene come o perché, qualcuno ha iniziato a far vedere il culo (...) come se fosse naturale (...) quando vedi una persona che ha così tanto potere, così tanti soldi, cioè che veramente potrebbe fare qualunque cosa, che si riduce a questo…”
Non è nemmeno Salò di Pasolini, no: è in continuità estetica con la trivialità spacciata per anni dalle sue reti (ancora, per gli smemorati, si veda Videocracy). La vergogna del capo di governo si riversa sugli Italiani che hanno finto di ignorare chi fosse il loro eletto. Per non parlare dei ministri, e uno fra tutti: il responsabile dell’educazione nazionale, ministro Gelmini, che a difesa del suo ruolo non ha preso un centimetro di distanza da questa realtà.
Il libro è farcito di verbali di interrogatori e intercettazioni telefoniche. E diciamolo subito: le intercettazioni di conversazioni private sono, non solo per noi scrittori, l’insostituibile documento del degrado dell’Italia negli ultimi vent’anni, ovvero di quei crimini linguistico-morali che non cadranno mai in prescrizione. Un pizzico di Storia: Ruby-Karima è nata nel 1992, l’anno di “Mani pulite” nella Milano craxiana (cioè già berlusconiana) e dell’assassinio di Falcone e Borsellino. A 13 anni ebbe da un medico una diagnosi che prefigura violenza: “una minore adultizzata”. Al suo primo incontro con Ruby, Berlusconi citò la raccomandazione di Lele Mora (che ne aveva fatto richiesta di “affido”) di “trattarla bene”, perché “le vuole bene come a una figlia”. La pagò generosamente per fare bunga bunga. Ma quante profanazioni già contiene quella frasina sorridente del presidente del consiglio? Questa è una storia di parole. Tutte ruotano intorno all’uomo pubblico che disse di Eluana Englaro, da anni in coma irreversibile, che poteva “restare incinta”: a chi altri sarebbe venuto in mente? Lo stesso uomo di cui parlano le avide e infelici ragazze che cercano, in cambio di prestazioni sessuali sempre più convulse, un posto nella società dello spettacolo, non importa se in tv o in Parlamento.
C’è Chiara, aspirante meteorina portata ad Arcore da Emilio Fede, che rimane “terrorizzata”. Maria “inorridita”: “quello che ho visto era anni e anni lontano da quello che immaginavo potesse essere una cena a casa di un presidente del Consiglio”. “Allucinante”, dice Melania, amica laureata della Minetti, invitata per via dei suoi studi alla Sorbona a risollevare la “desperation” (parola della Minetti) delle serate di Arcore. L’indomani confida al telefono: “è molto più triste di ciò che scrivono i giornali che lo massacrano”. “Non è Eyes Wide Shut, il film con Tom Cruise, no”, c’è “quello con la pianola che canta e, a un certo punto, non si sa bene come o perché, qualcuno ha iniziato a far vedere il culo (...) come se fosse naturale (...) quando vedi una persona che ha così tanto potere, così tanti soldi, cioè che veramente potrebbe fare qualunque cosa, che si riduce a questo…”
Non è nemmeno Salò di Pasolini, no: è in continuità estetica con la trivialità spacciata per anni dalle sue reti (ancora, per gli smemorati, si veda Videocracy). La vergogna del capo di governo si riversa sugli Italiani che hanno finto di ignorare chi fosse il loro eletto. Per non parlare dei ministri, e uno fra tutti: il responsabile dell’educazione nazionale, ministro Gelmini, che a difesa del suo ruolo non ha preso un centimetro di distanza da questa realtà.
(una versione ridotta uscxita oggi 1 luglio 2011 su Venerdì di Repubblica)
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2/26/2011
La pazienza del mandorlo
Il comico televisivo inglese Charlie Brooker, nel suo programma 10 O’Clock Live, massacra umanamente e politicamente, con molta efficacia, il nostro primo ministro. Vi consiglio di guardarlo, non è un problema trovarlo on line. Ma vi avverto: oltre che ridere soffrirete un po’: parla di noi. Non abbiamo l’alibi del colpo di stato né della coercizione fisica, ed è stato eletto (come l’ex pittore fallito Hitler fu eletto nel 1933), e rieletto da quegli Italiani ignavi che ora sono in crisi non perché il premier sia colluso con la mafia, né per le sue leggi liberticide o a favore di pochi come lui, non perché usi il tempo e le risorse dello Stato per fare solo gli affari suoi, né per un ripensamento etico: ma perché la sua immagine di maschio vincente che può comprare tutto, anche le minorenni, è andata in crisi: alle sue spalle, infatti, quelle ragazze ingrate e carine hanno detto che ha “il culo flaccido”, lo disprezzano quasi quanto lo disprezziamo noi, e non può farci niente. Con Mussolini non sarebbe accaduto: una crepa vistosa nella regia. Il fatto è che tutto di lui, nessun dettaglio escluso, era già banditesco e cialtrone dal 1993 (Brooker ironizza sul grido da stadio con cui battezzò il suo partito). I suoi amici e colleghi, da Ben Ali a Gheddafi, sono finiti, e anche lui cadrà malamente, anche se siamo tutti troppo ricchi per fare come in Libia o in Egitto. E' durato quello che ci siamo meritati che durasse. Ma che ne sappiamo noi del tempo? Mi viene in mente il Libro di Giobbe: cosa ne sappiamo noi del creato, delle sorgenti del mare, del seno da cui è uscito il ghiaccio o la brina, di come partoriscono le cerve e di come si gioga il bufalo? Sono alcune buone domande che Dio pone a Giobbe per dargli una calmata. Una cosa la so: tutto è in movimento, i regimi cadono o sono già caduti, e il mandorlo di fronte alle mie finestre è in fiore.
(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", l'Unità del 27.2.2011)
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2/19/2011
Il regime della stupidità
Che il berlusconismo (regime politico e semiologico fondato sulla pubblicità, quindi sul denaro, il potere, l’egoismo, il successo, il glamour, la prostituzione e la stupidità rivendicate come valore) non sia solo, come dice il Financial Times schifato, una specie di dittatura nordafricana, ma una categoria dello spirito che colonizza la mente anche di chi si crede lontano, lo dicono i criteri di spettacolarizzazione e promozione culturale in vigore anche a sinistra: dalle liste elettorali modello Veltroni (Calearo lo scelse lui; ma voleva anche Veronica Lario) alla scelta e promozione dei libri.
