Visualizzazione post con etichetta Max Frisch. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Max Frisch. Mostra tutti i post

4/03/2014

Per Giorgio Messori

Domani venerdì 4 aprile, a Bologna, si svolgerà questo incontro sullo scrittore Giorgio Messori, scomparso nel 2006. Gino Ruozzi, curatore del raccolta postuma di racconti Storie invisibili e altri racconti, ha scritto una breve e bella nota biografica dell'opera di Giorgio. Fu il mio migliore amico, abbiamo scritto e fatto insieme tante cose, e sono terribilmente impacciato ogni volta che egli diventa oggetto di discorso. Scusatemi. Qui trovate alcuni testi su Giorgio. Su Giorgio, a Roma (23-24 febbraio) e a Reggio Emilia (novembre 2013) si sono già svolti incontri di studio col titolo Io non sogno mai (come un racconto di Giorgio sulla Via Emilia). In particolare a Reggio Emilia il poeta Carlo Bordini disse queste parole.
   A Roma, nell'angoscio dei tempi contingentati, la notte prima del convegno avevo scritto di getto degli appunti su e in memoria di Giorgio, che lessi per stare dentro i tempi. Poi li inserii, nonostante il loro tono quasi trafelato, senza alcuna correzione, come appendice o rewind del capitolo sulla scrittura del mio Libro dei maestri (Porte senza porta rewind) ripubblicato quello stesso anno in una nuova edizione da Sossella - capitolo che già nell'edizione Feltrinelli degli anni '90 finiva con un meraviglioso decalogo sullo scrivere che mi aveva dato Giorgio. Nell'imminenza dell'incontro di Bologna - il cui titolo è dedicato forse ai lavori di Giorgio di descrizione e osservazione del mondo esterno, come nel bellissimo Viaggio in un paesaggio terrestre, scritto e costruito col fotografo Vittore Fossati - vorrei offrire qui, tale e quale, quel testo intimo, gli appunti trafelati che lessi al convegno di Roma quattro anni fa. Non c'è un titolo, solo una dedica. Per  Giorgio Messori.


   Non ho mai parlato di Giorgio, ho sempre parlato con Giorgio. Un parlare che d’altronde non escludeva il silenzio, anzi lo comprendeva e lo esaltava. Il “con” avvenuto con lui, la comunità delle nostre parole e silenzi, che a volte si prolungavano le une nelle altre, l’uno nell’altro, è la parte più importante della mia formazione. Educazione allo sguardo, al pensiero, al formare frasi. Educazione all’esperienza. Parlare di lui, farne oggetto e non soggetto di parole, è più grave che parlare in sua assenza, perché parlavo con lui anche in assenza di lui (è questa la magia umana dello scrivere, rendere presenti gli assenti). Lo abbiamo fatto in un lungo epistolario, per esempio. Scrivere è già sempre un gioco di fantasmi, come sapeva il suo amato Kafka. E in qualunque storia di fantasmi, siamo sempre noi, i fantasmi: gli scriventi, i testimoni.

   Ora qui siamo in un’aula universitaria. Giorgio e io ci siamo conosciuti in un’aula universitaria, a Bologna, alla lezione delle 9 del mattino di Estetica di Luciano Anceschi, a.a. 1978/79. Era l’unico corso che frequentavamo. In Estetica con Anceschi ci siamo laureati insieme, quasi fianco a fianco (in un’altra aula). [Ricordo: qualche minuto prima ci svegliavamo alle luci di un bar, dopo una note insonne e una lettura di poesie in un paesino dell’Emilia, ci facevamo domande, afasici come non mai. La sua tesi era sulle “Poetiche narrative in Peter Handke”, la mia sulla “Poetica del romanzo giallo”. Durante la cerimonia ci eravamo dimenticati di sfilarci l’impermeabile. Un’amica ci ha fotografati, attoniti, all’uscita, con le Tesi in mano. Dopo siamo andati sui colli a dormire e ascoltare musica rock. La canzone di quei giorni era Out of the blue, voce di Neil Young. Quello stesso pomeriggio del 12 novembre 1982 abbiamo fondato davanti al notaio la cooperativa editoriale Aelia Laelia, che si proponeva di pubblicare solo libri organici, necessari e felici, quelli cioè rifiutati dalle case editrici perché nuovi. La sera, un’altra lettura a Reggio Emilia, dove io e Giorgio facemmo insieme una performance quasi improvvisata dal titolo beckettiano “Tutto lo strano via”, con le scarpe in mano e una candela accesa. Era un elenco di frasi... E ora basta coi ricordi, che non finiscono mai].


