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11/21/2014

Tutto quello che resta (lettera da Calcutta sulla poesia)

Ieri a Roma alla Galleria la Nuova Pesa si è presentato un nuovo libro del mio vecchio amico critico e saggista Paolo Lagazzi - un libro sulla poesia dal bel titolo La stanchezza del mondo. Era previsto un mio intervento, e di fatto anche se non c'ero (sono a Calcutta), pare che fossi presente con questo intervento che, mi dicono, ieri è stato letto. E ora offro qui in lettura.

Caro Paolo,
                     spesso i libri dei critici sulla poesia sono solo un pretesto per parlare dei poeti, questo o quell’altro, in una paradossale autoreferenzialità per interposta persona. È bello che il tuo libro faccia eccezione: i poeti in cui ti sei imbattuto nella vita sono occasione per parlare di qualcosa che ci riguarda tutti e che non serve a nulla, e che forse per questo ci è così strettamente, famelicamente necessario; di parlare insomma di “quello che resta”, come scrivi nell’introduzione, che “resiste”, come dico io, cioè la poesia.
   C’è una tensione ecologica in questo tuo libro - un’ecologia della mente, non dei panda o delle quote - e mi fa venire in mente quando nella primavera del 2010 (io ero sulla “nave dei libri” diretta a Barcellona per la festa di Sant Jordi, festa dei libri e delle rose) un’eruzione vulcanica nel ghiacciaio islandese dell’Eyjafjallajoekull paralizzò il traffico aereo, perché il vulcano dal nome impronunciabile sbuffò una nube di cenere così grande e intensa da far chiudere i cieli.  Pensa: fumo e cenere che mettono in scacco tecnologia, scienza e aviazione. Fu lì, in un’intervista sulla nave, che ricordai come i poeti, “costruttori di vulcani” (cito quasi senza volere il libro del poeta Carlo Bordini), sanno bene l’importanza di cose trascurabili come le nuvole, il fumo, la cenere, tutti sinonimi di poesia - cose che non servono a niente, ma guai a provocarne l’intensità e la forza.
   C’è qualcosa dicevo di ecologico nel tuo libro, cioè di quella consapevolezza di cui ha parlato spesso un nostro amico per spiegare la miracolosa educazione avuta dal padre (tuo poeta prediletto): riconoscere la poesia in quello che aveva intorno, e soprattutto viceversa. La «rosa bianca» cantata dal padre Attilio come dedica alla moglie, Bernardo Bertolucci la scopriva, dice, nel giardino, così come il «rosone tiepido» da cui entra il raggio di sole nella stalla, o «la posta del mattino azzurra fra le mani». Aprire gli occhi e ritrovare la poesia - risonanza di ciò che (r)esiste e accade.
   Le idee sono dappertutto, la mente è molto più ampia del solo cervello, «l’erba ha bisogno del cavallo come il cavallo ha bisogno dell’erba», diceva Gregory Bateson. Il tuo amato Attilio, senza saperlo, trasmetteva un’educazione non diversa dall’ecologia della mente del mio amato Bateson, per il quale tutto è connesso con tutto, gli organismi viventi e i sistemi di idee, la religione e il comportamento degli schizofrenici, il gioco e il sacro, «il granchio con l’aragosta e l’orchidea con la primula e tutte e quattro con me, e me con voi». La lingua di questa struttura che connette credo sia la poesia. E a ognuno di noi accade il corto circuito che accadeva a Bernardo tra parole e cose, e idee, anche se siamo sempre più intossicati e sommersi da un linguaggio alienato, cioè più sottomesso a uno scopo, non importa se politico, pubblicitario, scritto su una scatola di biscotti o detersivo, o su un romanzo a trama…
   Ti chiederai forse quale sia in questo momento il mio personale cortocircuito, sapendomi a Calcutta (Bengala, India). Non che importi dove io sia, ma forse ricordi la frase di Thomas S. Szasz: «Se parli a Dio stai pregando, se Dio ti risponde, allora sei schizofrenico». Diciamo quindi che sono dove sono per meglio confondermi nella folla di poeti e schizofrenici, anche se proprio stamani, mentre voi facevate colazione, mi riposavo all’ombra del giardino della casa natale di Sri Aurobindo, un’oasi nel brusio perenne della città (non molto distante da quella in cui undici anni prima era nato Tagore), e dove appoggiando le mani sulla superficie di marmo ricoperta di petali di fiori ogni giorno freschi di vita nuova, e sentendo sotto quel marmo, tra api gentili e delicate, la forza che vi scorre sotto come un oceano, ho capito improvvisamente il senso della parola samadhi, "raccoglimento", che non è la morte, che non è la tomba, ma che tradurrei con una bellissima parola misteriosa della nostra tradizione, deposizione, nella continuità dell’anima e quindi della vita. Come «l’amore realizzato del desiderio che resta desiderio», definizione di poesia secondo René Char.
   Caro Paolo, anche a occhi nudi, anche a occhi chiusi, tutto quello che resta è poesia, sorriso dell’anima.
   Haribol!!!
Kolkata, 20 novembre 2014