Ho tentato di leggere un “romanzo” edito dalla gloriosa Transeuropa col titolo Seventy Sex (parla ovviamente di sesso e anni ‘70), scritto da una donna che si firma con lo pseudonimo di Janis Joyce. L’editore e l’autrice hanno inventato un concorso per scoprirne l’identità tramite indizi leggibili fotografando col cellulare un codice stampato in copertina. E fin qui si capisce che il target pubblicitario sono giovani tecnologizzati, che però dovrebbero anche conoscere (Janis) Joplin e James (Joyce), anche se il “romanzo” non ha nulla delle sperimentazioni linguistiche e narrative dell’autore di Ulisse, né tanto meno della grazia e del generoso erotismo della cantante di Just a little bit harder. Il peggio sono gli indizi (10 frasi) che l’autrice dà su di sé: “Ho sposato l’amante della moglie dello zio di Carla Bruni”. “Sono la cugina dell’ex marito della cugina di Alain Elkann”. “Il mio primo marito ha passato una lunga notte di Natale con quella che sarebbe diventata la prima moglie di Sarkozy”... Ecco, mi fermo qui, come mi sono fermato a leggere il piatto, anestetico elenco di masturbazioni e scopate, quasi che il sesso lo avesse inventato lei. Quanto all’identità dell’autrice, non ho dubbi che l’abbiate capita anche voi: ma non la diciamo perché, temo, si offenderebbe. Altrimenti, rileggete qui in alto.
Ho tentato di leggere un “romanzo” edito dalla gloriosa Transeuropa col titolo Seventy Sex (parla ovviamente di sesso e anni ‘70), scritto da una donna che si firma con lo pseudonimo di Janis Joyce. L’editore e l’autrice hanno inventato un concorso per scoprirne l’identità tramite indizi leggibili fotografando col cellulare un codice stampato in copertina. E fin qui si capisce che il target pubblicitario sono giovani tecnologizzati, che però dovrebbero anche conoscere (Janis) Joplin e James (Joyce), anche se il “romanzo” non ha nulla delle sperimentazioni linguistiche e narrative dell’autore di Ulisse, né tanto meno della grazia e del generoso erotismo della cantante di Just a little bit harder. Il peggio sono gli indizi (10 frasi) che l’autrice dà su di sé: “Ho sposato l’amante della moglie dello zio di Carla Bruni”. “Sono la cugina dell’ex marito della cugina di Alain Elkann”. “Il mio primo marito ha passato una lunga notte di Natale con quella che sarebbe diventata la prima moglie di Sarkozy”... Ecco, mi fermo qui, come mi sono fermato a leggere il piatto, anestetico elenco di masturbazioni e scopate, quasi che il sesso lo avesse inventato lei. Quanto all’identità dell’autrice, non ho dubbi che l’abbiate capita anche voi: ma non la diciamo perché, temo, si offenderebbe. Altrimenti, rileggete qui in alto.
(rubrica "acchiappafantasmi" de l'Unità di domenica 20 febbraio 2011)
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2/12/2011
Oltre il giardino
Il poeta Carlo Bordini mi manda un suo testo lapidario che conoscevo già: Il Giudice deve andare in galera / disse il Ladro. Subito pensi a quelli che si riuniscono a Milano al Teatro del Verme (mai nome è suonato più appropriato) a protestare “in mutande” contro i magistrati a difesa dell’impunità del Capo. Profetico, ho detto naturalmente all’amico poeta. Come il finale del Caimano di cui oggi si parla, quasi cronaca in presa diretta. Ma riusciremo finalmente a parlare d’altro? Confesso: la non ultima ragione del mio odio (sì, è la parola giusta) per la pur tragica parodia da Banda Bassotti di 1984 di Orwell che è il berlusconismo, che da 15 anni ci distoglie da altri pensieri, è proprio l’impossibilità di curarmi di altri pensieri. Alla fine tutto rimanda a questo schifo di realtà quotidiana che la storia di Cetto Laqualunque illustra come documentario senza far ridere, anzi dandoci l’ansia. Se non sono stato testimone diretto di chi fregandosene dei boschi butta la sigaretta accesa dando poi le spalle all’incendio che divampa, è pur vero che nella città in cui vivo, quando si esce di casa, è quasi impossibile uscire dai marciapiedi perché le automobili stazionano abusive e impunite su strisce pedonali e spazi invalidi, e chi ha un neonato in carrozzina o un genitore invalido sulla stessa accetta la sconfitta e risale in casa. Ma chi si rassegna è complice, come per le migliaia di buche sulle strade, trappole mortali ai motorini, o i rifiuti che svolazzano e rotolano non dentro, ma nei pressi dei cassonetti. Piccoli berlusconi crescono, ignavi e ignari che l’incurante arroganza, l’ego maniaco insofferente a ogni regola o spazio pubblico, l’ossessione del proprio, del particolare, renderà di merda anche una vita agiata, se ristretta agli orizzonti del proprio zerbino, se lascia che vada in malora tutto il resto là, fuori dalla finestra, od oltre il giardino e il cancello di Arcore.
(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", per l'Unità del 13/2/2011
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1/29/2011
Basta (lettera aperta al Pd)
Chi scrive, sia chiaro, vorrebbe da anni pensare e scrivere altro, soprattutto in una pagina di cultura. Ma trova agghiacciante l’idea, realistica se non addirittura banale, che Berlusconi la sfanghi anche stavolta (come al solito, dicono i giornali esteri, che non disprezzano tanto o solo lui, ma gli Italiani che lo supportano), e sconvolgente che si dibatta della sua criminale, abituale condotta di primo ministro in termini giuridico-legali, versione della difesa contro versione dell’accusa, come se fosse credibile e creduta da qualcuno una ragione diversa per la presenza di escort minorenni ad Arcore la notte; come se non fosse già oltre il limite della dignità di una nazione che un premier debba “rispondere” di cose così ai giudici, e non fosse già ampiamente motivo, ovunque, di dimissioni immediate e vergognose. Ma questo governo è sostenuto (adesso!) da transfughi del Pd (v. Calearo, geniale invenzione delle ultime liste elettorali), mentre il Pd ripete come un mantra, un loop, un disco rotto, che Berlusconi sta “oltrepassando”... che cosa? la misura, i limiti, ecc. Ha già oltrepassato tutto da anni, e da anni c’è bisogno di intransigenza, non di quelle connivenze linguistiche e non solo che hanno eroso la comunità “elettiva” del Pd. Aveva ragione Luttazzi: il "bunga-bunga" è ciò che Berlusconi fa da 15 anni all’Italia (la devastazione antropologica) e alla sinistra consenziente (la corruzione politica e mentale).
