Nel momento in cui un giovane greco su due è disoccupato, 25.000 persone senza tetto vagano per le strade di Atene, il 30 per cento della popolazione è ormai sotto la soglia della povertà, migliaia di famiglie sono costrette a dare in affidamento i bambini perché non crepino di fame e di freddo e i nuovi poveri e i rifugiati si contendono l’immondizia nelle discariche pubbliche, i “salvatori” della Grecia, col pretesto che i Greci “non fanno abbastanza sforzi”, impongono un nuovo piano di aiuti che raddoppia la dose letale già somministrata. Un piano che abolisce il diritto del lavoro e riduce i poveri alla miseria estrema, facendo contemporaneamente scomparire dal quadro le classi medie.
L’obiettivo non è il “salvataggio”della Grecia: su questo punto tutti gli economisti degni di questo nome concordano. Si tratta di guadagnare tempo per salvare i creditori, portando nel frattempo il Paese a un fallimento differito.Si tratta soprattutto di fare della Grecia il laboratorio di un cambiamento sociale che in un secondo momento verrà generalizzato a tutta l’Europa. Il modello sperimentato sulla pelle dei Greci è quello di una società senza servizi pubblici, in cui le scuole, gli ospedali e i dispensari cadono in rovina, la salute diventa privilegio dei ricchi e la parte più vulnerabile della popolazione è destinata a un’eliminazione programmata, mentre coloro che ancora lavorano sono condannati a forme estreme di impoverimento e di precarizzazione.
Ma perché questa offensiva neoliberista possa andare a segno, bisogna instaurare un regime che metta fra parentesi i diritti democratici più elementari. Su ingiunzione dei salvatori, vediamo quindi insediarsi in Europa dei governi di tecnocrati in spregio della sovranità popolare. Si tratta di una svolta nei regimi parlamentari, dove si vedono i “rappresentanti del popolo” dare carta bianca agli esperti e ai banchieri, abdicando dal loro supposto potere decisionale. Una sorta di colpo di stato parlamentare, che fa anche ricorso a un arsenale repressivo amplificato di fronte alle proteste popolari. Così, dal momento che i parlamentari avranno ratificato la Convenzione imposta dalla Troika (Ue, Bce, Fmi), diametralmente opposta al mandato che avevano ricevuto, un potere privo di legittimità democratica avrà ipotecato l’avvenire del Paese per 30 o 40 anni.
Parallelamente, l’Unione europea si appresta a istituire un conto bloccato dove verrà direttamente versato l’aiuto alla Grecia, perché venga impiegato unicamente al servizio del debito. Le entrate del Paese dovranno essere “in priorità assoluta” devolute al rimborso dei creditori e, se necessario, versate direttamente su questo conto gestito dalla Ue. La Convenzione stipula che ogni nuova obbligazione emessa in questo quadro sarà regolata dal diritto anglosassone, che implica garanzie materiali, mentre le vertenze verranno giudicate dai tribunali del Lussemburgo, avendo la Grecia rinunciato anticipatamente a qualsiasi diritto di ricorso contro sequestri e pignoramenti decisi dai creditori. Per completare il quadro, le privatizzazioni vengono affidate a una cassa gestita dalla Troika, dove saranno depositati i titoli di proprietà dei beni pubblici.. In altri termini, si tratta di un saccheggio generalizzato, caratteristica propria del capitalismo finanziario che si dà qui una bella consacrazione istituzionale.
Poiché venditori e compratori siederanno dalla stessa parte del tavolo, non vi è dubbio alcuno che questa impresa di privatizzazione sarà un vero festino per chi comprerà.
