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6/23/2013

Noi animali

Da qualche tempo è in libreria questo libro di racconti di Marino Magliani e Giacomo Sartori montati insieme: Zoo a due, appunto, edito da Perdisa. La copertina è un disegno di Andrea Pazienza. C'è una prefazione che ho scritto io, perché questi racconti mi sono sembrati sorprendentemente belli, capaci di insegnare molto a chi legge e a chi scrive, insomma a tutti. Penso sia un ottimo libro da portarsi in vacanza, o da leggere a casa, in panchina, dove vi pare. Da leggere e basta. E ora vi anticipo qui quella prefazione che ho scritto qualche mese fa, col titolo Noi animali.

Noi animali
                                                       Non si scrive per diventare scrittori, ma  per diventare altro [...], diventare animali.
Gilles Deleuze

   Dopo Tolstoj, dopo Kafka e Singer, sembrava che degli animali scrivessero quasi soltanto i filosofi. Come ha scritto Elizabeth de Fontanay (curatrice in Francia dei Trattati sugli animali di Plutarco), parlare degli animali ebbe nel secondo Novecento la funzione di denunciare l’umanesimo razionalista da cui discende il nazismo stesso, e indicare il disastroso smisurato dominio dell’uomo sulla natura, su tutto ciò che è. L’ultimo libro di racconti sugli animali che avevo letto (a parte certi geniali scorci narrativi in Philip K. Dick, e i libri del nobel J. M. Coetzee), era Dogwalker del giovane americano Arthur Bradford, dove gli animali sono narrati alla stessa stregua di umani handicappati e marginali: cani a tre zampe, gatti e molluschi accanto a uomini ciechi, bambini poveri e caratteriali, vecchi e alcoolisti. La frontiera che separa nel vivente (o se vogliamo nello “zoo”) “l’umano” e “l’animale”, è sempre più sfumata, perché la vita quando è nuda e offesa non presenta molte dissomiglianze. Questione biopolitica per eccellenza. L’inermità dell’animale rende paradossalmente l’animale più umano dell’uomo, forse plus-umano, se non troppo umano.
   Questo libro di Marino Magliani e Giacomo Sartori ha come tema la vita, la vita pulsante, brulicante, debordante. Che è anche ciò da cui sgorgano l’unica letteratura e l’unica filosofia possibili. Che cosa è la vita? Michel Foucault (che della biopolitica è forse l’iniziatore) la ridefinì così, poco prima di morire: non “ciò che si oppone alla morte”, che ne fa anzi parte, ma “ciò che è capace di errore”. Mi piace pensare che anche lui lo intendesse nel duplice senso di “errare”: commettere errori – e quindi correggere la propria rotta per continuare il viaggio, la navigazione – e appunto andare, vagabondare, scorrere. Errare. Ecco, questo libro sulla vita che raccoglie storie di animali narrate in prima persona è anche un trattato di nomadismo.

   Nell’eteroclito zoo narrativo di Giacomo Sartori, che va dal cane all’orso polare passando per un bruco sognatore, una formica anarchica che esce dai ranghi per inoltrarsi nell’Aperto, un canarino che viceversa ama la sicurezza della gabbia, un polipo narratore, un dromedario, uno scarafaggio un halobacterium eccetera, c’è perfino un unicorno (geniale inclusione) che esercita il dubbio iperbolico (quello cartesiano) sulla propria esistenza. È la vita, pensa l’unicorno, a essere incomprensibile, col suo “insondabile alternarsi di luce accecante e tenebre”, coscienza e oblio, clamore e silenzio. La domanda dell’unicorno, di cui è dubbia l’esistenza, è la vera domanda: dove comincia la vita? E quindi: dove comincia l’animale? Non solo la mobile frontiera tra umano e animale, ma anche quella tra i diversi “regni” (conosco persone che dialogano normalmente con piante e sassi: sciamani, non pazzi).
   C’è poi un’ameba nel bestiario di Sartori, colta anch’essa in un lungo istante di fatica e di sconforto, un attraversamento a suo modo della mistica “notte oscura”, mentre riflette sulla vita e quindi sulla morte. Si chiede se quando “si diluirà come una goccia d’inchiostro in un oceano” non sarà più nulla, e se i suoi pensieri “continueranno per conto loro come una voce fuori campo”, e fino a quando. E mentre perdiamo di vista, noi che leggiamo, ogni cesura tra noi e gli altri animali o creature, ci viene in mente che quella voce “fuori campo” può essere un bel modo per dire la letteratura, all’ameba accade (quando non sappiamo, il parametro del tempo essendo estremamente variabile per gli esseri viventi) che la crisi esistenziale e fisica che l’aveva avvolta evapori come un brutto sogno, l’acqua del suo habitat ritorni a essere cristallina e della temperatura giusta, e allora “hai solo voglia di abbuffarti di squisiti bocconcini, di folleggiare”. Così è la vita, no?

 Ora, se qualcuno ancora si chiede “perché scrivere di animali”, mi viene in mente un filosofo contemporaneo che ha descritto con terribile precisione le condizioni di insignificanti bassezza e volgarità che pervadono le nostre democrazie di mercato, un libro intitolato Vivere e pensare come porci, dove si cita in esergo questa frase di Deleuze-Guattari: “Per sfuggire all’ignobile, non resta che fare come gli animali (ringhiare, scavare, sogghignare, contorcersi): il pensiero stesso è talvolta più vicino all’animale che muore che non all’uomo vivo, anche se democratico”[1].
   È lo sfondo a cui, con estrema discrezione, alludono gli abbaglianti racconti di Marino Magliani Il cane e il mare e il suo seguito, Il figlio del cane e le colline. Strutturalmente a metà tra la tragedia greca e il Bildungsroman, la loro crudezza epica ed elegiaca mi ha ipnotizzato. È l’epopea di un cane abbandonato nelle colline che sovrastano il mare, che inizia la sua erranza alla ricerca di un dove e di un senso, cioè di se stesso – proprio come tanti illustri umani. Un cane vagabondo che sogna e progetta viaggi in mare, studia l’architettura dei ponti e dei moli, fissa dalle colline la “prateria nera” di notte, quel mare “che non sta fermo mai”, come diceva la canzone. Un cane che ascolta i poeti, che si innamora dell’idea architettonica di “arco”, mentre il lettore si innamora di lui. Magliani apre una geografia oltre all’antropologia del vivente dai confini incerti, una geo-politica dell’umano-animale, con toni a volte biblici, e sicuramente etici. Le peregrinazioni dei suoi cani sono anche guidate dalla fame, e la fame è un sentimento alto se l’affamato, scrisse Elio Vittorini in Conversazione in Sicilia, è più uomo degli altri uomini; anche il cane di questi racconti è “più uomo” quando ha fame, più nudo e offeso, più nobile perché inerme, sacer.
   Se il punto di vista degli animali (qui del cane: anche il cane di Sartori) ci scuote perché ci aiuta a vedere e a dire la verità, solo gli animali sembrano darci l’umiltà e il coraggio di parlare delle cose che contano davvero, di ripristinare e cercare di dare nuova salute mentale a parole come madre, padre, casa, cibo, amore, e altre analoghe che fanno tremare le vene ai polsi degli scrittori meno autentici, stavo per dire meno animali.
   Per fortuna Magliani e Sartori non sono soli: so che proprio in questo periodo altri si stanno svegliando a tessere racconti che risveglino gli animali dentro e fuori di noi. Molti lavori sono in corso, altri già reperibili, come il romanzo recente del mio amico Tim Willocks, una road story di cani, anzi un western di cani, Doglands[2]. Le storie di cani e altri animali sono sempre inni alla libertà e alla terra. Anche le storie di Magliani sono western – raccontano cioè la lotta per l’esistenza in uno spazio geografico che ha forte valenza narrativa. Nella storia di Magliani ci sono il mare e le colline, il sogno poetico di archi e di ponti che s’inarcano anche sott’acqua per rispuntare lontano, oltre la linea dell’orizzonte.
   Ed ecco quindi la mia dedica a questo libro.
   Quando ne avevo saputo il titolo pensai di titolare questa prefazione con la voce sgangherata di Enzo Jannacci, Si potrebbe andare tutti quanti allo zoo comunale. A patto che a cantarlo fossero gli animali, che si affacciano indulgenti nello sterminato zoo, a volte irritante altre patetico, di noi umani inconsapevoli. Giunto alla fine del libro mi affido invece alla voce meravigliosamente animale di Bob Dylan quando canta, vero come un cane “trasperso”, upon the beach where hound dogs bay at ships with tattooed sails “sulla spiaggia dove i segugi abbaiano verso navi con vele tatuate, dirette verso i cancelli dell’Eden”. Il titolo, naturalmente, è Gates of Eden.