P.S. Qui si può vedere e capire un po' il Samadhi di Sri Aurobindo nello Sri Aurobindo Ashram, (Pondicherry,  Tamil Nadu)


12/16/2011

Per festeggiare B.B.

   Oggi ho rivisto un amico di nuovo al lavoro (in questi ultimi tempi ci eravamo un po' persi di vista a causa, anzi grazie a questo) e che sprizzava di felicità. Si era messo il cappello marrone a falde larghe, un po' da vecchio cow boy elegante, come ha sempre fatto durate le riprese dei film: non per bellezza, ma per ripararsi, mi ha confidato, anche proprio in senso fisico, da quello che (ac)cade mentre gira un film. Il luogo era magico - lo studio labirintico e senza finestre dell'artista Sandro Chia, adibito a set cinematografico e trasformato in cantina, ecc. ecc. . La storia che vi si racconta è tratta dal romanzo Io e te di Niccolò Ammanniti, e l'amico è Bernardo Bertolucci, arrivato alla fine delle riprese del suo nuovo film dopo un'interruzione di una decina d'anni. C'è di che festeggiare.
   Il resto lo leggerete domani, penso, su tutti i giornali, visto che critici e giornalisti vari sono stati poi invitati a una conferenza stanpa, dove l'amico regista irradiava gioia e intelligenza. Una cosa sola tra le tante voglio ricordare, detta da Bernardo Bertolucci in risposta a una domanda sull'uso del 3D, prima ventilato e poi abbandonato dopo alcuni provini (“Il 3D rallenta enormemente le riprese, io ho tempi più veloci quando giro”) per tornare al vecchio 35 millimetri. La cosiddetta definizione non è tutto, ha detto dopo avere raccontato i tentativi fatti anche col digitale. Mi sembra una posizione poetica importante. La retorica della "definizione" mi ha fatto pensare a quella sulla comunicazione di questi ultimi anni di vertiginose innovazioni tecnologiche: a cosa serve poter comunicare così bene se non si riesce ad avere nulla da dire? - che in questo caso diventa: a cosa serve definire così "altamente", perfettamente, se non c'è niente da vedere, e se di ciò che è importante non si riesce più a vedere niente? "Cinema", mi ha detto più di una volta Bernardo Bertolucci, "vuol dire aprire gli occhi"...
(Il film lo vedremo tutti a maggio dell'anno prossimo. Qui di seguito, il pezzo che Stefania Scateni de l'Unità, che era con me oggi, ha scritto per il giornale di domani (se alcune parole coincidono con le mie, è perché ne abbiamo parlato assieme. Buona lettura).

