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8/05/2012

La finestra sul mare (reportage estivo da Ostia)

(versione corretta del pezzo apparso domenica 6 agosto su Repubblica-Roma, per la serie "Vacanze d'autore")


   Anche se è grande e popolata come una città, mi piace che Ostia sia solo un distretto di Roma col mare. Quella di Lido centro sembra una vera stazione, anche se ci arriva solo il trenino che parte dalla Piramide, e da lì è bello camminare in via della Pineta o nella strettissima via dei Fabbri Navali, nucleo originario di Ostia che ricorda l’atmosfera di Monteverdevecchio o del Gianicolo. In via degli Acilii c’era un’osteria in un giardino, sotto una tettoia di vigna, “da Oscar”, oggi solo rivendita di vino per gli intimi. Sembra di stare in un altro mondo. Suppongo però che devo parlare di spiagge.

   Le più eleganti sono quelle di levante (le più “esclusive” sono ancora più giù, verso Castelfusano, dove le cabine si tramandano in famiglia), ma io vado a ponente, nella cosiddetta “Ostia destra” – a destra del pontile. E’ più povera, il lungomare si restringe e le case sono condomini in puro stile geometrile anni ’60 e ’70, salvo le ex colonie fasciste in cui il sindaco Alemanno vorrebbe fare un casinò, e che per ora ospitano, perfetta nèmesi, una varietà di minoranze e di disagiati: la moschea, la mensa della Caritas, vari alloggi abitati da colorati extracomunitari, e la bellissima biblioteca Elsa Morante, rifugio di quegli speciali disadattati che siamo noi lettori di libri. Il tratto di lungomare chiamato Duca degli Abruzzi, poco più avanti, fino a qualche anno fa era addirittura malfamato, ma ha il privilegio di offrire il sollievo della vista di mare e spiagge libere a chi cammina - sul lungomare appunto, non “lungomuro” come quasi ovunque a Ostia. Alla fine del lungomare di ponente c’è il nuovo porto turistico, e in estate il sole tramonta così esattamente alla fine della strada da farle meritare l’appellativo di Sunset boulevard...

   Dopo il porto turistico c’è l’Idroscalo. Era una sorta di favela sulla foce del Tevere, cosi chiamata per gli idrovolanti che nel ventennio fascista partivano da qui (Fiumicino sarebbe nata più tardi). Ci si arriva lasciandosi alle spalle i palazzoni edificati per i senza casa dal sindaco Petroselli negli anni ’80, si costeggiano i cantieri navali coi lussuosi yachts, e l’oasi della Lipu con il monumento a Pier Paolo Pasolini (nel luogo preciso in cui fu ammazzato), dove volteggiano a volte fenicotteri bianchi e rosa. Sulla destra, in una polverosa distesa, l’ottagonale torre di avvistamento progettata da Michelangelo, detta anche “Torre di San Michele”, abbandonata da anni a non essere vista né ad avvistare più nulla. Finché la strada finisce, tra il mare e il nulla, un nulla non privo di dolcezza dai colori pastello, e una spiaggetta rocciosa dove giocano e nuotano soprattutto bambini. La finestrella di una casetta con le foto dei gelati attaccate al muro rivela l’esistenza di un bar che sembra sopravissuto agli anni ’60. Era, e in parte è ancora, un mondo di estremamente poveri e precari, in case e baracche di materiali di risulta, ma con statuine di Padre Pio, vasi di fiori, decorazioni sulle porte. Sembra uscito dal remake di un film di Pier Paolo Pasolini diretto da David Lynch, se penso agli uomini e donne coperti di tatuaggi che vidi anni fa in festose serate estive alla luce rubata dai pali elettrici, animate dal karaoke, da balli e dall’elezione di Miss Idroscalo. E soprattutto alla devozione quasi pagana, forse per questo ancora più religiosa, della festa dell’Assunta il 15 agosto, detta anche Festa del Mare: quando il barcone con la statua lignea della Madonna, i lunghi capelli sciolti come nella canzone di De André, prende il largo, e i poveri festeggiano a fianco delle autorità in una solennità iperreale e sballata, come i fuochi d’artificio fuori sincrono. Catarsi di una comunità disaggregata degna di essere raccontata in un film, oggi dispersa dalle ruspe e dai progetti immobiliari.
   Ho un amico poeta che abita a Ostia destra, con una terrazza sul lungomare e la spiaggia. Vado spesso da lui a pranzo o a cena (è un ottimo cuoco), poi finisce che resto lì per una breve vacanza. Eccomi dunque qui a guardare il mare e la spiaggia dall’alto nell’ora che preferisco, quella in cui si svuota, gli stabilimenti chiudono come gli ombrelloni e tutto acquista luce e spazio abitabile, una petroliera rossa all’orizzonte, e sarebbe bello scendere a nuotare. Ma ecco che alle 19,15 circa gli stessi stabilimenti balneari si cambiano d’abito per la loro second life, annunciata da prove  di colonne sonore, all’inizio appena accennate, poi continue, dilatate in una poltiglia sonora ad altissimo volume. Quando il sole è ormai atterrato da un pezzo all’Idroscalo, e un argento uniforme confonde cielo e mare, a un certo punto un pianoforte classico rivaleggia con l’immancabile Folle idea di Patty Pravo, e tra i due motivi prevale il basso della voce di Louis Armstrong in What a wonderful world: è il segnale. La concorrenza dei bar della spiaggia non risparmia niente e nessuno: percussioni africane versus tromba romantica, Besame mucho contro rock italiano anni ’60, disco music e perfino una soprano dal vivo tra i tavoli di un ristorante. Un brusio-remix che arriva come aromi di cucina portati dal vento in cui si mischiano tra loro pietanze diverse. In cielo resta un vago alone rosa, il resto è buio, il porto turistico con le sue torrette sembra il profilo di un’Istanbul in miniatura, e il popolo dell’happy hour comincia a fluire e invadere le spiagge come zombi teneri e sonnacchiosi. E’ la globalizzazione della sbronza, nel babelico jukebox della notte rutilante. C’è la spiaggia-balera e il piano-bar, il pub e la discoteca e così via, a ognuno la sua musica. A giudicare dal flusso di corpi che dal lungomare entrano negli stabilimenti, la spiaggia è più gremita che di giorno.
   Poi bisognerebbe descrivere l’incanto del mattino presto, il chiarore terso e pulito del mare. Le spiagge vuote e struccate, senza il belletto notturno, percorse dai trattori che le spianano come tosaerba, sorprendono per la loro freschezza nella luce silenziosa del giorno. Certo, di giorno ci si chiede perché quel bar con le capanne sulla sabbia debba chiamarsi Polynesian Cocktailbar, e cos’abbiano di polinesiano i condomini di fronte. Ma questa, del divario tra le parole e le cose, è un’altra e vecchissima storia.

7/15/2012

Il mare nascosto


Su la Repubblica di oggi, pagine di Roma, per la serie "Vacanze d'autore", è uscito questo mio pezzo dedicato a Capalbio. Mantengo il titolo redazionale perché mi piace: "Il mare nascosto". La foto con cui lo illustro l'ho fatta al folle Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle.