Ora, tutte le misure prese fino a ora non hanno fatto che accrescere il debito sovrano greco, che, con il soccorso dei salvatori che fanno prestiti a tassi di usura, è letteralmente esploso sfiorando il 170% di un Pil in caduta libera, mentre nel 2009 era ancora al 120%. C’è da scommettere che questa coorte di piani di salvataggio – ogni volta presentati come ‘ultimi’- non ha altro scopo che indebolire sempre di più la posizione della Grecia, in modo che, privata di qualsiasi possibilità di proporre da parte sua i termini di una ristrutturazione, sia costretta a cedere tutto ai creditori, sotto il ricatto “austerità o catastrofe”. L’aggravamento artificiale e coercitivo del problema del debito è stato utilizzato come un’arma per prendere d’assalto una società intera. E non è un caso che usiamo qui dei termini militare: si tratta propriamente di una guerra, condotta con i mezzi della finanza, della politica e del diritto, una guerra di classe contro un’intera società. E il bottino che la classe finanziaria conta di strappare al ‘nemico’ sono le conquiste sociali e i diritti democratici, ma, alla fine dei conti, è la stessa possibilità di una vita umana. La vita di coloro che agli occhi delle strategie di massimizzazione del profitto non producono o non consumano abbastanza non dev’essere più preservata.
E così la debolezza di un paese preso nella morsa fra speculazione senza limiti e piani di salvataggio devastanti diviene la porta d’entrata mascherata attraverso la quale fa irruzione un nuovo modello di società conforme alle esigenze del fondamentalismo neoliberista. Un modello destinato all’Europa intera e anche oltre. E’ questa la vera questione in gioco. Ed è per questo che difendere il popolo greco non si riduce solo a un gesto di solidarietà o di umanità: in gioco ci sono l’avvenire della democrazia e le sorti del popolo europeo.
Dappertutto la “necessità imperiosa” di un’austerità dolorosa ma salutare ci viene presentata come il mezzo per sfuggire al destino greco, mentre vi conduce dritto. Di fronte a questo attacco in piena regola contro la società, di fronte alla distruzione delle ultime isole di democrazia, chiediamo ai nostri concittadini, ai nostri amici francesi e europei di prendere posizione con voce chiara e forte. Non bisogna lasciare il monopolio della parola agli esperti e ai politici. Il fatto che, su richiesta dei governanti tedeschi e francesi in particolare, alla Grecia siano ormai impedite le elezioni può lasciarci indifferenti? La stigmatizzazione e la denigrazione sistematica di un popolo europeo non meritano una presa di posizione? E’ possibile non alzare la voce contro l’assassinio istituzionale del popolo greco? Possiamo rimanere in silenzio di fronte all’instaurazione a tappe forzate di un sistema che mette fuori legge l’idea stessa di solidarietà sociale?
Siamo a un punto di non ritorno. E’ urgente condurre la battaglia di cifre e la guerra delle parole per contrastare la retorica ultra-liberista della paura e della disinformazione. E’ urgente decostruire le lezioni di morale che occultano il processo reale in atto nella società. E diviene più che urgente demistificare l’insistenza razzista sulla “specificità greca” che pretende di fare del supposto carattere nazionale di un popolo (parassitismo e ostentazione a volontà) la causa prima di una crisi in realtà mondiale. Ciò che conta oggi non sono le particolarità, reali o immaginari, ma il comune: la sorte di un popolo che contagerà tutti gli altri.
Molte soluzioni tecniche sono state proposte per uscire dall’alternativa “o la distruzione della società o il fallimento” (che vuol dire, lo vediamo oggi, sia la distruzione sia il fallimento). Tutte vanno prese in considerazione come elementi di riflessione per la costruzione di un’altra Europa. Prima di tutto però bisogna denunciare il crimine, portare alla luce la situazione nella quale si trova il popolo greco a causa dei “piani d’aiuto” concepiti dagli speculatori e i creditori a proprio vantaggio. Mentre nel mondo si tesse un movimento di sostegno e Internet ribolle di iniziative di solidarietà, gli intellettuali saranno gli ultimi ad alzare la loro voce per la Grecia? Senza attendere ancora, moltiplichiamo gli articoli, gli interventi, i dibattiti, le petizioni, le manifestazioni. Ogni iniziativa è la benvenuta, ogni iniziativa è urgente. Da parte nostra ecco che cosa proponiamo: andare velocemente verso la formazione di un comitato europeo di intellettuali e di artisti per la solidarietà con il popolo greco che resiste. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non adesso, quando?
