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9/13/2013

Hello

Mi scuso della prolungata assenza di parole. Un blog muto silenzioso è una cosa strana, però ora va così. 
Non è perché in questo periodo sono in India (ogni tanto ho il wifi, come adesso, a Puri, sull'Oceano Indiano), è perché sia qui che in Italia trovo molto difficile "pubblicare" parole che siano non dico "giuste" (non lo pretendo molto spesso), ma di cui possa non provare il disagio della vergogna, dopo quello dell'inadeguatezza e della non opportunità; o di cui almeno possa non vergognarmi dopo pochissimo tempo...
Aspetto poi di avere parole (e l'opportunità di offrirle) riguardo alle quali possa sperare che non mi si cancellino immediatamente nel rumore di fondo, tra tutte le altre parole che sgomitano nella semiosfera come batteri, o come pezzi di plastica nelle discariche; parole che, viceversa, non  abbiano la presunzione di non appartenere alla grande discarica cui tutti perveniamo prima o poi...

   Va beh, ci sentiamo, ci leggeremo.
   Comunque sia, correggo e rivedo il malloppo di uno strano romanzo che entro questo mese consegnerò a chi di dovere. Alla mia destra l'Oceano Indiano con le sue onde lunghissime e continue sembra immobile. Anche l'immenso a volte sembra limitato, e lo è, perché è il guardare stesso, il vedere, che è fatto di limiti, attestazione di limiti - come tutti i sensi, mente compresa. (Questa non è filosofia).
   

3/12/2011

Non parlare coi fascisti

“Non mi indigno più, provo disgusto”, ha detto don Luigi Ciotti in un incontro alla Statale di Milano, “quando vedo deridere la legalità, la giustizia, per tutelare i propri interessi e le proprie vicende giudiziarie”: “Il primo testo antimafia è la Costituzione Italiana”, ha aggiunto. Ripenso alle frasi di Piero Calamandrei (uno dei nostri Padri): la Costituzione è nata “nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità”. Poi rivedo su un giornale il cartello di una manifestazione di qualche tempo fa: “Via dalle istituzioni chi straccia la Costituzione”... Cosa altro aggiungere, a parole?
   Mi viene in mente invece il silenzio: quello di Enrico Berlinguer quando, in una civile trasmissione sulla Rai di allora col moderatore Jacobelli, un esponente del Movimento sociale italiano (l’estrema destra), in deroga all’etichetta, gli rivolse una domanda diretta. Berlinguer restò in silenzio come se non avesse udito, e così a lungo che Jacobelli glielo fece notare imbarazzato (la tv non sopporta i silenzi). A lui Berlinguer rispose fermo e serafico: “Coi fascisti non parlo”.
   Scrivo questa rubrica il mattino di sabato, prima della manifestazione, per non rischiare di farmi prendere dall’euforia descritta da Silvia Bonucci nel suo bel romanzo Distanza di fuga (Sironi), quando il personaggio osserva “tutti quei volti allegri e partecipi e si chiede come possa un semplice comune sentire dar loro l’illusione di essere più forti, fargli dimenticare, anche solo per qualche ora, che il mondo è diverso da quello che vorrebbero”. Vincere per la democrazia non è mai stato facile, ma è accaduto. Non riaccadrà finché dalla nostra parte si continuerà a legittimarne il nemico dichiarato, finché qualcuno continuerà a illudersi di negoziare col cialtrone, fascista per interesse, simile al Joker di Batman; finché continueremo a commentare e biografare, in perpetuo ritardo, la resistibile caduta della democrazia in Italia.

(rubrica domenicale "acchiappafntasmi", su l'Unità del 13/03/11)

12/26/2010

La creazione del mondo (frammento da un vecchio racconto)

Frammento da un mio vecchio racconto (“The Golden Age”, in: Oggetti smarriti e altre apparizioni; e, con altra ambientazione, nel romanzo Tolbiac)


   ... e una sera, tra gli ultimi canti di uccelli, mentre la terra diventava scura, il cielo rosa e rosso e il mare giù in fondo pallido e incolore, circondato di gatti che mi gironzolavano ai piedi mentre G. cucinava bistecche e sfornava il pane, con una coperta sulle spalle e un bicchiere di vino in mano io mi addormentai. E sognai la creazione del mondo (anni dopo avrei inserito questo sogno in un romanzo).
   