   "Il luogo è magico, non solo come sempre sono i set dei film durante le pause delle riprese, come scenografie di un teatro pirandellianamente vuoto, col tempo sospeso. Ma perché le caratteristiche del luogo rendono speciale: il labirintico studio senza finestre dell’artista Sandro Chia, a due passi dall’Orto botanico di Roma, trasformato nella cantina dove si rifugia il protagonista (come nel romanzo di Niccolò Ammaniti da cui è tratto il film...), con sofà semisfondati, vecchi mobili ammucchiati, attrezzi di ferramenta e biciclette dismesse. Alla fine del tour, ecco alla magia aggiungersi la naturalezza di un miracolo: «Soltanto un anno fa non avrei pensato di fare un altro film e ora che sono terminate le riprese di Io e te mi sembra incredibile essere qui, seduto sulla mia sedia elettrica, come chiamo la sedia a rotelle, a parlare di un nuovo film. Eppure allo stesso tempo lo sento come un’assoluta normalità».
   "Bernardo Bertolucci è radioso, e ha di nuovo il cappello a falde larghe sulla testa, amuleto e riparo (anche fisico, come poco prima confidava a un amico) durante la lavorazione di tutti i suoi film. Erano dieci anni che non lo indossava, tanti quanto è durata la sua pausa di regista. Ed è deciso a tenerlo in allenamento quel cappello. «Oltre a montare Io e te, le prossime settimane e i prossimi mesi saranno tutti alla ricerca di cosa fare subito dopo», annuncia in conferenza stampa.
   "Parla dal set del suo nuovo film, la cantina «di» Lorenzo, il quattordicenne protagonista della storia. Ancora l’adolescenza negli interessi del regista, fase della vita in continuo cambiamento, «materiale umano che va catturato in quel momento altrimenti sfugge». Le meravigliose e poderose potenzialità dell’esistenza impongono il caleidoscopio di un’età che seduce Bertolucci da tempo. «Resisto poco quando si parla di adolescenti in crescita. Il passare del tempo in quell’età è per me una cosa irresistibile», dice il regista di Io ballo da sola, The Dreamers. E il perché, lo spiega citando versi di un Rimbaud quindicenne: «A diciassett'anni non si può esser seri.(…) /Te ne vai sotto i verdi tigli a passeggiare».
   "Ma non dev’essere stata una passeggiata l’esperienza dei due: Jacopo Olmo Antinori, alla sua prima esperienza cinematografica nei panni di Lorenzo, e Tea Falco, fotografa e videoartista, nel ruolo della sorella Olivia. «Li vampirizzo», scherza Bertolucci, spiegando che nel lavoro è attratto dalla vita intima degli attori, dal carattere, dal loro bagaglio, desideri, segreti: un apporto di umanità che nutre i personaggi del film.
   "Il lavoro con il Maestro, quindi, può avere un effetto terapeutico secondario. Traspare dai brevi e appassionati interventi dei due protagonisti. Appassionato quello di Tea Falco, e evidente pur se emozionato quello di Jacopo Olmo Antinori: «Mi ritengo molto fortunato: sono qui per caso ma non per caso». La storia di svolge a Roma quasi tutta in interni (la cantina, appunto); i pochi esterni sono stati girati nei quartieri Parioli, Prati e delle Vittorie. Lorenzo, solitario e problematico come tutti gli adolescenti, si rifugia in cantina facendo credere ai genitori di essere partito per la settimana bianca. Vuole stare in perfetta solitudine, dimenticare almeno per qualche giorno le regole del mondo. L’arrivo della sorellastra, 10 anni più di lui, tossica, ribelle, vitalissima sconvolgerà tutti i suoi piani. Io e te, iniziato di girare in ottobre, sarà pronto a maggio, si dice l’11, forse in tempo per il Festival di Cannes. Il film era stato annunciato in 3D, ma Bertolucci ha abbandonato il progetto: «Il processo delle riprese in 3D è incredibilmente lento, mentre io ho tempi molto più veloci quando giro. Ho anche esplorato il digitale ma mi sono imbattuto nella sconcertante e diabolica definizione di questa tecnologia, che non permette di realizzare alcuna tentazione impressionistica. È curioso: ho ricercato la definizione delle immagini per tutta la vita e poi, nel momento in cui l’ho trovata in maniera assoluta, non mi interessa più»."
Stefania Scateni

11/25/2011

La vecchia storia de "l''immaginazione al potere" realizzata

   Sono usciti due librini, due “pamphlet paradossali”, come li saluta Antonio Gnoli in un articolo ad essi consacrato su Repubblica di ieri 24/11/11: uno del filosofo Mario Perniola (Berlusconi o il 68 realizzato, Mimesis) e l’altro del poeta Valerio Magrelli (Il Sessantotto realizzato da Mediaset, Einaudi). Sono entrambi due vecchi conoscenti e/o amici. Sostengono entrambi in questi libri come Berlusconi e il suo regime rappresentino la realizzazione dello spirito del Sessantotto, e soprattutto quella “immaginazione al potere” (incarnata dalla tv che sostituisce o comunque informa la realtà). Entrambi i libri sono salutati come portatori di una stessa idea nuova e provocatoria. Sono pubblicati oggi mentre Berlusconi e i suoi effetti, in qualche modo, sono finiti o hanno esaurito, dispiegandola e mostrandola interamente, la loro artificiosa magia.
   Di questa idea della trasformazione dell’immaginario e del progetto sessantottino in nuovo Potere pubblicitario (berlusconismo) scrivo da una decina d’anni esatti.