   Parlo invece delle letture di Giorgio, i suoi veri interlocutori, le sue passioni, gli eroi della sua sensibilità e coscienza, che non ha mai messo da parte.
   Baudelaire e i poeti americani, su cui ci eravamo entrambi svezzati. Beckett, tutto. Kafka, quello dei Diari e dei Colloqui con Janouch oltre che i racconti e i romanzi, e tra i romanzi il grande teatro dell’Oklahoma con cui si chiude America, e l’idea che si possa descrivere un Paese senza visitarlo, e fare uso di quella descrizione come di un vademecum per il visitatore. Il parlare con l’angelo delle poesie di Rilke: la voce di Giorgio che legge per gli amici le Elegie Duinesi, in particolare l’Ottava (che lesse anche al funerale di mio padre) – “La creatura, qualsiano gli occhi suoi, vede / l’Aperto. Soltanto gli occhi nostri son / come rigirati, posti tutt’intorno ad essa, / trappole ad accerchiare la sua libera uscita. / Quello che c’è di fuori, lo sappiamo soltanto / dal viso animale; [...] Libero da morte...”.
   E il parlare con l’Angelo di Walter Benjamin. E Robert Walser, naturalmente, e la filosofia prima della filosofia studiata da Giorgio Colli, i Minima moralia di Adorno, l’aforisma sul verso di Baudelaire “rien faire comme une bête”, “giacere e guardare tranquillamente il cielo”, immagine della pace perpetua e della fine della dialettica, che Giorgio sentiva come un’esperienza fisica, corporale. Le poesie di Vladimir Holan di cui mi fece dono pochi giorni dopo il nostro incontro, Una notte con Ofelia - dove si trova il verso “è sempre il poetico che uccide la poesia”, dove si parla della neve, del silenzio e della “cucina dell’insonnia” - “tanto meno gesti / nulla da mettere in mostra”; e “La Ballerina”, su cui mi scrisse una lettera intensa. Fame di Knut Hamsun.
  Era l’epoca in cui entrambi leggevamo Peter Handke e ci riconoscevamo nella dichiarazione dello scrittore austriaco, rilanciata dal regista tedesco: “La mia via fu salvata dal rock’n roll”. La tasca del suo giaccone dove un tempo teneva sempre una copia dei Temi di Fritz Koch di Robert Walser passò col tempo ad albergare l’anarchico esilarante L’imitatore di voci di Thomas Bernhard, prose brevi del tutto libere, comiche e audaci, dove la finzione era mischiata a nomi di persone reali e viventi, e Giorgio che scoppiava a ridere ogni volta che le leggeva a voce alta, e tentammo di imitarle in un progetto: “L’imitatore dell’imitatore di voci”. La colonna sonora del libro che facemmo insieme, L’ultimo buco nell’acqua, era Rock’n roll Suicide di David Bowie... Anche qui l’elenco potrebbe continuare a lungo, troppo. Ma che cosa hanno in comune le letture, le passioni letterarie e non solo di Giorgio, che io ho condiviso?

