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4/03/2014

Per Giorgio Messori

Domani venerdì 4 aprile, a Bologna, si svolgerà questo incontro sullo scrittore Giorgio Messori, scomparso nel 2006. Gino Ruozzi, curatore del raccolta postuma di racconti Storie invisibili e altri racconti, ha scritto una breve e bella nota biografica dell'opera di Giorgio. Fu il mio migliore amico, abbiamo scritto e fatto insieme tante cose, e sono terribilmente impacciato ogni volta che egli diventa oggetto di discorso. Scusatemi. Qui trovate alcuni testi su Giorgio. Su Giorgio, a Roma (23-24 febbraio) e a Reggio Emilia (novembre 2013) si sono già svolti incontri di studio col titolo Io non sogno mai (come un racconto di Giorgio sulla Via Emilia). In particolare a Reggio Emilia il poeta Carlo Bordini disse queste parole.
   A Roma, nell'angoscio dei tempi contingentati, la notte prima del convegno avevo scritto di getto degli appunti su e in memoria di Giorgio, che lessi per stare dentro i tempi. Poi li inserii, nonostante il loro tono quasi trafelato, senza alcuna correzione, come appendice o rewind del capitolo sulla scrittura del mio Libro dei maestri (Porte senza porta rewind) ripubblicato quello stesso anno in una nuova edizione da Sossella - capitolo che già nell'edizione Feltrinelli degli anni '90 finiva con un meraviglioso decalogo sullo scrivere che mi aveva dato Giorgio. Nell'imminenza dell'incontro di Bologna - il cui titolo è dedicato forse ai lavori di Giorgio di descrizione e osservazione del mondo esterno, come nel bellissimo Viaggio in un paesaggio terrestre, scritto e costruito col fotografo Vittore Fossati - vorrei offrire qui, tale e quale, quel testo intimo, gli appunti trafelati che lessi al convegno di Roma quattro anni fa. Non c'è un titolo, solo una dedica. Per  Giorgio Messori.


   Non ho mai parlato di Giorgio, ho sempre parlato con Giorgio. Un parlare che d’altronde non escludeva il silenzio, anzi lo comprendeva e lo esaltava. Il “con” avvenuto con lui, la comunità delle nostre parole e silenzi, che a volte si prolungavano le une nelle altre, l’uno nell’altro, è la parte più importante della mia formazione. Educazione allo sguardo, al pensiero, al formare frasi. Educazione all’esperienza. Parlare di lui, farne oggetto e non soggetto di parole, è più grave che parlare in sua assenza, perché parlavo con lui anche in assenza di lui (è questa la magia umana dello scrivere, rendere presenti gli assenti). Lo abbiamo fatto in un lungo epistolario, per esempio. Scrivere è già sempre un gioco di fantasmi, come sapeva il suo amato Kafka. E in qualunque storia di fantasmi, siamo sempre noi, i fantasmi: gli scriventi, i testimoni.

   Ora qui siamo in un’aula universitaria. Giorgio e io ci siamo conosciuti in un’aula universitaria, a Bologna, alla lezione delle 9 del mattino di Estetica di Luciano Anceschi, a.a. 1978/79. Era l’unico corso che frequentavamo. In Estetica con Anceschi ci siamo laureati insieme, quasi fianco a fianco (in un’altra aula). [Ricordo: qualche minuto prima ci svegliavamo alle luci di un bar, dopo una note insonne e una lettura di poesie in un paesino dell’Emilia, ci facevamo domande, afasici come non mai. La sua tesi era sulle “Poetiche narrative in Peter Handke”, la mia sulla “Poetica del romanzo giallo”. Durante la cerimonia ci eravamo dimenticati di sfilarci l’impermeabile. Un’amica ci ha fotografati, attoniti, all’uscita, con le Tesi in mano. Dopo siamo andati sui colli a dormire e ascoltare musica rock. La canzone di quei giorni era Out of the blue, voce di Neil Young. Quello stesso pomeriggio del 12 novembre 1982 abbiamo fondato davanti al notaio la cooperativa editoriale Aelia Laelia, che si proponeva di pubblicare solo libri organici, necessari e felici, quelli cioè rifiutati dalle case editrici perché nuovi. La sera, un’altra lettura a Reggio Emilia, dove io e Giorgio facemmo insieme una performance quasi improvvisata dal titolo beckettiano “Tutto lo strano via”, con le scarpe in mano e una candela accesa. Era un elenco di frasi... E ora basta coi ricordi, che non finiscono mai].