   Quando Dio creò il Mondo, egli lo divise in tre parti, impiegando tre giorni. Creò dapprima Tutte le cose che finiscono in polvere: i corpi, le cose, le erbe, i sassi, le case, e anche l’aria e i liquidi. E la bellezza, che finisce anch’essa in polvere. Poi creò Tutte le cose che luccicano: le stelle, le lucciole, i brillanti, i fuochi, le lampadine e i fanali. E le illusioni, i desideri, i miti, i valori e altre cose luccicanti. Creò infine Tutte le cose che trillano: i grilli, le cicale, i telefoni, i campanelli, gli uccellini, le idee e frasi magniloquenti, e i cosiddetti nobili sentimenti. Il mondo era fatto, ma Dio passò alcuni giorni a pensare senza pensare, nell'ampiezza senza confini della sua conoscenza, che Tutte le cose dei tre regni si mutano continuamente l’una nell'altra, e Tutte le Cose che Trillano e Tutte le cose che Luccicano finiscono anch’esse in Polvere, ma ciononostante esse sempre si ricreano e continuano a Trillare e Luccicare. “Polvere di Stelle”, pensò (con un sorriso) senza pensare. Il resto dei giorni, Dio si rese conto di avere creato l'Impermanenza. “Tutto si muta in Tutto, pensò Dio senza pensare. E’ questa la Vita, e si chiamerà così, la Vita Stessa, e infatti è ...”
   Il mio sognò si interruppe qui, e mi svegliai con la sensazione che una verità fondamentale - una Polvere Trillante e Luccicante - si fosse volatilizzata in un invisibile, immemorabile Silenzio. Silenzio che è propriamente, se esiste, la Voce di Dio.
   Intanto le bistecche erano pronte e sfrigolanti, e anche il pane. Nella testa mi risuonava una canzone che non ricordavo di avere mai saputo:
... tutte le cose che cadono
tutte le cose che appaiono
tutte le cose che finiscono in mare
tutte le cose che si lasciano andare...

(nell'immagine-copertina, particolare di un dipinto di Cathy Josefowitz, "Ojai")

10/17/2010

Silenzio "ad alta voce"

Mentre a Roma si svolgeva la forte, pacifica e sacrosanta manifestazione della Fiom, a Bologna la gente si radunava in vari luoghi e orari ad ascoltare scrittori che leggevano testi (di altri scrittori) per la decima edizione della rassegna “Ad alta voce”, quest’anno sul tema della memoria. Una cerimonia civile e comunitaria, lontana dalla passività del virtuale e della televisione, in cui ho ascoltato testi di Sebald, Gramsci, Bunuel, Arendt e tantissimi altri. C’ero anch’io, nel cortile-giardino antistante il Museo della memoria di Ustica. Con l’aiuto delle voci di due amici (Lisa Bentini e Carlo Lucarelli) ho letto semplicemente l’elenco dei nomi delle vittime del lavoro del 2010, che ammontano a circa 350. Il nome, l’età, e la litania agghiacciante delle cause delle morti bianche: soffocato in una cisterna, schiacciato da un muletto, travolto da una pala, soffocati dalle esalazioni del gas di un silos, caduto da un’impalcatura, schiacciato da una putrella, fracassati dagli ingranaggi di..., e così via, le parole si ripetono con poche tragiche varianti, mentre le voci si sovrapponevano. Ci siamo commossi: è quando si danno i nomi ai danni, cioè ai morti collaterali di una guerra, o peggio di una civiltà - una civiltà basata sul lavoro; è quando si liberano le storie dall’anonimato della Storia che ci accorgiamo dell’evidenza nascosta di ciò che diciamo “realtà”, con un effetto di svelamento che è quasi illuminazione. Ho fatto precedere il rosario dei nomi dalla lettura di una poesia, Zéinch minéut (“Cinque minuti”) del grande Raffaello Baldini, traducendo dal suo al mio dialetto. Dice la sua poesia che non si sente niente, se non state zitti, se non stiamo zitti tutti. Invita tutti a tacere: ecco, così. Però, dice alla fine, anche se stiamo tutti zitti “non si sente niente lo stesso, però / che roba, senti che roba a star zitti tutti”.