di Vicky Skoumbi, Dimitris Vergetis, Michel Surya, rispettivamente redattrice e direttore della rivista Aletheia di Atene e direttore della rivista Lignes, Parigi; e (prime adesioni) Daniel Alvaro, Alain Badiou, Jean-Christophe Bailly, Etienne Balibar, Fernanda Bernardo, Barbara Cassin, Bruno Clement, Danièle Cohen-Levinas, Yannick Courtel, Claire Denis, Georges Didi-Hubermann, Ida Dominijanni, Roberto Esposito, Francesca Isidori, Pierre-Philippe Jandin, Jérome Lebre, Jean-Clet Martin, Jean-Luc Nancy, Jacques Ranciere, Judith Revel, Elisabeth Rigal, Jacob Rogozinski, Avital Ronell, Ugo Santiago, Beppe Sebaste, Michèle Sinapi, Enzo Traverso
per aderire: http://www.editions-lignes.com/sauvons-le-peuple-grec-de-ses.html
L'appello è stato pubblicato anche su il manifesto di oggi 22 febbraio e sul giornale Libération di ieri.
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2/22/2012
10/24/2008
Appello contro la guerra all'intelligenza (o: La lezione degli studenti)
Volentieri offro in lettura questo mio articolo che vuole essere un appello, uscito oggi 24 ottobre su l'Unità col titolo "La lezione degli studenti".
Chi si trovasse in questi giorni nelle scuole e nelle università, occupate e variamente animate dalle proteste di studenti e docenti, incontrerebbe persone che incarnano, in spirito e lettera, la vocazione dello studio e del sapere. Studenti e docenti difendono la dignità e l’autonomia della conoscenza dalla semplificazione, leggi distruzione, di una politica finanziaria cieca al futuro. Lezioni all’aperto, apertura delle cittadelle accademiche alla città di tutti: chi protesta non ha nulla da nascondere, anzi. Sono privi di ideologia, ma molto consapevoli: “E’ la politica che si è allontanata da noi. Noi facciamo la vera politica”, mi hanno detto. Ma alla notizia che il primo ministro ha minacciato di sgomberare con la polizia, cioè introducendo violenza, le scuole e le università teatro di questa civile protesta e sperimentazione, una studentessa della Sapienza di Roma è allibita: “Vogliono trattarci coma la spazzatura di Napoli”. Pare di sì: cioè non solo non dialogare, non riconoscere i contenuti di una protesta che è difesa dell’istruzione e del diritto allo studio, ma rimuovere il problema, eventualmente nasconderlo, come la famosa spazzatura di Napoli. E non importa che fermenti chissà cosa e chissà quando. Il disprezzo verso la conoscenza e l’istruzione, verso scuole e università, è del tutto congruente a quello verso il clima, l’ambiente, il protocollo di Kyoto, l’ecologia e la salute pubblica. Il nostro primo ministro è un vero punk: a lui del futuro – dei giovani come del pianeta – non importa nulla. Ma scopo primario di questo mio intervento è richiamare una solidarietà attiva e ampia di quanti – soprattutto nel mondo della cultura - hanno a cuore la posta in gioco di questa protesta che riguarda tutti.
