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12/02/2011

V per Violenza - "Ho ventotto anni, e sono incazzato... " (sulla manifestazione del 15 ottobre, e altro)

Qualche giorno dopo la manifestazione del 15 ottobre (quella famosa perché "hanno sfasciato tutto") ho raccolto questa testimonianza. Ha un sapore e una tonalità (un'autenticità) diverse da quelle uscite a caldo sui giornali (e sulle quali molti dubitano). E' rimasta in sonno qualche tempo, ma ora eccola, sul Venerdì di Repubblica di oggi, 2 dicembre 2011, forse più attuale che mai. Ho preferito che le parole di "Valerio" non fossero interrotte da nessuna interlocuzione, e chiudere le virgolette solo alla fine. Al monologo segue poi un mio breve commento.

   Ho ventotto anni...

   "Mi chiamo Valerio, ho 28 anni, laurea in Scienze politiche a 24 e un master a Londra, oltre a un liceo classico alto borghese dove ho sgobbato fin da ragazzino, e sono disoccupato da anni in cerca di una prima occupazione che non arriva mai. Ho provato, campando di espedienti, a prendere con altri una casetta al Pigneto, quartiere di fighetti dove ormai tutto è carissimo, anche un tè o un bicchiere di vino. Sono addirittura tornato dai miei genitori, che pure tra l’altro la crisi la stanno sentendo: la carta di credito è diventata come un bancomat, se non hai i soldi sul conto non struscia più. Mi rode il culo che con tutto quello che ho studiato non trovo niente, anzi sono incazzatissimo, tant’è che scendere in piazza per me è un’occasione anche di sfogo. Vorrei che fosse occasione per una prospettiva, un progetto, ma il 15 ottobre me lo sono vissuto solo a sfasciare tutto.

   "Dopo la maturità ero stato a Genova cogli amici di scuola, al Carlini [lo stadio dove nel 2001 nacque il movimento de “i disobbedienti”], dove sotto le tende avevo tante aspettative… Anche quando sono entrato alla Sapienza ho gravitato per un periodo nell’area dei “disobbedienti”. Poi però quell’auletta di scienze politiche mi sembrava la piazza di un paesino tipo Albano: sempre più provinciale, un mondo chiuso in se stesso. Nel 2003/2004 di quell’ambiente che seguivo senza essere un vero militante ero deluso. Vi ritrovavo forme e rapporti di potere simili a quelli del mondo che vorremmo combattere: quell’essere leader, tenersi la poltrona per anni, sempre lo stesso portavoce che va dall’Annunziata o da Santoro, quell’essere attaccati al proprio ruolo. Ho visto sgambettarsi e sgomitare come per un posticino in un giornale o un posto di dottorato, e anche nei rapporti con l’altro sesso. Perciò ho continuato a frequentare i cortei, ma la mia palestra è stata la curva. Ho iniziato ad andare allo stadio, a volte tappandomi il naso perché hai a fianco gente che dice cose indegne, ma almeno sai con chi hai a che fare. E’ negli ambienti che dovrebbero essere rivoluzionari che hai le delusioni.

   "Con un gruppetto di amici conosciuti allo stadio e altri ci siamo un po’ più politicizzati, portandocene appresso altri a certe scadenze, come il 14 dicembre 2010 o in Val di Susa, e ci troviamo in piazza. Non è che facciamo chissà quali riunioni. Abbiamo la nostra vita, anche se abitiamo quartieri diversi abbiamo il nostro baretto dove ci becchiamo al pomeriggio, il posto per l’aperitivo e la birreria dove c’andiamo a ‘mbriacare la sera. Nelle nostre discussioni abbiamo sempre davanti la politica, anche se a volte è una politica da bar - i soli con un po’ di esperienza politica siamo io e un’altro che abbiamo bazzicato i collettivi. Agli altri conosciuti allo stadio, specialmente un gruppetto che viene da Tor Bella Monaca, la militanza politica non gliela fai digerire facilmente, e da solo non sarei capace di formare un collettivo. Più facile entrarci, in un collettivo, se trovassi una proposta.
   "Il problema è che ci stiamo tutti a interrogare sul lavoro: quelli che nonostante la laurea fanno i camerieri in quartieri tipo il Pigneto, San Lorenzo o Campo de Fiori, quelli che stanno a smazzare [spacciare] la roba a Tor Bella o San Basilio o ai palazzoni, altri come me che non vogliono smazzare e dopo tanti studi non s’arrendono all’idea di fare il cameriere, e questo perché mamma e papà mi possono ancora parare, non so per quanto, se no prima o poi dovrò fare pure io il cameriere al nero o andare a smazzà all’angolo. Ci interroghiamo su dove andremo a finire, ma io voglio campare oggi perché sono vivo adesso, mi interessa il presente non il futuro. Il futuro lo lascio a quelli che si sono nominati leader degli indignati senza che il movimento degli indignati esista. Di essere indignato non me ne frega nulla perché io sono incazzato, e anche i miei amici. Ma se esistessero dei veri indignati li rispetterei, come rispetto quelli in Spagna, come ho rispettato quelli accampati in piazza Tahrir al Cairo. Non i soliti quattro che vanno in tv e si nominano leader del movimento degli indignati. Non esiste questo movimento in Italia, ve lo siete inventato sui giornali, voi e quei leaderini post-disubbidienti cresciuti con le loro riviste culturali. Ecco, adesso siete diventati indignati, e domani? Ogni mese cambiate, siete stati quelli col passamontagna perché vi siete eletti legittimi discendenti di Marcos, ora siete gli indignati, domani che sarete, i venusiani? Vi aggregherete al dott. Spock?

   "Tornando al corteo, col gruppo mio ci siamo portati quattro zainetti, con serci [sassi], bomboni e martelli... Io non ho il mito della violenza, e nel gruppo mio neanche quelli che vengono da situazioni più disagiate hanno un mito della violenza, per quanto se la vivano tutti i giorni e ci mettano un attimo a fare a botte. Però ci rode il culo che anche se hai un progetto ti sentono solo quando usi la violenza e fai rumore. Io ci credo e spero che prima o poi qualcosa possa accadere, che la gente si sollevi, ci sia un insurrezione, e comunque quando ci sono cambiamenti la violenza c’è sempre. Anche se vai con le mani alzate, come Ghandi o Martin Luther King, la lotta per i diritti civili o la liberazione coloniale in India sono costati un botto di morti, perciò la non violenza non può essere la scusa per non fare un cazzo.
   Non condanno le forme di violenza perché sono stato anch’io in piazza. Dico soltanto che una macchina che non mi serve per fare una barricata, e che non è di lusso, io non la brucio, e specialmente mentre passa il corteo: metti che abbia la bombola perché va a gas, se zompa fa male a chi sta nel corteo. Certe stronzate il gruppetto mio non le fa, neanche i più agitati e fulminati di noi. Così come non lasci una tanica di benzina per dar fuoco a un palazzo. Perciò esagerazioni e sbagli sì, ci sono stati. Io la macchina di un poveraccio non la brucio. Brucio una macchina solo se sono costretto a chiudere la strada perché c’ho dietro le gazzelle della polizia o i blindati. Ma non le macchine parcheggiate, come ho visto a San Giovanni. Le vetrine di bar, negozi, banche si possono rompere, come i macchinoni di lusso: io li sfondo.

  "Io e altri due, quelli che hanno un po’ più studiato, abbiamo provato a far leggere al gruppo un libro di un collettivo invisibile che viene da Parigi, si chiama L’insurrezione che viene, per me una delle letture più importanti di questo periodo, e in Francia tra l’altro un grande successo editoriale. Qualcosa capivano, tra una birra e una canna, tant’altre volte dicevano “aoh, che cazzo vuol di’?’”. Alla fine gli ho fatto leggere l’ultimo libro di Marco Philopat, almeno due risate se le sarebbero fatte, ho pensato, e mi han detto: “Portaci un altro libro che faccia ridere così”. Seguo le cose che ancora escono su siti come Indymedia, Uninomade, Info Aut, ma faccio fatica a tradurle al gruppo. Più facile portarli a vedere V per Vendetta, e sicuramente più istruttivo. Giornali? Giusto ogni tanto il manifesto per leggere cosa fanno al cinema, e il Corriere dello sport.
   "Lo stadio comincia ad essere un campo chiuso: ci hanno cacciati con la “tessera del tifoso” voluta da Maroni, anche se ci si continua ad andare, e ci ritroviamo di più per strada. Ma devo dire, nella mia ignoranza, che una crisi così non c’è mai stata, neanche quella petrolifera dei primi anni ‘70 era sentita così. Poi c’è quello che sta accadendo in tutto il mondo, nei paesi arabi, in Grecia, quello che è successo l’autunno scorso in Italia, in Inghilterra con gli studenti delle gang di periferia. Cose grosse stanno succedendo in tutto il mondo, in Spagna, negli Stati Uniti, l’altro giorno le cariche a Oakland, ma da quant’è che non c’erano cariche a Oakland? Forse neanche ai tempi delle Pantere Nere. Perciò penso sia un momento in cui occorre farsi sentire, anche senza un progetto alcuni nodi stanno venendo al pettine, bisogna agire, anche se certo il nostro è un agire un po’ random...
   "Io provo questo grande disagio: alla fine questa società borghese ha abbandonato i suoi stessi figli, che non possono strisciare la carta come i genitori, che si sono abituati ad averci le Nike, l’IPhone, e che per lavorare devi avere il Lap-top portatile, tutte cose che non sono un lusso, ma sono diventati beni necessari. Noi che siamo cresciuti con questa roba, ci ritroviamo che non l’abbiamo più, e ci sale una grande incazzatura. Lo so, lo capisco che manca un progetto, non solo io che ho studiato, anche quelli meno avvezzi alla politica o che non hanno studiato. Perché anche loro la sera tornando a casa si dicono: mo che famo? Oggi abbiamo rotto tutto, domani che facciamo? (Pausa). Alla fine è dura".