(rubrica "acchiappafantasmi" su l'Unità di oggi)

7/25/2010

In a Silent (& Salent) Way

Sono in Salento, e in una piccola bellissima baia raggiungo, isolato tra gli scogli e il mare che brilla maestoso, un chioschetto coi tavolini, immagine della sosta ideale. Mi siedo, e mi accorgo che dagli altoparlanti strilla la voce di Michael Jackson. Non ho niente contro la voce di Michael Jackson e i ritmi che la accompagnano, tuttavia lì mi appare incongrua, a parte il volume eccessivo. Il suono del mare e del vento, le cicale, le voci lontane dei bagnanti e qualche gabbiano sono già un bel paesaggio sonoro, a lasciarlo. Ma il padrone del chiosco è sordo (in ogni senso) e fiero della sua musica senza sosta. Chiudo gli occhi: potrei essere in una discoteca, una birreria, un supermercato, in una città, ovunque, questa musica rende ogni luogo un anywhere.
Un anno fa mi capitò la stessa cosa in Liguria, un baretto in spiaggia poco dopo l’alba. Ero l’unico cliente, e l’unico umano all’orizzonte. Chiesi con gentilezza di abbassare, se non di spegnere qualche minuto, l’altoparlante che diffondeva musica radiofonica continua, azzerando la ragione stessa per cui avevo scelto di sedermi lì. Il barista si offese della bizzarria della mia richiesta. Possibile, mi chiedo ogni volta, che gli esercenti non vogliano fare affari valorizzando la bellezza, il lusso del silenzio, tutte merci (sic!) che hanno pur sempre estimatori ed acquirenti? Siamo obbligati invece ad essere complici di un livellamento generale che annulla ogni differenza e ogni geografia. Non è solo l’horror vacui che ha instupidito le piazze delle città con al centro brutti monumenti o fontane. E’ la stupidità malvagia di un mercato infelice e senz’anima: aspettando, come nei fantastici romanzi di Douglas Adams, che i viaggi nel tempo uniformino anche la Storia con una speculazione triviale - McDonald nella Preistoria, altoparlanti e disco-music nell’Impero Romano, pubblicità di Mediolanum e BP a Cartagine, Venezia, Baghdad... - ma questo, scusate, in effetti forse c’è già.

(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", l'Unità del 25/7/2010)