   Credo questo: un certo rapporto tra la letteratura (e l’arte) e la vita, e una specie di smania pacata della verità. Giorgio Messori amava appassionatamente e laicamente la verità, l’insorgenza dell’evidenza come rivelazione laica, che è tanto più trascendente quanto più è immanente, come un’epifania che porta a una specie di beatitudine mentale, spesso addirittura al riso. Ma poteva essere “la nebbia color ciliegia” nel cielo di un  tramonto invernale visto alzando gli occhi mentre leggeva un racconto di Jim Ballard che descriveva, appunto, “una nebbia color ciliegia”, perché le frasi lette - come, scoprimmo più tardi, le fotografie dell’amico Luigi Ghirri - hanno “il potere di modellare (mi) una sensazione percettiva fino ad allora sconosciuta”, insomma prestano occhi per vedere il mondo. O come quel suo brano narrativo in cui, mimando La Nausea di Sartre, si stupisce, alla fine di una canzone che esce dal juke box, che “i miei piedi sono ancora lì”. O come in molte pagine di Max Frisch (un altro grande amore comune), e quell’intervista che gli fece Enrico Filippini (stranamente assente dalle raccolte edite dei suoi articoli), sul senso dello scrivere come mezzo di fare esperienze, “fosse anche quello di sapere che cosa si prova ad avere freddo ai piedi”. La letteratura non ha valore, secondo Giorgio, non solo se non riflette l’esperienza, ma se non si fa essa stessa esperienza. Alla cui radice, penso oggi, c’è forse quel veritatem facere con cui si è tramandato lo spirito di Giovanni nel Vangelo, rilanciato dal fondatore dell’autobiografia Agostino, da Dante, da Petrarca su cui Giorgio ha scritto, e rilanciato dalla prosa stoica nel Cinque-Seicento (Montaigne compreso: che, proprio come Giorgio, “non insegnava, ma raccontava”); e, nella nostra epoca, oltre al sempre presente, per Giorgio, Walter Benjamin, è incarnato dalla letteratura detta civile di Max Frisch. Incarnare è la parola giusta: “Evita di pensare col linguaggio”, ha annotato ancora Giorgio parafrasando Handke in suo testo (Il foglio bianco, gli spazi bianchi), “rimani nelle cose e nel loro splendore. Così diventa [il verbo è all’imperativo] il linguaggio reale, così il linguaggio diventa reale”.

  Accanto a questo, in Giorgio si è imposta molto presto una libertà irriducibile, anarchica senza mai essere screanzata, di tendenza senza essere sprezzante né irriverente verso l’altrui credere, ma nemmeno mai compromissoria, mai ambiziosa, etica in modo naturale fino al midollo, ma senza nessun dover essere; a volte perfino parodistica, se è vero che, quando montammo insieme le prose del nostro primo libro dal programmatico titolo (L’ultimo buco nell’acqua) per noi era assolutamente scontato che non saremmo mai andati a pietire un editore, e preferimmo, come nella sintassi narrativa di Robert Walser, la via più lunga e tortuosa, ossia prolungare la comunità del nostro libro plurale inventando con altri amici una casa editrice, Aelia Laelia, una “etichetta” editoriale, dicevamo, una “piccola etica”.
   Ma la seconda volta che ci siamo visti all’università, quel mattino alle 9, inverno 78/79, la lezione annunciata la fece proprio Giorgio, una relazione su Walter Benjamin e Franz Kafka. L’ho riletta. E’ molto bella. Persuaso che mai come nella nostra epoca si fosse compiuta “la trasmigrazione della filosofia nella letteratura e parallelamente della letteratura nell’esperienza filosofica”, in Benjamin - continuava Giorgio - “la costruzione metaforica, il procedere per immagini, non è qualità specifica dello scrittore, ma sostanza stessa del pensiero che si manifesta”. Ancora: “La produzione d’immagini non vuole risolversi in lui nel calco poetico del reale o nell’edificazione possibile di un altro reale, come avviene nella maggior parte dei luoghi strettamente letterari, ma diventa procedimento teso a cogliere l’essenza stessa del reale, la qualità particolare dell’esperienza”. Penso che questo brano descriva con precoce lucidità quello che ha fatto in ogni sua opera Giorgio, lo scrittore Giorgio Messori.
   Questa lucidità che scambiavamo (nel senso proprio di barattare) così spesso e volentieri per una serata allegra, per uno stordimento tra amici; quell’intelligenza che davamo allora per scontata, non hanno mai escluso né impedito una distanza irriducibile, per Giorgio più ancora che per me, dall’istituzione accademica, da quella che chiamavamo, citando Kafka, “la schiera degli uccisori”: “Strana, misteriosa, forse redentrice consolazione dello scrivere: uscire dalle fila degli uccisori, osservare i fatti”. I lavori di descrizione della via Emilia prima, grazie a Luigi Ghirri e Gianni Celati, poi altri analoghi, furono per noi una vera salvezza, oltre che i primi soldi guadagnati con la penna. Giustificarono questa passione minoritaria, indipendente, dell’“osservare i fatti”. Giorgio ne fece un mestiere magistrale. Ed è sempre questa sua idea dello scrivere come “uscire dalle fila degli uccisori” a rendere arduo, per un critico onesto, ogni parlare di lui.