Cara Sinistra, caro Pd, sono e siamo stanchi. Per favore, se davvero volete rappresentare me e gli altri che la pensano come me e non ne possono più di questo scempio ignobile, basta con le tattiche, basta con il tè e i biscottini. Uscite dai palazzi e restate in piazza a oltranza, come in Albania e Tunisia, finché questa tragica farsa non si chiuda. Coi despoti non si discute educatamente, si abbattono. Poi parliamo d’altro. D’altro, capite?
(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", l'Unità del 30.1.2011; ma una prima elaborazione su Facebook di questo sfogo, è stato firmato da decine di donne e uomini)
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1/16/2011
Fango
Sono in Germania, ospite dell’Università di Bonn (dove già si rifugiò un tal Luigi Pirandello) per un giro di letture e conferenze. L’altra sera, scegliendo col mio giovane brillante traduttore Johannes von Vacano alcuni brani da H.P. (mio romanzo sul concetto di biografia e di vita privata - e "privata" di cosa), mi imbatto nella frase: «non c’è bisogno di essere perfetti per essere innocenti. Credo che non occorra neppure essere innocenti, per non essere colpevoli». Spiego che essa vale anche capovolta: «non c’è bisogno neppure di essere colpevoli, per non essere innocenti». Ancora non sapevo di avere sulle spalle l’ultima vergogna del Paese da cui provengo: il presidente puttaniere sarebbe anche un presidente che compra minorenni come oggetti sessuali (che a me suona come violenza, o stupro). Leggo i giornali in Internet. Nulla da aggiungere all’editoriale di Concita De Gregorio: «Abbiamo coscienza del baratro?», alle dichiarazioni del Presidente della Camera sull’etica pubblica, del cardinal Bertone sulla legge morale. Perfetta la sintesi del Premier in causa: «solo fango». Sì, da lui solo fango: sull’Italia, le istituzioni, i cittadini, la coscienza morale, l’educazione. Non importa se le ultime inchieste avranno o meno «rilevanza penale»: nessuno crede alla favola di un’altra versione dei fatti. Se per gli scrittori nessun crimine cade mai in prescrizione, qui la condanna è ferma e irreversibile come il disgusto. Perché nessun ministro si dimette? È ciò che mi aspetto, che voglio aspettarmi, da chi ha responsabilità pubbliche delicate come (ad esempio) un ministro della Pubblica Istruzione, responsabile dell’educazione nazionale. L’educazione, non bruscolini. Si dimetta, Ministro: difenda la legge morale, l’educazione civica, i famosi «valori». Qualunque esitazione o obiezione da azzeccagarbugli significherebbe, temo, essere correi del Capo. Solo moralmente, certo. Che è più grave.
(rubrica "acchiappafantasmi", l`Unita` 16.1.2011)
(rubrica "acchiappafantasmi", l`Unita` 16.1.2011)
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12/31/2010
Il pifferaio magico (una storia triste)
Dall'inserto "C'era una volta..." su l'Unità di oggi, una storia non proprio a lieto fine...
Non è una bella storia. Pare che il Paese fosse invaso dai Topi (“ci sono più topi che bambini!”, tuonava la Tv). La gente impaurita protestava per le vie, finché si affacciò in televisione un ometto basso e pelato col sorriso smagliante: “Io vi libererò dai topi. Io ho un potere magico, incantatorio, io sono l’uomo della provvidenza, io io io...”, sbraitava facendo vedere i denti. “Salvaci tu, allora”, disse la gente, e il Presidente approvò: “Sarai ricompensato se fai sparire i topi”. “Nessun problema”, disse in tv l’ometto sorridendo, “datemi un giorno e non ci sarà più neanche un topo, ma da adesso guardate tutti il canale del Piffero in tv”. E si mise a suonare il piffero ridendo, mentre sullo schermo apparve come per magia un’orchestra con ballerini e ballerine nude che facevano le variazioni del piffero. Era una canzone demente che non finiva mai, i topi ne furono incantati e così la gente, tanto che nessun’altra musica si sentì più per il Paese. Ora topi ballerini si esibivano in tv (detta Piffero Tv) e tutti applaudivano i topi della tv del piffero. L’ometto andò a Palazzo a chiedere la ricompensa. “Ti offro la tv”, disse il Presidente. “Quella ce l’ho da un pezzo”, disse il pifferaio (che nel frattempo aveva fatto anche Piffero 1, 2, 3, 4 ecc. tutte uguali), “voglio il tuo Palazzo”. “Col piffero! Piuttosto vado in Tunisia!”. Detto fatto. Il pifferaio ora Presidente fece suonare la canzone del piffero da tutte le tv, la gente storse il naso poi si abituò, e ballò e cantò in coro le canzoni del Piffero. Tutte le bambine divenute cubiste ballavano nude nelle tv del Piffero mentre il pifferaio rideva, i bambini accompagnavano il piffero ininterrottamente. Quelli che si rifiutavano, o erano sordi o zoppi, furono dichiarati Topi ed emigrarono. Restarono solo vecchi, davanti alle tv Piffero 1, 2, 3, 4 ecc., vecchi d’ogni età che si erano dimenticati tutto, ma proprio tutto, del mondo prima del pifferaio. Qualcuno dice che, morto il Pifferaio, un altro uguale lo sostituì, a ridere mostrando i denti e suonare il piffero, ma nessuno si accorgeva più della differenza.
(su l'Unità di oggi, inserto di disegni e favole, "C'era una volta...")
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9/04/2010
Fascismo anestetico e libertà degli autori (sul dibattito "Mondadori")
Premessa: ho pubblicato con Einaudi nel 2007, ho recensito decine di loro libri (e anche di Mondadori), e stimo coloro che portano avanti quel prestigioso marchio editoriale. E continuerei a pubblicarci per la stessa ragione per cui abito in Italia e non sono di nuovo emigrato all’estero, Barcellona o Amsterdam, per esempio (ci vogliono soldi ed energia anche per emigrare). Ma mi ha dato pena leggere sui giornali l’ultimo simulacro di dibattito civile degli scrittori italiani, l’ipocrisia di scoprire oggi imbarazzo a pubblicare per Mondadori o l’enorme arcipelago di aziende cultural-editoriali del primo ministro, come se lo scandalo non fosse identico da 15 anni, come se il problema non fosse l’enorme e abnorme conflitto di interessi, impossibile in una qualsiasi democrazia occidentale. Se è imbarazzante e inopportuno pubblicare oggi per una casa editrice il cui “utilizzatore finale” è Berlusconi, lo era già dal 1993-94, e anche prima di allora, perché la stessa esistenza del suo governo, e la sua discesa in campo, non è dall’inizio che un sotterfugio, un escamotage ad aziendam e ad personam.