8/10/2009

Sul silenzio

Quando Blaise Pascal scriveva che i problemi dell’umanità vengono dall’incapacità dell’uomo di stare solo in una stanza, naturalmente intendeva senza l’Ipod, solo col suono del proprio respiro, il battito del cuore, il proprio esserci. Come gli spettatori costernati della Scala di Milano durante il celebre, silenzioso concerto di John Cage. Per noi fruitori di giornali e di media il silenzio è strano, fa paura come il vuoto, che infatti arredatori, urbanisti e geometri comunali non cessano di riempire con qualcosa. Una volta, a una trasmissione radiofonica in cui mi si chiese di parlare di un mio soggiorno nel deserto, restai in silenzio per suggerirne l’esperienza. Per poco non suonò l’allarme.
In un racconto di Heinrich Boll, La raccolta di silenzio del dottor Murke, il personaggio, che lavora in una radio, registra scampoli di silenzio e li monta su un nastro per ascoltarli a casa, di nascosto, come musica. “State zitti, cinque minuti”, dice la bellissima poesia in romagnolo di Raffaello Baldini. Che scopre un silenzio nel silenzio, oltre al dualismo col rumore.
Dal silenzio nasce la poesia, che ad esso anela di tornare. Dai “sovrumani silenzi” e “profondissima quiete” di Giacomo Leopardi al silenzio della cucina ne La neve di Vladimir Holan, dove “bevi del vino” e “guardi dalla finestra l’intima eternità”: “Anche se sulla terra non vi fosse il silenzio, / questo nevicare lo ha già sognato. Sei solo. / Quanto meno gesti. Nulla da mettere in mostra”.
Tornando al deserto, per gli eremiti che vi dimoravano il silenzio era una cosa mistica, ma chiunque può farne l’esperienza. Bruno Hussar (padre Bruno), fondatore della comunità Salaam/Shalom, tra Gerusalemme e la Giordania, costruì nel 1983 un’ecumenica “casa del silenzio” a forma di mezza sfera, convinto che il silenzio sia alla portata di tutti, anche agli atei. Insegnò che l’ebraico ha due parole per dire il silenzio: sheket, o assenza di rumore, e dumìa, il silenzio profondo, come appare nella Bibbia (Libro dei Re, 19, 12) a designare “una brezza leggera, la voce di un sottile silenzio”, e nel Salmo 65, “lode a Dio”. Chi è stato in un deserto sa cosa significhi, ma forse è l’idea di Dio a essere metafora del silenzio, non viceversa.
“Tanto rumore per nulla”, come la commedia di Shakespeare? Il vero deserto è la solitudine affollata e strepitante in cui nessuno ascolta nessuno, il mondo come una televisione che non viene mai spenta. Italo Calvino, nel romanzo Palomar, propone questa etica: “In un’epoca e in un paese in cui tutti si fanno in quattro per proclamare opinioni o giudizi, il signor Palomar ha preso l’abitudine di mordersi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione. Se al terzo morso di lingua è ancora convinto della cosa che stava per dire, la dice; se no sta zitto. Di fatto, passa settimane e mesi interi in silenzio”.

(articolo uscito su l'Unità di oggi, con bellissime illustrazioni e altri allegati, dall spartito di Cage al primo piano di Buster Keaton, dalla canzone di Mina a quella di Simon e Garfunkel, ecc. ecc.)

8/08/2009

Sté zett / State zitti

Mentre sto scrivendo sulla parola silenzio", per le pagine estive de l'Unità, ritrovo questa poesia magnifica del grande Raffaello Baldini, in dialetto romagnolo naturalmente, e con traduzione in italiano. Mi piacerebbe leggervela (mi accaduto di farlo in pubblico), sia nella mia traduzione impromptu in dialetto parmigiano che in italiano. E' una delle più belle che conosca. Dice semplicemente di stare zitti...

Zéinch minéut

Acquè u n sint gnént, s’ a n stasí zétt, sté zétt!
sè, t’é vòia, zò, par piesàir,
zéinch minéut, se no u n s sint un azidént,
ècco, andémm un pó mèi, però alazò,
a déggh sa vuílt, cs’ èll ch’ u v gòsta stè zétt?
porca putèna, a v li gí dòp al robi,
adès sté zétt, acsè, zétt ènca mè,

gnént, mo va là, u n s sint gnént l’istèss, però
che roba, sint che roba, a stè zétt tótt
.

[Cinque minuti

Qui non si sente niente, se non state zitti, state zitti!
sì, hai voglia, state zitti, su per piacere,
cinque minuti, se no non si sente un accidente,
ecco, andiamo un pò meglio, però laggiù,
dico a voi, cosa vi costa star zitti?
porca puttana, ve le dite dopo le cose,
adesso state zitti, così, zitto anch’io,

niente, ma va’ là, non si sente niente lo stesso, però
che roba, senti che roba a star tutti zitti
.

dalla raccolta Intercity di Raffaello Baldini