[1] L’autore è Gilles Châtelet, prematuramente scomparso. Il libro è stato tradotto in italiano da Arcana nel 2002. La citazione di Gilles Deleuze–Felix Guattari è da Che cos’è la filosofia.
[2] Tim Willocks, Doglands, Storia di un cane che corre nel vento, Sonda 2012.

11/02/2011

Giorno dei morti

...
Dei morti e degli scomparsi - perché è la stessa cosa. Anche la puttana russa di Viareggio che vent’anni fa nuotava nel mare e che non rivedrò mai più.
La visione di lei che volteggia come una bambina tra le onde, io la guardo dalla spiaggia. Quel suo brutto costume verde, il top dal colore sbagliato, e lei così felice, bellissima, come se fosse la prima volta che vedeva il mare. Lei che danza, salta sulle onde. Si gira ridendo a guardarmi. Si chiede, mi chiede, perché non mi butto anch’io con lei. Torna sulla spiaggia, vuole prendermi e portarmi con sé, mi prende il braccio e quasi mi ferisce con le sue unghie lunghe. Mi dà fastidio, la allontano. Il suo corpo bagnato. Trovo, lì per lì, motivi per rifiutarla, sapendo che ho solo paura, ho solo disagio. Torna a danzare nell’acqua, salta sulle onde, poi continua a volteggiare, volteggiare, ed è così che io sparirò, che lei sparirà.

[Ho trovato, in un recesso del mio computer, un vecchio file che si chiama "I morti". C'è scritto solo questo: "Vorrei fare l’elenco dei miei morti, di tutti i morti e scomparsi che mi vengono in mente, in loro gloria, in loro memoria, ognuno con una piccola narrazione". Poi è aggiunta, con altro carattere (copia-incolla, di sicuro) questa citazione demenziale ma vera: "Le persone se son morti prima o poi c'è un elenco dove son su" (Bruno Vespa, 9 aprile 2009, sul terremoto in Abruzzo). Sarà per questo che non l'ho ancora scritto?]

10/05/2011

Diario d'ottobre (1). Le prostitute di Reggio

[E' un esperimento, in attesa del nuovo sito-blog, che è pronto da tempo ma ancora non mi decido ad attivarlo. Un diario. Che mentalmente mi sostituisce la rubrica che non scrivo più sull'Unità. Privato-pubblico. Un brogliaccio di note. Senza nessuna censura. Né, spero, autocensura.]

1° ottobre (Reggio Emilia)
   “Si prostituiscono per comprare la casa in Romania”.
   E’ il titolo più strillato delle locandine accanto alle edicole (Reggio Emilia è una delle poche città in cui si guardano ancora volentieri le locandine dei giornali, come nei paesini dell’Umbria, per esempio). Passeggio per la città intontita dal sabato pomeriggio, finché trovo un bar coi tavolini appartato, quasi periferico. E scrivo questo: dire la tenerezza che mi ha suscitato questo titolo, da annoverare tra le buone notizie, good news – esempio di proposito e progetto umile nella globale rapina armata che è il mondo del neo darwinismo sociale, senza avvenire e insaziabile di pretese. Dunque le prostitute di cui titola il giornale di Reggio non si prostituiscono per avere un posto in Parlamento, né in consiglio regionale, né in un’azienda partecipata, e intascare senza merito i soldi dei contribuenti, della collettività, e acquistando potere per compiere ulteriori scalate. No, nel sistema generale della prostituzione loro si offrono a clienti individuali, presumibilmente per strada, in macchina, in qualche stanza, per un progetto semplice e modesto: tornare in Romania e comprare una casa. Mettere su una famiglia. Magari vicino al bosco. Non a Milano o sul lago di Como o in Sardegna, ma in Romania, perché è il loro Paese.
   Forse anche la parola prostituirsi è spropositata. Penso ai mariti e alle mogli che si danno il corpo a vicenda, senza amore e senza gioia, per continuare a vivere sotto lo stesso tetto, nella stessa casa. Loro invece mi comunicano un moto di gioiosa speranza nel loro progetto di acquisto di casa. Hanno un futuro da immaginare. Loro, le prostitute di Reggio (ma ancora per poco), a differenza di noi non si sono ancora prostituite. Loro, forse, non si prostituiranno mai.



8/30/2011

Parole, mondo, claustrofobia

   (Rileggo questo frammento - uno dei corsivi che intervallano i racconti di una mia vecchia raccolta - Niente di tutto questo mi appartiene, Feltrinelli 1994 (esaurito) - ritrovando una prima, forse ingenua formulazione della mia claustrofobia. Allora non c'era Internet, né il suo oceano di parole orientate, cioè già inconsciamente pubblicitarie e schiave di una rappresentazione del mondo immune dall'esperienza degli individui... Per questo le parole tra parentesi quadre le ho aggiunte mentre lo trascrivevo)


   Immaginate questo mondo. Sì, questo. Immaginatelo nel suo inestricabile viluppo di bellezza e bruttezza, gioia e orrore, vuoto e pieno. Immaginatevi il mondo e confrontatelo col vostro piccolo punto di vista, con la vostra indifferenza. Da cosa dipende?
   Immaginate la televisione, immaginate di vedere soltanto la televisione. Come se fosse il mondo. Non potete spegnerla, potete soltanto cambiare canale. Ma vi accorgete della differenza?
   Immaginate di leggere, però soltanto il giornale. [O i notiziari on line]. La grafica dei titoli, il tono delle frasi, le sottolineature, le allusioni, i corsivi, i riquadri della pubblicità. [I commenti]. Immaginate che siano l'unica cosa da leggere. Che non vi siano al mondo altre parole che queste. A cosa mirano, a cosa servono, che cosa vi dicono quelle frasi ammucchiate, i verbi che sgomitano e si comprimono, quelle parole in falsetto che concorrono a darvi un'idea del mondo, a costruire il mondo (sì, questo).
   Immaginate che questo mondo sia il vostro mondo. Che non vi sia altro mondo all'infuori di questo. Che se  non ci fosse questo mondo non staremmo qui a parlarne. In breve: immaginate questo mondo.
   Che cosa state provando?