   Ho naturalmente pensato a Giorgio, e a queste giornate dedicate a lui gremite di specialisti, quando alcuni giorni fa mi sono imbattuto in un sito Internet nell’intervento di uno scrittore che stimo sull’etica e la scrittura, criticato dai commenti on line con terminologie di critica letteraria in cui spiccava, oltre all’accusa di dannunzianesimo, quella di “vitalismo”. Finché qualcuno, un anonimo, ha scritto: “Se davvero la vita fosse una cosa e la letteratura tutta un’altra cosa, non me ne fregherebbe proprio nulla. Della letteratura, intendo”. E io mi sono sentito assolutamente, intimamente d’accordo con lui. E so che Giorgio sarebbe stato intimamente, assolutamente d’accordo con lui. Del resto, come ha suggerito un altro lettore, tutto quello che la critica letteraria dice sui testi non lo direbbe mai la critica musicale sulla musica. Come si potrebbe rimproverare a Bob Dylan, ai Rolling Stones o ai Velvet Underground di essere vitalistici? Sto sempre parlando di Giorgio, per il quale la musica era molto importante.
  La sua distanza dalle aule dell’Università (a parte il meraviglioso stralunato mondo del melting pot sovietico della “Università delle Lingue e della Diplomazia” di Tashkent, dove insegnava Italiano e dove mi invitò anni fa a fare dei seminari), è simile al disagio che provava verso la critica letteraria, a sua volta frutto della consapevolezza, pur nel piacere irrinunciabile del leggere e scrivere, dell’irrilevanza dell’essere scrittori e del fare letteratura. Irrilevanza non significa sminuire l’importanza che accordava allo scrivere come esperienza privilegiata dello stare nel mondo, di vivere e di sopra-vivere, e di vivere meglio.
   C’era (c’è) indubbiamente, e rivendicata (lo ribadisco), una vocazione minoritaria in questa esperienza della letteratura, e anche questo si accorda a Kafka (il Kafka della letteratura minore riletto da Deleuze), e agli altri autori che amava. Una politica minoritaria. Una protesta ironica e sommessa, una libertà e una gioia senza scopo, come quella dell’autore di Mes amis, Emmanuel Bove, che scoprimmo insieme, che tradussi poi in italiano mentre il suo amato Handke traduceva in tedesco (mentre Giorgio tradusse il boviano viaggio di Peter Handke tra i grattacieli della Défense a Parigi). La scrittura di Giorgio è volutamente, naturalmente delicata (non “garbata”, come è stato detto), capace di versare tonnellate di senso con una o due parole, come gli disse Tondelli nel periodo in cui Tondelli aveva fortuna facendo proprio il contrario (quando in generale si pubblicavano tonnellate di parole, a volte quasi delatorie, per una manciata di senso). Anche la sua fragilità era rivendicata, forse all’insegna di quel verso stupendo di Vladimìr Holan che mi passò Nicolas Bouvier (autore pure molto amato da Giorgio): “Ciò che non trema, ciò che non vacilla, non è solido”. Solo ciò che è fragile è davvero solido.
   Sulla fragilità ha scritto Giorgio, molti anni fa:
   “C’è un racconto di Thomas Bernhard che amo molto. Parla di un carcerato che si alza di notte per scrivere dei racconti, delle storie. ‘Lo scrivere’, scrive Bernhard, lui lo chiamava ‘il mio passatempo’, e gli veniva come agli altri vengono i sogni, e come i sogni era fragile”. Leggo queste frasi dal testo di Giorgio sul pieghevole per la presentazione de L’ultimo buco nell’acqua a Roma, Teatro dell’Orologio, 1983. Così continua:  “Chiunque scriva sa perfettamente quanto questo stesso fatto, cioè l’estrema insicurezza, la fragilità di cui parla Bernhard, oppure pensare di non essere scrittori, il terrore di fallire qualcosa che sembra essenziale per la propria stessa vita, sia forse il motivo principale per cui uno scrive”.
   Il testo di Giorgio finisce con un apologo su una ragazza che in treno, davanti a lui, con gesto aggraziato si sfila il golfino che teneva sulla maglietta bianca. Lui la osserva, e pensa che esiste una parola per dire quella maglietta che si indossa sulla pelle, e forse anche il gesto di lei, l’atmosfera stessa che si è creata nello scompartimento, ma non la trova, pur cercandola per tutto il viaggio, pur sapendo che a partire da quella parola avrebbe voluto scrivere un racconto. Poi però pensa – e questo pensiero è una delle fulminazioni pacate di Giorgio, che non sfuggì a Luciano Anceschi (che ci propose proprio a partire dalla frase che ora dirò di tenere un corso sulla scrittura narrativa all’Università di Bologna, corso che naturalmente non tenemmo mai), “poi pensai - scrive Giorgio – “che potevo scrivere (probabilmente questa è una delle ragioni del mio andare verso la prosa,) anche se non trovavo, o mancava una parola”.
   Scrivere perché non abbiamo, non troviamo la parola giusta. Scrivere perché le parole ci mancano, scrivere perché non riusciamo a dire, e forse non riusciamo nemmeno ad amare, a desiderare, a chiedere, a prendere, e ancora a dire. Scrivere perché siamo inadeguati, scrivere perché siamo perduti, scrivere perché manchiamo. Questo Giorgio aveva imparato prestissimo a insegnare. Nel periodo in cui un altro scrittore, Raymond Carver, che come Cechov amavamo al punto di provare dei brividi alle sue pagine e alle sue frasi, nel periodo in cui la sua fama (di Carver) si era così estesa che si richiamavano a lui tirandolo per la giacca autori che vistosamente non avevano nulla a che fare con la sua umile sobrietà, intraprendenti autori che aprivano scuole di scrittura e giovani holding, Giorgio mi raccontò questo episodio di quando Carver insegnava scrittura creativa. A un allievo che gli chiedeva consigli su come finire un racconto, Carver così rispose: in qualunque modo vada a finire la storia, ricordati sempre di non far mancare il latte ai bambini, la mattina.