Molti studenti di oggi dichiarano che il loro modello di lotta è la protesta che dilagò in Francia del 2006 contro un disegno di legge che autorizzava per i primi due anni il licenziamento senza motivo dei giovani neo-assunti. Gli studenti vinsero (la legge fu ritirata) grazie all’appoggio del mondo del lavoro e della maggioranza dell’opinione pubblica. A parte che i contenuti della legge 133 (la finanziaria) e della “riforma Gelmini” (che non è altro che un taglio massiccio di fondi) sono molto più gravi (oltre ad aumentare a dismisura disoccupazione e precarizzazione, fanno tabula rasa degli orizzonti e del senso stesso dello studio), chiamo la protesta degli studenti una risposta alla “guerra contro l’intelligenza”, ricordando un appello nato anch’esso in Francia, ma nel 2004. All’epoca, un progetto legislativo del governo Raffarin, dal sapore vagamente berlusconiano, umiliava quelle professioni non valutabili secondo i criteri e gli utili (peraltro errati e miopi) di un’azienda – dalle scuole e università ai laboratori scientifici, dai centri di ricerca alle biblioteche, ma anche gli ospedali psichiatrici, i teatri ecc. Tutti i settori del sapere, della scienza, del legame sociale, produttivi di conoscenza, di coscienza e di dibattito pubblico, insorgevano contro l’anti-intellettualismo di Stato, una politica di impoverimento e precarizzazione di tutti gli spazi considerati come improduttivi a breve termine, inutili o dissidenti. L’appello “contro la guerra all’intelligenza” in pochi giorni fu firmato da migliaia e migliaia di cittadini, compresi i più alti rappresentanti in Francia della cultura e dell’arte.
Nelle parole del filosofo Jacques Derrida, che fu tra i primi ad aderire, per “guerra contro l’intelligenza” si intende “una politica ispirata dal misconoscimento, l’accecamento, perfino dal risentimento, verso tutto ciò che è giudicato, a torto e secondo un cattivo calcolo, improduttivo o addirittura nocivo per gli interessi immediati di un certo mercato liberale: la ricerca fondamentale, l’educazione, le arti, la poesia, la letteratura, la filosofia. Nella sua forma caricaturale, ciò che viene denunciato è un economicismo miope; quelli che ne soffrono sono invece tutti i cittadini, a società civile, lo Stato e anche l’economia”. C’è bisogno di dire che l’Italia di oggi è ben più minacciata della Francia di quattro anni fa?
Contro il presunto neutrale “buon senso” economico, la protesta degli studenti è una lotta per la salvaguardia di tutti quei luoghi in cui la società si pensa, si elabora, si sogna, si inventa, si cura, si giudica, si protegge, e tra i quali non c’è (solo) il Bagaglino, o le discoteche in cui il settantenne primo ministro italiano si mostra in camicia nera e parla di sesso e insonnia con giovani bramosi di successo e intossicati di ricchezza. Osservo di nuovo che l’imbarbarimento di una nazione (di questo si tratta) nasce e si presenta spesso come una politica di semplificazione – che non è proprio una bella parola, e designa una riduzione innaturale della complessità, ossia dell’intelligenza. Si crea e si consolida nella riduzione del linguaggio, del pensiero, della politica, nella neo-lingua pubblicitaria più volte in questi anni denunciata, nello scavalcare il Parlamento e l’etica della discussione. Ma è soprattutto negli spazi lasciati vuoti dalla cultura e dall’educazione che l’autoritarismo “semplice” si insedia e riproduce, svuotando di senso il concetto e la realtà di una Re-pubblica. Il costo umano, sociale e culturale è esorbitante. Le sue conseguenze rischiano di essere irreversibili.