8/17/2011

Ex voto (Per Grazia Ricevuta)

   Non solo writers e graffitari scrivono sui muri di Roma. E non solo su Internet ci sono bacheche su cui lasciare tracce. Esistono scritture pubbliche e anonime di chi testimonia non tanto la propria esistenza, ma il proprio stupore, il sacro, la preghiera. Parlo di quei ringraziamenti al Divino, spesso impersonato dalla Madonna, cui si attribuiscono miracolose salvezze e guarigioni: gli ex voto “per grazia ricevuta”.
   Di fronte all’opulenta facciata del Ministero della Pubblica Istruzione, in viale Trastevere, nel muro che cinge un centro sportivo è incastonata un’edicola con immagine della Madonna. Intorno, per quasi quindici metri di superficie, il muro è tappezzato di mattonelle di marmo con su scritto “Per grazia ricevuta”, o il suo acronimo PGR: un murales di suppliche, un mosaico di ringraziamenti, un anonimo e corale monumento alla devozione.
   Più scarni e poveri degli ex voto veri e propri, dipinti o scolpiti, che sono quasi una forma d’arte popolare, anche i “per grazia ricevuta” sono una pratica rituale antichissima, e quelli alla Madonna i più diffusi: “Ti ringrazio Vergine Immacolata sede della sapienza ti ho pregato con fede e tu mi hai aiutato”. “Grazie è la parola riconoscente / Madre dal grande cuore e dall’immensa compassione / Grazie”. Una lapide riporta versi dal Paradiso di Dante: “Vergine madre figlia del tuo figlio / umile ed alta più che creatura... / io ti ringrazio di avermi esaudito”.
   Le lapidi sono centinaia. Le più remote sono dei primi anni ’50, semicancellate in un grigio indistinto, le più vicine all’edicola e alle mensole di marmo su cui giacciono vasi di fiori, ceri e lumini. Una fessura nel muro invita a lasciare offerte: “Pane agli orfani”. Continuo a leggerle sporgendomi, e la mia presenza attira altri passanti che si fermano. E’ come una litania: “E’ troppo poco / il mio scritto / o Maria / per dire quanto fu grande / il tuo aiuto / da Rimini porto a te / la mia viva riconoscenza / proteggimi ovunque”. “O Vergine purissima la mia supplica ti è giunta gradita”, “Ebbi fede pregai e ottenni”, “Sotto il tuo manto cerco aiuto e trovo protezione e soccorso”, “Grazie Madonna”, “Grazie Madonnina”, “Contro ogni speranza tu hai provveduto, o madre!”, Grazie Vergine Santa”, “Grazie madre celeste”, “Tenera madre di noi tutti”, “Madonna quei de noantri ti ringraziano”, ecc. Una madre ringrazia per il figlio: “Grazie madre dolcissima regina degli angeli”.
   Il muro sprigiona un brusìo visivo che, se fosse sonoro, assomiglierebbe a un’installazione di Christian Boltanski, il grande artista della commemorazione degli anonimi: un mormorìo sommesso di voci sovrapposte che dicono la loro meravigliata devozione con le parole più semplici e universali. Una citazione dal Vangelo di Luca incisa su una pietra, si rivolge ai passanti: “Chiedete e vi sarà dato / cercate e troverete / ... Chiunque infatti chiede, riceve / Chi cerca trova / A chi bussa verrà aperto”. Come una targa sbiadita del 1954: “Più volte chiesi... più volte ottenni”.
   Roma è piena di edicole o “madonnelle” circondate di lapidi PGR. Ma il sito più celebre e antico è la sala degli ex voto per grazia ricevuta (a migliaia) nel Santuario del Divino Amore sull’Ardeatina, a duecento metri dalla chiesetta che nel Settecento fu teatro di miracoli, e da allora meta di pellegrinaggi devoti.
   Adesso sono accanto al semaforo dell’incrocio tra largo Preneste e Via di Portonaccio. Un angolo di semiperiferia, palazzoni in disordine alternati a zone vuote e archeologie industriali. Il vecchio muro ad angolo retto è cosparso di lapidi che s’irradiano da una doppia edicola, una Madonna a mosaico e un’altra su lastra. Per terra, sotto le mensole coi lumini, tanti fiori freschi: rose, orchidee, crisantemi, gerani, margherite, calendule, fucsia. La varietà di lapidi, alcune a forma di cuore, è più forte e intensa che a Viale Trastevere. Il traffico scandito dal semaforo a due passi aggiunge un senso di precarietà più straziante. Non tanto tempo fa qui era campagna. Un luogo così simbolico che il graffitaro “Space invader” l’ha scelto per piazzare, incastonato tra un PGR e l’altro, un suo inconfondibile mosaico bianco e rosso. Sembro un lavavetri a riposo, mentre volto le spalle alle auto e guardo il muro.
   “Mamma del cielo, Vergine Santa / vicino a Te, il mio cuore canta / (...) / stringi l’Anima della mia Anna Adorata”, e una profusione corale di “Grazie per...”, “Merci Ste Vierge”. La lapide più bella: un nudo “Ti prego”. Sotto le edicole, la lapide più vecchia si rivolge al visitatore: “Il Signore ti benedica / e ti custodisca / ti mostri la sua faccia / ed abbia di te misericordia / rivolga verso di te il suo volto / e ti dia pace / Il Signore ti benedica”. Testimonianze di miracoli, forse il miracolo è proprio questo, scrivere sui muri.
   Il poeta Camillo Sbarbaro una volta confessò: “Sopravvivo perché ancora scrivo”. La scrittura era per lui un dono caduto dal cielo: “Ogni riga che scrivo, un ex-voto che appendo: ‘per grazia ricevuta’”.

(uscito su Repubblica-Roma il 17 agosto 2011. La fotografia è di Armando Albeldas)

12/26/2010

La creazione del mondo (frammento da un vecchio racconto)

Frammento da un mio vecchio racconto (“The Golden Age”, in: Oggetti smarriti e altre apparizioni; e, con altra ambientazione, nel romanzo Tolbiac)


   ... e una sera, tra gli ultimi canti di uccelli, mentre la terra diventava scura, il cielo rosa e rosso e il mare giù in fondo pallido e incolore, circondato di gatti che mi gironzolavano ai piedi mentre G. cucinava bistecche e sfornava il pane, con una coperta sulle spalle e un bicchiere di vino in mano io mi addormentai. E sognai la creazione del mondo (anni dopo avrei inserito questo sogno in un romanzo).
   