  
   Il bello di Capalbio è che, secondo i valori dominanti, ci si annoia: niente discoteche, niente struscio, niente ostentazione, solo spiagge selvatiche e (apparentemente) poco organizzate, qualche ristorante non dietetico sparso nella campagna un po’ western o nei diradati paesini, molto spazio vuoto e addirittura silenzio. Insomma, un luogo di vacanza controcorrente come i salmoni, o come leggere un libro, e a cui auguro con tutto il cuore di preservarsi. Com’è rilassante infatti stravaccarsi su queste spiagge silenziose, e ancora di più nell’entroterra, una campagna verde di pini e gialla di campi di grano, che si avvicina con filari di eucalipti alla linea del mare, cioè alle dune di macchia mediterranea...
   Il bello è anche che chi già non le conosce difficilmente le trova - le spiagge. La prima volta che capitai sulla costa maremmana tra Lazio e Toscana, a sud dell’Argentario, feci fatica non solo a raccapezzarmi (non trovavo l’accesso al mare), ma anche a capirne il valore d’uso, come cioè si facesse qui una vacanza. Vittima anch’io di uno sguardo turistico, non capivo che la sua bellezza fosse nascosta dalla sua evidenza: in questa campagna armoniosa con tutte le sfumature di verde e di giallo che si estendeva a perdita d’occhio sotto il cielo azzurro in morbide curve, e che ricorda certe copertine di dischi americani rock e blues anni ‘60 e ’70. Scarsa speculazione immobiliare (almeno fino a poco fa), pochi rurali e casali più o meno restaurati, e una serie di graziose e diradate case tutte uguali, presumibilmente di epoca fascista come la bonifica delle paludi, disposte lungo la stradina litoranea che costeggia la laguna, ora riserva del Wwf.
   Ma per una buffa nèmesi questo luogo della Maremma, forse la regione italiana meno spettacolare e consumistica, il cui paesaggio è rimasto intatto grazie, paradossalmente, al latifondo, è stato per anni mediatizzato e reso celebre dalle cronache e dai gossip più che dalla sua bellezza naturale. Se prima del 1988 quasi nessuno conosceva Capalbio, tranne vagamente la tradizione dei suoi butteri e dei suoi cavalli, quell’anno uscì su Venerdì di Repubblica un servizio fotografico (“Il bacio di Capalbio”) in cui il neo segretario del Partito comunista italiano, Achille Occhetto (colui che per scarsa spettacolarità perse contro il padrone delle televisioni), venne immortalato mentre tra gli alberi baciava con passione la sua compagna Aureliana Alberici. Da allora, il comune della Maremma (inopportunamente chiamato da Alberto Asor Rosa “piccola Atene”), venne identificato come covo vacanziero di quella sinistra romana detta “radical-chic”. Il caso (e la retorica) vuole che questa “sinistra” si concentri precisamente sotto gli ombrelloni dell’“Ultima spiaggia” (si chiama proprio così: nomen omen?), e in effetti sono tanti i volti noti e quelli da salutare se ci si attarda ai tavolini del suo bar. Per fortuna la politica, proprio come le news, è una meteora che si consuma in fretta. Oggi tutti quei riferimenti sembrano appartenere al passato. Perfino Berlusconi, figuriamoci i suoi concorrenti.
   L’oasi del Wwf si trova sulla Strada Provinciale del Chiarone, in direzione Capalbio Scalo (che è poi la stazione ferroviaria, il cui Bar Station è uno dei luoghi mondani della zona). E’ un paradiso di pesci e uccelli, sia rapaci che di palude, tra cui tre specie di falco, cormorani, fenicotteri, aironi, il Cavaliere d’Italia e l’avocetta - e di flora mediterranea (oltre 600 specie, più 60 specie di licheni). Punto d’incontro e di fusione biologica di terra e mare, questo tratto di costa e di orizzonte - le due strisce azzurre del mare e della laguna separate da quella verde delle dune - è di una bellezza incredibile e rasserenante. Dall’altra parte la campagna si alza dolcemente nelle colline rigate e punteggiate dagli ulivi e le vigne, come pagine scritte di un immenso libro aperto e ondulato. Come un segno di punteggiatura, il centro storico di Capalbio è arroccato là sopra: ci si va la sera, a mangiare o a prendere l’aperitivo al Frantoio - che è anche luogo di incontri e mostre d’arte. Ma la mondanità vera si svolge nelle case private.
   Ogni scusa è buona per percorrere, anche in bicicletta, quella campagna, sopra e sotto l’Aurelia che l’attraversa. E a metà strada tra le colline e il mare, e tra Capalbio e Pescia Fiorentina (un paese che non esiste, ma che dà il nome alla parte più bella della campagna, e dove in una corte rurale, una sorta di aia domestica, c’è uno dei ristoranti più amati, il mitico e semplice Tortello), in mezzo alla campagna è anche possibile un’immersione in una dolce e vera follia, annunciata da alcune misteriose chiazze rosse e blu che spuntano sopra il verde degli alberi. Parlo del Giardino dei Tarocchi, le imponenti coloratissime sculture di Niki de Saint Phalle, ispirate ai 22 Arcani Maggiori delle carte dei Tarocchi, che raggiungono anche i 15 metri di altezza.
   E’ un parco che si estende per circa due ettari, costituendo una specie di villaggio di sculture-case circondato da un muro di tufo. Alla realizzazione delle sculture, lavoro che si è protratto tra il 1979 e il 1996, parteciparono numerosi operai, artigiani e altri artisti contemporanei, tra cui il marito di Niki, Jean Tinguely. Dal 1998 è aperto al pubblico, e vale la pena andarci, e lasciarvisi andare come se si fosse sul set di un film di Tim Burton – basta vedere la gioia dei bambini che vi si trovano. Si sale tra le case sculture dalle forme elastiche e improbabili, ricoperte di ceramiche policrome, mosaici a specchio, vetri preziosi, si cammina portati da questa colorata meraviglia che ci riflette tutti, adulti e bambini, tra il cielo azzurro e il verde degli ulivi, finché vediamo il mare là in fondo. E verso Nord, sullo sfondo, incorniciata dal profilo della Luna dei tarocchi, scorgiamo per un attimo la torre cilindrica dell’ex centrale nucleare di Montalto di Castro, simile anch’essa a uno strano, inquietante minareto.








6/29/2012

Passeggiando a Ginevra con Rousseau


da Venerdì di Repubblica del 29 giugno 2012:

"Passeggiando con J.-J. Rousseau a Ginevra trecento anni dopo, tra utopia, spiritualità, banche e orologi"