Chi si trovasse in questi giorni nelle scuole e nelle università, occupate e variamente animate dalle proteste di studenti e docenti, incontrerebbe persone che incarnano, in spirito e lettera, la vocazione dello studio e del sapere. Studenti e docenti difendono la dignità e l’autonomia della conoscenza dalla semplificazione, leggi distruzione, di una politica finanziaria cieca al futuro. Lezioni all’aperto, apertura delle cittadelle accademiche alla città di tutti: chi protesta non ha nulla da nascondere, anzi. Sono privi di ideologia, ma molto consapevoli: “E’ la politica che si è allontanata da noi. Noi facciamo la vera politica”, mi hanno detto. Ma alla notizia che il primo ministro ha minacciato di sgomberare con la polizia, cioè introducendo violenza, le scuole e le università teatro di questa civile protesta e sperimentazione, una studentessa della Sapienza di Roma è allibita: “Vogliono trattarci coma la spazzatura di Napoli”. Pare di sì: cioè non solo non dialogare, non riconoscere i contenuti di una protesta che è difesa dell’istruzione e del diritto allo studio, ma rimuovere il problema, eventualmente nasconderlo, come la famosa spazzatura di Napoli. E non importa che fermenti chissà cosa e chissà quando. Il disprezzo verso la conoscenza e l’istruzione, verso scuole e università, è del tutto congruente a quello verso il clima, l’ambiente, il protocollo di Kyoto, l’ecologia e la salute pubblica. Il nostro primo ministro è un vero punk: a lui del futuro – dei giovani come del pianeta – non importa nulla. Ma scopo primario di questo mio intervento è richiamare una solidarietà attiva e ampia di quanti – soprattutto nel mondo della cultura - hanno a cuore la posta in gioco di questa protesta che riguarda tutti.
Molti studenti di oggi dichiarano che il loro modello di lotta è la protesta che dilagò in Francia del 2006 contro un disegno di legge che autorizzava per i primi due anni il licenziamento senza motivo dei giovani neo-assunti. Gli studenti vinsero (la legge fu ritirata) grazie all’appoggio del mondo del lavoro e della maggioranza dell’opinione pubblica. A parte che i contenuti della legge 133 (la finanziaria) e della “riforma Gelmini” (che non è altro che un taglio massiccio di fondi) sono molto più gravi (oltre ad aumentare a dismisura disoccupazione e precarizzazione, fanno tabula rasa degli orizzonti e del senso stesso dello studio), chiamo la protesta degli studenti una risposta alla “guerra contro l’intelligenza”, ricordando un appello nato anch’esso in Francia, ma nel 2004. All’epoca, un progetto legislativo del governo Raffarin, dal sapore vagamente berlusconiano, umiliava quelle professioni non valutabili secondo i criteri e gli utili (peraltro errati e miopi) di un’azienda – dalle scuole e università ai laboratori scientifici, dai centri di ricerca alle biblioteche, ma anche gli ospedali psichiatrici, i teatri ecc. Tutti i settori del sapere, della scienza, del legame sociale, produttivi di conoscenza, di coscienza e di dibattito pubblico, insorgevano contro l’anti-intellettualismo di Stato, una politica di impoverimento e precarizzazione di tutti gli spazi considerati come improduttivi a breve termine, inutili o dissidenti. L’appello “contro la guerra all’intelligenza” in pochi giorni fu firmato da migliaia e migliaia di cittadini, compresi i più alti rappresentanti in Francia della cultura e dell’arte.
Nelle parole del filosofo Jacques Derrida, che fu tra i primi ad aderire, per “guerra contro l’intelligenza” si intende “una politica ispirata dal misconoscimento, l’accecamento, perfino dal risentimento, verso tutto ciò che è giudicato, a torto e secondo un cattivo calcolo, improduttivo o addirittura nocivo per gli interessi immediati di un certo mercato liberale: la ricerca fondamentale, l’educazione, le arti, la poesia, la letteratura, la filosofia. Nella sua forma caricaturale, ciò che viene denunciato è un economicismo miope; quelli che ne soffrono sono invece tutti i cittadini, a società civile, lo Stato e anche l’economia”. C’è bisogno di dire che l’Italia di oggi è ben più minacciata della Francia di quattro anni fa?