   Quando Dio creò il Mondo, egli lo divise in tre parti, impiegando tre giorni. Creò dapprima Tutte le cose che finiscono in polvere: i corpi, le cose, le erbe, i sassi, le case, e anche l’aria e i liquidi. E la bellezza, che finisce anch’essa in polvere. Poi creò Tutte le cose che luccicano: le stelle, le lucciole, i brillanti, i fuochi, le lampadine e i fanali. E le illusioni, i desideri, i miti, i valori e altre cose luccicanti. Creò infine Tutte le cose che trillano: i grilli, le cicale, i telefoni, i campanelli, gli uccellini, le idee e frasi magniloquenti, e i cosiddetti nobili sentimenti. Il mondo era fatto, ma Dio passò alcuni giorni a pensare senza pensare, nell'ampiezza senza confini della sua conoscenza, che Tutte le cose dei tre regni si mutano continuamente l’una nell'altra, e Tutte le Cose che Trillano e Tutte le cose che Luccicano finiscono anch’esse in Polvere, ma ciononostante esse sempre si ricreano e continuano a Trillare e Luccicare. “Polvere di Stelle”, pensò (con un sorriso) senza pensare. Il resto dei giorni, Dio si rese conto di avere creato l'Impermanenza. “Tutto si muta in Tutto, pensò Dio senza pensare. E’ questa la Vita, e si chiamerà così, la Vita Stessa, e infatti è ...”
   Il mio sognò si interruppe qui, e mi svegliai con la sensazione che una verità fondamentale - una Polvere Trillante e Luccicante - si fosse volatilizzata in un invisibile, immemorabile Silenzio. Silenzio che è propriamente, se esiste, la Voce di Dio.
   Intanto le bistecche erano pronte e sfrigolanti, e anche il pane. Nella testa mi risuonava una canzone che non ricordavo di avere mai saputo:
... tutte le cose che cadono
tutte le cose che appaiono
tutte le cose che finiscono in mare
tutte le cose che si lasciano andare...

(nell'immagine-copertina, particolare di un dipinto di Cathy Josefowitz, "Ojai")

5/30/2010

In memoria di Dennis Hopper (e di "Easy Rider")

Vorrei riproporre qui un mio testo scritto ormai molti anni fa, e compreso anche nel mio ultimo libro Oggetti smarriti e altre apparizioni (Laterza Contromano). Vi si parla di Easy Rider, il magnifico film del 1969 diretto e intepretato da Dennis Hopper, scomparso ieri a 74 anni. Devo molto a quel film, e a Dennis Hopper. Il testo è intitolato, nell'ultima versione, "Il cane morto". Vi lascio capire perché leggendolo.

Il cane morto

Due negli ultimi tempi sono state le suggestioni più forti che ho avuto sui temi del “luogo” e del “viaggio”: una rivedendo un vecchio film che pensavo non avesse più niente da rivelare; l’altra leggendo una biografia di Michel Foucault.
In questa c’è un brano che racconta l’esperienza dell’acido lisergico che il già maturo filosofo fece con due giovani docenti californiani. Restò seduto immobile per ore davanti al deserto della Death Valley, a guardare la Terra e il firmamento, come Cézanne di fronte alla montagna Sainte Victoire. Quando venne buio aveva gli occhi umidi di pianto: “Sono felice”, disse. Disse anche che, finalmente, aveva “capito”. E poi, due volte: “Adesso posso ritornare a casa”. Aggiunse qualcosa sul “rivedere sua sorella”.
L’altra scena, quella del film, ha forse anch’essa a che fare con l’Lsd. Ma è poco più di un fotogramma, e per non bruciarla, e anche perché se la dicessi adesso non saprei più come andare avanti, la scriverò solo alla fine.
Mi viene in mente invece un racconto di Pier Vittorio Tondelli, se ricordo bene, dove racconta di un suo giro in macchina scandito da un orizzonte musicale, un vagabondaggio notturno sul filo delle onde radio locali. E’ un’idea narrativa molto bella, al panorama visivo se ne sovrappone un altro auditivo, ogni mutamento dello spazio si accompagna all’apertura di un paesaggio sonoro, ed è ormai un’esperienza che si può fare ovunque, viaggiare in automobile costeggiando le invisibili frontiere delle varie rock station. Ma mi suggerisce anche un’altra idea: che non si dà più viaggio, o spostamento nello spazio, che non sia in qualche modo tele-guidato; che non si dà più nemmeno una deriva senza un orientamento, e che anche il perdersi ha un suo proprio oriente, spesso rassicurante e frivolo come l’ingresso in un programma Windows, o come un log-in, simbolo dell’universo di esperienze sempre più virtuali con cui stiamo soppiantando, chissà poi perché, tutte le altre nostre esperienze, possibili proprio perché reali.
Penso alla luna. E a quella fatidica notte del luglio 1969 spesso rievocata dai media, di cui, tra ricordi miei e quelli di amici, ho messo su la scena seguente.
Su un prato di luglio, in campagna, la famiglia si siede davanti a una delle prime televisioni portatili, quelle rivestite di plastica rossa o bianca, alimentata con dei cavi collegati a una batteria da camion. Guardano in diretta il reportage dell’allunaggio. E’ una notte di luna, naturalmente, e i bambini alternano lo sguardo dalla luna molle e informe sulla televisione in bianco e nero e con la voce off di Tito Stagno, a quella bianca e luminosa che si staglia sulle cime degli alberi nel cielo blu scuro.
Passa un vecchio contadino, mettiamo che si chiami Alfio, è un amico di famiglia, si ferma e si rivolge così al padre dei bambini: “Mi meraviglio di lei, che è una persona così istruita e se ne sta lì a guardare quelle cose. Ma non crederà mica che ci siano andati davvero, sulla luna? E’ tutta una finzione che hanno inventato loro, quelli lì della televisione...” I bambini guardano la luna sopra le loro teste, il contadino in piedi, il papà seduto per terra, i corpi degli astronauti che galleggiano dentro la televisione sulla luna grigiastra, la televisione rossa sul prato con dentro la Luna e la Terra (il Mondo) in bianco e nero, e poi ancora le stelle e il cielo, gli alberi, e trovano tutto questo molto strano (più strano dei carri armati nel Golan, più strano delle immagini di corpi ammazzati di Vietkong), di una stranezza forse affascinante. Capiscono che sono di fronte a una strana storia, e forse quello che ricorderanno è proprio questa sensazione, che le storie sono strane, cioè sono vere ma in modo diverso, ti promettono una verità ma non sai bene quale sia, e non sei mai sicuro quando arriva, né di riconoscerla, come nelle promesse. Luigi Ghirri, il grande fotografo, diceva questo a proposito della missione sulla luna del 1969: che venne fatta allora “la prima fotografia del Mondo”.