Mi ha avvilito la povertà concettuale e sentimentale degli scrittori di sinistra, alcuni dei quali amici, che hanno precisato che la Mondadori non li ha mai censurati né interferito nei loro scritti (ma Saramago è stato censurato e rifiutato: non importa se accade a qualcun altro?), e soprattutto l’assenza di senso del tragico nella posizione di questi scrittori. Nessuno ha indicato la tragica serietà della situazione italiana, il regime linguistico-mediatico-politico guidato da troppi anni da un pubblicitario-padrone, un fascismo anestetico che ha permeato così bene la società da essere stato con ogni evidenza interiorizzato anche dalla società civile colta e di sinistra. Mi ha angosciato che Berlusconi venga considerato una specie di macchietta, un’innocua maschera italiana, qualcuno da cui è facile o anche solo possibile non farsi condizionare o censurare, insomma un problema di codici culturali – argomenti questi che già mostrano la rimozione della realtà, della memoria, della consapevolezza quali sono state programmaticamente, sistematicamente compiute dai governi Berlusconi. Come napalm, ho scritto più volte, il degrado morale e culturale dei governi Berlusconi, e l’influenza da lui esercitata come imprenditore del capitalismo culturale (vedi la definizione ormai classica di Jeremy Rifkin) ha desertificato i luoghi e i modi del pensiero, della Storia, dei valori, della condivisione e della civiltà – cioè concretamente la scuola, l’educazione, la cultura, la Costituzione, la dignità del lavoro, l’ambiente. La non innocente illusione di essere risparmiati e immuni, ne attesta anzi l’avvenuta interiorizzazione. Il pervicace fascismo anestetico di Berlusconi è terribilmente serio e tragico, e ricorda la lucidità del programma di Joseph Goebbels: “Bisogna forgiare e limare le persone fino a quando saranno diventate schiave, questo è uno dei compiti principali della radio tedesca”. Nel suo recente La libertà dei servi (Laterza) Maurizio Viroli spiega perfettamente come noi, cittadini italiani sottoposti a un potere enorme, non possiamo dirci liberi se non nel senso della libertà dei sudditi o dei servi. O, come ingiustamente è stato detto solo per le donne, di cortigiani e cortigiane. In inglese si dice escort. Siam tutti escort - editori escort, scrittori escort, giornalisti escort, e così via.
Ecco la consapevolezza del tragico di cui ho sentito così fortemente la mancanza nel dibattito attuale, dove è assente e sradicato anche quel minimo di continuità di pensiero e di memoria che ci dovrebbe far sentire contemporanei ai Minima moralia di Adorno, a quella “triste scienza” (traurige wissenschaft) che è poi la coscienza morale, doloroso rovescio della “gaia scienza” di Nietzsche, oggi possibile solo nelle forme dell’orgia del potere berlusconiano, una immaginazione al potere e del potere che beffa il celebre slogan del ’68. Ben prima della società della pubblicità in cui saltellano e rimbalzano innocue le voci odierne, furono dette e scritte cose irreversibili sull’industria culturale, sui presupposti di un degrado della realtà cui Berlusconi, riconosciamolo, ha soltanto appesa il proprio cappello. Ma abbiamo rimosso, o appollaiato come soprammobile sulla credenza, anche il Pasolini della scomparsa delle lucciole, quello che scriveva “Ho visto dunque ‘coi miei sensi’ il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione”. Lasciamo che sia Tremonti a citare Marx, la cui attualità è di un’evidenza abbacinante, perdiamo ogni consapevolezza e responsabilità intellettuale degli ultimi cinquant’anni, le analisi che mai come oggi descrivono la realtà dell’Italia.
Siamo in un paese dove “pensare” è sentito come sinonimo di “essere tristi”, dove la constatazione del successo di un prodotto (che sia un libro o un leader politico) soppianta il giudizio di valore, dove l’opposizione politica di sinistra ha preferito condividere linguaggio, logica e agenda con la destra invece che col proprio popolo elettivo; e dove anche scrittori e intellettuali hanno interiorizzato i meccanismi e le retoriche del potere e del datore di lavoro, invece di denunciarne la stessa colonizzazione della mente di cui siamo – tutti, nessuno escluso – vittime e conniventi. Non stupisce se Marchionne dice “basta coi conflitti capitale e lavoro”, “la lotta di classe è cosa del passato”, pur facendola lui, e guadagnando, per la prima volta nella Storia, 400 volte più dei tre operai licenziati.
Non è colpa del cineasta essere distribuito da Medusa, ma il suo imbarazzo sia atto d’accusa verso un capo di governo che ha interessi anche nel cinema, che condiziona e decide quali film sono distribuiti, cioè visti, nelle sale (ciò che accadde in Europa solo con Hitler e Mussolini). Non vi sia accusa né proscrizione verso gli autori che pubblicano con la galassia Mondadori, ma vi sia in loro consapevolezza e non abitudine, conflitto e non rassegnazione, che è anticamera dell’assuefazione e del collaborazionismo. Infine, ecco la mia personale verità: non so altri, ma io pubblicherei ancora con Mondadori perché il mio lavoro è di difficile remunerazione, e in Italia, dove il lavoro intellettuale è il più umiliato (si pensi agli insegnanti) è già tanto non sentirsi in colpa ad essere scrittori. Difficile trovare una casa editrice non connessa alla galassia Mondadori, ma soprattutto che sia in grado di pagare, e al tempo stesso non abbia interiorizzato i criteri di spettacolarizzazione, mercificazione e rapido consumo che caratterizza oggi il mercato culturale e delle idee, commisurate ai sondaggi e non al loro valore. Mondadori paga meglio? E’ importante per vivere. Parliamo allora di questo, di povertà, di bisogni, di spazi di espressione, e del lusso eventuale di pubblicare (sono sicuro che Eugenio Scalfari se lo potrebbe permettere) di pubblicare con altri editori il cui “utilizzatore finale” non sia Berlusconi, avversario del giornale che lui rappresenta. Rovesciando il titolo del libro che otto anni fa pubblicammo anche con questo giornale (sottotitolo: “Voci contro il regime”), siamo in vendita. Per forza.