   Ho vissuto anni sullo sponde del lago di Ginevra, e un lungo solitario inverno su quello di Bienne, cittadina bilingue a nord di Neuchâtel che ha la coincidenza di essere luogo natale di Robert Walser e teatro della Quinta Passeggiata di Rousseau, la più bella delle sue Rêveries, Le passeggiate del sognatore solitario. Al centro del lago di Bienne sorge un isolotto che porta il nome di Rousseau, perché vi soggiornò in esilio. Laghi e isole hanno costellato la vita del filosofo e scrittore ginevrino, costantemente in fuga e affamato di luoghi, tra nostalgia e utopia: isole, les îles, in francese suona come l’esilio, l’exil.
   Anche per questo il terzo centenario della nascita di Rousseau è un tripudio di luoghi di pellegrinaggio “bucolico e romantico”, come recita l’invito alla casa-museo delle Charmettes, nelle Alpi sopra Chambéry, dove Rousseau soggiornò spesso negli anni ’30 del Settecento. Per non parlare del lussureggiante parco di Ermenonville (detto Parco J.-J. Rousseau), non lontano da Parigi, creato dal marchese René de Girardin nel 1765 seguendo la filosofia della natura di Rousseau, e dove questi trascorse le ultime settimane di vita scrivendo le sue Passeggiate. Festeggiare Rousseau è un invito alla vacanza, ma ricordarlo significa passarne in rassegna le numerose, contraddittorie etichette. A Grenoble, una mostra sugli avatars di Jean-Jacques Rousseau ne confronta il ventaglio di presunte reincarnazioni: rivoluzionari del 1789, ecologisti, romantici a vario titolo, resistenti della seconda guerra mondiale, musicisti, scrittori, perfino psicanalisti. Ma Rousseau fu molto di più: il primo dei romantici e il pensatore politico che inventò la democrazia (per alcuni anche lo stato totalitario); l’inventore dei “diritti dell’uomo” (“e del cittadino”: precisazione che li limitò allo Stato-nazione, e quindi al fallimento nel mondo globalizzato) e il fanatico della sincerità, antesignano del mito della trasparenza di Assange e Wikileaks; pedagogista ed educatore civico, fondatore dell’etnologia e dell’antropologia con le sue Confessioni, scrittore ecologista che praticò l’equivalenza del vagabondare coi piedi e con la mente, anticipatore della Wanderung, l’erranza dei romantici tedeschi; infine il critico della civiltà che non anticipò solo la denuncia dell’alienazione di Marx, ma quella della “società dello spettacolo” di Guy Debord, il dominio del tempo libero nel capitalismo maturo. Ci si potrebbe fermare a questo, alla devastante critica di Rousseau all’ottimismo illuminista nel suo primo discorso (Discorso sulle scienze e sulle arti) e nella Lettera a d’Alembert sugli spettacoli, requisitoria sul potere di corruzione dello “spettacolo” come strumento perverso di coercizione. Come molta avanguardia del XX secolo, di Rousseau affascina anche la contraddizione di scrivere contro lo scrivere, denunciare con romanzi il potere di corruzione dei romanzi - così come Debord, ma in fondo anche Godard, hanno fatto cinema contro il cinema.
   Capii meglio Rousseau grazie all’incanto che provavo la sera, a Ginevra, vedendo i poetici riflessi di luce di tutti i colori sull’acqua del lago, seguito dal disincanto del guardare la fonte di quella fantasmagoria, i neon cubitali e aggressivi di banche e multinazionali di tutto il mondo, da Hong Kong a Chicago all’Arabia Saudita. Pensavo all’iperrealtà dei simulacri e alla donchisciottesca lotta di Rousseau contro l’alienazione e l’inautentico, che lo invischiava sempre di più in ciò contro cui si scagliava. Del magistrale studio di Jean Starobinski su Rousseau, La trasparenza e l’ostacolo, restano illuminanti quei due verbi giustapposti, “accusare e sedurre”, con cui spiegò la critica alla società condotta da Rousseau, paradigma di future critiche politiche, ma anche delle avanguardie artistiche. “Accusare e sedurre sembra essere il limite e la condanna di ogni movimento rivoluzionario”, mi ha ripetuto di recente Starobinski. Difficile una resistenza culturale nell’epoca della ragione pubblicitaria che assoggetta ogni linguaggio. “Ricchezza e potenza della società del benessere rendono l’uomo estremamente fragile, al punto di non avere più un’esistenza sensata”.
   Tra tutti i luoghi è quindi giusto ricordare Rousseau passeggiando a Ginevra. Non solo ci è nato il 28 giugno 1712, come ricorda la targa paradossale sul muro di un grande magazzino, sorto al posto della casa natale di Rousseau dopo la sua demolizione. Questa polis, città-Stato, si presta a immaginare utopie, e Rousseau se ne ispirò nel suo Contratto sociale. Ma c’è qualcosa di specifico in questa città, e nella Svizzera in generale (“una repubblica platonico-alberghiera”, la definì Guido Morselli) che riguarda Rousseau ma anche altri illustri svizzeri, da Amiel a Jean-Luc Godard: un misto di pulsioni centrifughe - il viaggio a oltranza, il nomadismo o l’auto-esilio; e centripete - l’autobiografia più estrema, la confessione, il viaggio intorno alla propria camera. Racchiusa da protettive montagne, cosmopolita e provinciale insieme, è una città di una comodità tossica, di una disciplina e ordine nevrotizzanti, ma che spinge a forti avventure interiori. Ci si potrebbe chiedere come mai proprio qui abbiano scelto di stare a un certo punto della loro vita avventurieri come Joseph Conrad, Jorge Luis Borges o Corto Maltese, alias Hugo Pratt. Se io stesso ho resistito anni in questa città è forse per questo, il fascino di essere sradicati-residenti, il gusto del “falso movimento” (come il film di Wim Wenders).
   Nei mesi estivi sembra la Costa azzurra, e le aiuole e i giardini pubblici sono ovunque sgargianti di fiori, dall’Orto Botanico al Jardin Anglais. Si può fare una nuotata nella pausa dal lavoro, prendere il sole e poi tornare in ufficio. E gli alberi secolari nella collina di Cologny tappezzata di ville  sono sontuosi. Nel resto dell’anno però il colore dominante è il grigio nebbioso che unifica lago e cielo in un silenzio freddo e compatto, e sembra che la Svizzera sia solo questo gelo, scandito da un’inflessibile cortesia. La città vecchia, che si arrampica intorno alle guglie della cattedrale, a parte qualche rifugio di avvinazzato diventa così triste che nemmeno la musichina straziante di un carosello per bimbi su una salita può peggiorarla. Soffia la bise, una specie di bora freddissima che raggiunge il culmine se attraversi a piedi la rada su uno di quei ponti silenziosi che attraversano il lago, che poi ridiventa fiume, il Rodano. Uno di questi ponti, di fronte all’Hotel des Bergues, si densifica nell’isola Jean-Jacques Rousseau, con la statua del filosofo seduto su una sedia, a sua volta posata su una pila di libri, e guarda davanti a sé. Ecco, tra le opere per il centenario c’è stato il riposizionamento della statua, che prima dava le spalle alla città guardando il lago e l’aperto, ora è girata. Ho attraversato il ponte e cammino nelle rues basses, il centro commerciale di banche e uffici che alle cinque del pomeriggio è deserto, periferia nel cuore della cité. “Oggi Ginevra è una città fantasma, avvolta da una nebbia bancaria. Le persone escono dalle gioiellerie cariche di diamanti, ma la ricchezza è invisibile, custodita da guardiani protestanti”, mi dice l’amico ginevrino, poeta bilingue, Vince Fasciani. E’ l’essenza del calvinismo: non ostentare, non mostrare il lusso, e nello stesso tempo non mascherarsi (per questo il carnevale qui è proibito). E mi accorgo che le scritte torreggianti dei neon sui palazzi intorno al lago sono cambiate, la globalizzazione è sparita o si è nascosta: tranne Toshiba, Hermès e Chanel, sono solo di banche svizzere e assicurazioni, gioielli e orologi “locali” – Pax Assurances, Piaget, Chopard, Rolex, Patek Philippe, LGT Banque (Suisse). Aspetto di vederne i colori tremolare sul Lemano.

5/20/2011

Freud in panchina


   Simile a un’avenue parigina – i pedoni e gli alberi al centro, le automobili nelle corsie laterali – via Lisbona si stende tranquilla tra via Lima e via Panama, nel quartiere Parioli. A dare un’ulteriore nota di fiabesco è l’ambasciata della Finlandia. La geografia di questa toponomastica si arricchisce ora di una nuova titolazione, non in onore a un Paese ma al fondatore di un’altro tipo di esplorazione, e quindi di geografia: il padre della psicanalisi. Un “Giardino Sigmund Freud” sarà inaugurato venerdì in questa strada, a pochi passi dalla sede ormai storica della Società Psicanalitica Italiana di via Panama 48.

Non è solo il riconoscimento a un maestro del Novecento che ha influenzato per sempre la conoscenza e percezione della psiche, e dunque del senso della vita; ma l’omaggio che Roma ricambia a un suo grande estimatore: Freud amava molto Roma, e i suoi scritti abbondano di riferimenti, non solo sui suoi frequenti soggiorni ma anche come metafora archeologica e urbana del metodo della psicanalisi (ne Il disagio della civiltà paragona gli scavi per riportare alla luce le fondamenta di Roma a quello nella memoria per riconquistare un territorio dell’inconscio), e come sogno ricorrente testimoniato ne L’interpretazione dei sogni: “Sono diventato un appassionato pellegrino di Roma”, aggiunge in una nota dell’edizione del 1925. Sulla scia di Goethe e dei viaggiatori tedeschi dell’Ottocento, Freud soggiornò a Roma spesso, dal 1901 al 1923. Veniva in settembre, dapprima all’Hotel Milano, su Piazza Montecitorio, più tardi all’Eden in via Ludovisi, con vista su Villa Malta. Vide - disse - in Vaticano la famosa "Gradiva" dell’omonimo racconto di Wilhelm Jensen, che lui analizzò in un saggio del 1906, e decise di scrivere sul Mosè di Michelangelo, da cui era ossessionato e che visitava ogni giorno a San Pietro in Vincoli. Fu a Roma che nel 1913 terminò l’introduzione a Totem e tabù e scrisse la prima bozza del saggio sul narcisismo, e dove nel 1907 confessò in una lettera: “peccato non si possa vivere sempre qui”. Le sue lettere raccontano passeggiate di turista tra musei e rovine, ma anche pranzi al ristorante “Rosetta”, una serata al Quirino ad ascoltare la Carmen, lo spettacolo delle celebrazioni nel 1912 per la presa di Roma, che vide appollaiato sul nuovo monumento a Vittorio Emanuele II. Ma già prima di arrivarvi la prima volta, Freud visitò Roma nei sogni, e quindi negli scritti che analizzano “il desiderio di arrivare a Roma”: Roma come simbolo del contrasto tra ebraismo e cattolicesimo, come umiliazione paterna da riscattare, come viaggio di emancipazione erotica, come metafora, abbiamo visto, della psicanalisi. Roma come luogo “materno” in cui convivono l’arte, la natura, il piacere sensuale del vivere.
   Per chi conosce Freud, dedicargli un giardino è tutt’altro che casuale o arbitrario. Amava descrivere e classificare piante e fiori, e prediligeva le gardenie. Il "Giardino Freud" è un corridoio ombroso e tranquillo di circa 200 metri, pochi e ovattati i rumori (predominano i cinguettii dei passeri), con una dozzina di panchine verdi di legno su cui, oltre il sottoscritto, c’è un anziano che si gode il sole e due turiste giapponesi che fanno ginnastica. Poche anche le persone che passeggiano nella tarda mattinata: una signora col cane, una colf che attraversa il giardino per portare l’immondizia nei cassonetti. Si sta bene, e seduto su una panchina penso che anche questo ozio contemplativo, questa interruzione della fretta, del dover essere e del fare, non è senza parentele col “set” psicanalitico: il paziente sul lettino, e perché no su una panchina.
   In una lettera alla moglie Martha del 1900 Freud accostò nello stesso elenco di desideri di ciò che avrebbe voluto trovare nell’agognato viaggio a Roma “i fichi, i castani, l’alloro e i cipressi, le case con balconi, gli antiquari”, lista in cui convivono natura e passione del collezionismo, antichità e beatitudine quotidiana. E’ stato esaudito: il giardino di via Lisbona annovera tra le sue piante anche l’alloro, e due giovanissimi cipressi piantati dai residenti, insieme ad aceri, robinie, lecci, un nespolo e un giovane tiglio, e numerosi grossi cespugli fioriti di “petto d’angelo” (Philadeplhus), che spargono per terra i loro teneri e bianchi petali (stavo per scrivere capezzoli; i lapsus, almeno qui e oggi, sono contemplati).
(scritto per la Repubblica, 20 maggio 2011)