V per violenza (e "l'insurrezione che viene")
  
   Il 15 ottobre fui turbato, più che dalle auto in fiamme, dal video dell’incappucciato che usciva da un portone con una statuina della Madonna e la frantumava per terra prendendola a calci (altri del corteo lo inseguirono indignati). Un gesto di puro fascismo, in linea con gli ultimi 15 anni di un’ideologia al potere che ha disprezzato ogni valorizzazione non immediatamente economica. Quel gesto era l’opposto di un cartello che pure stava nel corteo: “La poesia è anticapitalista”. Nel suo provocatorio candore ricordava la forza sovversiva dell’“inutile” – come la poesia, appunto, la scuola, l’educazione o la bellezza, e come l’azzurro del manto di quell’inutile deliziosa madonnina di gesso. Provai rabbia e pena per il terribile equivoco di quel giovane disgraziato, ammalato da anni di diseducazione versata come napalm da anni di cinismo di governo. La violenza diffusa è proporzionale alla disperazione e all’assenza di orizzonti. E le parole di Valerio, che non definirei mai un black bloc, sono ampiamente condivise. Valerio è un ragazzo come tanti, e la durezza del tono e la voce arrochita non ne nascondono la simpatia. Lo sfogo della violenza non è del resto una prerogativa dei soli maschi, ma equamente ripartito tra ragazze e ragazzi: la rabbia e la precarietà come condizione esistenziale realizzano un’amara parità di genere.
   Parafrasando il famoso libro di Pessoa, Una sola moltitudine, quella dei giovani è oggi una varia solitudine, difficile a raccontarsi perché “precarietà” è soprattutto perdita di un senso narrativo della vita. La politica si è disgregata o dissolta, e la solitudine ne è la spoglia. La loro rabbia è individuale come quella dell’eroe del film V per Vendetta, tratto dal fumetto di Alan Moore, riferimento oggi dominante del loro immaginario. (Ironia della storia, il personaggio con pizzetto e cappello ricalca l’inglese Guy Fawkes, cattolico papista e reazionario, autore nel 1605 della “congiura delle polveri” per far saltare in aria il re Giacomo I e il Parlamento protestante).
   L’insurrection qui vient – “L’insurrezione che viene” – è invece un pamphlet politico firmato nel 2007 in Francia da un “comitato invisibile”, aggiornato nel 2009 e pubblicato dall’editore Hazan. Circola in Internet, così come traduzioni italiane anch’esse anonime. Spiega a modo suo alcune cose, altre le anticipa. Consiglierei di dargli un’occhiata, tra una notizia e l’altra di aumenti dello spread, e soprattutto di trasformazione della miseria e dell’esclusione sociale in problema di ordine pubblico. Se il dissenso è criminalizzato, e la politica che si affaccia viene irrisa o minacciata sul nascere (come con le allusioni dell’ex ministro Sacconi al terrorismo che scaturirebbe dalle critiche verbali), non stupiscano le forme violente di protesta. All’annuncio di migliaia di licenziamenti in Grecia hanno risposto giorni fa ad Atene centinaia di persone col più massiccio esproprio di un supermercato. Nicolas Demorand, su Libération del 2 novembre, ha posto per primo il problema dell’emergenza democratica dietro l’emergenza finanziaria. Lo ha fatto a proposito del referendum in Grecia, “avanguardia della disperazione”. Esso ha turbato l’Europa perché pone “l’unica vera questione, totalmente tabù e finora perfino rimossa, impossibile da formulare tanto è vertiginosa e terrificante per chi ci governa: che cosa pensano i popoli della brutale cura di austerità che sta per abbattersi su di essi?”
   Al corteo degli studenti del 17 novembre ho sentito discorsi più preparati di quelli di molti parlamentari. “La crisi va pagata da chi l’ha provocata”, dicevano gli striscioni. E mentre gli studenti gridavano di volersi riappropriare del futuro, bloccati a due passi dal Senato, all’interno il premier del “governo tecnico” (la freddezza della formula risaltava a fianco della calda empatia degli studenti), chiedeva la fiducia.

(uscito su Venerdì di Repubblica, 2 dicembre 2011)

9/25/2010

Olocausto bianco - l'emergenza è la regola

   Conosco le “vie dei fuochi” dove si alzano ogni giorno fumi densi e tossici, le stesse in cui uomini e soprattutto donne si facevano arrestare e picchiare per fermare i Tir carichi di rifiuti. Ho visto le campagne avvelenate dagli sversamenti tossici e gli sterminati parcheggi e supermercati, catrame e cemento a coprire rifiuti nonché ottenere terra di risulta per coprire altre discariche, un ciclo continuo poiché il veleno diventa oro per i professionisti dello smaltimento fasullo. Ho visto quei tremendi monoliti detti ecoballe, avvolti da plastiche nere, in mezzo a campi di pomodori, pesche percoche, fragole, impregnati del loro percolato. Ho visto le discariche fatte dal governo ricalcando il metodo della camorra, cave dismesse in cui versare rifiuti (quali?) segretati dai militari, cartelli che intimano “Zona di interesse strategico nazionale. Vietato l’ingresso”, in deroga ai diritti costituzionali. Ho visto da tempo la prossima discarica, Cava Vitiello, e spiato quella attigua di Terzigno, insensato Inferno dantesco nel cuore del meraviglioso Parco del Vesuvio. Ho visto nel casertano dei casalesi le montagne di rifiuti sotto il sole di cui il governo negava l’esistenza. Ho visto questo olocausto bianco da mesi, guidato da alcuni veri eroi del nostro tempo - donne, madri, figlie, di comitati come il CoReRi (Coordinamento regionale rifiuti) e Salute-Ambiente Campania - ma non faceva notizia nonostante i fumi tossici, nonostante la ricomparsa dei rifiuti a Napoli (di cui invece oggi parlano i giornali) non sia che marketing terroristico, come quello su cui il governo fece l’ultima campagna elettorale. I rifiuti basta sottrarli alla vista con bacchetta magica e militare, che importa se tornano a noi come frutta o pomodori avvelenati sul tavolo della cucina, o nanoparticelle diffuse dai fumi degli incendi. Oggi è il 70° anniversario della morte del filosofo Walter Benjamin, ucciso dal nazismo. Scrisse che, per il potere, l’emergenza è la regola.

6/18/2010

For Ever Young (per Bob Dylan a Parma)

   Mi fa un certo effetto che Bob Dylan - uno dei più grandi poeti contemporanei, il musicista che ha aperto la strada e indicato gli orizzonti (come disse John Lennon), quello di cui ho imparato le poesie (le canzoni) a memoria prima di quelle dell’obbligo, la voce che mi accompagna da sempre dandomi degli occhi per vedere e percepire il mondo, e che ho seguito per anni nei tour in Europa con una banda di altri dylaniati come me, da Luigi Ghirri (inventore del neologismo) a Giorgio Messori a Carlo Feltrinelli – mi fa effetto dicevo che lui suonerà stasera sotto le finestre della casa in cui ho abitato fino a pochi anni fa, nel Parco Ducale. E sarò ad ascoltarlo, forse un po’ imbarazzato di condividerlo col pubblico educato della nostra città, in quel giardino ordinato che una volta era un parco.
   Sarò tra il pubblico col figlio della mia compagna, Martino, tredici anni e fan di Dylan da due: ne ha letto tutti i libri e ascoltato tutti i dischi. Lo interpreta già con la chitarra, come facevamo noi tardo-adolescenti. Perché ti piace, gli ho chiesto, perché lo trovi speciale? “Perché le sue mi sembrano poesie cantate”, ha detto pensoso. “Ma soprattutto mi sembra che negli anni, con tutti i cambiamenti che ha avuto, sia rimasto sempre lui”.
   E’ vero. Per quanto io sia disincantato, per quanto Dylan, maestro beffardo del disincanto, abbia ininterrottamente decostruito se stesso, il suo stile e le sue stesse canzoni fino a renderle irriconoscibili (nel tour dell’anno scorso sembravano allegre marcette), c’è una continuità, una fedeltà a se stesso che va oltre la coerenza, percepibile anche da chi si accosta a Dylan per la prima volta. C’è una costante, una permanenza in tutti i suoi passaggi e trasformazioni, in tutte le sue ‘conversioni’, da quelle religiose a quelle musicali, come il famoso passaggio dalla chitarra acustica a quella elettrica, fischiato al Newport Folk Festival nel 1965 (Pete Seeger era furioso) e l’anno dopo a Londra e Manchester, in quel meraviglioso concerto (The Bootleg Series vol. 4) in cui, prima di attaccare Like a Rolling Stone, grida con voce umida di lacrime a un suo detrattore: “You’re a liar”, “sei un bugiardo”. E la costante, forse indefinibile, è l’essere insieme se stesso e poeta. “Come definirebbe il suo stile?”, gli chiese un dj svedese nel ’66. “Non ho mai sentito nessuno che suona e canta come me, quindi non lo so”, rispose Dylan.
   L’ultimo scandalo è l’album di canzoni natalizie dell’inverno scorso, Christmas in the Heart: tra campanelline e coretti femminili stile radio anni ’40, con tanto di Adeste fidelis metà in latino e metà in inglese, e immagini kitsch di slitte e babbi natale, la sua voce rauca non cela l’ironia e il divertimento. Ma pochi sanno che i proventi delle vendite sono stati integralmente destinati agli homeless e alle associazioni non governative che combattono la fame, e l’unica intervista concessa dopo anni è stata a riviste free press di senza casa in America e in Europa. Alla domanda se lo shock dato da quest’album fosse pari alla svolta elettrica per i conservatori del folk, Dylan ha risposto: “Dicono che avrei dovuto essere più irriverente nei confronti di questo repertorio di canzoni. E’ un’affermazione irresponsabile. Non c’è già abbastanza irriverenza nel mondo? Ancora oggi i critici non sanno che farsene di me”.
Il suo essere sempre misteriosamente e autorevolmente se stesso fu sintetizzato dalla comica esclamazione di un giornalista negli anni del massimo successo (quando era uguale a Cate Blanchett che lo interpreta in I’m not there): “Alla fine si tolse gli occhiali scuri ma, non si sa come, riuscì a sembrare assolutamente uguale”. Con tutte le sue pose, Dylan non è mai stato in posa. Dietro i suoi atteggiamenti contraddittori, le sue maschere nude, il volto e l’arte di Dylan sono sempre gli stessi. Tratto magistrale: bisogna aver percorso molte strade per accorgersi di non avere mai lasciato la stessa strada.