P.S. 1 Nel dibattito sui giornali abbiamo letto molte parole vuote, questo è un fatto. L’anestesia (il fascismo) è definitivamente compiuta da quando i fatti - tutti - sono solo parole.
P.S.2 Leggo su Repubblica di ieri che Vito Mancuso è rientrato nel merito della questione, annunciando che, dopo i libri già annunciati per Mondadori, cambierà editore.
(una versione più ridotta di questo intervento appare oggi sul giornale l'Unità)
Mi ha avvilito la povertà concettuale e sentimentale degli scrittori di sinistra, alcuni dei quali amici, che hanno precisato che la Mondadori non li ha mai censurati né interferito nei loro scritti (ma Saramago è stato censurato e rifiutato: non importa se accade a qualcun altro?), e soprattutto l’assenza di senso del tragico nella posizione di questi scrittori. Nessuno ha indicato la tragica serietà della situazione italiana, il regime linguistico-mediatico-politico guidato da troppi anni da un pubblicitario-padrone, un fascismo anestetico che ha permeato così bene la società da essere stato con ogni evidenza interiorizzato anche dalla società civile colta e di sinistra. Mi ha angosciato che Berlusconi venga considerato una specie di macchietta, un’innocua maschera italiana, qualcuno da cui è facile o anche solo possibile non farsi condizionare o censurare, insomma un problema di codici culturali – argomenti questi che già mostrano la rimozione della realtà, della memoria, della consapevolezza quali sono state programmaticamente, sistematicamente compiute dai governi Berlusconi. Come napalm, ho scritto più volte, il degrado morale e culturale dei governi Berlusconi, e l’influenza da lui esercitata come imprenditore del capitalismo culturale (vedi la definizione ormai classica di Jeremy Rifkin) ha desertificato i luoghi e i modi del pensiero, della Storia, dei valori, della condivisione e della civiltà – cioè concretamente la scuola, l’educazione, la cultura, la Costituzione, la dignità del lavoro, l’ambiente. La non innocente illusione di essere risparmiati e immuni, ne attesta anzi l’avvenuta interiorizzazione. Il pervicace fascismo anestetico di Berlusconi è terribilmente serio e tragico, e ricorda la lucidità del programma di Joseph Goebbels: “Bisogna forgiare e limare le persone fino a quando saranno diventate schiave, questo è uno dei compiti principali della radio tedesca”. Nel suo recente La libertà dei servi (Laterza) Maurizio Viroli spiega perfettamente come noi, cittadini italiani sottoposti a un potere enorme, non possiamo dirci liberi se non nel senso della libertà dei sudditi o dei servi. O, come ingiustamente è stato detto solo per le donne, di cortigiani e cortigiane. In inglese si dice escort. Siam tutti escort - editori escort, scrittori escort, giornalisti escort, e così via.
Ecco la consapevolezza del tragico di cui ho sentito così fortemente la mancanza nel dibattito attuale, dove è assente e sradicato anche quel minimo di continuità di pensiero e di memoria che ci dovrebbe far sentire contemporanei ai Minima moralia di Adorno, a quella “triste scienza” (traurige wissenschaft) che è poi la coscienza morale, doloroso rovescio della “gaia scienza” di Nietzsche, oggi possibile solo nelle forme dell’orgia del potere berlusconiano, una immaginazione al potere e del potere che beffa il celebre slogan del ’68. Ben prima della società della pubblicità in cui saltellano e rimbalzano innocue le voci odierne, furono dette e scritte cose irreversibili sull’industria culturale, sui presupposti di un degrado della realtà cui Berlusconi, riconosciamolo, ha soltanto appesa il proprio cappello. Ma abbiamo rimosso, o appollaiato come soprammobile sulla credenza, anche il Pasolini della scomparsa delle lucciole, quello che scriveva “Ho visto dunque ‘coi miei sensi’ il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione”. Lasciamo che sia Tremonti a citare Marx, la cui attualità è di un’evidenza abbacinante, perdiamo ogni consapevolezza e responsabilità intellettuale degli ultimi cinquant’anni, le analisi che mai come oggi descrivono la realtà dell’Italia.
Siamo in un paese dove “pensare” è sentito come sinonimo di “essere tristi”, dove la constatazione del successo di un prodotto (che sia un libro o un leader politico) soppianta il giudizio di valore, dove l’opposizione politica di sinistra ha preferito condividere linguaggio, logica e agenda con la destra invece che col proprio popolo elettivo; e dove anche scrittori e intellettuali hanno interiorizzato i meccanismi e le retoriche del potere e del datore di lavoro, invece di denunciarne la stessa colonizzazione della mente di cui siamo – tutti, nessuno escluso – vittime e conniventi. Non stupisce se Marchionne dice “basta coi conflitti capitale e lavoro”, “la lotta di classe è cosa del passato”, pur facendola lui, e guadagnando, per la prima volta nella Storia, 400 volte più dei tre operai licenziati.
Non è colpa del cineasta essere distribuito da Medusa, ma il suo imbarazzo sia atto d’accusa verso un capo di governo che ha interessi anche nel cinema, che condiziona e decide quali film sono distribuiti, cioè visti, nelle sale (ciò che accadde in Europa solo con Hitler e Mussolini). Non vi sia accusa né proscrizione verso gli autori che pubblicano con la galassia Mondadori, ma vi sia in loro consapevolezza e non abitudine, conflitto e non rassegnazione, che è anticamera dell’assuefazione e del collaborazionismo. Infine, ecco la mia personale verità: non so altri, ma io pubblicherei ancora con Mondadori perché il mio lavoro è di difficile remunerazione, e in Italia, dove il lavoro intellettuale è il più umiliato (si pensi agli insegnanti) è già tanto non sentirsi in colpa ad essere scrittori. Difficile trovare una casa editrice non connessa alla galassia Mondadori, ma soprattutto che sia in grado di pagare, e al tempo stesso non abbia interiorizzato i criteri di spettacolarizzazione, mercificazione e rapido consumo che caratterizza oggi il mercato culturale e delle idee, commisurate ai sondaggi e non al loro valore. Mondadori paga meglio? E’ importante per vivere. Parliamo allora di questo, di povertà, di bisogni, di spazi di espressione, e del lusso eventuale di pubblicare (sono sicuro che Eugenio Scalfari se lo potrebbe permettere) di pubblicare con altri editori il cui “utilizzatore finale” non sia Berlusconi, avversario del giornale che lui rappresenta. Rovesciando il titolo del libro che otto anni fa pubblicammo anche con questo giornale (sottotitolo: “Voci contro il regime”), siamo in vendita. Per forza.