   Parlo invece delle letture di Giorgio, i suoi veri interlocutori, le sue passioni, gli eroi della sua sensibilità e coscienza, che non ha mai messo da parte.
   Baudelaire e i poeti americani, su cui ci eravamo entrambi svezzati. Beckett, tutto. Kafka, quello dei Diari e dei Colloqui con Janouch oltre che i racconti e i romanzi, e tra i romanzi il grande teatro dell’Oklahoma con cui si chiude America, e l’idea che si possa descrivere un Paese senza visitarlo, e fare uso di quella descrizione come di un vademecum per il visitatore. Il parlare con l’angelo delle poesie di Rilke: la voce di Giorgio che legge per gli amici le Elegie Duinesi, in particolare l’Ottava (che lesse anche al funerale di mio padre) – “La creatura, qualsiano gli occhi suoi, vede / l’Aperto. Soltanto gli occhi nostri son / come rigirati, posti tutt’intorno ad essa, / trappole ad accerchiare la sua libera uscita. / Quello che c’è di fuori, lo sappiamo soltanto / dal viso animale; [...] Libero da morte...”.
   E il parlare con l’Angelo di Walter Benjamin. E Robert Walser, naturalmente, e la filosofia prima della filosofia studiata da Giorgio Colli, i Minima moralia di Adorno, l’aforisma sul verso di Baudelaire “rien faire comme une bête”, “giacere e guardare tranquillamente il cielo”, immagine della pace perpetua e della fine della dialettica, che Giorgio sentiva come un’esperienza fisica, corporale. Le poesie di Vladimir Holan di cui mi fece dono pochi giorni dopo il nostro incontro, Una notte con Ofelia - dove si trova il verso “è sempre il poetico che uccide la poesia”, dove si parla della neve, del silenzio e della “cucina dell’insonnia” - “tanto meno gesti / nulla da mettere in mostra”; e “La Ballerina”, su cui mi scrisse una lettera intensa. Fame di Knut Hamsun.
  Era l’epoca in cui entrambi leggevamo Peter Handke e ci riconoscevamo nella dichiarazione dello scrittore austriaco, rilanciata dal regista tedesco: “La mia via fu salvata dal rock’n roll”. La tasca del suo giaccone dove un tempo teneva sempre una copia dei Temi di Fritz Koch di Robert Walser passò col tempo ad albergare l’anarchico esilarante L’imitatore di voci di Thomas Bernhard, prose brevi del tutto libere, comiche e audaci, dove la finzione era mischiata a nomi di persone reali e viventi, e Giorgio che scoppiava a ridere ogni volta che le leggeva a voce alta, e tentammo di imitarle in un progetto: “L’imitatore dell’imitatore di voci”. La colonna sonora del libro che facemmo insieme, L’ultimo buco nell’acqua, era Rock’n roll Suicide di David Bowie... Anche qui l’elenco potrebbe continuare a lungo, troppo. Ma che cosa hanno in comune le letture, le passioni letterarie e non solo di Giorgio, che io ho condiviso?

   Credo questo: un certo rapporto tra la letteratura (e l’arte) e la vita, e una specie di smania pacata della verità. Giorgio Messori amava appassionatamente e laicamente la verità, l’insorgenza dell’evidenza come rivelazione laica, che è tanto più trascendente quanto più è immanente, come un’epifania che porta a una specie di beatitudine mentale, spesso addirittura al riso. Ma poteva essere “la nebbia color ciliegia” nel cielo di un  tramonto invernale visto alzando gli occhi mentre leggeva un racconto di Jim Ballard che descriveva, appunto, “una nebbia color ciliegia”, perché le frasi lette - come, scoprimmo più tardi, le fotografie dell’amico Luigi Ghirri - hanno “il potere di modellare (mi) una sensazione percettiva fino ad allora sconosciuta”, insomma prestano occhi per vedere il mondo. O come quel suo brano narrativo in cui, mimando La Nausea di Sartre, si stupisce, alla fine di una canzone che esce dal juke box, che “i miei piedi sono ancora lì”. O come in molte pagine di Max Frisch (un altro grande amore comune), e quell’intervista che gli fece Enrico Filippini (stranamente assente dalle raccolte edite dei suoi articoli), sul senso dello scrivere come mezzo di fare esperienze, “fosse anche quello di sapere che cosa si prova ad avere freddo ai piedi”. La letteratura non ha valore, secondo Giorgio, non solo se non riflette l’esperienza, ma se non si fa essa stessa esperienza. Alla cui radice, penso oggi, c’è forse quel veritatem facere con cui si è tramandato lo spirito di Giovanni nel Vangelo, rilanciato dal fondatore dell’autobiografia Agostino, da Dante, da Petrarca su cui Giorgio ha scritto, e rilanciato dalla prosa stoica nel Cinque-Seicento (Montaigne compreso: che, proprio come Giorgio, “non insegnava, ma raccontava”); e, nella nostra epoca, oltre al sempre presente, per Giorgio, Walter Benjamin, è incarnato dalla letteratura detta civile di Max Frisch. Incarnare è la parola giusta: “Evita di pensare col linguaggio”, ha annotato ancora Giorgio parafrasando Handke in suo testo (Il foglio bianco, gli spazi bianchi), “rimani nelle cose e nel loro splendore. Così diventa [il verbo è all’imperativo] il linguaggio reale, così il linguaggio diventa reale”.

  Accanto a questo, in Giorgio si è imposta molto presto una libertà irriducibile, anarchica senza mai essere screanzata, di tendenza senza essere sprezzante né irriverente verso l’altrui credere, ma nemmeno mai compromissoria, mai ambiziosa, etica in modo naturale fino al midollo, ma senza nessun dover essere; a volte perfino parodistica, se è vero che, quando montammo insieme le prose del nostro primo libro dal programmatico titolo (L’ultimo buco nell’acqua) per noi era assolutamente scontato che non saremmo mai andati a pietire un editore, e preferimmo, come nella sintassi narrativa di Robert Walser, la via più lunga e tortuosa, ossia prolungare la comunità del nostro libro plurale inventando con altri amici una casa editrice, Aelia Laelia, una “etichetta” editoriale, dicevamo, una “piccola etica”.
   Ma la seconda volta che ci siamo visti all’università, quel mattino alle 9, inverno 78/79, la lezione annunciata la fece proprio Giorgio, una relazione su Walter Benjamin e Franz Kafka. L’ho riletta. E’ molto bella. Persuaso che mai come nella nostra epoca si fosse compiuta “la trasmigrazione della filosofia nella letteratura e parallelamente della letteratura nell’esperienza filosofica”, in Benjamin - continuava Giorgio - “la costruzione metaforica, il procedere per immagini, non è qualità specifica dello scrittore, ma sostanza stessa del pensiero che si manifesta”. Ancora: “La produzione d’immagini non vuole risolversi in lui nel calco poetico del reale o nell’edificazione possibile di un altro reale, come avviene nella maggior parte dei luoghi strettamente letterari, ma diventa procedimento teso a cogliere l’essenza stessa del reale, la qualità particolare dell’esperienza”. Penso che questo brano descriva con precoce lucidità quello che ha fatto in ogni sua opera Giorgio, lo scrittore Giorgio Messori.
   Questa lucidità che scambiavamo (nel senso proprio di barattare) così spesso e volentieri per una serata allegra, per uno stordimento tra amici; quell’intelligenza che davamo allora per scontata, non hanno mai escluso né impedito una distanza irriducibile, per Giorgio più ancora che per me, dall’istituzione accademica, da quella che chiamavamo, citando Kafka, “la schiera degli uccisori”: “Strana, misteriosa, forse redentrice consolazione dello scrivere: uscire dalle fila degli uccisori, osservare i fatti”. I lavori di descrizione della via Emilia prima, grazie a Luigi Ghirri e Gianni Celati, poi altri analoghi, furono per noi una vera salvezza, oltre che i primi soldi guadagnati con la penna. Giustificarono questa passione minoritaria, indipendente, dell’“osservare i fatti”. Giorgio ne fece un mestiere magistrale. Ed è sempre questa sua idea dello scrivere come “uscire dalle fila degli uccisori” a rendere arduo, per un critico onesto, ogni parlare di lui.