Diversi anni fa, all’epoca di un pionieristico lavoro di descrizione-narrazione della via Emilia coordinato da Luigi Ghirri e Gianni Celati, nel testo che consegnai alla fine omisi una citazione cui tenevo molto. E’ una frase dell’antropologo Claude Lévi-Strauss singolarmente sentimentale per uno strutturalista, e in cui ritrovavo perfettamente la mia esperienza: “Fra qualche secolo, in questo stesso luogo, un altro esploratore, altrettanto disperato, piangerà la sparizione di ciò che avrei potuto vedere e mi è sfuggito. Vittima di una doppia incapacità, tutto ciò che vedo mi ferisce, e senza tregua mi rimprovero di non guardare abbastanza”. Che il problema fosse in realtà una questione di sintassi, cioè di linguaggio, perché nel raccontare un luogo, anche nella lotta contro la cecità e l’assuefazione, il vero problema è sempre quello di raccontare una storia, lo capii solo dopo. I fotografi mi avevano insegnato comunque a lavorare sul campo, a lasciare lo scrittoio e a uscire fuori dallo studio (“fuori dai nostri armadi”, cantava Lou Reed). Sono andato in giro per anni a proiettare il mio desiderio di abitare, a fare prove generali di vita cercando di non disprezzarne nessuna - a provare storie come abiti, direbbe Max Frisch - e una volta restai perfino qualche giorno in quel mondo parallelo che è l’autostrada, per vedere come si poteva viverci. Alla raccolta di racconti “di luoghi” che pubblicai in seguito, omisi stavolta una sorta di prefazione di cui ricordo solo questa frase: “In attesa di raccontare, di una casa, si dà qui la ricerca del raccontare, della casa. Café Suisse è il luogo, il libro, di quest’avventura”.
Il fatto è che mi sembra più avventuroso stare fermi che viaggiare. Abitare, che vuol dire sempre abitare da qualche parte, è in fondo un viaggio condensato e intensivo, e penso che abitare qui, in questo o quel luogo, esposti alla vertigine della domanda “Perché qui, e non invece in un altro posto?”, sia l’avventura più intensa che ci possa capitare. Inoltre è sempre già un perdersi. Un po’ perché siamo già tutti perduti, cioè tutti, in qualche modo, dei rifugiati politici, degli stranieri; un po’ perché lo straniero, come spiegava Georg Simmel, non è colui che arriva oggi e parte domani, ma colui che arriva oggi e che domani non parte; che resta indefinitamente, e arricchisce con la sua specifica modalità di relazione il luogo e i suoi abitatori.
Oggi quindi mi interessa soprattutto il restare fermo sul posto, fare l’esperienza del qui, del questo, dell’ora; del linguaggio capace di indicare, di dare del tu alle cose e ai luoghi – “il melo, il pero, il muro” (Pascoli), “quest’ermo colle”, “questo mare” (Leopardi): e si noti che ho nominato due tra i nostri maggiori raccontatori del paesaggio. E’ un caso che tutti i testi sapienziali, terapeutici (ammesso che dei testi possano essere sapienziali e terapeutici) abbiano un rapporto stretto con la consapevolezza del qui, del questo? “Conoscere se stessi, per dimenticare se stessi”, recita una massima Zen. Ma si potrebbe dire: conoscere a fondo il qui, poi dimenticarlo.

[...]

Scrivo queste ultime frasi sullo schermo luminoso del computer nella stanza buia, e dalla finestra aperta vedo la città notturna, il fascio di linee oblique delle case, le sponde del fiume, gli alberi (tigli) sul lungofiume, un lembo di strada, le luci dei lampioni, il riflesso della luce sull’acqua, la luminosità oscura della notte. Più lontano, dietro le chiazze buie dei tetti e delle case invisibili, vedo le strade invisibili e la periferia invisibile; e dietro il cielo notturno vedo i colori e i rumori invisibili del giorno.
C’era Easy Rider alla televisione, stasera (è questo il vecchio film di cui dicevo all’inizio) e ho rivisto le famose scene dell’Lsd preso al cimitero. Ma c’erano scene nuove subito prima (c’è sempre una scena nuova quando si rivede un film, o quando si legge un libro), di cui non mi ricordavo (anche ora non me la ricordo: penso solo al blues di Dylan prima della loro morte). Il carnevale, ecco, Dennis Hopper e Peter Fonda, in una sosta del loro viaggio infinito, che vanno fuori dal bordello con le loro donne e camminano (le donne che escono dal bordello e camminano con i loro uomini), camminano e vanno per le strade e guardano il carnevale isterico nella città - ci sono tante cose da vedere - finché arrivano quasi all’uscita e si trovano ora in una periferia molto vasta, ci sono poche case, bianche e quadrate, sembrano molto abitabili, loro si fermano, restano chini a guardare, osservano un cane morto accostato al marciapiede - ecco, la scena è questa, questo indugio.
Forse loro lo sanno perché stanno lì a guardarlo, il cane morto. Poi senza una parola proseguono, camminano fuori dalla città e arrivano al cimitero.

12/24/2009

"Oggetti smarriti" su Alias (recensione di Alessandra Sarchi)

Volentieri pubblico qui la recensione di Alessandra Sarchi (autrice che molto stimo), apparsa oggi su Alias (il manifesto). Titolo: "Il Novecento degli oggetti perduti" (Ah, buon natale e voi e a me).

Oggetti smarriti e altre apparizioni di Beppe Sebaste, pubblicato da Laterza nella collana di ricognizioni geografico-antropologiche Contromano (2009, 9,50 euro), parla di oggetti persi, trovati e dati a pegno, di persone intraviste nello spazio di un breve incontro, nell’approssimazione di situazioni di precarietà - la strada, il campo rom, l’alloggio abusivo in mezzo a una pineta, il monte dei pegni - di tracce lasciate più o meno consapevolmente che l’autore interroga come indizi, come gusci esistenziali in cui la vita ha preso forma e poi è stata in qualche modo abbandonata, per proseguire altrove, o tramutarsi in altro. Gli oggetti smarriti sono innanzitutto sintomo, in senso psicanalitico, dello smarrimento individuale e collettivo di un Occidente oppresso da merci e ‘cose,’ raccontato con presenza critica ed emotiva, alternando scene schiettamente narrative a brani di vero e proprio réportage letterario, in un equilibrio sottile tra autoriflessività della scrittura e neutralità descrittiva. Colpiscono i dati: l’impressionante numero di carte di identità perse - che l’autore legge come desiderio di fuga e cambiamento della popolazione, il ritmo dei verbali di consegna all’ufficio oggetti smarriti di Milano, più di 1500 al mese, una cinquantina al giorno. La lettura di questi verbali e la visione degli oggetti traccia una mappa sociologica della popolazione, dei suoi costumi, della composizione demografica. Ma lo sguardo dell’autore va oltre il dato sociologico, attratto dal potere evocativo e fantasmatico di tutto ciò che si perde, o lascia traccia. Fantasma è ciò che ci manca, ciò che abbiamo intravisto e subito perso, proiezione di un’interiorità che si nutre di assenza più che di presenza.
Il filo rosso che lega momenti e contesti molto diversi fra di loro è costituito dalla predilezione per ciò che sta ai margini, scartato, rimosso, perduto; una marginalità intesa come limite che (ci) definisce, come linea in continuo movimento. L’attenzione letteraria e umana di Sebaste rivela di aver profondamente assimilato la lezione di Derrida - Nulla di meno marginale della questione dei margini - e di Godard - É il margine che fa la pagina - . Emerge una poetica del frammento che non si compiace di mera nostalgia - anche se la nostalgia come essere altrove è sempre presente - ma è soprattutto stupore, interrogazione e riflessione sulla dialettica tra significanza e insignificanza dei gesti e delle cose, tra il permanere delle tracce e il disfarsi delle civiltà, il venire meno delle persone. Per Sebaste è il frammento che può dare l’idea del tutto, un tutto che è inafferrabile per definizione. Ne risulta un’archeologia del contemporaneo, in cui si sente l’eco dei moralisti francesi del Sei-Settecento (ma anche di Leopardi), solo che alla rovina, al resto delle civiltà passate come scaturigine di riflessione sul tempo e sul senso delle cose, si sostituisce qui l’oggetto smarrito, il frammento di quel vaso rotto che come metafora di una precisa poetica era già stato indicato dall’autore nel suo romanzo Tolbiac. Tuttavia l’inseguimento di luoghi e oggetti apparentemente banali non si risolve mai in intimismo, piuttosto attinge a una dimensione che si potrebbe definire di resistenza culturale, di memoria come coscienza rispetto alle tante forme di disumanità e immoralità che passano principalmente attraverso il canale della rimozione, della dimenticanza, dell’occultamento. Questo lavoro di ricognizione tra le macerie e gli interstizi dello spreco e del presente attuale che non conosce passato né futuro, è prima di tutto un lavoro linguistico: l’autore ci ricorda come l’ufficio degli oggetti smarriti, abbia in Francia il suo corrispettivo in un luogo che, all’opposto, si chiama Bureau des objets trouvés, al quale se fosse possibile l’autore preferirebbe addirittura il vecchio fermoposta che consentiva di ritirare in qualsiasi città la propria corrispondenza; in francese si dice poste en souffrance, ed è la sofferenza dei gesti e dei messaggi che non trovano una destinazione, delle persone e dei luoghi che vengono cancellati. E ancora: la visita a una fabbrica che produce palloncini gonfiabili - oggetto per definizione effimero e per questo molto in consonanza con gli intenti di certa arte contemporanea da Piero Manzoni a Jeff Koons - dipana una riflessione non solo sull’uso propagandistico di questi oggetti - nelle campagne elettorali ad esempio - ma anche sul paradosso insito nell’affidare a poco più che fiato le proprie sorti, sapendo che ciò che si gonfia e si gonfia è prima o poi destinato a scoppiare, lo dice la parola inglese boom, così temerariamente associata all’economia.
Se gli oggetti e i luoghi si lasciano percorrere nei loro multi-strati linguisitici e funzionali, perché sempre provvisoria è la loro aggregazione, anche le persone tendono a dissolversi o meglio a vivere in osmosi con l’ambiente che le circonda, come nelle fotografie di Francesca Woodman che Sebaste mette in ardita e inedita consonanza con la fotografia di uno dei covi delle Brigate Rosse, inconsapevoli (forse) portatori di una estetica della sparizione, dell’essere altro, del fare perdere le tracce che se avesse avuto il coraggio di essere gesto umano e artistico, anziché idiozia politica, avrebbe forse impresso una svolta diversa alla storia del nostro paese. Il libro si conclude con il catalogo degli oggetti del volo IH 870 Bologna-Palermo abbattuto su Ustica, i cui resti sono stati allestiti in un progetto di grande impatto dall’artista Christian Boltanski per il Museo della Memoria di Ustica a Bologna. Elenchi di oggetti, di passeggeri, il bagaglio, gli effetti personali riportati alla loro radice etimologica e universale - poiché ciò che è rimasto è una terrificante carcassa vuota - le parole hanno il pudore di fermarsi, di lasciare parlare il silenzio. E a chi si domanda per quale ragione esista un simile museo Sebaste risponde con Derrida: “L’archivio non riguarda il passato, riguarda l’avvenire”.