   Niente e nessuno mi toglierà dalla testa che questa frase, questo tono, questa semplice enunciazione etica, siano il tono, la voce, la verità intima e umana di Giorgio, dello scrittore Giorgio Messori.

(tutte le fotografie sono degli anni '80)

9/07/2012

Questa guerra mondiale chiamata "crisi" (un appello a trovare le parole per dirla)


   Nel suo film Il primo uomo, Gianni Amelio attribuisce al bambino Albert Camus questa domanda alla madre: “Chi sono i poveri?” Lei: “Sono quelli come noi”. Il bambino è sollevato: “Se i poveri siamo noi, allora va tutto bene”. Non mi soffermo sulla portata etica immensa di questa bellissima frase. Sto cercando di capire la portata di questa famosa crisi economica che investe l’Europa e che nessuno sembra saper descrivere fuori dal pensiero unico e dal lessico tecnocratico finanziario.
   Alcuni giorni fa, parlando della crisi con l’amico Tim Willocks, scrittore inglese che abita in Irlanda, ci siamo accorti con disagio di non trovare le parole. Come se tra gli effetti della crisi (o i suoi moventi?) ci fosse anche annichilire il senso critico e l’immaginazione; come se la finanza non avesse fagocitato solo l’economia, ma anche la politica, la democrazia, il linguaggio. Ma è il compito degli scrittori coniare parole, immaginare mondi possibili, dare nuove diverse declinazioni di “realtà”. Idea, allora, di lanciare un passaparola, se non un appello, agli scrittori europei: scrivere ognuno qualcosa su questa “crisi” che sta modificando il mondo.
   Intanto John Berger, scrittore inglese che vive in Francia, su le Monde (20/7/12) ha definito la “crisi” una tirannia mondiale, distinta da quelle passate per l’assenza di un volto del tiranno. E’ un nuovo dispotismo, conferma il filosofo Jean-Clet Martin, sovranazionale come vuole la globalizzazione: da quale luogo virtuale o trascendentale le agenzie di rating danno e tolgono ai Paesi europei le loro famose triple A? In tutti i casi da un luogo immune dalla politica. Forma linguistica di questo dispotismo è l’imperativo contraddittorio (double bind, direbbe Gregory Bateson), cioè “una regola di fronte a cui la situazione si aggrava quando le si obbedisce, e per effetto di averle obbedito”. Un Paese che seguisse i criteri dell’agenzia Standard & Poor’s per meritare la AAA colerebbe a picco, creando disoccupazione e impoverimento. Come la Grecia, modello per gli altri Paesi detti pigs. Tener conto delle ingiunzioni del dispotismo finanziario porta a una spirale infernale che glorifica gli interessi della speculazione contro quelli dell’economia “reale”, basata sull’azione degli uomini.
   Cosa c’è di più temibile in questa crisi? Che saremo tutti più poveri? No, il problema è che i poveri sono sempre gli “altri”. Allora “crisi” è un eufemismo, e quella “rivolta dei ricchi contro i poveri”, come definì schiettamente gli anni ’80 il grande scrittore Max Frisch, è diventata ora una guerra mondiale.