   Ho naturalmente pensato a Giorgio, e a queste giornate dedicate a lui gremite di specialisti, quando alcuni giorni fa mi sono imbattuto in un sito Internet nell’intervento di uno scrittore che stimo sull’etica e la scrittura, criticato dai commenti on line con terminologie di critica letteraria in cui spiccava, oltre all’accusa di dannunzianesimo, quella di “vitalismo”. Finché qualcuno, un anonimo, ha scritto: “Se davvero la vita fosse una cosa e la letteratura tutta un’altra cosa, non me ne fregherebbe proprio nulla. Della letteratura, intendo”. E io mi sono sentito assolutamente, intimamente d’accordo con lui. E so che Giorgio sarebbe stato intimamente, assolutamente d’accordo con lui. Del resto, come ha suggerito un altro lettore, tutto quello che la critica letteraria dice sui testi non lo direbbe mai la critica musicale sulla musica. Come si potrebbe rimproverare a Bob Dylan, ai Rolling Stones o ai Velvet Underground di essere vitalistici? Sto sempre parlando di Giorgio, per il quale la musica era molto importante.
  La sua distanza dalle aule dell’Università (a parte il meraviglioso stralunato mondo del melting pot sovietico della “Università delle Lingue e della Diplomazia” di Tashkent, dove insegnava Italiano e dove mi invitò anni fa a fare dei seminari), è simile al disagio che provava verso la critica letteraria, a sua volta frutto della consapevolezza, pur nel piacere irrinunciabile del leggere e scrivere, dell’irrilevanza dell’essere scrittori e del fare letteratura. Irrilevanza non significa sminuire l’importanza che accordava allo scrivere come esperienza privilegiata dello stare nel mondo, di vivere e di sopra-vivere, e di vivere meglio.
   C’era (c’è) indubbiamente, e rivendicata (lo ribadisco), una vocazione minoritaria in questa esperienza della letteratura, e anche questo si accorda a Kafka (il Kafka della letteratura minore riletto da Deleuze), e agli altri autori che amava. Una politica minoritaria. Una protesta ironica e sommessa, una libertà e una gioia senza scopo, come quella dell’autore di Mes amis, Emmanuel Bove, che scoprimmo insieme, che tradussi poi in italiano mentre il suo amato Handke traduceva in tedesco (mentre Giorgio tradusse il boviano viaggio di Peter Handke tra i grattacieli della Défense a Parigi). La scrittura di Giorgio è volutamente, naturalmente delicata (non “garbata”, come è stato detto), capace di versare tonnellate di senso con una o due parole, come gli disse Tondelli nel periodo in cui Tondelli aveva fortuna facendo proprio il contrario (quando in generale si pubblicavano tonnellate di parole, a volte quasi delatorie, per una manciata di senso). Anche la sua fragilità era rivendicata, forse all’insegna di quel verso stupendo di Vladimìr Holan che mi passò Nicolas Bouvier (autore pure molto amato da Giorgio): “Ciò che non trema, ciò che non vacilla, non è solido”. Solo ciò che è fragile è davvero solido.
   Sulla fragilità ha scritto Giorgio, molti anni fa:
   “C’è un racconto di Thomas Bernhard che amo molto. Parla di un carcerato che si alza di notte per scrivere dei racconti, delle storie. ‘Lo scrivere’, scrive Bernhard, lui lo chiamava ‘il mio passatempo’, e gli veniva come agli altri vengono i sogni, e come i sogni era fragile”. Leggo queste frasi dal testo di Giorgio sul pieghevole per la presentazione de L’ultimo buco nell’acqua a Roma, Teatro dell’Orologio, 1983. Così continua:  “Chiunque scriva sa perfettamente quanto questo stesso fatto, cioè l’estrema insicurezza, la fragilità di cui parla Bernhard, oppure pensare di non essere scrittori, il terrore di fallire qualcosa che sembra essenziale per la propria stessa vita, sia forse il motivo principale per cui uno scrive”.
   Il testo di Giorgio finisce con un apologo su una ragazza che in treno, davanti a lui, con gesto aggraziato si sfila il golfino che teneva sulla maglietta bianca. Lui la osserva, e pensa che esiste una parola per dire quella maglietta che si indossa sulla pelle, e forse anche il gesto di lei, l’atmosfera stessa che si è creata nello scompartimento, ma non la trova, pur cercandola per tutto il viaggio, pur sapendo che a partire da quella parola avrebbe voluto scrivere un racconto. Poi però pensa – e questo pensiero è una delle fulminazioni pacate di Giorgio, che non sfuggì a Luciano Anceschi (che ci propose proprio a partire dalla frase che ora dirò di tenere un corso sulla scrittura narrativa all’Università di Bologna, corso che naturalmente non tenemmo mai), “poi pensai - scrive Giorgio – “che potevo scrivere (probabilmente questa è una delle ragioni del mio andare verso la prosa,) anche se non trovavo, o mancava una parola”.
   Scrivere perché non abbiamo, non troviamo la parola giusta. Scrivere perché le parole ci mancano, scrivere perché non riusciamo a dire, e forse non riusciamo nemmeno ad amare, a desiderare, a chiedere, a prendere, e ancora a dire. Scrivere perché siamo inadeguati, scrivere perché siamo perduti, scrivere perché manchiamo. Questo Giorgio aveva imparato prestissimo a insegnare. Nel periodo in cui un altro scrittore, Raymond Carver, che come Cechov amavamo al punto di provare dei brividi alle sue pagine e alle sue frasi, nel periodo in cui la sua fama (di Carver) si era così estesa che si richiamavano a lui tirandolo per la giacca autori che vistosamente non avevano nulla a che fare con la sua umile sobrietà, intraprendenti autori che aprivano scuole di scrittura e giovani holding, Giorgio mi raccontò questo episodio di quando Carver insegnava scrittura creativa. A un allievo che gli chiedeva consigli su come finire un racconto, Carver così rispose: in qualunque modo vada a finire la storia, ricordati sempre di non far mancare il latte ai bambini, la mattina.