Contro il presunto neutrale “buon senso” economico, la protesta degli studenti è una lotta per la salvaguardia di tutti quei luoghi in cui la società si pensa, si elabora, si sogna, si inventa, si cura, si giudica, si protegge, e tra i quali non c’è (solo) il Bagaglino, o le discoteche in cui il settantenne primo ministro italiano si mostra in camicia nera e parla di sesso e insonnia con giovani bramosi di successo e intossicati di ricchezza. Osservo di nuovo che l’imbarbarimento di una nazione (di questo si tratta) nasce e si presenta spesso come una politica di semplificazione – che non è proprio una bella parola, e designa una riduzione innaturale della complessità, ossia dell’intelligenza. Si crea e si consolida nella riduzione del linguaggio, del pensiero, della politica, nella neo-lingua pubblicitaria più volte in questi anni denunciata, nello scavalcare il Parlamento e l’etica della discussione. Ma è soprattutto negli spazi lasciati vuoti dalla cultura e dall’educazione che l’autoritarismo “semplice” si insedia e riproduce, svuotando di senso il concetto e la realtà di una Re-pubblica. Il costo umano, sociale e culturale è esorbitante. Le sue conseguenze rischiano di essere irreversibili.
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10/22/2008
"Io non ho paura" (una notte alla Sapienza occupata)
Sì, ho passato un pezzo di notte, ieri, alla Sapienza, università di Roma 1. Oggi leggo le frasi agghiaccianti del primo ministro, che invocano sgomberi e polizia. Domani esce questo mio prudente resoconto su la Repubblica (edizione romana, che mi ha chiesto ieri, appunto, di andarci). Ma sulla questione vorrei esprimermi ancora, spero molto presto su l'Unità. Invito tutti a farlo. C'è bisogno di una grandissima solidarietà attiva. A me viene in mente come precedente un appello, "Contro la guerra all'intelligenza", a cui qualche anno fa in Francia aderirono in una settimana centomila persone, tra cui i nomi più noti della cultura. Lottare contro la Legge 133 (la legge Gelmini-Tremonti che affossa scuole e università) è una lotta di civiltà. Intanto, vi anticipo questa piccola cronaca.
“Esplode l’indignazione / Noi la crisi non la paghiamo / Non fermerete i nostri desideri”, è scritto su un cartello all’ingresso della facoltà di Lettere della Sapienza. L’ho visto martedì, prima notte di occupazione. Guardo i bei volti di tante ragazze e ragazzi, l’eccitazione avvolta in una coltre di compostezza che mi colpisce, così come colpisce l’assenza di richiami ideologici. Ma “è la politica che si è allontanata da noi. Noi facciamo politica vera, i politici no”, mi dice Andrea, studente di Filosofia. E’ un “caos calmo”, bella formula dell’amico Sandro Veronesi. Che vuol dire intensità, e un misto di sentimenti: la consapevolezza della gravità storica, del rischio di insensatezza degli studi (e quindi della vita), e una speranza comunque di cambiamento, di incidere sulle cose, insomma sulla vita. E’ un occupazione costruttiva, che cerca la solidarietà dei docenti. Delusa invece dal neo rettore, di cui si ricordano le promesse a salvaguardia dell’università fatte in campagna elettorale.