 La prima volta fu in un articolo su l’Unità del 29 aprile 2001 che riportava una mia conversazione con Jean Baudrillard (con cui ero in relazione da moltissimi anni). Cito il brano: “nel mondo delle immagini, dove tutto il reale deve divenire immagine, a prezzo della sua scomparsa, in cui il mondo stesso non è che un fantasma o una clonazione di sé, l’ascesa di Berlusconi, prima nelle televisioni e poi nel vuoto lasciato dalla politica, rappresenta forse proprio la tragica realizzazione di quello slogan del ’68 che pretendeva “l’immaginazione al potere”. E’ quando l’immaginazione va al potere, che l’immaginazione perde il suo potere.”
   La seconda volta fu in un’intervista a Bernardo Bertolucci (sempre su l’Unità, 2 ottobre 2001) intitolata “L’arte di aprire gli occhi”. A un certo punto dico:
   “Si diceva, una volta, «immaginazione al potere», slogan esistenziale e politico che riassume le utopie di molte generazioni. Il sospetto è che oggi, mutandone radicalmente i contenuti, e con l’uso strumentale della civiltà delle immagini televisive, l’immaginazione al potere l’abbiano realizzata Berlusconi e il suo regime mediatico-pubblicitario. «Direi piuttosto marketing al potere» – replica Bertolucci...”.
   Con l’amico regista ne riparlai in “Quelli che sognano”, pagina-intervista su Dreamers, sempre su l’Unità, 8 ottobre 2003. Gli riproposi la mia idea, e Bernardo Bertolucci parlò giustamente del “sogno” di Enrico Berlinguer (“I sognatori devono essere capaci di visionarietà, qualcosa che oggi ci manca molto. I grandi sognatori sono contagiosi”), aggiungendo dubbioso: “Quanto all’idea che “l’immaginazione al potere”, lo slogan del ’68, si sia realizzato in modo perverso con Berlusconi, non riesco ad accettare un’idea così tragica. Lui è la fine del sogno, la negazione del sogno. E non è neanche uno coi piedi per terra. Che cosa è?…».
   Qualche giorno prima (l’idea, evidentemente, mi ossessionava), in un colloquio con lo scrittore Chuck Palahniuk pubblicato su l’Unità il 30 settembre 2003, all’epoca dell’uscita in Italia del suo Lullaby (Ninna nanna), “storia di un incantesimo che si propaga come un virus, e i richiami al Grande Fratello nel libro abbondano” gli chiedo: “Non è che magari ‘l’immaginazione al potere’, il celebre slogan del ’68, si sia realizzato, sì, ma in un modo perverso? «Certo, Ninna nanna è un libro sul potere – dice Chuck Palahniuk -. Ma tutte le nostre vite sono storie di potere. Oggi chi è che ha potere? Colui che riesce ad attirare l’attenzione, chi riesce a farsi ascoltare e a raccontare la propria storia, e soprattutto chi riesce a convincere gli altri che la sua storia è quella giusta. In fondo è sempre stato così, da Gesù a Bush (o Berlusconi), chi riesce a convincere gli altri ha potere».

   Salto qualche anno. Su La Stampa del 16 settembre 2009, in una serie estiva sui libri simboli di alcune date del passato recente, parlando di Creature del buio di Stephen King, uscito nel 1989, e quindi del genere horror, scrivevo che “c’è un motivo più sottile, uno ‘spirito del tempo’ che mi fece forse inconsciamente cercare, nei romanzi detti horror, una chiave di lettura dello scollamento ideologico e non solo che si stava vivendo. Scollamento che di lì a poco avrebbe travolto l’assetto politico italiano e promosso l’anti-politica nella forma di un “regime” - sia detto in senso tecnico - mediatico-pubblicitario: l’immaginazione al potere (ma in senso opposto allo slogan del ’68)”.
   Molto recentemente, in un mio intervento nel dibattito politico-culturale sulla casa editrice Einaudi (l’Unità, 4 settembre 2010.), ho scritto tra l’altro: “Ecco la consapevolezza del tragico di cui ho sentito così fortemente la mancanza nel dibattito attuale, dove è assente e sradicato anche quel minimo di continuità di pensiero e di memoria che ci dovrebbe far sentire contemporanei ai Minima moralia di Adorno, a quella “triste scienza” (traurige wissenschaft) che è poi la coscienza morale, doloroso rovescio della “gaia scienza” di Nietzsche, oggi possibile solo nelle forme dell’orgia del potere berlusconiano, una immaginazione al potere e del potere che beffa il celebre slogan del ’68. Ben prima della società della pubblicità in cui saltellano e rimbalzano innocue le voci odierne, furono dette e scritte cose irreversibili sull’industria culturale, sui presupposti di un degrado della realtà cui Berlusconi, riconosciamolo, ha soltanto appesa il proprio cappello. [...] Lasciamo che sia Tremonti a citare Marx, la cui attualità è di un’evidenza abbacinante, perdiamo ogni consapevolezza e responsabilità intellettuale degli ultimi cinquant’anni...”.