   Niente e nessuno mi toglierà dalla testa che questa frase, questo tono, questa semplice enunciazione etica, siano il tono, la voce, la verità intima e umana di Giorgio, dello scrittore Giorgio Messori.

(tutte le fotografie sono degli anni '80)

11/24/2013

Adelphi, cinquant'anni di libri color "pastello"



   In un suo “pensiero” Giacomo Leopardi ironizza, molto cortesemente, sulla “bella e amabile illusione” delle ricorrenze, secondo cui “i dì anniversari di un avvenimento, che per verità non ha a fare con essi più che con qualunque altro dì dell’anno, paiono avere con quello un’attinenza particolare, e che quasi un’ombra del passato risorga e ritorni sempre in quei giorni, e ci sia davanti”. Non ci imbarazza quindi celebrare forse per ultimi il cinquantesimo anniversario della casa editrice Adelphi, dedicandole un ammirata testimonianza di lettori e i nostri auguri. D’altronde, le parole leopardiane citate sopra a memoria le ritrovo al paragrafo XIII dei Pensieri di Leopardi editi nella Piccola Biblioteca Adelphi, con una tipica copertina rosa corallo o rosa pesca, non saprei decidere.
   Ecco, già nei colori delle iconoclaste copertine Adelphi riconosciamo una nota inconfondibile dei nostri scaffali, libri che perfino i più esigenti e problematici ordinatori di biblioteche, di solito più competenti e saggi dei critici di prpfessione (l’arte di disporre i libri non ha soluzioni definitive, solo la pazienza di sistemazioni provvisorie e approssimative) cedono a volte alla tentazione di sistemare i libri Adelphi senz’altro metodo che la comune appartenenza, come i venditori di mobili e i non lettori che sistemano i libri secondo il colore delle copertine. Ma anche questa soluzione, un tempo irrisa dai colti, viene dialetticamente redenta nell’idea adelphiana del catalogo editoriale come forma, libro dei libri, di libri che stiano bene insieme tra loro anche nelle diversità, secondo la teoria del buon vicino evocata spesso da Roberto Calasso.
   Tornando ai colori delle copertine Adelphi, è importante notare che non si tratta mai di colori assoluti, o saturi, e che siano invece tutti interpretabili, “pastello”, colori al limite marginali, minoritari, identità non rigide ma flessibili -  ceruleo, lilla, violaceo, lavanda, sabbia, malva, verde pastello, salmone chiaro, etc. Non sono un esperto, ma nella gamma dei colori adelphiani trovo la promessa mantenuta di quella libertà e rottura degli steccati ideologici che ispirò il fondatore Luciano Foà (consigliato da Roberto Bazlen), in polemica con una certa “monotonia editoriale di sinistra”. Quando, per capirci, il non fare esternazioni manifestamente di sinistra e il pensare pensieri inattuali equivaleva a essere considerati di destra. Il colore, si sa, connette con tutti gli altri sensi, connette sfera cognitiva e sfera emotiva, promuovendo quella generale interconnessione di tutto con tutto che è la letteratura, oltre che il metodo di Gregory Bateson, una delle grandi menti del XX secolo a cui tutti dovrebbero guardare (soprattutto i politici), il cui Verso un’ecologia della mente Adelphi pubblicò già nel 1977.
   Di questa connessione universale che coincide con la letteratura la rete, nel senso del web, è invece spesso un’ambigua e ostile parodia. Roberto Calasso ha scritto un articolo appassionato sul New York Times in polemica risposta a Kevin Kelly di Wired, che preconizzava con malcelata soddisfazione la sparizione del libro di carta a favore dell’e-book, e proprio a partire dalla sparizione delle copertine. Le copertine sono la pelle del libro, ha detto Calasso, e quindi la prima cosa ad essere scorticata da nemici e detrattori. Il testo è raccolto nel bel libro recente di Calasso, L’impronta dell’editore (Adelphi). L’odio verso l’oggetto libro che viene da un certo mondo del web è in fondo “una profonda e giustificata avversione, perché il libro corrisponde a una modalità della conoscenza incompatibile con quello propugnato dalla rete, che è la conoscenza come protesi, l’occupazione della mente con uno sciame di bit digitali, esattamente l’opposto di ciò che è la conoscenza in senso metamorfico, che trasforma cioè il soggetto che conosce”.
  E’ buffo, finora abbiamo parlato solo o quasi di copertine. La casa editrice Adelphi nacque nel 1962 per iniziativa, come abbiamo detto, di Luciano Foa (uscito dall’Einaudi col pretesto di un litigio sulla pubblicazione delle opere integrali di Nietzsche a cura di Giorgio Colli) e Bobi Bazlen, ma i primi quattro libri uscirono l’anno dopo, cinquant’anni fa: il Robinson Crusoe di Daniel Defoe, le opere teatrali di Georg Büchner, il primo volume di tutte le Novelle di Gottfried Keller, Fede e bellezza di Niccolò Tommaseo: si noti, fin dall’inizio dunque, l’insieme di libertà, imprendibilità e qualità inattuali delle scelte che caratterizzeranno il catalogo editoriale Adelphi. Roberto Calasso vi collaborò dal 1967, per diventarne poi direttore editoriale e autore della casa. Dagli anni ’70 il marchio Adelphi era ormai noto: Hermann Hesse e Joseph Roth (in nessuna stanza di studente mancavano Siddharta e La leggenda del santo bevitore), letteratura mitteleuropea (Il manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki uscì nel 1965) e Indiani d’America (Alce Nero parla di John G. Neihardt, 1968), Robert Walser e Antonin Artaud, Il libro dell’Es di Georg Groddeck (1966) e Lezioni e conversazioni di Ludwig Wittgenstein (1967), i Quaderni di Valery e La sapienza greca di Giorgio Colli, Elias Canetti e Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Pirsig (1981) e così via, fino alle opere di Nabokov e a quelle di Simenon, i romanzi (postumi) di Guido Morselli e quelli di Giorgio Manganelli, e dal 1981, con Perturbamento, le opere del grande Thomas Bernhard, che ai miei occhi, o meglio alle mie orecchie, incarna al meglio lo spirito Adelphi: una scrittura complessa e irriducibile, irriverente e a suo modo consacrata, capace di rifondare in modo assolutamente non-ideologico il concetto stesso di avanguardia, con una totale dedizione alla sintassi e alla verità – scomodissima, appunto - della letteratura. Senza trascurare la mitologia classica e la spiritualità orientale, soprattutto quella indiana (in coincidenza con l’interesse personale dello scrittore Calasso). Ognuno può sfogliare la propria memoria del tempo scorrendo le pagine di Adelphiana, un volume-catalogo pubblicato in occasione del cinquantenario.
   Se i libri Einaudi li riconoscevi dall’odore, ed era un’aroma eccitante di impegno e di costruzione di sé, attualizzata dalla politica, tutt’uno col sentimento di appartenenza al fronte frastagliato dei ribelli, i libri Adelphi erano un’esperienza diversa e complementare, innanzitutto tattile e visiva (la pelle delle copertine, ancora una volta), poi un invito destrutturante al sogno e all’immaginazione, come la siepe dell’Infinito; un altro indirizzo dell’intelligenza, non superiore ma più esoterico. Ma non sentivamo all’epoca nessun conflitto (parlo degli anni Settanta e Ottanta).
   Un ricordo intimo: ore trascorse in luoghi diversi, col mio amico Giorgio Messori, a leggerci e rileggerci a voce alta i nostri adelphini preferiti, che tenevamo sempre nella tasca del giaccone, I temi di Fritz Kocher di Walser e soprattutto L’imitatore di voci di Bernhard, ,e non riuscire a smettere di ridere. Il libro più commovente della collana? Uomini tedeschi di Walter Benjamin, monumento stoico all’antiretorica, all'inerme luminosa verità, ancora una volta, della letteratura.
(articolo pubblicato su l'Unità di domenica 24/11/2013)