5/11/2011

Gita in dirigibile ("a spasso per l'azzurrità")

    L'ombra del dirigibile (mercoledì mattina) sulla moschea. Fotografia di Mimmo Frassineti

Gita in dirigibile sul cielo di Roma ("a spasso per l'azzurrità" come un palloncino)

   Mentre mi dirigo all’Aeroporto dell’Urbe per fare un volo col dirigibile Goodyear, ormeggiato lì per un giorno, chissà perché mi viene in mente Franz Kafka e la sua cronaca dello spettacolo aeronautico che vide proprio un secolo fa (1909) nel cielo di Brescia: c’erano Giacomo Puccini e il vate D’Annunzio, che naturalmente declamò una poesia su Icaro al pubblico. Forse perché il dirigibile è in fondo un pallone gonfiato (di elio), e l’epica dei palloncini è imparentata dalla nascita con le avanguardie artistiche e letterarie, Duchamp compreso. E forse perché c’è qualcosa di irresistibilmente ludico nello spettacolo di un dirigibile, fin dai fratelli Montgolfier: chi non si è mai incantato a guardare, col famoso naso all’in su, la grande forma allungata Goodyear, che sembra fatta per essere vista, e che si sposta elegantemente nel cielo come un cigno seduto sull’aria? Piuttosto, si fa fatica ad immaginare che ci sia qualcuno lassù a guardare noi in basso. Ecco, io sarò tra breve una di quelle poche, invisibili persone (3 passeggeri più il pilota) sedute in una cabina di poco più di 2 metri, abbarbicata al pallone lungo 40 come una cozza a uno scoglio.
   Prima di salire, il nome di questo aerostato che da decenni sorvola l’Italia nel suo Safety Tour – “Spirit of Safety” – mi ricorda che oggi (ieri per chi legge) è il giorno in cui a Roma era stato fissato il più terribilmente mondano degli eventi: un terremoto. Sorrido all’idea che la casualità del destino mi abbia regalato un momento aereo di immunità. La giornata è splendida, l’aria tersa, e una volta a bordo – lasciate le funi che uomini vestiti di scuro tendevano per trattenere il pallone come una balena insabbiata sul campo d’erba - il dirigibile prende quota e in pochi secondi sono “a spasso per l’azzurrità”, come cantava Renato Rascel in “Dove vanno a finire i palloncini”.
   Sorvoliamo i tanti campi sportivi a ridosso della Salaria (che sembra una pista per automobiline), le morbide anse del Tevere, che dall’alto pare un canaletto in un plastico. Va veloce, il dirigibile. Per un attimo mi tolgo le cuffie di comunicazione e resto ipnotizzato dal rumore del vento. Voliamo perché siamo più leggeri dell’aria, mi dico riassumendo il miracolo fisico che ci tiene su. Poi, la fronte incollata al vetro, la terra che vedo giù, a picco, così lontana, e il vuoto da cui mi separa la parete sottile della cabina, mi fanno improvvisamente paura. Il fotografo che è con me sporge giustamente dal finestrino la macchina fotografica, e se c’è una vertigine che io provo è proprio quella degli oggetti che, incuranti, si affacciano sul vuoto... Per distrarmi mi guardo i piedi per un attimo, e quando li riapro già stiamo oltrepassando il parallelepipedo della Farnesina, lo stadio olimpico, i grandi petali o foglie che costituiscono l’Auditorium, e sono incantato dalla quantità di alberi che fanno di Roma una delle città più verdi d’Europa. E anche da una strana impressione: che quel disordine spesso insopportabile in cui ci appare Roma quando siamo per strada, dall’alto miracolosamente si ricomponga in un ordine dove tutto sembra al suo posto - le vie oblique, i palazzi di sbieco, i tanti spigoli architettonici, il traffico.
   Prendo confidenza con la volatilità e l’altezza: sorvoliamo il centro, vedo San Pietro che sembra fatto col Lego, il Panteon e la sua cupola che assomigliano a una pentola marocchina di terracotta col coperchio; Palazzo Chigi e Montecitorio con sul tetto una pista d’atterraggio per elicotteri, il Foro romano che sembra un tappeto di giochi lasciati lì dai bambini, la macchina da scrivere di Piazza Venezia, i ponti percorsi da automobili lente, le piazze; dall’altra parte, la lunga distesa di binari dietro la Stazione Termini che sembrano piste per biglie, la corona a forma d’ellisse del Colosseo cui affluiscono lunghe file di formiche-persone. Vista dall’azzurrità, la città è una distesa bianca e ocra come da nessun aereo è possibile vedere. E dove tutto in fondo risulta equivalente: l’altezza è una “livella”, direbbe Totò, che azzera le gerarchie; sia i palazzi del Potere che le magnificenze architettoniche non spiccano nell’insieme se non perché già li conosciamo, perché li riconosciamo. Sono gli spazi vuoti che interrompono il brulichio di palazzi che più consolano la vista: le piazze, i parchi, i Fori, e ancora i verdi campi da calcio e quelli da tennis, e, al ritorno, un circolo d’equitazione coi cavalli che trottano, il rassicurante e indolente corso del Tevere, la campagna.
   Il dirigibile scende in picchiata, punta il campo dorato d’erba tagliata dove volteggiano le rondini, e quando la ruota tocca la terra, e accorrono gli uomini vestiti di nero a tirare le funi per immobilizzarlo come un animale preistorico volante, mi accorgo dai loro gesti naturali e primitivi che è questo l’aspetto esteticamente più bello del volo, un’esperienza fisica e percettiva che nessuna astratta visione del mondo con Google Earth può uguagliare. Dall’automobile che mi riporta a casa, a un semaforo scorgo tra i tetti la sagoma del dirigibile. Io ero lassù, sorrido.
                                                                                                          (reportage scritto per la Repubblica di giovedì 12 maggio 2011)