   Poi però Martino ha rivolto a me la stessa domanda. Perché mi piace così tanto Dylan? Dopo la sua, mi resta una sola, grande risposta, quella che sintetizza il cuore invisibile di ogni grande riuscita estetica (e quindi morale): il tono.
   Nel concerto in provincia di Padova l’altra sera Bob Dylan ha fatto un blues impeccabile, ironico e inatteso, con la sua celebre Masters of War, dedicata ai mercanti d’armi e di morte (praticamente tutto il G8 e oltre). Avevo meno di 13 anni quando nel corridoio della scuola media “Pascoli” feci leggere a una ragazza che mi piaceva tantissimo la mia traduzione gonfia di retorica di Signori della Guerra, lasciando intendere che avrei potuto scriverla io. Mi davano un brivido profondo quelle canzoni dette allora ingenuamente di “protesta”, più delle poesie di Brecht o di Jacques Prévert. Non sapevo ancora che la vera protesta era parlare delle cose vicine, non di quelle lontane, e la libertà di sperimentare, sacrare e dissacrare e ancora risacrare, usare la parola “mamma” in una canzone (Tell Me, Momma), parlare delle sfumature dell’amore con urgenza e rabbia (Baby, Let Me Follow You Down) e del disamore con dolcezza (Don’t Think Twice it’s Allright). Non sapevo insomma che la cosa più autentica e rivoluzionaria di Bob Dylan (che ha dedicato a Sant’Agostino una delle canzoni del suo album più metafisico, John Wesley Harding), fosse il tono della sua voce.
   Difficile da definire. Se la grana inconfondibile della sua voce era “sabbia e colla”, come disse David Bowie, il tono è una scabrosità ondulata, una curva dell’anima che si sente nel cuore e nelle viscere. Una modulazione di cui si avverte tutta la fisicità, la corporeità, e allo stesso tempo la spiritualità, immanenza e trascendenza fuse insieme. Anni fa scrissi in un racconto che le canzoni di Dylan trasformano ogni cosa in paesaggio, anche un volto, ma che è per il fatto di rendere volti i paesaggi che non lo si può ascoltare a occhi chiusi. In realtà è un poeta da interni, si può dire di lui che mette il cielo in una stanza: lo ascolti, e la stanza si espande, avvicina e allontana, come una sistole e diastole, i corpi tra loro. Le sue sono canzoni d’amore anche quando parlano di tutt’altro, perché il loro tono è tattile, fa sentire lo spazio tra le persone. Ed è sempre il misterioso potere del tono quello che, come nella letteratura e nelle arti plastiche, ben oltre le tecniche e il soggetto, è alla radice delle nostre emozioni estetiche, cuore segreto di quel nostro riconoscere e aderire alla verità di un’opera: “sì, è così, è proprio così!”.
   Non a caso il più grande fotografo italiano, tra i più emozionanti autori di immagini del mondo, Luigi Ghirri, non smetteva mai di ascoltare Dylan, a casa o in macchina. Alla fine degli anni ’80 pensammo di fare un libro di immagini e testi datici da chi, tra amici e amici degli amici, riconosceva Bob Dylan come molto importante nella propria formazione ed educazione sentimentale. Il titolo doveva essere (al plurale) Simple twists of fate. Fernanda Pivano, in preda all’entusiasmo, lo recensì sul Corriere prima ancora che uscisse. Non uscì mai. Per uno scherzo (o svolta) del destino, Luigi Ghirri sparì all’improvviso. Non più feste di compleanno di Dylan il 24 maggio, con lo striscione For Ever Young appeso al balcone della sua casa rurale. O forse sì, perché sono entrambi giovani per sempre.
   Fu Luigi Ghirri a farmi leggere per la prima volta quel testo che Bob Dylan scrisse per l’amata Joan Baez: "Joan Baez in Concert, Part Two") E’ una lettera, una confessione, un manifesto di poetica: “Quand’ero ragazzo ero solito inginocchiarmi / su un campo ferroviario vicino a casa di mia zia / strappavo via i ciuffi d'erba dalla terra / selvaggiamente con tutte le radici / passavo ore intere a contarne i fili / e macchie di verde mi si spandevano sulle mani / aspettando di udire il suono / dei vagoni pieni di ferro delle miniere che arrivavano / i binari avrebbero cominciato a tremare ed io a mordermi / le labbra / strettamente mentre il fischio ululava...” Vengono in mente gli anni in cui era facile anche nella nostra città, prima delle tangenziali delle rotonde e del traffico, uscire con la macchina o la bicicletta, e subito trovarsi in una campagna che ricordava le copertine dei dischi americani degli anni ’60 e ‘70. Ma è importante il seguito di quello che scrive Dylan: “Lasciai che i simboli prendessero forma / e creassero per me un nemico da combattere / contro cui scagliare la lingua e ribellarmi / (...) / E il mio primo simbolo fu la parola ‘bello’ / Perché le ferrovie non erano belle / Erano nere per il fumo e dal colore di fogna / E puzza e fuliggine e polvere / Avrei giudicato la bellezza secondo queste regole / Accettandola solo se era brutta / E se potevo toccarla con mano / Perché solo allora avrei compreso / Dicendo ‘questo sì che è reale’...”. Ecco da dove vengono il suo tono, la sua coerenza, la sua stessa idea conflittuale della bellezza: dalla vita nuda, da uno sguardo che non discrimina mai ciò che è vero. Col tempo, ha scritto ancora Dylan, è riuscito ad accettare la bellezza anche della voce di Joan Baez, la pura bellezza senza conflitti; le vite degli altri, la bellezza sognante del sentirsi al mondo, lo stupore di abitare. Non mi ha meravigliato che un anno fa Dylan fosse stato arrestato nel New Jersey perché, vestito come un barbone, spiava con curiosità dalle finestre la casa in cui abitò Bruce Sprengsteen.
   Ancora oggi, quando ascolto Bob Dylan, mi sento come quando piove in estate. Alla fine della pioggia l’odore si sparge nella luce del giorno, e provo un’emozione intensa e dolce a camminare sui viali di foglie con le scarpe più grosse, quelle di fuori stagione; discrepanza che diventa così sinestesia, figura retorica sentimentale, la percezione insieme di un tempo abitato e un altro sognato. Come il mio essere a Parma, stasera. Ieri sera, dove scrivevo queste parole, ha piovuto un po’, e ho pensato: “nessuno sente nessun dolore / stasera” (nobody feels any pain)

5/16/2010

Il ritorno delle periferie

Le pensose dichiarazioni del sindaco di Milano e del ministro dell’Interno - rispettivamente: gli stranieri delinquono, le periferie italiane sono pericolose come le banlieues di Parigi – mirano alla solita ricetta: più rigore poliziesco e continua nemicizzazione degli “altri” – stranieri e rom, di cui si è intensificato il controllo anche sui treni, come negli anni ‘30 in Germania.
Pare che il ministro Maroni abbia letto una ricerca dell’Università Cattolica di Milano sulle periferie di alcune città italiane prima di concludere che la situazione è esplosiva: la “crescita tumultuosa” (leggi: corsa all’arricchirsi senza regole e guerra contro i poveri), ha aumentato il disagio sociale, i palazzi ghetto, le gang giovanili e la disoccupazione. In altre parole, da quando lui è ministro (con a capo un ex palazzinaro che produce mezzi di distrazione di massa), la situazione è peggiorata. Il suo governo è talmente bravo nel creare disagi che ha costruito periferie-ghetto perfino a L’Aquila.
Pochi anni fa uscì un libro tutto sommato pionieristico, Periferie. Viaggio ai margini delle città, a cura di Stefania Scateni (Laterza Contromano): sei città italiane descritte (non giudicate a tavolino da esperti accademici o del Viminale, ma “sul terreno”) da altrettanti artisti e scrittori. Ne risultavano alcuni dati interessanti, come il fatto che le periferie, diversamente da tante chiacchiere di politici, sono semplicemente i luoghi in cui abita la gente; e che i luoghi più pericolosi, vere terre di nessuno, sono spesso non ai margini, ma nel centro detto commerciale delle città, dove banche e uffici finanziari hanno sfrattato cinema e ritrovi sociali, creando sinistri deserti già al primo imbrunire. Ne risultava anche che, al contrario delle banlieues di Parigi dove si fecero barricate per non abitarci più, in Italia, a Roma soprattutto, se si facessero barricate sarebbe per restarci, per esempio in quelle ultime borgate desiderate dagli immobiliaristi, colleghi minori del capo del governo.