4/19/2013

Il visibile infinito di Luigi Ghirri


(Marina di Ravenna 1986)
(Dal 24 al Maxxi di Roma si potrà vedere una mostra antologica di Luigi Ghirri. Questo mio brevissimo articolo che la segnala è uscito oggi su Venerdi di Repubblica, pag. 136)

   Il titolo della mostra viene da una fotografia del 1978: su un pezzo del Corriere sgualcito per terra, sui sampietrini, si legge il titolo di un elzeviro, “Come pensare per immagini” (che, sappiamo, fu firmato da Gillo Dorfles). Non è un omaggio al Denkbilder di Walter Benjamin, ma una semplice, nuda epifania. A dire la verità l’intelligenza visionaria di Luigi Ghirri non fu neppure un “pensare”, ma un atto meno mentale e più di anima: la capacità di abbandonarsi alla meraviglia di trovarsi nel mondo, e cogliere il suo manifestarsi come rivelazione. Come lo stupore che provava bambino nei musei, quando senza nessuna presunzione di sapere vedeva nei quadri e nell’arte in generale delle bellissime figure. Tra gli insegnamenti di Ghirri, oltre al vedere e all’assoluta assenza di disprezzo per qualsiasi luogo, c’è l’accoglienza e freschezza con cui capovolse l’Ecclesiaste: “non c'è nulla di antico sotto il sole”.
   Qualunque cosa diranno i futuri curatori della sua opera, Luigi Ghirri fu pioniere tutt’oggi insuperato (nomi altisonanti dell’arte hanno preso spunto da lui) che sfugge le catalogazioni: dall’arte concettuale (mai rinnegata) passò all'osservazione e allo studio  del territorio, ovvero a quello che non siamo più capaci di vedere, sfidando la presunta banalità dell’ordinario e rifuggendo ogni effetto “speciale”. Approdò alla nebbia, alla cancellazione del paesaggio, e restò così sempre fedele all’Infinito, titolo di foto memorabili e nome dello studio che gestì con la moglie Paola. “Dentro i musei / l’infinito viene giudicato”, cantava il nostro amato Bob Dylan, ma ciò che si vede e risuona nelle sue immagini non esclude ciò che non si vede, che insiste e mormora nel cosiddetto fuori campo: l’infinito, appunto. Strana pretesa, mi confidò una volta, sottrarre un oggetto, un particolare, dal resto della Creazione o del mondo. E’ questa coscienza del Tutto che le sue foto non cessano di suggerirci.