   Vengo al quasioggi. In un articolo-intervista sul bel libro di Massimo Recalcati, Cosa resta del padre (l’Unità del 17 aprile 2011) ho scritto tra l’altro: “Recalcati illumina quindi una singolare convergenza tra la l’insegnamento clinico di Lacan e la lungimirante critica alla barbarie consumista dell’eretico Pier Paolo Pasolini: l’immaginazione al potere dello slogan del ’68 si è ahimè realizzata, ma in senso opposto (e perverso) a quello auspicato.”
   Tralascio le rubriche tenute per dieci anni su l’Unità. Cito giusto quella (“acchiappafantasmi”) del 14 ottobre 2008, dal titolo “Contro il virtuale (e il neon)”. Salutava il bel lbro della poetessa Lidia Riviello, Neon 80), e iniziava così: “Il personale è politico” è uno slogan degli anni Settanta. Meglio del sessantottino “l’immaginazione al potere” (che potrebbe ormai designare l’impero Mediaset e il suo padrone, che con l’intrattenimento e l’immaginazione ha instaurato un regime pubblicitario), era un modo di esprimere e praticare la fine di una frattura artificiosa: dove comincia la politica, dove finisce? Dove inizia la realtà? (...)". Nella stessa rubrica, il 10/6/2009, con un fotomontaggio de “Il Papino” (ovvero il profilo di Berlusconi al posto di quello di Marlon Brando ne Il Padrino), scrivevo su Berlusconi che “La nuova epica italiana è lui, così come ‘l’immaginazione al potere’..."

 P.S.  Oggi tutto questo mi sembra vecchio, doppiamente rivolto al passato. Non so quindi a cosa serva che lo abbia ricapitolato. A parte che ho riscoperto cose che non ricordavo di avere scritto (ho fatto un check nel computer, e saltava fuori una marea di robe). E' stato come un raptus ("tecnicamente, l'ego ha i suoi diritti", mi ha scritto un'amica, Lidia R.). Avevo scritto un'altra chiosa lunga ma l'ho cancellata.
   E' un fatto che hanno successo solo le idee che trovano e incontrano nel pubblico dei lettori (quindi nel mercato) un "riconoscimento", ovvero che si sono già sedimentate in senso comune e lo confermino. In questo senso, il mio è un lavoro alieno - giocare in anticipo e poi passare ad altro.
   Tuttavia rivolgo un invito, a me come agli altri che scrivono e che hanno, o credono di avere, delle idee (già il fatto di avere delle idee dovrebbe insegnarci, come prima cosa, che viviamo in una rete, un web di idee, e siamo tutti connessi, ben prima e ben altrimenti che con Internet), un invito, dicevo, a pensare e riconoscere sul nascere, meglio anche prima del nascere, quello che sta per avvenire ed è ancora informe, quello che arriva, e il fatto stesso che qualcosa arrivi... A questo serve scrivere e avere delle "idee".
   Ancora meglio: auspico di fare propria quella specie di preghiera dell'artista Richard Foreman, ovvero fare sì “che i miei segni diventino il più possibile muti per far sì che ciò che sta avvenendo avvenga” (what is happening to happen).

11/30/2010

Per Mario - noi, l'armata Brancaleone

Ieri sera, a cena da Bernardo Bertolucci e poi davanti alla tv, confesso che eravamo un po' annoiati della - a tratti - pomposa banalità (dalla parte giusta della barricata, certo) di "Vieni via con me"... quando, come una folata di vento freddo, come una finestra che sbatte, ci è arrivata per telefono la notizia di Mario Monicelli. Triste e tragica, ma quanto vitale... Poco dopo, ancora a caldo, Bernardo ha voluto dirmi questa frase, che leggerete domani, credo, su l'Unità:
"Era l'ultimo, e ha tenuto duro sostituendo il piacere di fare film con quello di vivere la politica come un giovane, a tempo pieno. Per ricordare la sua modestia: una sera, a casa di Laura Betti, lo presentai a Mark Peploe: 'Mark, questo è il grande Monicelli'. Mario mi bloccò: 'Bernardo, queste sono parole che diminuiscono'".
Io lo ricordo la scorsa primavera alla scuola cine-tv "Rossellini" (dove mi onoro di insegnare), quando con energia invitò gli studenti a ribellarsi - ribellarsi - di fronte ai giornalisti beffati da una convocazione per una (falsa) conferenza stampa per presentare il sequel (falso) de "L'armata Brancaleone": "La nuova armata Brancaleone".
Ecco, forse non è poi così falso, l'armata Brancaleone siamo noi, lui, e sono tutti gli studenti che stamattina, da direzioni diverse e da numerose manifestazioni, convergeranno a Piazza  Montecitorio, dove si decide sul massacro detto "Gelmini" dell'educazione e istruzione pubbliche.
Il link qui sotto è una traccia lasciata da mario Monicelli alla scuola Rossellini, alle proteste di questi strani giorni, ai giovani, a tutti noi della nuova armata Brancaleone: http://video.unita.it/media/Cinema/L_opera_di_Monicelli_contro_i_tagli_della_Gelmini_1368.html