P.S. 1 Nel dibattito sui giornali abbiamo letto molte parole vuote, questo è un fatto. L’anestesia (il fascismo) è definitivamente compiuta da quando i fatti - tutti - sono solo parole.
P.S.2 Leggo su Repubblica di ieri che Vito Mancuso è rientrato nel merito della questione, annunciando che, dopo i libri già annunciati per Mondadori, cambierà editore.
(una versione più ridotta di questo intervento appare oggi sul giornale l'Unità)
7/17/2010
Le verità nascoste (la nuova caverna)
Chi l’avrebbe detto che lo stranoto “mito della caverna” di Platone, non a caso contenuto in un trattato politico (La Repubblica), si sarebbe riprodotto in questo Paese con tanta drammatica fedeltà. La posta in gioco non è solo conoscitiva - far sapere agli altri che le ombre proiettate nella caverna non sono la realtà, e che fuori (dalla caverna) c’è un mondo – ma riguarda il destino e la sopravvivenza della democrazia e della cittadinanza.
Poiché faccio parte della nicchia di lettori di giornali ho accesso a molte notizie. Nel corso della settimana molti elementi si sono aggiunti allo scempio posto in atto dal governo; mi hanno poi colpito l’aggressione della polizia alla manifestazione dei terremotati dell’Aquila, quella analoga a un corteo di operai a Milano, il licenziamento di tre dipendenti della Fiom a Pomigliano, ecc. Non pongo la domanda retorica su come sono state date queste e altre notizie sul Tg1 e sui Tg Mediaset. La maggior parte degli elettori di questo Paese non ha accesso alla realtà dei fatti perché guarda appunto il Tg1 e i Tg Mediaset e vota Berlusconi. La maggior parte degli elettori di questo paese, come gli abitanti della caverna di Platone, non sa nulla dei discorsi del presidente della Camera Fini a difesa della legalità, lo considera un traditore, e sono gli stessi che approvano l’idea di uno sciopero dei lettori di giornali (anche se non comprano mai giornali). Nulla sanno della corruzione, della camorra al governo, delle puttane del Capo ecc. Lo sanno in tutto il mondo, ma in Italia no. E’ un fatto. Il mio è un appello ai politici democratici e repubblicani di qualunque schieramento: se andate in tv, su Raiuno e Mediaset soprattutto, non dite altro che questo, guardando le telecamere: le verità nascoste. Avvertite il popolo nell’ombra della caverna della gravità taciuta. Non dite altro, senza narcisismo, senza darvi di gomito.
(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità di domenica 18 luglio)
Poiché faccio parte della nicchia di lettori di giornali ho accesso a molte notizie. Nel corso della settimana molti elementi si sono aggiunti allo scempio posto in atto dal governo; mi hanno poi colpito l’aggressione della polizia alla manifestazione dei terremotati dell’Aquila, quella analoga a un corteo di operai a Milano, il licenziamento di tre dipendenti della Fiom a Pomigliano, ecc. Non pongo la domanda retorica su come sono state date queste e altre notizie sul Tg1 e sui Tg Mediaset. La maggior parte degli elettori di questo Paese non ha accesso alla realtà dei fatti perché guarda appunto il Tg1 e i Tg Mediaset e vota Berlusconi. La maggior parte degli elettori di questo paese, come gli abitanti della caverna di Platone, non sa nulla dei discorsi del presidente della Camera Fini a difesa della legalità, lo considera un traditore, e sono gli stessi che approvano l’idea di uno sciopero dei lettori di giornali (anche se non comprano mai giornali). Nulla sanno della corruzione, della camorra al governo, delle puttane del Capo ecc. Lo sanno in tutto il mondo, ma in Italia no. E’ un fatto. Il mio è un appello ai politici democratici e repubblicani di qualunque schieramento: se andate in tv, su Raiuno e Mediaset soprattutto, non dite altro che questo, guardando le telecamere: le verità nascoste. Avvertite il popolo nell’ombra della caverna della gravità taciuta. Non dite altro, senza narcisismo, senza darvi di gomito.
(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità di domenica 18 luglio)
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6/26/2010
Canale Mussolini e radio Berlusconi
La tragica vicenda dell’ultimatum della Fiat a Pomigliano d’Arco - lavoro o diritti, salario con rinuncia alle regole o disoccupazione e camorra – travalica politica ed economia, e segna una svolta antropologica epocale. Come la questione dei rifiuti, l’inquinamento irreversibile della terra, l’alienazione della specie umana (già profetizzata da Marx), essa implica l’accettazione e interiorizzazione dei criteri voluti dai dominatori per piegare i dominati (e scusate se questa volta semplifico, come nella metafora delle rane bollite di due settimane fa). “C’è la crisi”, dicono. Ma il diagramma del profitto resta intatto, è solo la civiltà a soccombere. Rientrano nell’interiorizzazione del punto di vista del dominatore, diciamo pure dello spirito del tempo, naturalmente anche la cultura, la tv, le “grandi opere”, i libri (mi auguro che, al di là dei meriti letterari, quest’anno vinca il Premio Strega Canale Mussolini di Pennacchi), la vendita delle idee al supermercato dei sondaggi, la scuola e i temi di maturità. Delle tracce di quest’anno mi ha colpito il dannunzianesimo del tema sul “piacere” (perfetto per naturalizzare e normalizzare l’edonismo puttanesco e neroniano di Berlusconi e i suoi cantori, Bondi e Apicella), e quello intitolato “Il ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Parlano i leader”, dove per leader si intendono (sullo stesso piano e con pari legittimità di citazioni) il dittatore Benito Mussolini, il costituente Palmiro Togliatti, lo statista Aldo Moro e papa Giovanni Paolo II. L’educativa citazione di Mussolini è tratta dalla rivendicazione dell’assassinio di Matteotti nel 1924: “io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto” (applausi vivissimi), “se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! (applausi). Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! (vivissimi e prolungati applausi)”. Esaltante, no?