(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità di domenica 16 maggio 2010)

2/24/2010

Notizie dalla guerra contro i poveri


"Ieri sera abbiamo raggiunto i residenti dell’Idroscalo di Ostia lido, mobilitati per la notizie dello sgombero e degli abbattimenti di questa mattina. Mentre si restava svegli tutta la notte per presidiare la piazza centrale, centinaia di agenti delle forze dell’ordine raggiungevano Ostia.
Nella tarda notte arrivavano notizie frammentarie di una città letteralmente invasa, di strade bloccate e tir con ruspe a carico. Alle prime luci dell’alba abbiamo visto centinaia di divise e decine di camionette dei reparti mobili di polizia, guardia di finanza, carabinieri e addirittura del corpo della forestale percorrere in assetto anti-sommossa via dell’Idroscalo (circa 600 sentendo un discorso tra colleghi in divisa).
Questo esercito è stato prima bloccato con le macchine dei residenti, poi dai corpi delle coraggiose madri e donne del piccolo borgo, schierate davanti a scudi, caschi e manganelli.
I capi dell’operazione non hanno dato margine di trattativa, aggiungendo che se le strade non fossero state liberate, sarebbero immediatamente iniziate le cariche e gli arresti. Mentre iniziavano a susseguirsi politici, giornalisti e funzionari della pubblica amministrazione, la polizia municipale invadeva le case degli abitanti. La resistenza pacifica è durata per circa due tesissime ore.
Circa 30 famiglie, alcune che da più di quarant’anni vivono nel borgo, si sono viste entrare dentro casa sconosciuti in divisa, senza che gli fosse mostrato alcun permesso cartaceo. Poco tempo dopo sono iniziate le prime demolizioni. Destinazione residence Ardeatina, per poi essere sbattuti per strada a telecamere spente . Tra lacrime, sconforto e urla, le ruspe hanno iniziato il loro lavoro. Quella che è stata annunciata come un’operazione di messa in sicurezza, si è rilevato l’ennesimo abuso di potere.
Nella notte gli abitanti del posto ci raccontavano come le famigerate “inondazioni dell’Idroscalo” siano iniziate solo dopo la creazione del porto e dei cantieri navali che hanno distrutto tutta una spiaggia, e di come la messa in sicurezza della zona può essere fatta tranquillamente senza cacciare la gente da casa. Quello dell’Idroscalo si rivela l’ennesimo affare sporco. Sono evidenti fin da subito gli interessi economici dell’operazione che come già annunciato avrà una seconda parte. Da anni si parla di allargare il porto per consegnarlo a chissà quale imprenditore privato.
Davanti alla rabbia che si può provare nel vedere gente cacciata dalle proprie abitazioni, viene da chiedersi se davvero siamo tutti uguali o forse qualcuno vale meno di altri. Noi per conto nostro abbiamo deciso di stare dalla parte delle famiglie dell’Idroscalo, perché riteniamo incedibile il loro diritto alla casa. Davanti la prepotenza dello stato, siamo tutti idroscalesi".
COLLETTIVO L'OFFICINA - VITTORIO OCCUPATO
si veda: http://www.c6.tv/archivio?task=view&id=8231



12/01/2009

Claustrofobia: i carcerieri di Durrenmatt (e quelli della Lega)

Claustrofobia è un concetto che a torto si usa poco in politica, eppure è proprio questo che provocano i regimi chiusi e totalitari, a diversi gradi del loro insediamento. Gli ingredienti sono sempre gli stessi: chiusura, appunto (v. The Dome di Stephen King), omogeneizzazione, irregimentazione, ripiegamento sulla propria identità; identità che, a diversi livelli di fascistizzazione, si basa sulla comunanza del suolo oppure del sangue. L’appartenenza religiosa ha pure un ruolo importante in questa marca di identità, pur ovviamente non avendo più nulla di spirituale né di religioso. In Svizzera, storicamente terra d’asilo e di rifugiati politici e religiosi, dove un referendum populista ha proibito l’edificazione di minareti, ovvero i templi religiosi degli “altri”, nel 1990 il grande scrittore svizzero Frederich Durrenmatt pronunciò un discorso d’indimenticabile e feroce ironia contro la politica claustrofobizzante del suo Paese, subito entrato nella storia e nella sua opera. Fu durante la cerimonia per la cittadinanza svizzera onoraria al dissidente ceco Victor Havel.
Iniziò coll'esprimere stupore, di fronte ai politici impietriti, che si desse la cittandinanza a un dissidente come Havel quando, in patria, cittadini svizzeri venissero arrestati perché non aderenti all'"ideologia nazionale" (per esempio obiettori di coscienza, o renitenti alla leva obbligatoria). Descrisse poi la Svizzera come una paradossale prigione nella quale gli Svizzeri sono carcerati e al tempo stesso carcerieri di se stessi, “per dimostrare la propria libertà”. In tale prigione, disse, “gli Svizzeri si sono rifugiati (...) perché soltanto lì essi sono sicuri di non essere aggrediti”. Ma vale la pena di ricordare alla lettera un passo del discorso di Durrenmatt:
“C’è un solo problema in questa prigione, quello di provare che non è una prigione ma il rifugio della libertà, poiché, dall’esterno, una prigione è una prigione e quelli che sono dentro sono carcerati, e chi è carcerato non è libero: agli occhi del mondo esterno, solo i carcerieri sono liberi, poiché se non fossero liberi sarebbero carcerati. Per risolvere questa contraddizione i carcerati hanno introdotto l’obbligo generale di essere guardiani: ogni carcerato dimostra di essere libero facendo lui stesso il proprio carceriere. Ciò che dà agli Svizzeri il vantaggio dialettico di essere al tempo stesso liberi, carcerati e carcerieri”.
Le parole di Durrenmatt valgono oggi più che mai per l’Italia, da quando a fare le leggi c’è un paradossale “Popolo delle libertà”, guidato dai carcerati-carcerieri della Lega. Non so voi, ma la mia claustrofobia sta superando il livello di guardia.

(commento uscito su l'Unità del 1° dicembre)

11/29/2009

La nebbia e il volto

Sono in Emilia-Romagna (dove sono nato e cresciuto) per una serie di incontri pubblici. In uno di essi, a Cesena, sul tema dell’abitare, scopro l’uovo di Colombo della vitalità dei cosiddetti centri storici: dissuadere le banche dall’occuparne gli edifici, spingerle fuori dal centro. Abituato a constatate che, dove c’erano un ristorante o un cinema, ora c’è una nuova banca, scopro che Cesena è uno di quei rari posti in cui si può dire il contrario: dove c’è quella libreria, prima c’era una banca. Lungi dalle città (la maggior parte) in cui il centro è lugubre come un non-luogo all’ora del coprifuoco, a Cesena in centro abita la gente, e l’unico conflitto, a mio avviso risolvibile, è tra chi crede che la musica e le voci siano rumore e chi crede che il rumore sia una cosa, la socialità un’altra.
Accade poi che l’odore della nebbia mi provochi un groviglio di nostalgia e sinestesia e – coincidenza – proprio sulla nebbia sfoglio in libreria il sontuoso e voluminoso repertorio a cura di Remo Cesarani e Umberto Eco (Einaudi). La nebbia non è solo un’anima del luogo e un conforto alla solitudine (come scrisse Baudelaire e dopo di lui Walter Benjamin), ma una procedura che permette nessi invisibili o insoliti tra le cose, ovvero un modo di conoscenza. Non è neppure vero, o non sempre, che la nebbia impedisca di vedere: a volte fa vedere di più, rendendo le cose come volti (come sapeva Pascoli): cioè primi piani.
Quanto all’abitare, mentre da Roma mi giunge voce della protesta contro il decreto sulla prostituzione, davanti alla “casa chiusa” di Palazzo Grazioli, nella nebbia di Bologna, tra i vicoli algidi e imbellettati del centro storico nella nebbia di Bologna, su un muro ben ristrutturato emerge in primo piano questa scritta anarchica quasi d’altri tempi che mi guardo bene dal commentare: - sbirri + puttane).