8/01/2010

Talking blues & movies. Conversazione con Bernardo Bertolucci

Sono seduto con Bernardo Bertolucci nella sua casa dal soffitto alto e le pareti gialle e celesti. Parlare con lui è sempre una festa di parole, idee, poesie a memoria, e naturalmente tanto cinema. Mi è così familiare che dimentico di registrare. Ci siamo incontrati la prima volta negli anni ’90 a Salsomaggiore, alla festa buddhista del “Vezak” (compleanno del Buddha e della sua “illuminazione”), ma siamo diventati amici dopo il mio trasloco a Roma nello stesso quartiere. (E mi gonfiai come un pavone quando sentii alla radio che, presentando al Festival di Venezia il suo ultimo film, Dreamers, Bertolucci citava a memoria la frase di un mio racconto). Entrambi di Parma, faccio parte però della generazione che dovette aspettare il dissequestro per vedere Ultimo tango a Parigi.

Bernardo Bertolucci ha appena pubblicato un libro (“il libro che non sapevo di avere scritto”), La mia magnifica ossessione (Garzanti): ricordi e interventi scritti tra il 1962 e il 2010. Vi emergono a macchia di leopardo la sua opera e la sua vita, entrambe ricchissime. Parma, Roma, Parigi, il primo incontro con Pier Paolo Pasolini da adolescente, quando a via Carini a Roma gli aprì la porta e lo prese per un ladro, salvo l’esclamazione del padre Attilio: “Bernardo, non è un ladro, è un poeta!”. L’amore per Godard e la nouvelle vague, il processo dopo il sequestro di Ultimo tango a Parigi, osannato all’estero, la condanna e l’umiliazione di essere privato dei diritti civili, quindi del certificato elettorale nel 1976; l’epica di Novecento, gli Oscar con L’ultimo imperatore, ecc. Chi lo legge prova quello “sfarfallìo” evocato da Enrico Ghezzi alla presentazione del libro a Palazzo Farnese a Roma, un plusvalore poetico: le cose che sai già le riscopri come per la prima volta, quello che non sapevi è come se lo rileggessi. Mi accade chiacchierando con lui anche adesso.
Apro il libro a caso: “I colpevoli piaceri” è un elenco di film, da Il bacio della pantera (1932) a Speed (1994), da Biancaneve e i sette nani (1937) a Crash (1996) passando per Il piacere di Max Ophuls (1951) e La signora senza camelie di Michelangelo Antonioni (1953). Cosa significa?
“C’era una pagina della rivista americana Film Comment, cugino americano dei Cahiers du Cinéma, che si chiamava guilty pleasures, “colpevoli piaceri”: in ogni numero un regista elencava dei film che amava di nascosto. Non ricordo quali fossero i miei, ma i titoli che hai letto non sono “guilty pleasures”, ma film che amo davvero, alla luce del sole”.
Forse è perché i sensi di colpa non li hai, l’hai anche scritto: “non mi sento in colpa per quello che mi piace, praticamente è tutta la storia del cinema.”
“Non ci si può sentire colpevoli di amare Il piacere di Ophuls, è un capolavoro assoluto. Forse dovrei correggere: non sono film che mi sento colpevole di amare, ma che ho molto amato e sono spesso sconosciuti... Mi piace però che stai seduto davanti a me e sfogli il mio libro che non ho ancora letto (e non sapevo di aver scritto). Forse non l’ho letto per un banale senso di colpa: non sono uno scrittore. Lo sono diventato ufficialmente l’altro giorno a Palazzo Farnese, anche se entrare in quel paradiso per gli occhi mi ha tolto qualsiasi ombra”. Scherza sul privilegio di avere visto gli affreschi dei Carracci “in carrellata”, spinto sulla sedia a rotelle dalla moglie Clare Peploe: “Quando mi muovo vedo tutto in carrello, un po’ come nei miei film, dove le inquadrature sono sempre in movimento. Inutile parlare delle operazioni che ho avuto (sconsiglio a chiunque di farsi operare alla schiena). Ora sono seduto, ma non è detto che non possa tornare a camminare. Forse sono fermo perché ho deciso di essere fermo, non per una vera impossibilità. Non credo al destino, tutto ciò che ci accade è sempre in qualche modo escogitato da qualcosa (o qualcuno) dentro di noi, i nostri demoni. Forse mi sono fermato per non andare verso la vecchiaia, o verso la morte. Diciamo la verità, dove andiamo tutti?”