“Siamo il contrario dei fannulloni”, dice Luca, terzo anno di Lettere. “Vogliamo studiare, vogliamo fare lezioni nelle piazze, all’aperto, anche notturne”. Un’università fuori orario. Alcuni professori hanno già dato la loro disponibilità. “Ma come si può continuare a studiare senza prospettive?”– si chiede Sabrina che studia Antropologia. “Già paghiamo di tasca nostra le ricerche sul campo per la Tesi. Io volevo fare ricerca. Ma che senso può avere per me ora, se i ricercatori stessi saranno di fatto aboliti?” “Tra poco mi laureo”, continua Luca, “non lotto per me, ma per la collettività, anche se l’assenza di futuro mi riguarda. Studio e lavoro in un centro commerciale come precario”. Spiegano che dall’aziendalizzazione di scuole e università, contro cui si protestava in passato (“Non siamo in vendita” era lo slogan), si passa alla privatizzazione vera e propria dei corsi di studio, o alla loro sparizione. La legge 133, cioè la finanziaria, contiene tre punti contro cui si incentra la protesta. Me li riepiloga un dottorando di ricerca: uno, il radicale taglio ai finanziamenti ordinari alle università - agli antipodi della retorica degli investimenti sulla formazione, i giovani, il sapere; due, l’interruzione del turn over, che permetteva ad esempio di assumere un precario per ogni due pensionamenti (ora ce ne vorranno cinque); tre, la trasformazione delle università in Fondazioni, che si suppone saranno in grado di aumentare e tasse e raccogliere al tempo stesso finanziamenti privati, che ovviamente orienteranno nella sostanza gli studi. Per questo, anche se le facoltà occupate sono quattro - Fisica, Chimica, Scienze politiche, Lettere - è in queste ultime che scelgo di fermarmi. Non solo perché mi identifico nella scelta degli studi umanistici, ma per sondare gli orizzonti dei coraggiosi o scriteriati che li scelgono oggi. Sono il maggior bersaglio di una politica finanziaria così miope da giudicare inutile il sapere.
Un’ultima assemblea per fare il punto, prima del riposo. Nell’aula-anfiteatro passa qualche birra. Quelli seduti alla cattedra sono i più stanchi. Parlano di “una grande situazione”, di “mobilitazione permanente”. “Siamo in tanti”. Ma occorre comunicare bene la protesta agli studenti che verranno al mattino: li accoglieranno con volantini e cornetti. Un’aula al pianoterra sarà l’info-point. Vogliono “far dilagare la mobilitazione”, trasformare le lezioni in assemblee”. Il taglio a scuole e università, dicono, è parte dello smantellamento di tutto ciò che è pubblico.
Il modello è la protesta che dilagò in Francia nel 2006 contro un progetto di legge del governo de Villepin. Determinante per la vittoria degli studenti fu la solidarietà del mondo del lavoro e dell’opinione pubblica. “Occorre dialogare con la città, coinvolgerla, uscire dalla cittadella accademica”, insiste Sara, mia guida tra le aule di Scienze politiche. E’ piena di energia. “Noi non difendiamo lo status quo, sia chiaro, volevamo una ristrutturazione, un rinnovamento dell’università, non la sua demolizione. Altro che investire, ora non vogliono neanche più farci esistere. Non so se l’anno prossimo saprò pagare le tasse, o se i miei studi saranno pilotati da un’azienda farmaceutica o un istituto privato che mi dirà cosa studiare”. L’università che si vorrebbe è uno spazio con maggiore socialità e più ore di apertura. Con l’occupazione è aperta 24 ore su 24, dicono con orgoglio. Quello che è certo, pensavo l’altra notte seduto su un muretto di fronte allo scalone e alle colonne bianche del Rettorato, quasi metafisiche nell’illuminazione notturna, è che un’università aperta la notte, abitata dagli studenti, è molto più bella di un’università disabitata e chiusa.
Guardavo gli studenti parlare, camminare, animare questo luogo che per una volta era un campus, e per una volta meritava il suo nome, “la Sapienza”. Da qualche parte sullo scalone trillava perfino un grillo superstite in questa fine d’ottobre, come rallegrato dall’atmosfera. Dalle aule di Lettere veniva ancora luce e musica. Sarà per il grillo festoso, sarà perché molti sono studenti di Lettere, mi veniva in mente Il gelsomino notturno, la sensuale poesia sulla fecondità di Pascoli. Da tanta calma eccitazione qualcosa ha da nascere, pensavo. Certo non prevedevo il brusco risveglio delle dichiarazioni l’indomani del primo ministro: “Manderemo la polizia”. Ho parlato con alcuni degli studenti allibiti: “Vogliono spazzarci via come la spazzatura di Napoli?”, ha detto una. “Noi non siamo violenti, violenta è la legge Gelmini-Tremonti”. Ma la risposta collettiva, la parola d’ordine, è come il titolo del libro di un altro noto scrittore. “Io non ho paura”. Mentre scrivo, la protesta non si ferma. Dilaga.