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3/30/2010
Daniele Luttazzi e l'etica dell'evidenza
Francesco Piccolo (l’Unità del 29/3) scrive sul maschilismo di sinistra, citando a esempio la classifica dei lettori del vecchio settimanale satirico Cuore, “le cose per cui vale la pena vivere”, che al primo posto aveva “la fica” (e che altro ci si dovrebbe mettere, l'iPhone? il denaro? Sarebbe comunque interessante rileggere tutta la classifica). Poi, sul monologo di Daniele Luttazzi a Raiperunanotte, conclude: “Luttazzi e Berlusconi si assomigliano più di quanto amino credere”. Lo dice senza argomentarlo, per buon senso, come se il “buon senso” fosse un’autoevidenza, e non una credenza in bilico tra superstizione e autocensura. Penso viceversa che tra i disastri della sinistra oggi in Italia vi sia il cristallizzarsi in una postura moralista, e l’aver lasciato il campo della “trasgressione” alla destra (v. la caricatura goliardica di uno Sgarbi).
Luttazzi ha detto che la dittatura di Berlusconi è come l’ultima fase dell’essere sodomizzati. Certo, ha detto di più. Il suo procedimento linguistico consiste non nell’alludere (l’allusione è ironica, ma anche mafiosa o berlusconiana), ma nel far vedere, materializzando il fantasma della realtà oltre l’uso di metafore. Da qui la potenza, e lo scandalo. Lui dice mestruo (lo beve), dice piscia, merda: la mostra. Dice inculare (e lo mostra). Il senso è identico a quello del Cavalier Banana con l’ombrello a cui ci ha abituati Altan. Ma in Luttazzi è iperreale, evidente, disturbante. (E' un prodìcedimento stilistico noto agli antichi: in greco si chiamava enàrgeia, che i latini tradussero evidentia: ciò che sta davanti agli occhi). Quanto al dire di amare la fica (Cuore), so bene che nei labirinti del politicamente corretto, ogni due parole tre sono sconvenienti. Per questo sottolineo il carattere soggettivo di ogni enunciazione: la frase più oggettiva è già confessione del proprio sguardo; il neutro non esiste. E’ la censura a limitare il dicibile e il visibile fino a renderli norma, o buon senso).
Francesco Piccolo ha il torto di semplificare. Luttazzi quello di turbare e far pensare. Berlusconi, maestro di semplificazione, evita e bandisce accuratamente ogni seme di perplessità o di pensiero. Già questo pone Luttazzi ad anni luce. Berlusconismo è far leva sul “buon senso” come ovvietà, un darsi di gomito tra complici, evasori e puttanieri, un’unanimità sazia e priva di dubbi, mai approfondita. E’ la semplificazione estrema: non pensieri, ma slogan.
Ma dietro la condanna a Luttazzi vedo la solitudine di Pasolini, i processi e i sequestri dei suoi film. Vedo il trionfo di Videocracy, potere e pornografia, fascismo estetico e politico, e soprattutto censura. Tolto Luttazzi, dovremo aspettare un altro straniero, come lo svedese Gandini, per vedere la realtà dietro le nebbie del “buon senso”?
(una versione ahimè più ridotta è in uscita su l'Unità)
Luttazzi ha detto che la dittatura di Berlusconi è come l’ultima fase dell’essere sodomizzati. Certo, ha detto di più. Il suo procedimento linguistico consiste non nell’alludere (l’allusione è ironica, ma anche mafiosa o berlusconiana), ma nel far vedere, materializzando il fantasma della realtà oltre l’uso di metafore. Da qui la potenza, e lo scandalo. Lui dice mestruo (lo beve), dice piscia, merda: la mostra. Dice inculare (e lo mostra). Il senso è identico a quello del Cavalier Banana con l’ombrello a cui ci ha abituati Altan. Ma in Luttazzi è iperreale, evidente, disturbante. (E' un prodìcedimento stilistico noto agli antichi: in greco si chiamava enàrgeia, che i latini tradussero evidentia: ciò che sta davanti agli occhi). Quanto al dire di amare la fica (Cuore), so bene che nei labirinti del politicamente corretto, ogni due parole tre sono sconvenienti. Per questo sottolineo il carattere soggettivo di ogni enunciazione: la frase più oggettiva è già confessione del proprio sguardo; il neutro non esiste. E’ la censura a limitare il dicibile e il visibile fino a renderli norma, o buon senso).
Francesco Piccolo ha il torto di semplificare. Luttazzi quello di turbare e far pensare. Berlusconi, maestro di semplificazione, evita e bandisce accuratamente ogni seme di perplessità o di pensiero. Già questo pone Luttazzi ad anni luce. Berlusconismo è far leva sul “buon senso” come ovvietà, un darsi di gomito tra complici, evasori e puttanieri, un’unanimità sazia e priva di dubbi, mai approfondita. E’ la semplificazione estrema: non pensieri, ma slogan.
Ma dietro la condanna a Luttazzi vedo la solitudine di Pasolini, i processi e i sequestri dei suoi film. Vedo il trionfo di Videocracy, potere e pornografia, fascismo estetico e politico, e soprattutto censura. Tolto Luttazzi, dovremo aspettare un altro straniero, come lo svedese Gandini, per vedere la realtà dietro le nebbie del “buon senso”?
(una versione ahimè più ridotta è in uscita su l'Unità)
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3/13/2010
Che altro dire?
Che altro dire che non abbiamo ripetuto in questi anni? Chi ancora sostiene il delirio eversivo del Capo del governo dovrebbe riconoscere un limite, una frontiera dell’evidenza, del principio di realtà. Capivo la chimera di andare al banchetto col miliardario nell’illusione di assomigliargli, ma ci si è accorti che al banchetto si era sì convocati, ma come scatolette di tonno? Se non si riconosce il remix dei mussoliniani proclami dal balcone di Palazzo Venezia, se l’anestesia morale e cognitiva è ormai cecità, si badi: ogni dittatura avanza per graduale abitudine dei cittadini, degradati a spettatori intimiditi; giorno dopo giorno si accetta tutto, anche la sparizione e l'omicidio del vicino di casa ebreo e/o comunista, o i bambini morti bruciati nei campi rom; il sopruso, l’informazione distorta ma indiscutibile, l’unica consentita. Nello stravolgimento orwelliano della realtà, chi è liberale è tacciato di estremismo e messo all’indice.