Sorride. Io continuo a sfogliare il libro: un testo in difesa di Antonioni, “Un film non è un libro”, replica alla stroncatura che fece Irene Bignardi di Al di là delle nuvole (“sentii che dovevo difenderlo, perché lui non era in grado di farlo da solo”). Nella pagina dopo il suo necrologio: Antonioni è morto lo stesso giorno di Ingmar Bergman, estate 2007: “La morte di Antonioni e di Bergman è una poetica e tragica coincidenza, pur non credendo al destino né tantomeno al libro del destino: due cineasti così vicini nel modo di raccontare l’interiorità delle persone hanno maturato insieme la loro morte. Si sono sincronizzati”.
Pensi che con loro si è spento un modo di raccontare?
“Hanno regalato al cinema il loro modo di raccontare, e questo rimane, non scomparirà mai. Quando mi chiedono che film mi piacciono, io vorrei rispondere che mi piacciono tutti, tutta la storia del cinema. Hélas, in questo momento ci sono molti film, ma pochissimo cinema. Fin dagli anni ’60 sognavo e pensavo al cinema come qualcosa in continuo progress. In tutti i miei film ci sono storie e personaggi, ma c’è anche il film che si interroga su che cos’è il cinema, e pensavo che questo fosse la presenza del cinema in un film, un continuo interrogarsi per andare avanti. Adesso che lo dico sento ancora di più che sono fermo: in questo momento forse faccio cinema, ma non faccio film” (sorride).
E’ la stessa cosa per la letteratura: ce n’è poca, anche se ci sono tanti libri - in gran parte romanzi modellati sulle sceneggiature di film senza cinema... Ma c’è un film messicano che abbiamo amato molto entrambi, che contiene ed espone cinema, La Battaglia nel cielo di Carlos Reygadas...
“E’ un film che va coraggiosamente verso abissi continui. Comincia con una lunga fellatio e finisce con una lunga fellatio. Una storia molto semplice e molto intima, cadenzata come una campana dall’alzabandiera fatta ogni giorno a Città del Messico da un plotone di militari, come un rito, lo spettacolo minaccioso del potere. E’ un film politicamente molto forte, con un modo nuovo di raccontare una storia, e che in Italia pochi hanno visto. Ma come può un giovane regista italiano fare il suo film senza aver visto La battaglia nel cielo? Per non parlare delle centinaia di film interessanti che non escono in Italia. I film sono tutti legati, è questa riproducibilità globale che è il cinema, tutto è interconnesso. Ho sempre lavorato pensando che in qualche modo mi arrivassero cose dal passato, da John Ford, da Renoir, da Godard certo, e che “la storia del cinema” sia un grande film le cui sequenze sono tutti i film che sono stati fatti, nel bene e nel male, nel bello e nel brutto, un lungo film che dura dalla prima sequenza dell’entrata del treno nella stazione fino a Avatar e a Film socialisme”.
Anche questo è uno “sfarfallìo”, come hai mostrato in Dreamers, un film sul desiderio di cinema.
“Sì, i tre ragazzi si incontrano alla Cinémathèque, la loro passione e il loro vizio è il cinema. Nella loro vita, nel momento in cui si chiudono nell’appartamento e non escono più, il cinema è continuamente presente. La visita al Louvre in Dreamers viene dalla visita al Louvre in Bande à part di Godard, e alla fine della corsa, come in una citazione vivente, i tre ragazzi guardano l’orologio e dicono: “abbiamo battuto Bande à part”. Non più solo il divertimento di fare la citazione a voce, ma di viverla e rappresentarla. L’idea del film era quella, dove poi si mescolava tutto, come avveniva nel ’68: il cinema, la politica, il privato”.
Continuo a sfogliare il libro: il 2007 è l’anno del tuo intervento per i “centoautori” su Repubblica, dove chiedi se sia ancora possibile oggi fare film come Salò o Novecento...