(rubrica "acchiappafantasmi" de l'Unità, domenica 29 novembre)

11/26/2009

11/01/2009

Il Giorno dei Santi e dei Morti

 Idroscalo di Ostia, 1/11/2009, foto di Maria Andreozzi
   Un giorno come domani, il 2 novembre 1975, fu assassinato Pier Paolo Pasolini - l’ultima coscienza critica e poetica del nostro Paese - in circostanze ancora ignote, salvo che non corrispondono alla versione ufficiale. Il suo ultimo film , Salò o lo 120 giornate di Sodoma, fu un pugno allo stomaco e un’invettiva disperata contro i fascismi, quello storico e quello fantasma, cioè che ritorna (solo i fantasmi ritornano). Non bado molto alle ricorrenze, ma mi trovo quasi per caso nel piccolo spiazzo erboso che ospita, come un cimitero laico, simbolico, il percorso di lapidi e poesie che circonda la stele in sua memoria all’Idroscalo di Ostia, dove appunto Pasolini fu ucciso. Alla mia destra, in un terrain vague cespuglioso, l’ottagonale torre di avvistamento michelangiolesca, cieca e abbandonata da anni a non essere vista né ad avvistare più nulla.
Sono qui per fare un reportage da un mondo sopravvissuto, testimonianza del suo stesso precario sopravvivere, un mondo di estremamente poveri che abitano baracche e casette fatte con materiali di risulta, che si allagano ad ogni pioggia. Il mondo di Pasolini, anche se nel XXI secolo ricorda i film di David Lynch: uomini e donne tatuati che ricordo in alcune festose sere d’agosto nella luce rubata ai pali elettrici, animate dal karaoke e dall’elezione di Miss Idroscalo. O, come ogni anno, dalla devozione quasi pagana, e per questo tanto più religiosa, della festa dell’Assunta il 15 agosto, quando la barca con la statua della Madonna esce in mare dal Tevere e prende il largo, e i sottoproletari precari (chiamiamoli così) sono in compagnia di preti, carabinieri e guardie di finanza. Una solennità iperreale e un po’ sballata, come i fuochi d’artificio fuori sincrono. E penso ora che non è male questa coincidenza: essere qui il quasi giorno dei Morti e dei Santi, che altri chiamano Halloween (e cosa ne direbbe Pasolini, mi chiedo).

(uscito su l'Unità di domenica 1 novembre 2009, rubrica "acchiappafantasmi"

2/15/2009

Fino all'ultimo respiro (acchiappafantasmi)

Il 17 maggio del 2003, in piazzale Baracca, Milano, due giovani rapinarono un bar tabacchi. Stavano uscendo coi mille euro rubati alla cassa quando il tabaccaio prese la pistola che teneva nello sgabuzzino e sparò loro alla schiena, inseguendoli per strada. Un colpo uccise Alfredo Merlino di 20 anni, un altro ferì il complice, oggi 24enne. In giugno dello stesso anno, di passaggio a Milano, incontrai dopo tanto tempo l’amica poetessa Livia Chandra Candiani (Bevendo il tè con i morti è il suo ultimo libro). Parlammo tra l’altro di finestre - di quello che si vede fuori, del mondo; di quelle viste da fuori, dal mondo – e fu così che mi raccontò un’esperienza che l’aveva molto turbata. Il 17 maggio, richiamata da urla o forse solo per istinto, va alla finestra. Un uomo correva trafelato e ferito. Si guardano, entrambi trasaliscono. Lui gronda sangue e paura, lei gli dice férmati. Lui trova requie sotto la sua finestra e s’appoggia a un albero. Continuano a guardarsi. Lei gli offre aiuto, lui resta, e in quella calma, gli occhi incollati ai suoi, si lascia morire. Più tardi lei avrebbe saputo: vent’anni, tentata rapina. Le urla erano quelle degli inseguitori di piazzale Baracca. Omissioni di soccorso probabili, ma subì minacce nel quartiere soltanto a nominarle. Scrisse allora una poesia per metabolizzare l’esperienza. E testimoniare. Quella sera di giugno me ne fece dono: “Fidanzata con il respiro / scorro nelle strade, / la tua macchia di sangue / l’ha lavata la pioggia / i cani della mia rabbia / non avrebbero lasciato avvicinare / i lavatori di cattivi soggetti, / [...] Cosa accusa / il corpo che resta a terra, / della terra... La notizia è che la corte d’Assise ha condannato il tabaccaio per omicidio colposo: un anno e otto mesi. La poesia, che è un altro tipo di notizia che non si esaurisce una volta letta, parla di pietas, riparo e sguardo, fino all’ultimo respiro - “senza trionfo nell’aria poliziesca, / sotto l’albero cui ti sei appoggiato / per un ultimo atto verticale”.

(uscito oggi su l'Unità, rubrica domenicale "acchiappafantasmi")

1/27/2009

Buongiorno

Fino a poco fa il cielo era azzurro, ed ero contento che per una volta Roma non assomigliasse a Copenhagen, come capita da troppi giorni - pioggerellina fitta, quando non a dirotto. Le nuvole grigie lo hanno già coperto. E se c'è una città che non sa sopportare la pioggia è proprio Roma (detto da un emiliano): perde il suo senso - le palme, i pini marittimi, il mare che non si vede, le rovine che brillerebbero al sole, ecc.
Da tempo non scrivo sul blog intransitivamente, come nei diari o nella scrittura vera.
Sono in cucina, come in una poesia di Vladimir Holan (quella che mi pace di più, La neve, che parla fa le righe dell'essere senza soldi, non può neanche comprare le scarpette a Saskia, ma che importa, dice, "nulla da mettere in mostra"). Ho grandi stanze dal soffitto alto, e finisce che mi metto sempre in cucina. Così non vedo libri, ma solo inquadrature di oggeti, tra Morandi, Ghirri e la pop art. (Tutti i soldi che avevo nella tasca della giacca li ho passati a mio figlio adolescente, che ha esigenze e desideri che io ho la fortuna di non sentire (più). Il bancomat non mi eroga nulla in questi giorni. Mi arrangerò).
Oggi è l'ennesimo giorno della memoria. Penso a Celan (testimoniare per i testimoni), penso al turismo della memoria, penso all'anestesia della memoria, penso al destino dei rituali istituzionalizzati, penso a quando da ragazzo (e io mi sento giovane, mi illudo) l'antifascismo mi sembrava un tabù solidissimo ("mai più"), e mi permettevo perfino di annoiarmi un po' quando si andava al cinema con la scuola e si guardava il film mai ambiguo sulla Resistenza; e si ascoltavano le parole di un ex partigiano più o meno famoso); penso a quanto tutto questo, ma proprio tutto, si è sfaldato, penso all'ingenuità terribile del "mai più", mentre è invece "ancora sempre", penso che siamo tutti alle prese con qualcosa di prossimo alle parole "sommersi" e "salvati", e che la salvezza e la sommersione oggi si giocano sottilmente (e pesantemente) nelle chance economiche, nella sordità e sprofondamenti abissali dell'essere esclusi, più che precari... E che occorre davvero ricominciare tutto da capo, unica alternativa al non rassegnarsi alla sconfitta definitiva, alla dannazione. E comunque, per restare al tema del giorno, ecco che qui si può rileggere questo, la mia conversazione con Claude Lanzmann (l'autore del film Shoah) dell'anno scorso.
Ma si sa, quando si scrive intransitivamente alla fine è sempre di altro che si vuole parlare. Buona giornata.

12/28/2008

Non chiamatele favelas. Storia di uomini e topi

Oggi su la Repubblica (ediz. romana) è uscito questo mio breve reportage, dal luogo in cui una mamma e il suo bambino sono bruciati vivi in una miserabile baracca)