(Alessandra Sarchi, da Alias (il manifesto) del 24 dicembre 2009)

Post scriptum: http://www.radiocittafutura.it/ViewMedia.aspx?mediaID=4cbed0e4f5174c1fbf3d5cf9df3bcd4e&s=0

12/06/2009

La politica e la felicità (frammento di un romanzo che non scriverò)

Frammento di un romanzo che non scriverò, titolo “L’amore al tempo di Berlusconi”, tema: che rapporto c’è tra la propria felicità e il tipo di governo?
... Il governo Berlusconi, il peggiore in Europa dal 1945, permise a noi italiani di mantenere un alibi comodo come una felpa, l’ipocrisia di una speranza a cui potevamo facilmente rinviare. Quando finì, e “i nostri” presero il timone, ci sentimmo come i tedeschi dopo il crollo del muro di Berlino: non c’era più un’altra possibilità, un’alterità. Orfani di un’immaginazione e di una potenza, il mondo tornò piatto. Durante il governo Berlusconi si era creata un’ampia e nebulosa fratellanza: la violazione palese delle regole della democrazia ci indignava senza metterci in discussione, e creò convergenze morali tra persone economicamente, oggettivamente divergenti, come il locatario e il locatore, il datore di lavoro e il salariato, senza intaccare il costo dell’affitto o le ore di lavoro. Manifestavamo insieme in una baldoria contenuta, non la Resistenza, ma l’ossimoro della festa al capezzale del defunto che non muore. E sotto sotto credo che fossimo in tanti a non volere davvero che finisse il governo Berlusconi, quella dittatura di una maggioranza triviale che ci rendeva tutti per incanto più nobili e belli. La nostra opposizione era facile da indossare, un’appartenenza comoda, senza bisogno di ritocchi, nemmeno di essere stirata; un’identità che non si sgualciva e spiegazzava come il lino, ma era solida e liscia come un abito in microfibra; che conteneva l’illusione poco innocente che la politica fosse quella, che riguardasse tutti in forma pulita e ideale, con una parte evidentemente buona con cui stare: senza entrare nel merito delle cose che, nella brevità della vita, nel bagliore sfuggente dell’esistenza, decidono la felicità o infelicità e, en passant, la miseria o l’agio. Onore, giustizia e altre nitide illusioni erano servite, luccicavano sulle nostre tavole imbandite: possibile che non ci rendessimo conto che il talentuoso imbroglione dal sorriso di canaglia che guidava il governo realizzava semplicemente quello che da sempre, da quando esiste il cerimoniale della democrazia parlamentare, realizzano le destre? Lo faceva, però, scoperchiando gli altari e le pentole, togliendo il velo e la presunta sacralità di quelle regole e abitudini che rendono, come per magia, l’insopportabile sopportabile, e l’intollerabile paesaggio consueto - che è esattamente quello che gli Italiani hanno visto e vissuto e sopportato in quasi cinquant’anni di democrazia cristiana filo-americana.
(La magia, in realtà, è la forza dell’abitudine. E quello di cui volevo davvero scrivere era il mio senso di claustrofobia).

(uscito, appena più beve, oggi domenica 6 dicembre nella rubrica "acchiappafantasmi" su l'Unità)

[segnalo che sull'ultimo numero di Nuovi Argomenti, appena uscito, dedicato al tema "Privato /Publico", c'è un altro racconto-descrizione di romanzo (che però continuerò), dal titolo Parlare coi morti, 2006 (anche se sulla rivista, ahimè, manca la data che è essenziale). Descrizioni e riassunti di romanzi non scritti è un genere che coltivo da alcuni anni...]

12/14/2008

La realtà della letteratura

Sabato 6 dicembre sono stato invitato a Bologna, insieme allo scrittore Eraldo Affinati (che ho avuto il piacere di incontrare lì per la prima volta), a parlare sul tema "Libri di realtà. La funzione mimetica della letteratura e i suoi paradossi". L'incontro, organizzato dalla Bottega dell'Elefante, dal dipartimento di Italianistica dell'Università di Bologna, e in particolare da Magda Indiveri e Mimmo Cangiano, prevedeva una lettura e discussione iniziale sul saggio "Fortunata" di Erich Auerbach (da Mimesis). Gli organizzatori hanno anche prodotto un bel librino che raccoglie, oltre ad alcuni interventi del sottoscritto e di Affinati, insieme a estratti dei nostri ultimi romanzi, altri testi e interventi di scrittori classici e altri assolutamente contemporanei, compresi Girolamo De Michele, Giampiero Rigosi e Wu Ming 1. Lo stesso giorno su l'Unità uscivano alcuni miei appunti in forma di articolo, che qui di seguito ripropongo. Anche se, va da sé, quello che ho detto nell'aula absidale di Santa Lucia a Bologna era diverso e più variegato rispetto a quello che ho scritto, come sempre accade, ma così è la vita, e questo ho.