7/11/2010

"Spazzatour": reportage dall'olocausto bianco dei rifiuti

Napoli. Sto percorrendo, dopo la cosiddetta Via degli Americani, l’Asse Mediano: una periferia continua, fitta di traffico. Da una parte smisurati cartelloni pubblicitari che non fanno vedere niente, una sopraelevata nel mezzo, e dall’altra incongrue villette e ristoranti per matrimoni con vista su auto e camion. Ho passato la mattina a spiare vertiginose discariche presidiate da militari, e sono diretto ora al settore monumentale dei rifiuti, la distesa di ecoballe che svettano in ciò che resta delle campagne napoletane. Ma è la normale bruttezza di queste strade senz’anima ora a turbarmi. E’ la terra dei fuochi descritta anche da Saviano nell’ultimo spaventoso capitolo di Gomorra. Di notte, qui, si alzano fumi densi e neri, accesi dai ragazzi rom, pagati per incendiare. I pneumatici, che la Campania paradossalmente importa con i camion, servono ad attutire le esplosioni dei solventi chimici.
La mia nuova guida, Pina Elmo, della “Rete campana Salute e ambiente”, mi racconta le lunghe lotte per fermare i Tir carichi di svariati rifiuti: arresti, pestaggi. L’appuntamento con lei era nello sterminato parcheggio di una serie di supermercati, una distesa di catrame e cemento a coprire - lo sanno tutti - strati di rifiuti, quindi ottenere altra terra e materiali di risulta per coprire altre discariche e così via, nel ciclo continuo di affari della camorra. Del resto lo si impara subito, come un’evidenza: supermercato e discarica sono l’uno il riflesso dell’altra, si specchiano e si rivelano a vicenda come una stessa materia, un’unica logica.
Poi svoltiamo a sinistra, e tra i cumuli di rifiuti e detriti sul ciglio della strada emerge una prostituta nera quasi bambina. Cosa fra le cose, vita dismessa, come i gruppi di africani che stagnano in attesa di un lavoro (magari nei campi inquinati di pomodori), immagine di una diversa prostituzione. Ci siamo. La chiamano anche “l’Ottava meraviglia”: sembrano installazioni, monoliti avvolti da plastiche nere nella campagna verde, separati da noi da un muretto sottile e una rete. Sono le gigantesche ecoballe, totem o dolmen che comunicano sgomento. Due chilometri quadrati di parallelepipedi neri che trattengono materiali tossici, veleni industriali e rifiuti urbani, di cui solo metà è sotto sequestro giudiziario. Tutt’intorno alberi di pesche mature, le pregiate percoche, ignare che il percolato che impregna ormai la terra raggiunga la loro linfa. Cani che abbaiano, guardiani in divisa oltre la rete a sorvegliare milioni di tonnellate di veleni che valgono oro per l’industria fasulla dello smaltimento. Perché nessuno, tanto meno la Impregilo, l’onnipresente azienda che domina e determina ogni politica dei rifiuti, è ormai in grado di farlo. Il resto di questa campagna, anche quando non si vede, è foderato da anni di sversamenti di rifiuti delle industrie del nord che alimentano i tumori. Gli impianti di Cdr (“combustibile da rifiuti”, ora declassati a “tritarifiuti”) confinano qui con le fragole. Chi non voleva più vedere la spazzatura sotto le finestre di città è stato esaudito dalla bacchetta magica, anzi militare, del governo. Pazienza che torni loro in altre forme. Nella frutta sul tavolo della cucina, per esempio. Nelle nanoparticelle diffuse dai fumi densi degli incendi.

Circa un mese fa la Commissione petizioni del Parlamento europeo (una socialista olandese, una verde danese, un conservatore tedesco) si recò a Napoli a verificare la “soluzione” alla crisi dei rifiuti. Quando Judith Merkies, capodelegazione, in stivaloni e guanti nella discarica di Terzigno, estrasse un pneumatico dicendo “questo non dovrebbe essere qui”, fu chiaro anche a loro che la soluzione all’emergenza era un bluff. La visita fu per i tre deputati uno shock politico e culturale: discariche sorvegliate come basi dell’esercito, inosservanza delle regole europee sull’impatto ambientale, assenza di trasparenza e consultazione degli abitanti. E nessuna strategia, nessuna rete di impianti per il riciclo e il compostaggio, null’altro che scavare buche, stoccare ecoballe sotto il cielo nella campagna agricola, gridare all’emergenza per avere mano libera nel militarizzare il territorio. Quando sono andato anch’io a vedere la discarica di Terzigno, alle falde del Vesuvio, nel cuore del parco nazionale, era appena stato arrestato un ragazzo sorpreso a filmare all’ingresso principale. Mi hanno guidato Mariella Tafuto, Elena Velussi, Anna Fava e Sabina Laddaga, volontarie del “CoReRi” (Coordinamento regionale rifiuti). La famosa emergenza rifiuti di Napoli era ed è “un marketing terroristico”, mi dicono mentre ci inoltriamo in un paesaggio di vigne e oliveti da cui viene la Falanghina del Vesuvio e il Lacrima Christi. La discarica (già cava di pietra lavica) è segnalata da stormi di gabbiani che svolazzano. Profonda un’ottantina di metri, è un cono rovesciato come l’Inferno di Dante, ma pieno di rifiuti, i dannati della materia. Passiamo dal retro. Cartelli militari avvertono: Zona di interesse strategico nazionale. Vietato l’ingresso.
“Gli abitanti non possono accedere ai dati – mi ripetono le guide – né sapere cosa viene messo negli impianti. Nessun controllo, anzi una sospensione dei diritti, e perfino un tribunale speciale per la Campania, una super-procura che accentra ogni denuncia e inchiesta nel settore ambientale (Legge 123). Ogni atto che qui avviene in materia di rifiuti è in deroga ai diritti costituzionali. Oltre al fatto che le strutture tecniche, le persone che firmano le ordinanze sono le stesse di sempre, anche quelle compromesse coi clan. O come Marta De Gennaro, responsabile del settore sanitario della Protezione civile, arrestata e inquisita nel 2008 col vice di Bertolaso per avere occultato rifiuti pericolosi, poi promossa a gestire il terremoto a l’Aquila”. Nella gestione governativa dei rifiuti c’è continuità con metodi e persone della camorra. “La camorra prima scava una voragine, ne usa i materiali e vi sversa i rifiuti tossici; la zona viene sequestrata e il governo vi mette i rifiuti urbani che coprono ogni prova”. (Prima della militarizzazione dei siti, alcune discariche vennero chiuse grazie alle denunce dei cittadini. Ora tutto è secretato).
Intorno a noi eucalipti, fiori, limoni, vigne. Dietro il muro grigio e il reticolato il cratere che diffonde il fetore. Lo osservo arrampicandomi: un inferno nell’oasi, cosparso di detriti biancastri come i gabbiani, che ruspe e camion non riescono del tutto a interrare. La Cava Vitiello, lì vicino, è stata scelta dal governo come prossima discarica, anche se il signor Vitiello (come l’Unione Europea) si indigna all’idea. Ma a fianco del campo da calcio panoramico di sua proprietà, col Vesuvio da una parte e i monti dietro cui c’è Sorrento dall’altra, una serie di silos che raccolgono percolato produce un rombo sinistro e costante. In questo parco naturale ai contadini è proibito erigere un muretto a secco o una rete per conigli, ma non silos e discariche.
Abbiamo proseguito il viaggio alla discarica di Chiaiano, già paradiso delle ciliegie, con tanto di sagra. Attraversato un pruneto, ci siamo fermati e affacciati sul vuoto: un immenso buco in cui strati di amianto triturato sono stati coperti da tonnellate di nuovi rifiuti. Un’altra discarica abusiva ufficializzata dal governo, a poca distanza dagli ospedali. Anche qui volteggiano i gabbiani, portatori d’inquinamento con le loro deiezioni.

Più tardi, nel pomeriggio inoltrato, l’ultima tappa di questo “spazzatour” è nel casertano, la cui terra riconosciuta come la più feconda del pianeta, vera e propria fabbrica di cibo, è ridotta quasi a un’immensa discarica. Mi conduce l’agronomo e ricercatore, già combattivo vicesindaco di Caserta, Giuseppe Messina. Mi parla dell’aumento in Italia della desertizzazione, dovuta al cattivo uso del suolo. L’anno d’inizio della discesa agli inferi è il 1997, da quando per contratto la Fibe-Impregilo (di proprietà della Fiat) è diventata proprietaria dei rifiuti, esautorando gli Enti locali. Esistono tecnologie in grado di riciclare completamente i rifiuti, ma se l’imprenditore è pagato per bruciare, ha un piano solo per bruciare, non per pensare soluzioni europee, avanzate, che tutelino l’ambiente, l’agricoltura, la salute. I parametri sono già curvati secondo interessi prestabiliti: il Conai per esempio (Consorzio nazionale imballaggi), che smaltisce bruciandole il 45% delle plastiche da raccolte differenziate in Italia, e guadagna sia nella produzione che nello smaltimento, non perora certo una riduzione degli imballaggi nella merce, ma incoraggia l’usa-e-getta. Come mi spiegavano Elena e Anna al mattino, “occorre superare la nozione di rifiuto. Parliamo invece di materia come risorsa, non come rifiuto. Nessuno investirà sul riciclo finché sono così forti gli altri interessi”.
Ci fermiamo quindi nel triangolo della morte, ultimo girone, a poche centinaia di metri da Casal di Principe: Parco Saurini, S. Tammaro, Ferrandelle. Ogni rilievo, ogni collina (ce ne sono tante) racchiude una discarica interrata, su cui crescono cespugli giallastri. Ma ce ne sono altre speciali, incredibili: montagne incolori, ecoballe di rifiuti senza neanche la plastica, denudate e impudiche sotto un impietoso cielo azzurro. Quelle che Bertolaso aveva dichiarato di avere eliminato, che nessun manto vegetale ricopre. Come se l’esplosione finale al rallentatore di Zabriskie Point si fosse adagiata e ricomposta in colline compatte, incollando ogni frammento. Una marmellata biancastra e fetida punteggiata di plastiche sbiadite. Otto milioni di tonnellate di rifiuti esibiti a pochi metri da coltivazioni, allevamenti di bufale, vecchi caseifici. Terreni generosi che valevano anche 200.000 euro all’ettaro, e ora non valgono più niente, se non per chi ne ricaverebbe altre discariche a cielo aperto. A poche centinaia di metri giacciono impianti per il compostaggio inutilizzati e boicottati. Anche qui, il solito cartello etichetta le montagne di veleno che chiunque può toccare: Area di Interesse Stategico Nazionale. Divieto di accesso. Ai piedi del cartello un flacone di Vernel, l’ammorbidente. Mi stordisce l’idea di qualcuno che ha cura di ammorbidire il bucato ma è incurante di avvelenare la terra, cieco a ogni relazione tra i suoi gesti.