(articolo uscito sull'ultima pagina - "zona critica" - di Venerdì di Repubblica del 7 settembre 2012)  

6/03/2011

Il tono di Max Frisch


  [Oggi, mio compleanno, esce su Venerdì di Repubblica questo mio corsivo-recensione sul mio scrittore preferito]

   Come può un semplice quaderno di appunti, uno zibaldone, catturare il lettore con effetto quasi di suspense, o almeno di fascinazione? E' uno dei talenti di Max Frisch - tra i massimi scrittori del Novecento non solo di lingua tedesca, autore di romanzi come Homo faber, Stiller, Il mio nome sia Gantenbein - aver fatto del diario un genere di altissima intensità etica e letteraria. Eppure, in un'epoca in cui la pensosità sembra ai più sinonimo di tristezza, anche l’eretico Frisch, sperimentatore di forme e coscienza civile avversa a ogni ideologia, pare a sua volta dimenticato. Per chi invece lo conosce, leggerlo è un po’ come ascoltare Bob Dylan: la grana della voce, il suo tono inconfondibile, è ciò che riconosciamo prima ancora dei contenuti: notizie da un mondo vero che smascherano il nostro come un mondo finto.

   Ora Frammenti di un terzo diario (Casagrande) si aggiunge ai Diari della coscienza degli anni '60 e’70 pubblicati allora da Feltrinelli (è un segno dei tempi che questo editore non abbia siglato anche questo libro?). Risale ai primi anni '80, quelli dell'Urss, di Ronald Reagan e dell’incubo atomico, ma anticipa le nostre incrinature individuali e collettive con vertiginosa attualità. Parla dell’abitare (il suo nomadismo tra New York, che odia e ama, Zurigo e la casa nella campagna ticinese “dove fioriscono le magnolie”), dei dilaganti valori americani (la parola d’ordine è “Power”, ovvero “Liberty”, di cui “Money è il sinonimo con minori pretese” e “la guerra è continuazione degli affari con altri mezzi”); degli amori, come sempre (“Mi aggrappo alla vita? Mi aggrappo a una donna”); della sua narrativa così legata alla vita (“mi lascio guidare dalle esperienze che faccio. Però non riesco a risolverle in concetti, e per questo mi servo della narrazione”). C’è tutta la sua meravigliosa vulnerabilità, e quella sincerità assoluta che avvolge la sua avventura di scrivere di un pudico eroismo: “La vita come oasi – la morte come il deserto tutt’intorno – Cos’è che mi spinge a vederci chiaro?”
   Gli ultimi interventi “civili” di Frisch furono sulle leggi per il diritto d’asilo, la fuga e l'espatrio dei più giovani e creativi per esprimersi, e il corso politico del mondo che definì “rivolta dei ricchi contro i poveri”, denunciando il fallimento dell’Illuminismo e la riduzione della democrazia a folklore. Questo diario che ha la stessa età dei giovani scrittori che da noi scalpitano per ottenere visibilità, come se scrivere fosse una professione qualsiasi, risponde che il compito dello scrittore è viceversa essere opachi, irriducibili al commercio e alla banalizzazione del linguaggio come “comunicazione”. “Esiste oggi uno scrittore che creda che le sue opere verranno lette, che so, tra cent'anni? Scrivere è diventato una cosa diversa: un dialogo con i propri contemporanei. Niente di più. Il compito dello scrittore – comunicare ai propri nipoti qualcosa del proprio tempo – assomiglia sempre più a una mera illusione. Solo quarant’anni fa Brecht si rivolgeva ancora alle generazioni postume”.
(su Venerdì di Repubblica, pag. 126, 3 giugno 2011)

5/06/2011

"Quando ancora sapevamo aspettare" (per Peter Bichsel)

   In un mondo più sano, anche gli orizzonti e i riferimenti letterari sarebbero molto diversi. Muterebbe il valore accordato alle storie e, per esempio, molti degli scrittori stranoti, giovani o anziani che siano, sarebbero ignorati, e viceversa scrittori di cui si sa poco o nulla sarebbero letti da tutti. Come vorrei fosse il caso di Peter Bichsel.