Calpesto terra scura e umida e nere braci. I miei occhi toccano stoffe, utensili, pentole con dentro resti di cibo, pezzi di legno e di ferro non identificabili, e il vuoto carbonizzato dove prima c’era una baracca di legno, plastica, cartone. Vi abitavano una madre e il suo bambino di tre anni, Dorina e Kristinel, bruciati vivi mentre cercavano di scaldarsi accendendo il fuoco in un recipiente di metallo, come fanno tutti. I poveri sono pericolosi, sì. ma solo a se stessi. Nel labirinto di sentieri del sottobosco ci hanno guidato qui, Flaminia Savelli e io, tre gentili carabinieri. Solo pochi chilometri di questo stesso intrico di pini e lecci ci separa dalla tenuta del Presidente della Repubblica. Ho il permesso di varcare il nastro che transenna la tragedia. Guardo, in un luogo dove si dovrebbe ormai solo pregare, le baracche attigue superstiti.
Un luogo che non è in un altro mondo, ma negli interstizi del nostro. Arrivati alla rotonda di Ostia, di fronte al mare e alla luce, si gira a sinistra sulla litoranea che porta alle spiagge tra le dune, costeggiando a sinistra la pineta di Castelfusano. Dopo appena un chilometro, di fronte allo stabilimento Mariposa, con parcheggio e campo da tennis che arriva alla strada, un buco nella rete che cinge la pineta segnala il passaggio che conduce a uno degli insediamenti nascosti dei più poveri tra i poveri. “Extracomunitari”: la formula è giusta se non si riferisce a coordinate geografiche, ma economiche ed esistenziali: la comunità è dei ricchi, i consumatori; gli “extra”, gli esclusi sono i poveri, rom o rumeni che siano.
C’è freddo nel bosco, alle due del pomeriggio. Il sentiero scosceso si ferma in un anfratto piatto protetto dagli alberi, perennemente in ombra. Una batteria Bosch, un pentolino senza manici, alcuni piatti di plastica sparsi, vasetti di fiori rovesciati, uno specchio semicoperto di terra, tappetini di auto. Man mano che mi avvicino ai resti carbonizzati: una padella con rimasugli di cibo color zucca, un tavolino e una sedia di plastica bianchi, pezzi di motore di scooter. Tra i resti freddi del fuoco, neri e grigi, l’incongrua nota di colore di un lembo dell’inconfondibile tela verdazzurra per trasportare i morti, impigliato a un rovo. Ho i piedi gelati, è naturale volersi scaldare, qui. Ma sono gelato dentro. Cammino tra vetri rotti, carcasse di ferro, sedie di vimini rovesciate sugli aghi di pino.
A pochi metri la “casa” della vicina, Veronica, 35 anni, che aveva cercato di soccorrere Dorina. Mi affaccio: un materasso annerito, coperte, poco spazio per altro. Altro che consiste in un mobiletto bianco con su una pentola ancora piena di carne e sugo rappreso, un tavolinetto basso con sopra un tubetto di crema Nivea, un pacchetto di tè, fazzolettini di carta. Per terra una bottiglia d’aranciata e un bicchiere di plastica.
Proseguo il sentiero verso l’alto, una a una scorgo altre baracche, come quella di Lorenzo. Di fianco all’entrata, una stanza da bagno all’aperto, a suo modo molto ordinata: uno specchio tondo appeso a un ramo, un altro rettangolare incollato alla fragile parete, un pettine. Per terra, scarpe allineate e una collezione di saponi. In ogni baracca c’è una batteria da automobile per alimentare corrente. Salgo ancora, tra i pini una baracca che prima non vedevo. Anche qui lo spazio è occupato dal materasso, un tavolino di plastica è la cucina, accanto alla pentola un vecchio minuscolo televisore. All’ingresso un calendario cinese 2007 con disegni di animali, tappeti scoloriti. Nella rudimentale veranda, pattumiere di plastica e una scatola da scarpe che contiene bucce di patate, su un ripiano mezzo peperone e gambi di sedano in una vaschetta. Una bicicletta appoggiata a un albero, protetta da un telo verde. Sulle pareti esterne, rivestite di cartone da trasloco ancora con lo scotch, un foglio con un elenco di otto nomi, Tabel Benzina, un mini-censimento interno. Torno indietro, riconosco lo scheletro di una baracca in costruzione. L’appuntato Muzi mi riaccompagna. Emergo dal bosco e respiro guardando il cielo albicocca sul mare.
Ci sono tanti insediamenti di baracche come queste nella pineta. A uno di essi si arriva dall’ingresso della riserva naturale sulla Colombo, di fronte alla via della Villa di Plinio. Dall’elicottero si vedono bene, nell’intrico di alberi è quasi impossibile. Ma non chiamateli baraccopoli, tanto meno favelas: quelle sono luoghi con una dignità alla luce del sole, qui sono nascoste. Tra la litoranea e gli stabilimenti, Flaminia mi mostra la sua scoperta: una sorta di luogo d’appoggio logistico degli invisibili: oggetti, materassi, nascosti dalla macchia e dai pini. Senza vederle, dai fruscii tra i rami ci accorgiamo di presenze, come se invece che uomini si trattasse di topi. Vivono tra gli interstizi delle nostre case, dei nostri luoghi di svago. Come forse in nessun altro luogo in Europa, qui ci sono uomini che vivono come topi. Poveri. Cioè extracomunitari.

11/24/2008

Acchiappafantasmi n. 4 (All you need is love)

“Quando chiudi la porta con la chiave, sai quello che chiudi fuori, ma non sai quel che chiudi dentro”. Questa frase tutt’altro che rassicurante risuona nel buio della stanza più alta del maniero in un vecchio giallo inglese. Gli altri ospiti sono già tutti morti, e la persona sopravvissuta si trova ora al cospetto dell’assassino: chiusa insieme.
E’ un apologo che ho raccontato spesso, a commento della fobia e della criminalizzazione degli “altri”, gli stranieri, in seguito agli innumerevoli delitti nelle ville mono e bi-famigliari che hanno fatto la nostra Italian beauty. Ma gli assassini erano sempre i propri simili, famigliari o vicini di casa: The Others siamo noi. Un anno fa lessi su un muro del centro storico di Cagliari: “Immigrati, salvateci dagli Italiani”. Leggo ora del tristissimo omicidio-suicidio di Verona, una famiglia agiata, tre bambini, madre avvocato e padre commercialista. Nella pagina accanto leggo che la paura degli Italiani è passata, quella che ha alimentato la vittoria della destra, i pogrom contro i Rom, la Carta della Sicurezza e i sindaci sceriffi. Paura e insicurezza non ci sono più, in compenso si teme per la crisi economica planetaria e l’implosione del capitalismo. Ma è proprio adesso che a me viene paura: la deflazione dei sentimenti. Paura di ciò che può accadere quando gli italiani smettono di avere paura degli altri, quelli visibili, e ne alimentano di invisibili (le retoriche fasciste e hitleriane sono questo). Paura di chi si guarda allo specchio senza accorgersi che sia uno specchio, e viceversa guarda l’altro come se lo fosse, senza empatia, in una solitudine senza desideri. All you need is love, si cantava. Intanto questa claustrofobica normalità nutriva i delitti di Alfred Hitchcock, che avvenivano in cucina o in camera da letto, e sul senso della "normalità" insorgeva l’istrionico Orson Welles ne La Ricotta di P.P. Pasolini, se vi ricordate…
(uscito su l'Unità del 23/11/'98)

10/06/2008

"A me mi ha salvato Mussolini" (una sosta a Torbellamonaca, banlieue italiana)

L'altro giorno la Repubblica (edizione di Roma) mi ha chiesto di andare a Torbellamonica e guardarmi in giro. E' una vera banlieue, la più simile a quelle, per capirci, che si vedono nel film La haine (L'odio) di M. Kassowitz. Quello che ho visto e sentito, molto scremato, è uscito il giorno dopo (venerdì scorso) sul giornale. E' questo:
Vite senza futuro al Dream's bar
Dice uno, sui vent’anni, tuta Adidas come le scarpe nere, basette lunghe e capelli corti: “A me mi ha salvato Mussolini. Se non mi drogo, e non mi faccio neanche le canne, è perché ho un credo che mi dà dei valori, un ordine. Ho fatto solo le medie, sono uno che lavora. Ora non ce l’ho, lo sto cercando. Andarmene non ci penso neanche. Appena mi allontano mi viene l’ansia. Tutto il mondo viene a vivere a Roma, perché dovrei andarmene io? Il centro è bello, è un po’ che non ci vado, qualche mese. Non c’è lavoro, ma c’è anche gente che non vuole lavorare, e invece di mille euro al mese preferisce guadagnarne duemila al giorno spacciando. Io no. Quelli come me non si drogano”. E’ simpatico, è molto gentile, e in modo non formale. Eppure: “Quando ho saputo che hanno picchiato uno straniero ho provato un sentimento d’orgoglio. Forse non ha fatto niente, mi dispiace per lui, però c’ha un significato. Ce l’ho con quelli che vengono qui a fare i crimini: ne abbiamo fin troppi di criminali”.
Il suo amico, rasato, felpa nera con la scritta Superstar, ha lo sguardo acuto e riflessivo, e dosa le parole. “Quando cercavamo lavoro in città, se dicevamo che eravamo di Torbellamonaca non ce lo davano più. E poi non è che abbiamo proprio la faccia da bravi ragazzi. Sì, qui c’è molta violenza, criminalità a ogni livello. Perché? Per fame. Ma c’è anche gente che non ha lo stimolo di lavorare”. Lui ce l’ha, lo stimolo. Ha studiato come perito industriale, senza finire. “Ho lavorato con mio padre, ora faccio il magazziniere. La maggior parte degli altri ragazzi qui vive alla giornata. Senza futuro. Ma anche quelli che fanno soldi sporchi sono angustiati, per la scontentezza se li bruciano in una giornata”.
Siamo seduti a un tavolino del Dream’s Bar, la mia amica regista Angela Landini e io. Sono loro ad essersi avvicinati a noi. Il “bar del sogno” è in uno dei corridoi sotterranei della struttura di cemento armato nota come il Centro Commerciale Le Torri di Torbellamonaca. “E’ l’unico luogo di incontro”, ci confermano, insieme al parcheggio. In un’area aperta e immensa, vuota, spopolata e senza forma, costeggiata di parallelepipedi grigiastri (“le Torri”) dove la gente abita, la socializzazione avviene qui, nascosta, sotto il livello della strada. La claustrofilia è forse un riflesso del deserto intorno, come per ripararsi dall’horror vacui di questa periferia nata nel 1982. E’ sul camminamento tra lo stradone e questa struttura in cemento – via Duilio Cambellotti – che a una fermata d’autobus è stato picchiato senza motivo un ignaro cinese da un gruppo di adolescenti. Ma non riesco più a pensare a questo orrendo fatto di cronaca. E’ un’altra violenza che mi coinvolge, quella delle forme architettoniche: un festival degli spigoli, delle forme squadrate, della disarmonia, dell’aggressività geometrica. L’unica cosa rotonda sono certi graffiti sui muri grigi. Al centro del parcheggio del supermercato Sma, c’è un monumento che ne sintetizza l’insensatezza: una specie di altissima siringa spaziale, composta di lastre taglienti di acciaio. Anche la chiesa dall’altra parte della strada ha qualcosa di terribile, con quelle specie di scalini marroni che svettano spigolosi verso il cielo, per terminare in un’inutile doppia punta.
La conversazione coi ragazzi viene interrotta da una coppia di giornalisti. Anche io e Angela siamo stati presi all’inizio per indigeni. Alcuni operatori televisivi hanno messo in posa un cinese alla fermata del bus. I giovani sono inseguiti come in uno zoo safari. Resta in sospeso coi ragazzi la visita alla strada peggiore, dicono, Via dell’Archeologia, dove la polizia per fare un arresto manda dieci pattuglie. Quello che ama Mussolini aggiunge: “Se volessero davvero risolvere i problemi, ci riuscirebbero, visto che hanno catturato Provenzano. Ma non gliene frega niente”. Ci siamo andati da soli: un labirinto di contenitori cubici biancastri, finestre piccole, un simulacro di campagna intorno.
La struttura del centro commerciale, con due o tre bar, due pizzerie al taglio, un’edicola e varie scalinate per risalire ai parcheggi, continua in realtà fino al Teatro Torbellamonaca. Ma quando finiscono i negozi – per lo più di abiti sportivi e di scarpe (con le Nike in vetrina), ma anche di abiti da sposa, un Solarium, negozio Vodafone di fianco al posto di polizia – diventa una specie di balena morta e alla deriva. Mancano anche quelle tettoie di plastica su cui è rimbalzata una pioggia improvvisa (il suo rumore era l’unica natura). Scritte sui muri, e cancelli di ferro di là dai quali c’è l’Asl. Sembra una prigione dismessa. Nel piano di sotto, saracinesche chiuse di fronte a un campo abbandonato in cui passeggia un cane (abbandonato?). Vi sono un centro diabetico e locali di assistenti sociali. Ma come si può accogliere qualcuno in una tale ostilità architettonica? E’ un luogo, dice Angela, fatto per non essere guardato. E’ la definizione del brutto, penso: ciò che viene sottratto allo sguardo.
Il Teatro Torbellamonaca, fino a poco tempo fa diretto da Michele Placido, è all’estremo della struttura di cemento. Leggo, sulle sue vetrate: “T’invita. T’emoziona. T’appassiona. T’appartiene”. Nessuno dei giovani di qui ci va mai, dicevano i due amici. Accanto al teatro, un trave di cemento annerito e consumato, dall’aspetto pericolante, sembra più antico del Colosseo. Sembra morto. Sullo sfondo, le “Torri” bianche.