Leggo che, dopo il fermo di polizia a uno skinhead che voleva importare in Italia il Ku Klux Klan (organizzazione neo-nazista Usa), il gruppo di estrema destra Forza Nuova (alleato di Berlusconi e della Polverini), grida alla “repressione liberticida”: paladini della libertà di toglierla agli altri, di essere fascisti (e ho paura dei loro travestimenti al corteo del Pdl il 20 marzo). Ma non è più un paradosso. Il nuovo fascismo era già visibile nel Partito della Libertà e dell’Amore, nell’uso cinico e indecente di queste parole. Che altro dire? Questo, con voce forte e chiara: che il capo del governo è un nemico della democrazia, vergogna per l’Italia e per l’Europa. Lo dica il segretario del maggior partito d’opposizione, senza delegare ad altri più pittoreschi. E la destra autentica si ribelli contro la sua strumentale caricatura che istiga alla guerra civile (N.d.A: scritto ieri, h. 10,50).
(rubrica "acchiappafantasmni", in uscita su l'Unità di domenica 14 marzo)
Leggo che, dopo il fermo di polizia a uno skinhead che voleva importare in Italia il Ku Klux Klan (organizzazione neo-nazista Usa), il gruppo di estrema destra Forza Nuova (alleato di Berlusconi e della Polverini), grida alla “repressione liberticida”: paladini della libertà di toglierla agli altri, di essere fascisti (e ho paura dei loro travestimenti al corteo del Pdl il 20 marzo). Ma non è più un paradosso. Il nuovo fascismo era già visibile nel Partito della Libertà e dell’Amore, nell’uso cinico e indecente di queste parole. Che altro dire? Questo, con voce forte e chiara: che il capo del governo è un nemico della democrazia, vergogna per l’Italia e per l’Europa. Lo dica il segretario del maggior partito d’opposizione, senza delegare ad altri più pittoreschi. E la destra autentica si ribelli contro la sua strumentale caricatura che istiga alla guerra civile (N.d.A: scritto ieri, h. 10,50).
(rubrica "acchiappafantasmni", in uscita su l'Unità di domenica 14 marzo)
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3/06/2010
Decreti legge urgenti (nel centenario di Ennio Flaiano)
Ecco alcune tra le tante proposte di legge di elettori e rappresentanti eletti del Popolo della Libertà che saranno tradotte presto in decreti da far firmare al Capo dello Stato:
“Ieri sera ho fatto tardi e tornando a casa non ho fatto in tempo a comprare il latte. Chiaramente la mia famiglia è stata fortemente penalizzata per la colazione di stamattina. Chiedo quindi al Presidente un decreto legge per l’apertura continuata dei lattai in modo che non si ripetano fatti così gravi e lesivi per la libertà individuale”.
“Essendo scaduto il termine delle iscrizioni alle scuole, fissato arbitrariamente da una legge antidemocratica, chiedo al Presidente una speciale e doverosa proroga in forma di decreto urgente (per l’iscrizione di mio figlio, non per quella di altri) in quanto la mia famiglia e io siamo a sciare a Cortina per prolungamento della settimana bianca”.
“Al Presidente della Repubblica: prego firmare questo decreto urgente appena redatto sul mio iPhone onde far tornare indietro a prendermi il treno Eurostar delle 8,10, partito sfacciatamente a quell’ora senza aspettarmi. Stavo finendo la colazione al bar della stazione e il cappuccino era bollente”.
“Al ritorno da un viaggio in barca apprendo che la gara d’appalto per l’edificazione della Caserma dei Pompieri e l’Ospedale di Quaggiù è stata chiusa e aggiudicata ad altri. E’ una chiara limitazione illiberale e quindi è urgente un decreto per l’immediata riapertura della gara, non avendo la mia società, che è la migliore, potuto partecipare. ‘Non sarà uno scoglio ad arginare il mare!’”*.
Mentre molti simili provvedimenti aspettano la firma in Quirinale, cogliamo l’occasione per ricordare, nel centesimo compleanno di Ennio Flaiano, una delle sue frasi più illuminanti e definitive: “Essere italiani è una fatica inutile”.
*E' il ridicolo slogan, mutuato da una canzone di Lucio Battisti, declamato da Renata Polverini e suoi seguaci nella manifestazione a Piazza Farnese contro le regole elettorali, pochi giorni fa.
(per l'Unità di domenica 7 marzo 2010, rubrica "acchiappafantasmi")
“Ieri sera ho fatto tardi e tornando a casa non ho fatto in tempo a comprare il latte. Chiaramente la mia famiglia è stata fortemente penalizzata per la colazione di stamattina. Chiedo quindi al Presidente un decreto legge per l’apertura continuata dei lattai in modo che non si ripetano fatti così gravi e lesivi per la libertà individuale”.
“Essendo scaduto il termine delle iscrizioni alle scuole, fissato arbitrariamente da una legge antidemocratica, chiedo al Presidente una speciale e doverosa proroga in forma di decreto urgente (per l’iscrizione di mio figlio, non per quella di altri) in quanto la mia famiglia e io siamo a sciare a Cortina per prolungamento della settimana bianca”.
“Al Presidente della Repubblica: prego firmare questo decreto urgente appena redatto sul mio iPhone onde far tornare indietro a prendermi il treno Eurostar delle 8,10, partito sfacciatamente a quell’ora senza aspettarmi. Stavo finendo la colazione al bar della stazione e il cappuccino era bollente”.
“Al ritorno da un viaggio in barca apprendo che la gara d’appalto per l’edificazione della Caserma dei Pompieri e l’Ospedale di Quaggiù è stata chiusa e aggiudicata ad altri. E’ una chiara limitazione illiberale e quindi è urgente un decreto per l’immediata riapertura della gara, non avendo la mia società, che è la migliore, potuto partecipare. ‘Non sarà uno scoglio ad arginare il mare!’”*.
Mentre molti simili provvedimenti aspettano la firma in Quirinale, cogliamo l’occasione per ricordare, nel centesimo compleanno di Ennio Flaiano, una delle sue frasi più illuminanti e definitive: “Essere italiani è una fatica inutile”.
*E' il ridicolo slogan, mutuato da una canzone di Lucio Battisti, declamato da Renata Polverini e suoi seguaci nella manifestazione a Piazza Farnese contro le regole elettorali, pochi giorni fa.
(per l'Unità di domenica 7 marzo 2010, rubrica "acchiappafantasmi")
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