Quando più tardi percorro a senso inverso la desolata e rumorosa “terra dei fuochi”, la quotidiana abitudine alla bruttezza dove tutto ha inizio, dentro di me ripercorro il senso di questo reportage: sono i rifiuti la nostra nuova frontiera del Sacro, indissolubile dal Potere. Se “sacrare” qualcosa o qualcuno vuol dire separarlo dall’uso comune, dalla vita, noi ci siamo affacciati sulle discariche con terrore e tremore come su crateri di vulcani attivi, abbiamo contemplato le ecoballe come temibili fascinosi templi, e gli altari incolori, disgustosi e ipnotici che rendono alieno ciò che è stato nostro, separato per sempre, come la bottiglia di Vernel. Culmine della nostra alienazione, divinizziamo ciò che di noi non riconosciamo più, ma a cui sacrifichiamo tutto. “E’ un olocausto bianco”, mi aveva detto Mariella, una delle mie guide, invitandomi qui. Ma ciò che accade da anni in Campania non è che un laboratorio di quello che succederà, e sta anzi già succedendo, nel resto dell’Italia.


(uscito su Venerdì di Repubblica in data 9/7/2010, in edicola oggi, domenica 11 luglio)

12/24/2009

"Oggetti smarriti" su Alias (recensione di Alessandra Sarchi)

Volentieri pubblico qui la recensione di Alessandra Sarchi (autrice che molto stimo), apparsa oggi su Alias (il manifesto). Titolo: "Il Novecento degli oggetti perduti" (Ah, buon natale e voi e a me).

Oggetti smarriti e altre apparizioni di Beppe Sebaste, pubblicato da Laterza nella collana di ricognizioni geografico-antropologiche Contromano (2009, 9,50 euro), parla di oggetti persi, trovati e dati a pegno, di persone intraviste nello spazio di un breve incontro, nell’approssimazione di situazioni di precarietà - la strada, il campo rom, l’alloggio abusivo in mezzo a una pineta, il monte dei pegni - di tracce lasciate più o meno consapevolmente che l’autore interroga come indizi, come gusci esistenziali in cui la vita ha preso forma e poi è stata in qualche modo abbandonata, per proseguire altrove, o tramutarsi in altro. Gli oggetti smarriti sono innanzitutto sintomo, in senso psicanalitico, dello smarrimento individuale e collettivo di un Occidente oppresso da merci e ‘cose,’ raccontato con presenza critica ed emotiva, alternando scene schiettamente narrative a brani di vero e proprio réportage letterario, in un equilibrio sottile tra autoriflessività della scrittura e neutralità descrittiva. Colpiscono i dati: l’impressionante numero di carte di identità perse - che l’autore legge come desiderio di fuga e cambiamento della popolazione, il ritmo dei verbali di consegna all’ufficio oggetti smarriti di Milano, più di 1500 al mese, una cinquantina al giorno. La lettura di questi verbali e la visione degli oggetti traccia una mappa sociologica della popolazione, dei suoi costumi, della composizione demografica. Ma lo sguardo dell’autore va oltre il dato sociologico, attratto dal potere evocativo e fantasmatico di tutto ciò che si perde, o lascia traccia. Fantasma è ciò che ci manca, ciò che abbiamo intravisto e subito perso, proiezione di un’interiorità che si nutre di assenza più che di presenza.
Il filo rosso che lega momenti e contesti molto diversi fra di loro è costituito dalla predilezione per ciò che sta ai margini, scartato, rimosso, perduto; una marginalità intesa come limite che (ci) definisce, come linea in continuo movimento. L’attenzione letteraria e umana di Sebaste rivela di aver profondamente assimilato la lezione di Derrida - Nulla di meno marginale della questione dei margini - e di Godard - É il margine che fa la pagina - . Emerge una poetica del frammento che non si compiace di mera nostalgia - anche se la nostalgia come essere altrove è sempre presente - ma è soprattutto stupore, interrogazione e riflessione sulla dialettica tra significanza e insignificanza dei gesti e delle cose, tra il permanere delle tracce e il disfarsi delle civiltà, il venire meno delle persone. Per Sebaste è il frammento che può dare l’idea del tutto, un tutto che è inafferrabile per definizione. Ne risulta un’archeologia del contemporaneo, in cui si sente l’eco dei moralisti francesi del Sei-Settecento (ma anche di Leopardi), solo che alla rovina, al resto delle civiltà passate come scaturigine di riflessione sul tempo e sul senso delle cose, si sostituisce qui l’oggetto smarrito, il frammento di quel vaso rotto che come metafora di una precisa poetica era già stato indicato dall’autore nel suo romanzo Tolbiac. Tuttavia l’inseguimento di luoghi e oggetti apparentemente banali non si risolve mai in intimismo, piuttosto attinge a una dimensione che si potrebbe definire di resistenza culturale, di memoria come coscienza rispetto alle tante forme di disumanità e immoralità che passano principalmente attraverso il canale della rimozione, della dimenticanza, dell’occultamento. Questo lavoro di ricognizione tra le macerie e gli interstizi dello spreco e del presente attuale che non conosce passato né futuro, è prima di tutto un lavoro linguistico: l’autore ci ricorda come l’ufficio degli oggetti smarriti, abbia in Francia il suo corrispettivo in un luogo che, all’opposto, si chiama Bureau des objets trouvés, al quale se fosse possibile l’autore preferirebbe addirittura il vecchio fermoposta che consentiva di ritirare in qualsiasi città la propria corrispondenza; in francese si dice poste en souffrance, ed è la sofferenza dei gesti e dei messaggi che non trovano una destinazione, delle persone e dei luoghi che vengono cancellati. E ancora: la visita a una fabbrica che produce palloncini gonfiabili - oggetto per definizione effimero e per questo molto in consonanza con gli intenti di certa arte contemporanea da Piero Manzoni a Jeff Koons - dipana una riflessione non solo sull’uso propagandistico di questi oggetti - nelle campagne elettorali ad esempio - ma anche sul paradosso insito nell’affidare a poco più che fiato le proprie sorti, sapendo che ciò che si gonfia e si gonfia è prima o poi destinato a scoppiare, lo dice la parola inglese boom, così temerariamente associata all’economia.
Se gli oggetti e i luoghi si lasciano percorrere nei loro multi-strati linguisitici e funzionali, perché sempre provvisoria è la loro aggregazione, anche le persone tendono a dissolversi o meglio a vivere in osmosi con l’ambiente che le circonda, come nelle fotografie di Francesca Woodman che Sebaste mette in ardita e inedita consonanza con la fotografia di uno dei covi delle Brigate Rosse, inconsapevoli (forse) portatori di una estetica della sparizione, dell’essere altro, del fare perdere le tracce che se avesse avuto il coraggio di essere gesto umano e artistico, anziché idiozia politica, avrebbe forse impresso una svolta diversa alla storia del nostro paese. Il libro si conclude con il catalogo degli oggetti del volo IH 870 Bologna-Palermo abbattuto su Ustica, i cui resti sono stati allestiti in un progetto di grande impatto dall’artista Christian Boltanski per il Museo della Memoria di Ustica a Bologna. Elenchi di oggetti, di passeggeri, il bagaglio, gli effetti personali riportati alla loro radice etimologica e universale - poiché ciò che è rimasto è una terrificante carcassa vuota - le parole hanno il pudore di fermarsi, di lasciare parlare il silenzio. E a chi si domanda per quale ragione esista un simile museo Sebaste risponde con Derrida: “L’archivio non riguarda il passato, riguarda l’avvenire”.