7/31/2008

Agosto (coi soldati nelle città)

Ultimo giorno di luglio, e io sono tornato in città. Roma. Un caldo bestiale e un sacco di penseri (uno tra tutti: un trasloco da fare entro settembre). Sembra l'inferno, spero che sia solo il purgatorio. Prossimi spostamenti: presentazione di libri (HP e Panchine insieme) a Courmayeur il 7 agosto, e il 10 le Panchine alla rassegna Pralibri, sopra Torino, a cura della libreria del Gruppo Abele. Per il resto sempre qui, a Roma - lo dico agli amici superstiti, tipo messaggio nella bottiglia. Spero nelle piscine e nelle arene estive...
Ma per dirla in modo più serio, pare davvero che le città siano piene e popolate, come se non fosse estate. Il motivo è semplice e drammatico: siamo tutti poverissimi. A questo proposito un signore incontrato ieri sera, che si intende, e molto, di rifiuti e smaltimenti, mi ha detto che i cassonetti delle città sono praticamente vuoti rispetto al passato: specchio dell'attuale miseria degli Italiani. Ancora, sempre sotto questa luce, si possono interpretare in un modo diverso le ultime vicende del governo, come l'abnorme proliferazione di soldati nelle città, stile Spagna franchista, di cui stupisce che nessun giornale si stupisca, che nessuno protesti. Quindi, oltre a fomentare la paura, oltre a usare armi e uniformi dei soldati come "armi di distrazione di massa" (contro chi, del resto? gli zingari? i lavavetri? i giudici?), e per presunti motivi di prevenzione del crimine, nell'ossessione securitaria attuale, si tratterebbe di prevenire future rivolte eventuali di cittadini, esasperati e forse affamati. "Prove di antinsurrezione": così si intitola un' e-mail ragionato e inquietante che sta circolando in questi giorni su Internet. In questo scenario, auguro comunque un buon agosto a tutti.