“Ho detto poco tempo fa che in Italia siamo tutti demotivati. L’idea mi è venuta guardando la fine ingloriosa degli Italiani ai mondiali di calcio. Mi sembrava che il problema non fosse né il clima né la scelta dei giocatori né un errore di strategia, ma che la squadra fosse completamente demotivata, senza una ragione vera per cui giocare, per cui vincere. Lo vedo in me, ma anche guardandomi intorno vedo una sincera e penosa demotivazione. Perfino chi ha rovinato gli ultimi anni l’Italia con delle decisioni politiche, il governo, la maggioranza. Come può un ministro dire: “Ah!, se trovo quello che mi ha pagato la casa senza che io lo sapessi...!” C’è demotivazione anche in chi ruba. Con questo filtro negli occhi vedo demotivata anche l’opposizione, anche la sinistra estrema, che non c’è più. L’unico è Vendola, che infatti scrive anche poesie e così riesce a comunicare. Mi auguro che riesca a rendere più popolare il suo progetto”.
Il tuo intervento del 2007, perorazione a un progetto culturale e politico, è un appello all’utopia e all’immaginazione: “Se tutto questo è poesia, diamogli una possibilità di esistere”. Proseguiva il tema dei sognatori, Dreamers...
“Quando abbiamo deciso quel titolo sapevamo che una parte del pubblico intende la parola “sognatori” quasi come insulto, ma l’ho chiamato così perché è la capacità di sognare quella che ci porta avanti, che il sogno sia realizzato oppure no. L’importante è sognare”.
Ti ricordi le critiche di “Le Monde” a Dreamers?
“Che era il film di un voyeur...”
Più esattamente, con parola medievale, che avevi uno sguardo troppo “concupiscente”. Ma il tuo voyeurismo o “concupiscenza” è uno sguardo estetico, il contrario dell’anestesia. Clare mi disse ridendo che tu sei “concupiscente” anche quando guardi una tazza di tè...
“Il fatto è che quando faccio un film mi innamoro dei protagonisti. I miei film sono dichiarazioni d’amore per i loro attori. Facendo Dreamers era quasi ovvio innamorarsi di quei tre ragazzi che insieme creavano una sensualità forte. L’articolo trasformava il film in un oggetto di “concupiscenza”: mi ha fatto tornare in mente l’arringa del Pm nel ’73 contro Ultimo tango. Sfiorava l’oscenità, con un linguaggio da confessionale, formule tipo “continui appuntamenti carnali”, “palesi sodomie”, che cercavano di fare del film un’opera pornografica. Era l’arringa ad essere pornografica. L’Italia è il risultato di anni di sguardo televisivo che porta all’anestetizzazione. E avere sottovalutato il conflitto di interessi che ne è la causa è stato l’errore più grave della sinistra italiana”. “Sì, il mio sguardo è innamorato delle cose, delle persone, di tutto. Come i tre fotogrammi della sequenza de L’ultimo imperatore che erano sulla copertina di Alias, l’altro giorno: il personaggio, prigioniero politico, è nel gabinetto della stazione e mette le mani nel lavandino, fa scorrere l’acqua calda e si taglia le vene. Il lavandino si riempie di sangue. E’ l’identica inquadratura del lavandino all’inizio di Dreamers. Là c’era il sangue, qui la pipì di Michael Pitt”.
Forse è l’innamorarsi e il fare innamorare il filo che lega il cinema, la letteratura, l’estetica e la politica. Di cosa sei innamorato adesso?
“In questo momento sono innamorato di un’orchidea, quella dietro di te”. La guardo, fiori bianchi con sottili ricami rossi, sembra finta. “E’ vera, ma sembra di stoffa, appunto. Quando facevamo film in interni veri, giravamo dal vero e volevamo segretamente che sembrasse girato in un teatro di posa, e quando giravamo in teatri di posa volevamo che tutto sembrasse vero. C’è sempre questo gioco del vero e del falso, del confonderli. Inseguivamo questa duplice scommessa. Quell’orchidea vera ti è sembrata finta, mi fa piacere. Dove la metterò quest’estate? Non so se posso portamela in giro come un cane o un gatto”.
"In verità vorrei fare una strana lezione di cinema a un piccolo gruppo di cinéphiles. Raccontare le mie esperienze cinematografiche, i miei incontri, la realtà che si trasforma in cinema. Userò due macchine da presa digitali, in questa stanza dove siamo adesso. Ho organizzato una troupe di 2 persone. Per tre volte ho deciso la data di inizio, e per tre volte l’ho cancellata. Girare o non girare? Muovermi o non muovermi?”

(conversazione uscita, con altro titolo, su Venerdì di Repubblica del 30 luglio 2010)