(Alessandra Sarchi, da Alias (il manifesto) del 24 dicembre 2009)

Post scriptum: http://www.radiocittafutura.it/ViewMedia.aspx?mediaID=4cbed0e4f5174c1fbf3d5cf9df3bcd4e&s=0

12/28/2008

Non chiamatele favelas. Storia di uomini e topi

Oggi su la Repubblica (ediz. romana) è uscito questo mio breve reportage, dal luogo in cui una mamma e il suo bambino sono bruciati vivi in una miserabile baracca)

Calpesto terra scura e umida e nere braci. I miei occhi toccano stoffe, utensili, pentole con dentro resti di cibo, pezzi di legno e di ferro non identificabili, e il vuoto carbonizzato dove prima c’era una baracca di legno, plastica, cartone. Vi abitavano una madre e il suo bambino di tre anni, Dorina e Kristinel, bruciati vivi mentre cercavano di scaldarsi accendendo il fuoco in un recipiente di metallo, come fanno tutti. I poveri sono pericolosi, sì. ma solo a se stessi. Nel labirinto di sentieri del sottobosco ci hanno guidato qui, Flaminia Savelli e io, tre gentili carabinieri. Solo pochi chilometri di questo stesso intrico di pini e lecci ci separa dalla tenuta del Presidente della Repubblica. Ho il permesso di varcare il nastro che transenna la tragedia. Guardo, in un luogo dove si dovrebbe ormai solo pregare, le baracche attigue superstiti.
Un luogo che non è in un altro mondo, ma negli interstizi del nostro. Arrivati alla rotonda di Ostia, di fronte al mare e alla luce, si gira a sinistra sulla litoranea che porta alle spiagge tra le dune, costeggiando a sinistra la pineta di Castelfusano. Dopo appena un chilometro, di fronte allo stabilimento Mariposa, con parcheggio e campo da tennis che arriva alla strada, un buco nella rete che cinge la pineta segnala il passaggio che conduce a uno degli insediamenti nascosti dei più poveri tra i poveri. “Extracomunitari”: la formula è giusta se non si riferisce a coordinate geografiche, ma economiche ed esistenziali: la comunità è dei ricchi, i consumatori; gli “extra”, gli esclusi sono i poveri, rom o rumeni che siano.
C’è freddo nel bosco, alle due del pomeriggio. Il sentiero scosceso si ferma in un anfratto piatto protetto dagli alberi, perennemente in ombra. Una batteria Bosch, un pentolino senza manici, alcuni piatti di plastica sparsi, vasetti di fiori rovesciati, uno specchio semicoperto di terra, tappetini di auto. Man mano che mi avvicino ai resti carbonizzati: una padella con rimasugli di cibo color zucca, un tavolino e una sedia di plastica bianchi, pezzi di motore di scooter. Tra i resti freddi del fuoco, neri e grigi, l’incongrua nota di colore di un lembo dell’inconfondibile tela verdazzurra per trasportare i morti, impigliato a un rovo. Ho i piedi gelati, è naturale volersi scaldare, qui. Ma sono gelato dentro. Cammino tra vetri rotti, carcasse di ferro, sedie di vimini rovesciate sugli aghi di pino.
A pochi metri la “casa” della vicina, Veronica, 35 anni, che aveva cercato di soccorrere Dorina. Mi affaccio: un materasso annerito, coperte, poco spazio per altro. Altro che consiste in un mobiletto bianco con su una pentola ancora piena di carne e sugo rappreso, un tavolinetto basso con sopra un tubetto di crema Nivea, un pacchetto di tè, fazzolettini di carta. Per terra una bottiglia d’aranciata e un bicchiere di plastica.
Proseguo il sentiero verso l’alto, una a una scorgo altre baracche, come quella di Lorenzo. Di fianco all’entrata, una stanza da bagno all’aperto, a suo modo molto ordinata: uno specchio tondo appeso a un ramo, un altro rettangolare incollato alla fragile parete, un pettine. Per terra, scarpe allineate e una collezione di saponi. In ogni baracca c’è una batteria da automobile per alimentare corrente. Salgo ancora, tra i pini una baracca che prima non vedevo. Anche qui lo spazio è occupato dal materasso, un tavolino di plastica è la cucina, accanto alla pentola un vecchio minuscolo televisore. All’ingresso un calendario cinese 2007 con disegni di animali, tappeti scoloriti. Nella rudimentale veranda, pattumiere di plastica e una scatola da scarpe che contiene bucce di patate, su un ripiano mezzo peperone e gambi di sedano in una vaschetta. Una bicicletta appoggiata a un albero, protetta da un telo verde. Sulle pareti esterne, rivestite di cartone da trasloco ancora con lo scotch, un foglio con un elenco di otto nomi, Tabel Benzina, un mini-censimento interno. Torno indietro, riconosco lo scheletro di una baracca in costruzione. L’appuntato Muzi mi riaccompagna. Emergo dal bosco e respiro guardando il cielo albicocca sul mare.
Ci sono tanti insediamenti di baracche come queste nella pineta. A uno di essi si arriva dall’ingresso della riserva naturale sulla Colombo, di fronte alla via della Villa di Plinio. Dall’elicottero si vedono bene, nell’intrico di alberi è quasi impossibile. Ma non chiamateli baraccopoli, tanto meno favelas: quelle sono luoghi con una dignità alla luce del sole, qui sono nascoste. Tra la litoranea e gli stabilimenti, Flaminia mi mostra la sua scoperta: una sorta di luogo d’appoggio logistico degli invisibili: oggetti, materassi, nascosti dalla macchia e dai pini. Senza vederle, dai fruscii tra i rami ci accorgiamo di presenze, come se invece che uomini si trattasse di topi. Vivono tra gli interstizi delle nostre case, dei nostri luoghi di svago. Come forse in nessun altro luogo in Europa, qui ci sono uomini che vivono come topi. Poveri. Cioè extracomunitari.

10/28/2008

Giallo Parma e cielo azzurro

Oggi su l'Unità c'è una mia "memoria" delle Barricate di Parma (cronaca di una duplice esperienza, le testimonianze filmate di chi le Barricate le vide e le fece, e una "passeggiata" oggi negli stessi luoghi di quell'epica, dove le badanti e gli immigrati hanno oggi sostituito i proletari di un tempo). E, sempre su Parma, incollo qui una sorta di reportage gonzo, in realtà assa serio, uscito sull'ultimo Venerdì di Repubblica, la settimana scorsa. Quello che non avrei previsto era che il direttore del giornale locale intervistasse il prefetto di Parma sul mio pezzo (ne riporto alcune frasi nella mia replica). Buona lettura.