5/19/2008

La vita nuda dei Rom

Copio e incollo qui di seguito il mio pezzo che è uscito ieri 18 maggio sulle pagine della Domenica di Repubblica (Penso di essere stato prudente, eppure già oggi, in un'intervista allo stesso giornale, il sindaco di Salerno, ex Ds ora Pd, dice: "basta con la poesia, i Rom vanno sloggiati!", ecc. ecc.). Ah, la foto rimpicciolita sopra è di Simona Caleo.
LA VITA NUDA DEI ROM
Dopo avere svoltato a destra dalla via Casilina, poco prima dell’incrocio con via Palmiro Togliatti, e dopo aver percorso il sentiero costeggiato da un lungo muro compatto di automobili pressate del contiguo sfasciacarrozze, la prima cosa che vedo è uno spiazzo bianco sterrato avvolto da una nuvola di suoni e canti gitani, diffusi da un impianto stereo a cielo aperto. Una signora col fazzoletto sulla testa arrostisce un maialino allo spiedo sospeso su una vasca da bagno bianca. Tutt'intorno detriti, polvere, rottami. Ma la visione è pop, un quadro che sembra tratto da un film di Kusturika dai colori sgargianti, più Arizona dream che non Underground. Mi trovo invece in quello che resta del più storico campo di Rom, “Casilino 900” (ex Casilino 700), in compagnia di Francesco Careri e Lorenzo Romito, architetti e artisti del gruppo Stalker-Osservatorio Nomadi di Roma. Alcuni dei nomadi che qui risiedono (si noti l’ossimoro) senza residenza né permesso di soggiorno (i paradossi si sprecano) dimorano qui dal 1968. Quarant'anni senza essere riconosciuti, senza diritto di cittadinanza neppure per chi vi è nato e cresciuto. So che quello vedo è così precario che mi viene in mente la frase di Cézanne, poi ripresa da Wenders: bisogna fare presto se vogliamo vedere qualcosa, tutto sta per scomparire.
Il giorno della mia visita non erano ancora avvenuti gli incendi e gli assalti stile pogrom dei campi nomadi a Napoli. Né i sondaggi che attestano un'insofferenza sempre più irrazionale degli Italiani per questo popolo, la cui diversità suscita solo desiderio di eliminazione, e non di conoscere la natura di questa differenza. Ma i Rom erano ugualmente angosciati: temono i prossimi sgomberi forzati, e non pochi di essi, al nostro passaggio, donne e uomini anziani soprattutto, sono usciti dalle loro case-verande per chiedere notizie. Volti rugosi e occhi rassegnati, un fioco desiderio di sperare. Alcuni ci hanno scambiato per quelli che, tempo fa, “guidavano le ruspe” che hanno demolito decine di baracche per spianare la strada. “Motivi di sicurezza”.
Ora, dall'infanzia per me gli zingari erano i giostrai e quelli del circo. Erano italiani. I Sinti. I nomadi che vivono qui da anni - quando c'erano anche immigrati del Sud che per sopravvivere vendevano aglio, e ora popolano i palazzoni popolari del quartiere – vengono dai paesi balcanici dilaniati dalle guerre. Anche tra loro, come imparerò, sono diversi: i bosniaci dai kosovari, dai serbi, montenegrini, e così via. Diversi negli abiti femminili, nell'abitare, nel posizionare il bagno dentro o fuori casa. Quelli che hanno i furgoni sono artigiani, ecc. Eccomi dunque qui a guardare, cercare di conoscere. Dietro la signora col fazzoletto, la vasca bianca e il maialino, che già diffonde odore di carne bruciata che si confonde come vapore coi canti ipnotici, osservo la baracca di legno celeste, il suo pergolato di vite a cui sono appesi vasi di fiori, sia veri che finti. La casetta di fianco ha un balcone di legno bianco con una ringhiera di assi oblique, secondo un disegno ornamentale che ricorre in ogni veranda. Coperte e copriletti variopinti sono appesi a prendere aria, come una domenica mattina. Tra una casa e l’altra spiccano i gabinetti chimici azzurri, le cabine Sebach che si vedono nei cantieri edili per i bisogni degli operai. Qui, come in molti altri campi, non è mai stata disposta una rete idrica, né elettrica. Ma com’è che tutte queste baracche, povere e circondate di detriti, danno un’idea così forte di casa, di una vita che si stenta a riconoscere ma che ci ricorda l’idea confusa e intensa che se ne aveva nell’infanzia? E', credo, l'umanità, la vita che qui è così nuda.
Una bambinetta bionda va su e giù sorridendo con la bicicletta tra pozzanghere, pneumatici, pezzi di ferro. E’ bella, è una delle figlie di Najo Adzovic, il rappresentante dei Rom di cui siamo ospiti. Adesso le donne accendono il fuoco anche di fianco alla sua casa, e qui e là tra le baracche maiali e agnelli impalati arrostiscono inondando l’aria. Si prepara la festa di San Giorgio, importante quanto l’ultimo giorno dell’anno, se non di più: è la festa di mezz’estate, cioè di “mezza vita”. Nella tradizione nomade è il giorno in cui ci si chiede: cosa abbiamo fatto finora della nostra vita? Si dice Upasomilai, e già in questa parola la lingua romanès rivela la sua ascendenza sanscrita. Stasera qui danzeranno a lungo.
Nonostante San Giorgio, non tutti hanno voglia di festeggiare. Beviamo un caffè turco seduti nella veranda di Zarko, completo marrone e volto triste. Lui e sua moglie ci raccontano con grande dignità le loro disgrazie. Un figlio in prigione accusato di furto. La sparizione delle loro modeste mercanzie – stracci e borse in sacchetti di plastica – gettati come monnezza da chi ha fatto l'ultimo sgombero. Non avere più quella “monnezza” da vendere significa fame. Parlano soprattutto dei figli, di cui a un certo punto ci mostrano una cartelletta con tutti i documenti tenuti in un ordine invidiabile. Sfoglio certificati ed estratti di atti di nascita, codici fiscali, pagelle scolastiche (“Documenti di valutazione del Ministero della Pubblica Istruzione”), certificati dell'Opera Nomadi, libretti sanitari (Servizio Sanitario Nazionale, regione Lazio): tutto inutile ai fini della richiesta di una cittadinanza. Per chiedere il passaporto italiano dovrebbero esibire quello slavo. Ma né loro, né tanto meno i figli, hanno qualcosa del genere. Che cosa è oggi “slavo”? Così si perpetuano generazioni di apolidi, di senza diritti, di ontologicamente precari e clandestini. Che subiscono ricatti e violenze. Non avendo diritti, sono alla mercè di ogni sopruso. Ma mi raccontano anche l'umanità e la gentilezza di tanti poliziotti.
Per i Rom ogni “casa” vive il suo spirito nella veranda all’aperto. L'altra in cui ci sediamo a parlare, costruita da Najo, è una sorta di giardino d'inverno con rudimentali pareti mobili di legno e vetrate. Il tetto appoggia su assi disposte a raggiera, un buco al soffitto serve per la stufa, perché d'inverno qui si cucina. Najo è autore di un libro - Il popolo invisibile - che racconta la storia della sua infanzia nell'ex Jugoslavia, scolarizzato e integrato tra Gagè (quelli come noi, gli stanziali), fino all'implosione di quel Paese e la sua fuga dalla guerra (bollato come “disertore e traditore”). Il suo libro è anche un quadro prezioso della vita e della tradizione culturale dei Rom. Gli chiedo se i nomadi stanno ormai accettando di diventare stanziali. La risposta è sì, se glielo permettiamo, regolarizzandoli e dando loro diritti. Anche perché il loro nomadismo, il loro essere “stranieri”, cioè uguali ma diversi (fu già così per gli Ebrei, perseguitati fin dal Trecento) è qualcosa di interiore e culturale che si tramanda, come la lingua. Spiegava George Simmel: lo straniero non è chi arriva oggi e parte domani, come il turista, ma chi domani non parte, e resta ad arricchire il nostro stile di vita con una modalità altra – un'altra lingua, un'altra tradizione.
Najo ha una passione che definirei politica, ma di una politica così vera ed evidente che ha ormai poche sponde nel mondo là fuori, oltre i muri di sfasciacarrozze, insomma inella città di noi gagè. Tutti sembrano uniti dalla volontà di togliere l'ultimo barlume di visibilità a questo popolo già invisibile. Da tempo è in corso una guerra contro i poveri (non contro la povertà), e la politica difende ostinatamente uno stile di vita e di consumi che in nessun momento mette in discussione nonostante l'incombere di catastrofi ecologiche. Ma anche l'intolleranza per la diversità in genere è in aumento. Eppure Najo è animato da un progetto che sembra un'utopia, quella di un'area abitata dai Rom, una “città nella città”, con laboratori artigianali di lavoro del legno, del ferro, del rame, possibilità di fare i mercatini, educazione e scuole assicurate per i loro bambini. Vuole proporre il progetto al nuovo Sindaco di Roma. Loro stessi, ne è certo, dall'interno potrebbero efficacemente prevenire e reprimere la microcriminalità. Già adesso la scolarizzazione è del del 95%, e cinquanta famiglie qui sopravvivono grazie all'artigianato e ai mercatini. “Se uno ha la casa, dice Najo, se ha la dignità, il lavoro, dei diritti, non va a fare il delinquente”. Mi parla del loro codice d'onore, della solidarietà che li lega. “Avete mai visto un rom anziano in una casa di riposo?”
Ora, il lettore non fraintenda: non sono un marziano, e questa non è un'apologia degli zingari. Lo so che molti di loro rubano, lo sa anche Najo. Hanno alcune pessime abitudini. E ho anch'io la mia bella dose di pregiudizi e di barriere culturali. Ho subito due furti odiosi nell'appartamento, computer compreso: lo stile è quello dei ragazzini zingari, hanno detto i poliziotti quando hanno saputo che erano state rubate anche le felpe del bambino. Ci sono anche alcuni campi che hanno come risorsa dominante il crimine. Ma se i colpevoli sono dei singoli, perché colpevolizzare un popolo, risvegliando o rinnovando lugubri odi razziali? “Il triangolo nero – Nessun popolo è illegale”: così titolava un appello proposto da un certo numero di scrittori italiani all'epoca della prima ondata emotiva e delle rappresaglie contro i Rom, lo scorso novembre. Raccolse migliaia di firme. Quando diciamo “nomadi” racchiudiamo in una parola un coacervo di etnie, un mondo di mondi. Oggi nel suo insieme il popolo dei Rom, ovvero “uomini liberi”, chiede agli stanziali, ai gagè, aiuto nel vivere dignitosamente, offrendo abilità e competenze. Chiedono un'integrazione che non sia eliminazione della loro differenza, ma la valorizzi. Chiedono di poter lavorare e di potersi muovere liberamente dopo il lavoro. Sono felici di poter testimoniare di se stessi e del loro popolo, come è accaduto quando, nel Giorno della Memoria, alcuni anziani Rom, un uomo e una donna, raccontarono la loro sopravvivenza nel campo di concentramento di Agnone ad una scolaresca romana.
Ora cammino di nuovo per il campo con gli amici del gruppo Stalker, Francesco Careri e Lorenzo Romito. Calpestiamo macerie. Il degrado, mi dicono, è evidente. Loro hanno varie persone da salutare, non solo Rom, persone che hanno scelto il nomadismo come soluzione abitativa più adatta alla loro indole. Il grande Ivan Illich scriveva che viviamo parcheggiati come automobili in garage, che l'attività umana dell'abitare si è ormai spenta nella nostra civiltà. Viviamo in un mondo prefabbricato, senza lasciare tracce. E anche i commons, gli spazi di uso comune, sono in via di estinzione. E' un paradosso che i nomadi siano gli unici portatori di un'arte di abitare? Studiando le loro tipologie abitative, la loro dimensione ecologica ed economica spesso geniale – le loro misere case sono più belle e costano meno dei containers forniti dai Comuni, oltre a essere a bassissimo impatto ambientale - i miei accompagnatori hanno cominciato a penetrare la loro cultura. Il gruppo Stalker ha studiato il nomadismo come categoria filosofica e prativa estetica (come nel bel libro di Francesco Careri, Walkscapes, edito da Einaudi). L'anno scorso con gli studenti hanno risalito il corso del Tevere documentando e raccontando le baracche e la vita dei più poveri. Alla Triennale di Milano, il prossimo 22 maggio, porteranno un progetto, “Campus Rom”, frutto di una collaborazione tra l'Università di Roma Tre e quella di Delft (che andrà in seguito alla Quadriennale di Roma e alla Biennale di Venezia). Contiene precise proposte. La prima è quella di un passaporto europeo transnazionale per i Rom, per muoversi liberamente sul suolo europeo (ex Jugoslavia compresa): per sanare il debito nei loro confronti che data dalla Shoah, che come è noto riguardò anche i Rom. Nella loro lingua, Olocausto si dice Samudaripen, “tutti i morti”, ma nessun Rom fu chiamato a testimoniare al processo di Norimberga. Ma va anche ricordato il loro pacifismo: il popolo Rom non ha mai fatto una guerra in tutta la Storia.
A Milano si esporrà il prototipo di una casa Rom, e il video documentario della sua costruzione. Si tratta di imparare da loro ad abitare in modo ecologico, a partire dai consumi e dalla cultura del riciclaggio. Infine una proposta urbanistica e politica: chiudere tutti i campi rom e aprire delle micro-aree secondo il loro habitat evolutivo, basato sull'espansione delle famiglie. “Si tratterebbe di lasciare germogliare le case in autocostruzione, dando loro un pezzo di terra. Tanti italiani potrebbero avvantaggiarsi di questo modello abitativo, che non deve produrre ghetti, ma innesti creativi metropolitani che possono corrispondere ai bisogni e agli stili di vita di artisti, di giovani, di tanti altri”. “Ma la cosa più urgente - mi dice Careri - è cambiare l'immaginario collettivo sui Rom. Tutti ne parlano, nessuno li conosce. Nei loro campi ci va solo la polizia. O le squadre violente di questi giorni. Eppure, il mondo sarebbe più bello con loro”.