Nel 1967 Roland Barthes già decostruiva le certezze strutturaliste, come la distinzione tra “storia e “discorso”, in un breve saggio dal titolo “Il discorso della storia”. Quei testi, quelle enunciazioni che non mostrano traccia dell’enunciatore (l’io di chi scrive, o altri più discreti riferimenti spazio-temporali al tempo dello scrivere, o alla fisicità storica dell’autore), che si pretendono quindi “oggettivi” o “obiettivi”, non sono che il prodotto di una forma particolare di immaginazione e di strategia retorica, che Barthes chiama l’“illusione referenziale”. Essa è evidente negli scritti di chi vuole “limitarsi a “raccontare i fatti”, lasciare che il referente parli da solo - come se il significante (il linguaggio, l’enunciazione narrativa) fosse invisibile o inconsistente. E’ un atto linguistico performativo truccato, spiegava Barthes, un atto d’autorità. Ma non sarebbe (stato) possibile se, sotto l’egida della formula “è successo”, non avesse incontrato in effetti un gusto che segna la svolta dell’Occidente: il fascino a volte morboso per il “reale” e i suoi dettagli, ciò che, per esempio, costituì l’enorme successo del genere epistolare e del diario intimo, e che fu poi suggellato dallo sviluppo massiccio della fotografia, il cui tratto specifico rispetto al disegno è quello di attestare che ciò che vi si rappresenta “è realmente successo”. La figura retorica dell’oggettività dei fatti venne chiamata da Barthes “effetto di reale” (o “di realtà”), con cui un anno dopo titolò un altro suo scritto.
Ho letto in questi giorni un libro bellissimo, Approdo, dell'australiano di origine malese Shaun Tan (elliot 2008): l'immagine che si vede sopra viene da lì. L’ho letto anche se non compare neanche una parola, solo disegni, con zoomate e piani sequenze narrativi. Parla di migranti (proprio come un libro di quell’altro outsider e innovatore, lui sì assolutamente verbale, che è stato W. G. Sebald), e racconta una storia archetipale e al tempo stesso attuale, reale e immaginifica, in cui tutti i migranti della Terra possono ritrovarsi. Si basa anche su un archivio a portata di tutti: aneddoti tramandati da migranti di varie nazionalità (la trasmissione epica orale), alcuni dei quali raccolti nel libro Tales from a Suitcase; vecchie fotografie, comprese quelle dell'Ellis Island Immigration Museum; cartoline illustrate; film (Ladri di biciclette); incisioni (“Sopra Londra, in treno” di Gustave Doré), ecc. L’epica di questo libro è (anche) quella della testimonianza.
Siamo da tempo nell’Era del testimone, come titolava un libro di Annette Wievorka, l’epoca in cui (dopo la Shoah) l’avvento dei “sopravvissuti” (cioè i testimoni) e il dilatarsi della nozione di “archivio”, hanno cambiato non solo la storia e la storiografia, ma anche le arti e la letteratura. A volte la memoria si pone in conflitto con la storia, nell’ambizione di sostituire la sua oggettività arida e livellatrice con una versione più soggettiva ed empatica dei fatti. Ne tratta lo storico Enzo Traverso nel suo Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica (ombre corte 2006), dove si riflette sulla differenza tra storico, testimone e scrittore in modo molto illuminante per chi si occupa di forme narrative.

E’ un fatto che da anni la letteratura trovi i suoi effetti più romanzeschi proprio lasciando da parte i modi e le strutture narrative della fiction, sempre più cristallizzata in cliché (ultimo, il noir stile “sceneggiatura”) a favore di una sorta di libero “documentario”. Non solo cioè con un “effetto di realtà”, ma con l’uso strutturale di documenti e reperti: lettere, fotografie, ritagli di giornali ecc. inseriti nel tessuto della narrazione. Trame che si confondono con la nozione stessa di archivio e/o di inchiesta, storie costruite stilisticamente col montaggio di documenti. Ma che ricordano anche la giocosa libertà dei bellissimi “musei immaginari” che Bruno Munari insegnava ai bambini (ricordate? prendere un sasso, un rametto storto, una foglia o un pezzo di muschio, e riporli in bacheche: scoprire e/o inventare il mondo, col gesto di repertoriarlo).
Ha cominciato, se non sbaglio, il grande narratore tedesco W. G. Sebald, mostrando che la soggettività non solo non si perde né si nega nel perseguire un romanzo che assume i tratti dell’indagine più oggettiva e referenziale, ma si potenzia fino all’ossessione. Contemporaneamente l’oggettività, l’effetto di reale più estremo e vincolante, non impedisce il completo dispiegarsi della libertà espressiva dell’autore. Un po’ come lo espresse Jean-Luc Godard quando rispose così al giovane aspirante cineasta che lo aveva avvicinato: “Intanto fammi un film su questa scatola di cerini” (e gliela porse).
La narrativa che oggi mi interessa (e in cui credo di rientrare: mi riferisco soprattutto al mio HP. L’ultimo autista di Lady Diana) è fatta di libri che nascono come reportages ma sfociano nel romanzo, come il bellissimo e tremendo Ossa nel deserto di Sergio Gonzalez Rodriguez (Adelphi), dedicato ai massacri irrisolti di donne a Ciudad Juarez, tra Usa e Messico (tema ripreso da molti altri libri), o il “gonzo journalism” di Hunter Thompson, fusione di cronaca e narrativa, rigorosamente in prima persona, il cui motore è dato dalla consapevolezza che la vita è quello che ti succede mentre stai facendo qualcosa d’altro. Oppure che sono e restano romanzi pur sfociando in una specie di reportage, o addirittura di esplicita denuncia (è il caso di Gomorra di Roberto Saviano, di cui non si sottolineano mai abbastanza le incursioni all’io di chi scrive, la presenza strutturale di “tracce dell’enunciatore” nel racconto); o, lontanissimo, di Due vite dell'indiano Vikram Seth, che scopre a quarant’anni l'Olocausto e la Storia grazie alla microstoria, grazie alle lettere nella soffitta dello zio a Londra, e della zia ebrea).
Non occorre che siano storie straordinarie a nutrire questi testi, ma vicende private, ordinarie. Come i racconti orali di Ascanio Celestini, sulla scia delle testimonianze raccolte dal suo maestro, Alessandro Portelli. Come il breve film (e libro) della milanese Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, che racconta la storia della madre, morta suicida quando l’autrice era bambina, attraverso fotografie, lettere, reperti medici, diari, filmini di famiglia, in un archivio femminile in cui ogni donna ritrova qualcosa della propria identità e genealogia. Raccontare vite usando i mezzi espressivi e il punto di vista, i documenti e la memoria di chi quella vita ha vissuto. A monte di tutto questo vi è una scoperta estetica che l’arte contemporanea ha per prima fatto propria: la qualità elegiaca e universale di frammenti e oggetti della vita ordinaria degli individui, che siano volti, come quelli anonimi e ingranditi che popolano le mostre di Christian Boltanski, o oggetti, reperti di ogni genere e sostanza. Se nell’arte opera da tempo una nozione attiva di “archivio” che ne ha deterritorializzato e riterritorializzato gli orizzonti, la letteratura è appena agli inizi.
Il distacco dello storico e l’empatia del testimone compongono “documentari” che trattano la realtà come un fantasma, mostrando la scaturigine e la formazione del proprio presente, del proprio “dire” presente. Realizzano cioè il vero senso della parola testimonianza, (dal latino superstitio): si è testimoni anche se non si è oculari, anche di eventi lontani nello spazio e nel tempo.Superstitio significava il "dono della presenza"; e il dono della presenza è dato dal racconto, dal tramandare.