Giallo Parma
Cammino per Parma, la mia città in cui non abito più. Ho visitato la mostra del Correggio – la sua sensualità angelica e ammiccante - e contemplato da vicino, grazie alle impalcature, gli affreschi nelle cupole del Duomo e della chiesa di San Giovanni, quel giallo vorticoso che risucchia verso l’alto (che da bambino mi ricordava l’uovo all’occhio di bue). Poi sono andato nel parco periferico in cui è stato picchiato e sequestrato lo studente ghanese Emmanuel Bonsu da un gruppo di vigili in borghese: il giallo delle foglie, dei vialetti sabbiosi “stile Versailles”, dei muri dell’ex fabbrica Eridania, ora Auditorium firmato Renzo Piano. Giallo Parma, che confonde sacro e profano. Come la foto del cadavere del giovane Mario Lupo, accoltellato nel 1972 dai fascisti, pubblicata dalla Gazzetta di Parma per annunciare il libro del fotoreporter locale Giovanni Ferraguti. C’è poco spazio per la memoria dell’antifascismo, un tempo vivissimo, nella “città cantiere” dell’ex sindaco Ubaldi. Si respira ancora l’ideologia della modernizzazione, anche se la ristrutturazione permanente è nell’agenda dei costruttori. Una politica spettacolare e spregiudicata ha sfidato il buon senso nel progetto di una metropolitana (13 km, fermate ogni 700 metri, per una città di 170 mila abitanti che vanno tutti in bicicletta), e quello del ridicolo nei ponti faraonici alla Calatrava. All’inaugurazione di uno di essi, ha detto il rappresentante europeo: bel ponte, peccato manchi il fiume. A Parma c’è solo un omonimo torrente, quasi sempre in secca.
Seduto al caffé, sui giornali locali vedo rimbalzare gli stessi titoli. Processo Parmalat; condanne confermate per i complici del killer di Gianmario Roveraro, finanziere dell’Opus Dei (che salvò la Parmalat quotandola in borsa). Il killer, Filippo Botteri, giovane consulente finanziario, emblematico della Parma bene e del suo stile di vita, sembra uscito da un romanzo giallo del parmigiano Valerio Varesi, il più simenoniano degli scrittori italiani (il suo commissario ha il volto di Luca Barbareschi in tv). Leggo dell’operazione all’occhio di Emmanuel Bonsu (detto “negro”) dopo il pestaggio, e le testimonianze che inchiodano i vigili; leggo su "Polis Quotidiano" le dichiarazioni del comandante dei vigili urbani delle Terre Verdiane sul fattaccio di Parma: “da noi non sarebbe mai potuto accadere, è una questione di stile di comando”. Timida richiesta dell’opposizione di sinistra: dimissioni “temporanee” dell’assessore alla polizia municipale. Si mormora di una futura alleanza, o inciucio, tra il centrosinistra che governa ancora la Provincia e la “Civiltà parmigiana” di Ubaldi, sindaco di centrodestra per dieci anni e padrino un po’ deluso dell’attuale.
Leggo che la “Fiera del Lusso” (?) non si farà, se non in tribunale (guerra non chiarita di carte bollate) mentre apre la nota “Mercante in fiera”: era la mostra dell’antiquariato, ora si vende un po’ di tutto. Crisi del Parmigiano: i produttori incontrano il ministro leghista delle politiche agricole, ma il ministro non si fa vedere. L’universo concettual-pubblicitario dei parmigiani è a rischio implosione. I suoi simboli sono gadget onnipresenti, come l’icona di Verdi con barba e cilindro riproposta anche intorno al gazebo che oscura in parte la statua del Parmigianino, con totem di coppe e prosciutti hard core a sedurre i turisti, e gigantografie in polistirolo di Verdi a benedire. Quale il sacro, quale il profano? C’è il “Festival Verdi”, e sotto le volte del Municipio un’installazione apposita: due poltrone rosse simil Frau, brani registrati, grandi pannelli con fotografie de La Traviata e sibillini frammenti d’opera: “Tutto è follia nel mondo”, “Gioire di voluttà”, “Di quell’amor che è palpito”. Sembra di stare in una grande osteria all’aperto. Manca solo l’accento impastato, o l’ironia sublime della voce di Paolo Nori, altro scrittore esule parmigiano.
Alla manifestazione antirazzista, mentre in piazza parlavano i rappresentanti della comunità ghanese e il segretario della Cgil, gli altoparlanti coprivano le voci con la Traviata. Ma Parma non è razzista, lo scrive Alberto Bevilacqua, e tecnicamente forse è vero. Di certo è sazia e soddisfatta di sé, sprezzante verso i poveri e i diversi, incapace di guardarsi dal di fuori. Clinicamente si dice “narcisista”: un circuito chiuso e autoreferenziale che cerca conferma di sé, dunque insicura, come gli Italiani all’estero che cercano gli spaghetti ovunque. I parmigiani si sentono speciali, ma di speciale hanno solo questo sentimento, o presunzione, un darsi di gomito che racchiude chissà quale appartenenza. Simulacri e marketing, dall’austriaca Maria Luigia ad Arturo Toscanini che emigrò in America. Ne era spia il tic linguistico, “città dell’eccellenza”, sulle labbra dell’ex sindaco. Eccellenza di che? A Parma si allunga l’ombra della camorra, avvertiva Roberto Saviano su l’Espresso. Lo ha ripetuto il parmigiano di nascita Carlo Lucarelli a un incontro pubblico. Mi ha detto poi: “Parma è bellissima, ma deve riconoscere i suoi problemi: come altre città ricche del Nord è permeabile ai capitali della mafia. L’unico vero antidoto è la cultura, la socialità, la sua tradizione”. Tra i problemi, i fallimenti finanziari della Parmalat di Callisto Tanzi (“come una brutta storia di mafia”, ha detto il pubblico ministero Greco), della Guru di Matteo Cambi, cocainomane e bancarottiere, ditte che chiudono e casse integrazioni. Altri omicidi senza passione, che hanno riempito le cronache negli ultimi anni. Sullo sfondo, i tanti appalti della “città cantiere”, anche quelli che stravolgeranno il volto della storica piazza mercatale della Ghiaia, o del medievale Ospedale Vecchio, sede dell’Archivio di Stato, trasformato in albergo di lusso. Appalti spartiti dai soliti noti.
Molti ironizzano sulle ordinanze del sindaco Vignali, e la Carta sulla Sicurezza firmata proprio a Parma. Tolleranza zero contro chi va a puttane, chi butta le cicche per terra, chi mendica, bivacca, imbratta i muri, chi parla forte e disturba il quieto vivere, chi piscia per strada. C’entrano con la sicurezza e la paura della gente? Anche l’ex sindaco Ubaldi ha preso le distanze: “Abbiamo già tre polizie per la repressione del crimine. Metterci anche i vigili è sbagliato. Si sollecitano reazioni allarmate, si autorizzano isterie collettive”. Massimiliano Brunetti, cronista di "Polis Quotidiano", mi ricorda altri discussi comportamenti della polizia municipale, come lo sgombero di profughi sudanesi del Darfur da un’ex cartiera, gennaio 2005, tuttora ospitati da don Luciano Scaccaglia, parroco della Chiesa Santa Cristina, strenuo difensore dei non garantiti.
In tutto questo, Parma è un laboratorio italiano. Le trame opache del mondo finanziario, il consumismo estremo, l’infelicità inconsapevole tra ricchezze e luccichini, il senso di diffusa anestesia e indifferenza. Valerio Varesi, giornalista e romanziere, sospira: “Parma era un laboratorio sociale e libertario, ora lo è dei divieti. C’è stato un mutamento genetico? La sua storia è di una città da sempre contro le coercizioni, insofferente ai despoti - “popolo inquieto e incline al tumulto”, scriveva Bruno Barilli – dalle coltellate al Duca alle Barricate contro i fascisti di Balbo, e nei primi anni ’60 le lotte operaie”. Ricorda Mario Tommasini, l’assessore che con Basaglia aprì i manicomi e realizzò con Marco Bellocchio il film Matti da slegare, i brefotrofi svuotati, la creazione della fattoria di Vigheffio coi malati di mente. “La Parma di oggi è invece quella omertosa delle banche, questa sì un attentato alla sicurezza dei cittadini, della finanza virtuale, personaggi da Falò delle vanità di provincia, donne noleggiate e macchine sportive, la tv spazzatura che si fa carne. Quanto lontana da quelle solide basi contadine, i piedi ben piantati nelle zolle di terra, che costruì la ricchezza di Parma, quella delle industrie agroalimentari”. Come in Novecento di Bernardo Bertolucci, penso, dove il sacro e il profano potevano anche confondersi, ma non cancellarsi.

(uscito su Venerdì di Repubblica del 25 ottobre 2008)


"Parma è sana troppo clamore". "I parmigiani sono sconcertati la città dipinta dai media non è quella che conoscono". Questo il titolo della sconcertante intervista del direttore della Gazzetta di Parma al Prefetto Paolo Scarpis in reazione al mio articolo. Per replicare si è delegato il prefetto (a quando la critica stilistica e di genere al Ministero dell'Interno, con tanto di timbro che autorizza la pubblicazione?). Per dire che "Parma è diventata protagonista sui media per episodi che hanno avuto un clamore sicuramente sovradimensionato rispetto all'entità degli stessi", ha attaccato il sottoscritto. Questa la mia replica inviata ieri per e-mail alla Gazzetta di Parma:
"Leggo con comprensibile ritardo (dove abito la Gazzetta di Parma ahimè non si trova) un'intervista del direttore della Gazzetta al Prefetto di Parma, in cui si commenta un articolo di un non nominato scrittore su un non nominato magazine de la Repubblica. Il magazine è Venerdì, l'autore è Beppe Sebaste, il sottoscritto. Osservo solo questo: è una strana cosa chiedere a un prefetto, cui di solito ci si rivolge per avere dati su crimini e sicurezza, di esprimere un giudizio su stile e opportunità di un articolo che contiene a sua volta giudizi etico-estetici sulla città, nonché una certa nostalgia. Altrettanto strano è accettare di rispondere, e commentare ("argomenti triti", "spirito fazioso"), fino all'illazione e all'insinuazione ("a quanto so, è un parmigiano pieno di livore verso la sua città e non capisco perché"). E' uno stile che si commenta da sé. (Da parte mia girerò la lettera ai colleghi che sulla città si sono espressi nell'articolo in questione)".

Detto questo, spero che oggi non piova, almeno a roma, e che il cielo resti azzurro sopra le teste degli studenti che affolleranno la strada davanti al Senato in cui si discute del decreto Gelmini.