[LUIGI GHIRRI. PENSARE PER IMMAGINI - Icone Paesaggi Architetture - Roma, Maxxi, 24 aprile – 27 ottobre 2013 - a cura di Francesca Fabiani, Laura Gasparini e Giuliano Sergio, in collaborazione con Comune di Reggio Emilia, partner Biblioteca Panizzi]

[Segnalo che lo scorso anno, a vent'anni della morte di Luigi Ghirri, ma anche un anno dopo la  scomparsa della moglie Paola, Daniele Delonti ha coinvolto tutti gli amici in un libro-omaggio dal titolo Fin dove può arrivare l'infinito, come il titolo del bellissimo scritto su Luigi di Giorgio Messori nel 1992, che fa da Prefazione. Mi accorgo solo ora che è con quello scritto, con cui concordo totalmente, che dialoga forse questa mia breve segnalazione. Il libro è edito da Skira]

5/06/2011

"Quando ancora sapevamo aspettare" (per Peter Bichsel)

   In un mondo più sano, anche gli orizzonti e i riferimenti letterari sarebbero molto diversi. Muterebbe il valore accordato alle storie e, per esempio, molti degli scrittori stranoti, giovani o anziani che siano, sarebbero ignorati, e viceversa scrittori di cui si sa poco o nulla sarebbero letti da tutti. Come vorrei fosse il caso di Peter Bichsel.

   Di lui uscì in Italia negli anni Sessanta da Mondadori una raccolta di fulminanti racconti che facevano pensare a un Robert Walser coi colori della Pop Art, Il lattaio e altri racconti. Si deve a Giorgio Messori, che di Bichsel fu amico e traduttore, l’attenzione per i suoi scritti a partire dalla metà degli anni ‘80: le splendide conferenze su Il lettore. Il narrare (meglio di un corso di scrittura creativa), i racconti di Al mondo ci sono più zie che lettori, Storie per bambini e altri editi da Marcos y Marcos. Notava Giorgio Messori come per Bichsel ogni riflessione fosse naturalmente “racconto”, ed anche in questo consiste la cifra civile e politica della sua scrittura: spiegare tutto con delle storie, pensare in storie, e non in fatti astratti.
   Svizzero di lingua tedesca, giovane 75enne residente a Solothurn (Soletta), già amico di Max Frisch e membro del Gruppo di Olten, Bichsel è uno di quegli autori capaci di ridurre la distanza tra la letteratura e i lettori, la cui lingua e sintassi semplici e corrosive ci riconciliano con l’antica arte del narratore - quando le storie, ricordava Benjamin, erano veicolo epico della saggezza. Molte delle storie di Bichsel sono composte per la radio, o in forma di elzeviri che da anni appaiono su giornali come il Tages-Enzeiger di Zurigo, o le riviste Weltwoche e Schweizer Illustrierte. “Storie anacronistiche” (Geschichten zur Falschen Zeit, del “tempo falso”, come titolava una raccolta), ovvero storie controcorrente, fuori moda e fuori luogo, libere e anarchiche. Dà felicità che ora sia tradotta una nuova raccolta di questi indefinibili, esemplari racconti civili col titolo, assolutamente bichseliano, Quando ancora sapevamo aspettare (Comma 22).
   Come suo solito l’autore prende spunto da quello che vede e ascolta nel suo bar, dai viaggi in treno, dalle partite di calcio, dai giornali. Pochissimo dalla letteratura. Da un elogio del rumore (sul treno “mi metto in seconda classe che ha un’offerta sonora e vocale più ricca. L’offerta dei ricchi in prima classe è più povera”) passa a quello del divieto del fumo (ché “lo rende di nuovo così bello, vietato, come lo era allora, nel cortile della scuola, quando eravamo ragazzi”), ma su tutto domina il tema dell’attesa, quintessenza dello scrivere e dell’umanità (“Perché aspettiamo? Perché ci mettiamo in corridoio molto prima che il treno si fermi e aspettiamo?”). Il bar è il luogo elettivo, pur se anch’esso in via di estinzione in una società che si svuota di riti, perfino quello di bere la birra dopo il lavoro: “le comunità si sono privatizzate”, “viviamo in ghetti, in ghetti di lusso magari, ma ghetti deritualizzati”. E altrove: “I luoghi pubblici vengono privatizzati. La nuova società dei party non ha più bisogno di luoghi pubblici”.
(articolo su l'Unità del 7 maggio 2011, inseme a un'anticipazione del libro di Peter Bichsel Quando ancora sapevamo aspettare, in libreria per Comma 22)
P.S.
[Ricordo (questo non appare su l’Unità) un febbraio con la neve alta a Solothurn. Era carnevale, e i nostri amici (nostri di Giorgio Messori e io) erano il comitato del carnevale di Solothurn: i matti del paese, gli anarchici, gli artisti, e uno di essi, per quanto molto più vecchio di noi, era proprio Peter Bichsel. Ricordo una sgargiante processione con trombe, tamburi e altri strumenti, camminammo così sulla neve coi bicchieri di vino rosso in mano fino alla trattoria fumosa; e ricordo che a tavola con Bichsel, Juerg Tanner, il soave amico pittore, e altri, cantammo alcune aria de la Traviata, “... libiamo...” (ma noi giovani italiani erano quelli che la sapevano meno e la cantavano peggio). La Svizzera era un post così, dove la minoranza, i dissidenti, erano persone eccezionali, fuori dal tempo e molto dentro il tempo, e io sono stato educato anche da tutto questo... Per il resto, oltre a Bichsel, se volete davvero un corso di educazione civica e letteraria insieme, un corso di coscienza, leggete Max Frisch, leggete tutto di Max Frisch, a quell’epoca ancora in vita e autorevole (aveva lui settant’anni), lui che è senz'altro tra i maggiori degli scrittori del XX° secolo.]