   Di lui uscì in Italia negli anni Sessanta da Mondadori una raccolta di fulminanti racconti che facevano pensare a un Robert Walser coi colori della Pop Art, Il lattaio e altri racconti. Si deve a Giorgio Messori, che di Bichsel fu amico e traduttore, l’attenzione per i suoi scritti a partire dalla metà degli anni ‘80: le splendide conferenze su Il lettore. Il narrare (meglio di un corso di scrittura creativa), i racconti di Al mondo ci sono più zie che lettori, Storie per bambini e altri editi da Marcos y Marcos. Notava Giorgio Messori come per Bichsel ogni riflessione fosse naturalmente “racconto”, ed anche in questo consiste la cifra civile e politica della sua scrittura: spiegare tutto con delle storie, pensare in storie, e non in fatti astratti.
   Svizzero di lingua tedesca, giovane 75enne residente a Solothurn (Soletta), già amico di Max Frisch e membro del Gruppo di Olten, Bichsel è uno di quegli autori capaci di ridurre la distanza tra la letteratura e i lettori, la cui lingua e sintassi semplici e corrosive ci riconciliano con l’antica arte del narratore - quando le storie, ricordava Benjamin, erano veicolo epico della saggezza. Molte delle storie di Bichsel sono composte per la radio, o in forma di elzeviri che da anni appaiono su giornali come il Tages-Enzeiger di Zurigo, o le riviste Weltwoche e Schweizer Illustrierte. “Storie anacronistiche” (Geschichten zur Falschen Zeit, del “tempo falso”, come titolava una raccolta), ovvero storie controcorrente, fuori moda e fuori luogo, libere e anarchiche. Dà felicità che ora sia tradotta una nuova raccolta di questi indefinibili, esemplari racconti civili col titolo, assolutamente bichseliano, Quando ancora sapevamo aspettare (Comma 22).
   Come suo solito l’autore prende spunto da quello che vede e ascolta nel suo bar, dai viaggi in treno, dalle partite di calcio, dai giornali. Pochissimo dalla letteratura. Da un elogio del rumore (sul treno “mi metto in seconda classe che ha un’offerta sonora e vocale più ricca. L’offerta dei ricchi in prima classe è più povera”) passa a quello del divieto del fumo (ché “lo rende di nuovo così bello, vietato, come lo era allora, nel cortile della scuola, quando eravamo ragazzi”), ma su tutto domina il tema dell’attesa, quintessenza dello scrivere e dell’umanità (“Perché aspettiamo? Perché ci mettiamo in corridoio molto prima che il treno si fermi e aspettiamo?”). Il bar è il luogo elettivo, pur se anch’esso in via di estinzione in una società che si svuota di riti, perfino quello di bere la birra dopo il lavoro: “le comunità si sono privatizzate”, “viviamo in ghetti, in ghetti di lusso magari, ma ghetti deritualizzati”. E altrove: “I luoghi pubblici vengono privatizzati. La nuova società dei party non ha più bisogno di luoghi pubblici”.
(articolo su l'Unità del 7 maggio 2011, inseme a un'anticipazione del libro di Peter Bichsel Quando ancora sapevamo aspettare, in libreria per Comma 22)
P.S.
[Ricordo (questo non appare su l’Unità) un febbraio con la neve alta a Solothurn. Era carnevale, e i nostri amici (nostri di Giorgio Messori e io) erano il comitato del carnevale di Solothurn: i matti del paese, gli anarchici, gli artisti, e uno di essi, per quanto molto più vecchio di noi, era proprio Peter Bichsel. Ricordo una sgargiante processione con trombe, tamburi e altri strumenti, camminammo così sulla neve coi bicchieri di vino rosso in mano fino alla trattoria fumosa; e ricordo che a tavola con Bichsel, Juerg Tanner, il soave amico pittore, e altri, cantammo alcune aria de la Traviata, “... libiamo...” (ma noi giovani italiani erano quelli che la sapevano meno e la cantavano peggio). La Svizzera era un post così, dove la minoranza, i dissidenti, erano persone eccezionali, fuori dal tempo e molto dentro il tempo, e io sono stato educato anche da tutto questo... Per il resto, oltre a Bichsel, se volete davvero un corso di educazione civica e letteraria insieme, un corso di coscienza, leggete Max Frisch, leggete tutto di Max Frisch, a quell’epoca ancora in vita e autorevole (aveva lui settant’anni), lui che è senz'altro tra i maggiori degli scrittori del XX° secolo.]