Michel Foucault dedicò un saggio importante sul "genere" da lui chiamato “fantastico da biblioteca”, in cui rientrano di sicuro Le tentazioni di Sant’Antonio di Flaubert come parecchi dei romanzi di Philip K. Dick, ma anche uno dei libri secondo me più importanti e innovativi degli ultimi anni, scritto di recente da un appartato scrittore sperimentale, cioè sperimentatore di linguaggi: Giuseppe D’Agata, I passi sulla testa (Bompiani 2007). Vi si racconta “semplicemente” l’inventario della sua biblioteca di romanzi, su cui grava l’incombenza di un trasloco, quindi di una perdita. Penso infine, naturalmente, a Cervantes, che cita biblioteche di libri reali (anche propri!) in Don Chisciotte, e nel secondo tomo dell'opera il Cavaliere e il suo scudiero sono invitati dal Duca a corte, perché le loro avventure li hanno resi famosi (!). Cervantes è del resto modello di una libertà narrativa e affabulatoria che insegna come dalla realtà della letteratura (e della Storia) si possa entrare e uscire, in un’oscillazione continua. Ma anche – come una sorta di Spinoza della letteratura, anzi del romanzo – Cervantes è maestro nella consapevolezza dei diversi significati di ciò che si intende con la parola “realtà”, un po’ come ricordava Gianni Celati qualche mese fa in un’intervista: “La narrativa d’oggi è ormai un’appendice dell’informazione. E’ difficile trovare un romanzo d’oggi che non si appelli all’attualità. [...] Sono libri che il lettore legge come se fossero commenti a una realtà di fatto. Qui però la ‘realtà’ indica solo modi di vedere giornalistici – i modi dell’attualità -, il tutto categorizzato secondo il criterio del ‘nuovo’. Il nuovo è un dogma ma anche una continua intimidazione, perché tutti dobbiamo avere paura di essere visti come dei sorpassati dal nuovo. A questo proposito c’è qualcosa di illuminante nel Don Chisciotte, dove si affaccia per la prima volta la questione della ‘realtà’, posta in un contrasto con l’immaginazione e le tendenze fantasticanti. E si affaccia anche l’idea che il nuovo sia qualcosa che spazza via le inutili anticaglie: i romanzi cavallereschi. Ma, posto questo schema, dove Don Chisciotte ha sempre torto, in quanto invasato dalle fantasie cavalleresche, poi succede che sono proprio le sue tendenze fantasticanti ad arricchire di senso il mondo. Sono le sue fantasie e riflessioni a farci intravedere l’aperto mondo sotto l’aperto cielo come la nostra vera casa”.
Forse, più che di realtà, si dovrebbe parlare di verità della letteratura. Ma è una questione talmente elettiva, e così necessariamente partigiana, che non mi aspetto di vederla dibattuta in modo soddisfacente sui media, e nemmeno su Internet...

P.S. Ai più interessati, consiglierei di incrociare la lettura di questi miei appunti con alcuni "articoli" e "incontri" che si trovano qui, nel mio sito: in particolare Siamo tutti testimoni e la conversazione con Christian Boltanski e Annette Messager... Altri post-scriptum li posterò nei commenti. B.S.

8/20/2008

Calendario


Breakfast, 1989, olio su carta intelata, 150x100, di Cathy Josefowitz (copyright Cathy Josefowitz)

Calendario

(L'anno comincia in settembre, quando finisce ricomincia da capo)

... Alla fine di settembre sono inquieto e mi metto a scrivere poesie, perché mi accorgo che sono rimasto solo. Vorrei avere un vitalizio e leggermi tutto Proust, in campagna.

In ottobre, da solo, guardo le vetrine della città e scrivo un diario. Passo il tempo sul letto a dormire con gli occhi aperti. Leggo libri gialli. Poi romanzi classici, soprattutto Stendhal.

In novembre sono ubriaco fradicio. E' per via di quello che ho bevuto in ottobre. Eppure ho un contegno. Non faccio niente e vado a letto tardi. Scrivo lettere malinconiche, soprattutto la domenica.

In dicembre, poiché non cerco, trovo una donna per l'inverno. Lei è molto appassionata, dice che si sente rinascere. Faccio anche molti chilometri. Lei mi scrive delle lettere nel periodo di Natale. A volte mi telefona di sorpresa, quando non ci penso.

All'inizio di gennaio mi innamoro di lei. Lei mi viene a prendere alla stazione. Finito l'amore guardiamo gli aerei alla finestra. Mi sento autosufficiente. Lavoro, e mi sembra di essere una persona importante. In un pomeriggio di luce sento la primavera e vado al cinema. Mi sento in vantaggio e perdo terreno.

In febbraio leggo e studio molto. La mia donna, di cui sono pazzamente innamorato, mi guarda come uno della famiglia.

In marzo faccio di solito progetti per il futuro. E' il mio argomento di conversazione preferito.

Ciò che in aprile diventa motivo di ansia, in ispecie nelle lunghe passeggiate. Lei mi racconta degli strani sogni. Di solito mangio molti dolci.

In maggio sono pieno di fantasmi. Di solito vorrei scrivere dei romanzi, litigo con la mia donna e penso che il mio problema sia il mondo degli uomini. Litigo anche da solo e mi viene paura. Sono molto innamorato. Minaccio di lasciarla. Vorrei vivere per sempre con lei.

In giugno compio gli anni e sono molto nervoso. E' un periodo di grande confusione pratica. Ci lasciamo due o tre volte per finta. Problemi economici acuti. Faccio una cura omeopatica che dura tutto il mese. Poi vado ad abitare da un amico.

In luglio vorrei fuggire con la mia donna in un altro Paese. Non ci credo tanto, vado a tutte le feste e mi ubriaco. Una strana rassegnazione, leggermente euforica. Mi piace fare l'amore e sudare, per poi uscire a prendere la cioccolata fredda nei bar. Non ho niente da fare, tranne scrivere romanzi. Le domeniche assolate mi commuovono molto, e mi sento in vena di raccontare la mia vita.

In agosto sento che presto sarò solo. Non ci bado, leggo fumetti. Tutti hanno programmi migliori dei miei, mi fanno venire nostalgia. Cerco una casa in un posto lontano per passarci l'anno a venire con la donna che amo. Mi stanco molto e sudo. Ho paura che quasi tutto sia sbagliato.

Arriva settembre, in generale aspetto, nella nuova casa. Agli amici, parlando della mia donna, dico che sarà qui da un giorno all'altro...

[Il testo, scritto nel 1984, è tratto da: Beppe Sebaste, Café Suisse e altri luoghi di sosta, Feltrinelli 1992 (ma è da anni esaurito, potete trovarne notizia scorrendo qui). In copertina c'era un particolare del quadro di Cathy Josefowitz riportato sopra. Indicazioni di lettura: finito il testo, occorrerebbe rileggerlo dall'inizio, almeno fino all'inizio di novembre, e lasciarlo sfumare...]