2/20/2010

"Io non sogno mai" (per Giorgio Messori)



Sapienza Università di Roma – Facoltà di Lettere
Dipartimento di Italianistica e Spettacolo

IO NON SOGNO MAI
Scrittura e sguardo in Giorgio MESSORI


Giornate di studio
martedì 23 e mercoledì 24 febbraio 2010
Facoltà di Lettere e Filosofia – Aula III (piano terra)

Giorgio MESSORI (Reggio Emilia, 1955-2006), è uno degli scrittori più interessanti e più intimamente necessari di questo scorcio del secolo. Di lui si ricordano L’ultimo buco nell’acqua, scritto insieme a Beppe Sebaste (Aelia Laelia, 1983); Nella città del pane e dei postini (2005), romanzo che è insieme diario, riflessione, cronaca d’amore e libro di viaggio, scritto durante il suo lungo soggiorno in Uzbekistan dove ha lavorato come lettore di italiano nell'università di Tashkent.; e infine Storie invisibili, volume – postumo – di racconti (Diabasis, 2009). Tra le sue numerose traduzioni va ricordata almeno Il lettore. Il narrare di Peter Bichsel (Aelia Laelia 1984, poi Marcos y Marcos 1989), scrittore col quale ebbe un lungo sodalizio.
Uomo inquieto e curioso, Giorgio Messori è stato particolarmente sensibile alle arti figurative, realizzando una felice interazione con l’attività di numerosi fotografi, a partire dalla descrizione collettiva della via Emilia, coordinata da Luigi Ghirri e Gianni Celati, cui Giorgo Messori prese parte (Dal fiume al mare, Feltrinelli 1986). Successivamente ha realizzato con Luigi Ghirri Atelier Morandi (Palomar, 1992) e Il senso delle cose Luigi Ghirri–Giorgio Morandi (Diabasis, 2005); con Vittore Fossati Viaggio in un paesaggio terrestre (Diabasis, 2007), esplorazione fotografica e letteraria sulla scia di pittori, poeti e paesaggisti europei.
Al convegno prenderanno la parola Massimo Barone, Carlo Bordini, Rocco Brindisi, Fabio Ciriachi, Paolo Di Paolo, Giulio Ferroni, Vittore Fossati, Paola Ghirri, Gino Ruozzi, Beppe Sebaste, Emanuele Trevi e tantissimi altri.
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In questo blog il nome e l'opera di Giorgio Messori ricorrono spesso, e in particolare se ne è parlato qui, qui e qui.

7/30/2008

Sguardi d'artista sul pianeta Terra


Ho già parlato, anche qui, del bellissimo libro - testi e fotografie - di Giorgio Messori e Vittore Fossati, Viaggio in un paesaggio terrestre. Ho avuto modo alla fine di giugno di parlarne a Milano, in occasione dell'apertura di una mostra di Vittore Fossati a Castello Sforzesco, dove sono esposti in una bacheca anche gli appunti e i brogliacci del libro, quando era un lavoro in corso. E ho avuto modo di parlare, più di una volta, della mia amicizia con Giorgio Messori, scrittore, scomparso due anni fa (le mie Panchine, intese come libro, sono intimamente dedicate a lui). Su il manifesto di ieri è apparsa questa bella intervista al fotografo Vittore Fossati, che riporto qui integralmente:

Sguardi d'artista sul pianeta Terra
Parla il fotografo Vittore Fossati, in mostra a Milano. In un'esposizione al Castello Sforzesco, «Viaggio in un paesaggio terrestre», quaranta immagini di Fossati, che fanno parte di un progetto sulle tracce dei luoghi raffigurati dai grandi pittori, realizzato insieme allo scrittore Giorgio Messori scomparso l'anno scorso
Roberto Maggiori
La mostra fotografica Vittore Fossati, Giorgio Messori - Viaggio in un paesaggio terrestre, allestita al Castello Sforzesco di Milano fino al 21 settembre, deriva direttamente da un libro che porta lo stesso titolo e che è uscito per Diabasis lo scorso anno, un libro illustrato davvero sui generis in cui racconto scritto e fotografia si sviluppano insieme, interagiscono e si influenzano a vicenda senza gerarchie prestabilite. Ma soprattutto un work in progress, un viaggio che lo scrittore emiliano scomparso nel 2006 e il fotografo piemontese hanno compiuto sulle tracce dei luoghi cari agli artisti e dei paesaggi resi celebri dalle loro rappresentazioni. Ecco allora succedersi la Val Bregaglia cara a Giacometti, e Ornans, paese natale di Courbet, in cui il pittore realizzò molti dei suoi dipinti realisti. E ancora Fontaine-de-Vaucluse, dove Petrarca compose tanti sonetti e la montagna Sainte Victoire che Cézanne ritrasse più e più volte durante l'arco della sua vita, via via fino alla Delft di Vermeer (in cui anche Werner Herzog filmò alcune scene del suo Nosferatu), o alle rovine del monastero di Eldena in Pomerania dove Friedrich ambientò le sue visioni. Un viaggio allora dove si guarda al «paesaggio» e al tempo stesso si riflette sull'atto del guardare e sulle sue sedimentazioni culturali, facendo di volta in volta riferimento a quegli autori, da Merleau-Ponty a John Berger, che si sono interrogati sui linguaggi della percezione. A Vittore Fossati, le cui fotografie «terrestri» bene si coniugano con gli aspetti più «teorici» del progetto,abbiamo chiesto di raccontare la genesi di questa singolare esperienza.
Come è nata l'idea e poi la realizzazione di questo libro?
Nell'agosto 1997 Giorgio Messori aveva preso un appartamento in affitto in una località dell'Appennino reggiano e mi aveva invitato a passare qualche giorno da lui. Siccome eravamo tutti e due abbastanza sfaccendati, gli ho proposto di andare in giro per quei luoghi per vedere cosa veniva fuori mettendo insieme le sue descrizioni e le mie osservazioni. A volte fingevamo di essere alieni capitati un po' maldestramente sulla Terra con il compito di fare una relazione su ciò che compone il paesaggio del pianeta. Da qui deriva il titolo di quello che sarebbe diventato il primo capitolo del libro: «Paesaggio terrestre attorno a Villa Minozzo». Negli anni successivi avremmo poi compiuto altri viaggi, corrispondenti agli altri otto capitoli, e questa volta in località scelte appositamente, seguendo un ordine narrativo che, partendo da un luogo «anonimo», «qualsiasi», ci ha condotti sino ai «luoghi» della pittura di Friedrich dove il libro, nel nostro progetto, avrebbe dovuto trovare la conclusione.
Quale autonomia possono avere queste fotografie al di fuori del libro per cui sono state concepite e con cui interagiscono?
Il nostro non è uno di quei volumi fotografici tradizionali dove parole e immagini rappresentano parti separate nel corpo dell'opera, ma un libro illustrato, nel quale le fotografie vanno di pari passo con il testo. Libri come questo non si realizzano facilmente, anche perché non capita spesso di incontrare una persona, un amico, con cui condividere viaggi, parole, pensieri e lavoro per tanto tempo. Detto questo, per la mostra al Castello Sforzesco ho stampato quaranta fotografie, scelte fra quelle che hanno una maggiore autonomia visiva. A nove di loro, una per capitolo, è affiancato un passo del testo corrispondente. Inoltre per l'esposizione - su richiesta di Silvia Paoli, conservatrice del Civico Archivio Fotografico, e dopo averne discusso anche con Pierangelo Cavanna - ho sistemato nelle bacheche qualche menabò, prove, appunti: materiali che documentano alcuni momenti di «lavorazione» del libro.
Il libro si basa su tempi lunghi: il tempo lungo di un viaggio che parte dagli Appennini per arrivare in Pomerania e poi indietro fino a Capri e al Mediterraneo, il tempo lungo della narrazione, e anche il tempo lungo dell'immagine fotografica che si concede e ci concede il lusso di farsi osservare senza limiti temporali. Una modalità che permette al fruitore momenti di riflessione sempre più rari nella frenesia mediatica degli ultimi decenni. Ce ne può parlare?
Giorgio Messori non era un cronista e io non sono un reporter. Oltretutto, nessuno ci aveva chiesto di fare questo lavoro e quindi, tantomeno, non ci erano stati imposti dei tempi di consegna. Se Giorgio non fosse scomparso in un anfratto del paesaggio terrestre, probabilmente a quest'ora saremmo in giro a raccogliere parole e immagini per un altro capitolo. Era il nostro modo per stare insieme, incontrare gli amici, sentire la musica in auto, visitare un museo, spedire una cartolina. «Nessuna fretta di voler essere o voler diventare», per dirla con le parole che ha adoperato Beppe Sebaste in un suo recente ricordo di Messori.
A un certo punto del viaggio si arriva a Borgonuovo in Val Bregaglia, paese natale di Alberto Giacometti, e viene citato lo stesso artista che in un'intervista aveva dichiarato come la solitudine non sia una questione psicologica, ma esista nello spazio che ci isola. Gli oggetti sarebbero dunque in natura irrimediabilmente separati l'uno dall'altro. La fotografia individua questi oggetti e dà loro un ordine, una relazione, oppure intensifica il loro isolamento?
Per un pittore o per uno scultore l'esperienza estetica dello spazio è diversa da quella di un fotografo. Lo spazio è discontinuo, e tutto vi è distribuito in modo ineguale, compresa la nostra attenzione e sensibilità alle cose, a quanto avviene negli spazi che di volta in volta abitiamo, anche con lo sguardo. Poi, non tanto diversamente da quello che succede in altri momenti della vita, anche le fotografie ci appaiono spesso senza capo né coda. Difatti, come dei tranci, «stanno in mezzo»: tra un prima e un dopo, un sotto e un sopra, fra qualcosa che sta a sinistra e una cosa che continuerebbe a destra ma che però è stata «tagliata» e perciò nella foto non si vede. Quindi va da sé che le foto mostrino una porzione isolata di «realtà». Il vantaggio è che l'occhio può cogliere forse meglio, all'interno della scena inquadrata, alcuni rapporti fra le cose. Già, ma quali relazioni e fra quali cose? A questo punto, con grande sollievo, mi viene in mente che Cesare Zavattini, che aveva visto all'opera Paul Strand, lo ricordava così: «Quando fotografa un albero, quell'albero non è mai solo, Strand è l'altro albero».
In questo viaggio si torna all'aria aperta, alla natura non corrotta dalla «civiltà», alla ricerca di un «limite boschivo» (per dirla con Thomas Bernhard), fuori da ogni giurisdizione. Di cosa esattamente siete andati in cerca?
Rispondendo con una battuta, direi che almeno qualche volta abbiamo cercato posti che fossero davvero «fuori da ogni giurisdizione», nel senso di posti dove poter lasciare l'automobile e andare a fare una passeggiata senza il pensiero di beccarsi una multa.
È possibile leggere in chiave ambientalista quello che Messori scrive nella premessa quando afferma che questo viaggio e questo libro sono un'esercitazione a osservare il mondo che abbiamo intorno, e quindi una terapia per non perdere la sensibilità verso ciò che ci è prossimo?
Prima di andare in Uzbekistan, dove ha fatto per cinque anni il lettore di italiano all'università di Tashkent, Giorgio Messori insegnava lettere in un istituto superiore di Reggio Emilia. Qui aveva composto un «Piccolo decalogo per un corso scolastico di scrittura creativa». Al punto 5 dava questi suggerimenti: «Non essere mai astratto, scrivi sempre di cose concrete, vere, che ti sono vicine. È più interessante scrivere di una pozzanghera, o di ciò che vedi in una passeggiata sotto il sole, che non della minaccia nucleare che incombe sul mondo. Fra l'altro (anche se è un po' difficile da capire) fai un miglior servizio alla causa contro il pericolo nucleare scrivendo di cose molto concrete che non ripetendo frasi rimasticate di discorsi già fatti da altri». Quello che posso dire è che nel nostro libro abbiamo cercato di non fare troppo diversamente da quello che lui stesso consigliava ai suoi studenti.