“Esplode l’indignazione / Noi la crisi non la paghiamo / Non fermerete i nostri desideri”, è scritto su un cartello all’ingresso della facoltà di Lettere della Sapienza. L’ho visto martedì, prima notte di occupazione. Guardo i bei volti di tante ragazze e ragazzi, l’eccitazione avvolta in una coltre di compostezza che mi colpisce, così come colpisce l’assenza di richiami ideologici. Ma “è la politica che si è allontanata da noi. Noi facciamo politica vera, i politici no”, mi dice Andrea, studente di Filosofia. E’ un “caos calmo”, bella formula dell’amico Sandro Veronesi. Che vuol dire intensità, e un misto di sentimenti: la consapevolezza della gravità storica, del rischio di insensatezza degli studi (e quindi della vita), e una speranza comunque di cambiamento, di incidere sulle cose, insomma sulla vita. E’ un occupazione costruttiva, che cerca la solidarietà dei docenti. Delusa invece dal neo rettore, di cui si ricordano le promesse a salvaguardia dell’università fatte in campagna elettorale.
“Siamo il contrario dei fannulloni”, dice Luca, terzo anno di Lettere. “Vogliamo studiare, vogliamo fare lezioni nelle piazze, all’aperto, anche notturne”. Un’università fuori orario. Alcuni professori hanno già dato la loro disponibilità. “Ma come si può continuare a studiare senza prospettive?”– si chiede Sabrina che studia Antropologia. “Già paghiamo di tasca nostra le ricerche sul campo per la Tesi. Io volevo fare ricerca. Ma che senso può avere per me ora, se i ricercatori stessi saranno di fatto aboliti?” “Tra poco mi laureo”, continua Luca, “non lotto per me, ma per la collettività, anche se l’assenza di futuro mi riguarda. Studio e lavoro in un centro commerciale come precario”. Spiegano che dall’aziendalizzazione di scuole e università, contro cui si protestava in passato (“Non siamo in vendita” era lo slogan), si passa alla privatizzazione vera e propria dei corsi di studio, o alla loro sparizione. La legge 133, cioè la finanziaria, contiene tre punti contro cui si incentra la protesta. Me li riepiloga un dottorando di ricerca: uno, il radicale taglio ai finanziamenti ordinari alle università - agli antipodi della retorica degli investimenti sulla formazione, i giovani, il sapere; due, l’interruzione del turn over, che permetteva ad esempio di assumere un precario per ogni due pensionamenti (ora ce ne vorranno cinque); tre, la trasformazione delle università in Fondazioni, che si suppone saranno in grado di aumentare e tasse e raccogliere al tempo stesso finanziamenti privati, che ovviamente orienteranno nella sostanza gli studi. Per questo, anche se le facoltà occupate sono quattro - Fisica, Chimica, Scienze politiche, Lettere - è in queste ultime che scelgo di fermarmi. Non solo perché mi identifico nella scelta degli studi umanistici, ma per sondare gli orizzonti dei coraggiosi o scriteriati che li scelgono oggi. Sono il maggior bersaglio di una politica finanziaria così miope da giudicare inutile il sapere.
Un’ultima assemblea per fare il punto, prima del riposo. Nell’aula-anfiteatro passa qualche birra. Quelli seduti alla cattedra sono i più stanchi. Parlano di “una grande situazione”, di “mobilitazione permanente”. “Siamo in tanti”. Ma occorre comunicare bene la protesta agli studenti che verranno al mattino: li accoglieranno con volantini e cornetti. Un’aula al pianoterra sarà l’info-point. Vogliono “far dilagare la mobilitazione”, trasformare le lezioni in assemblee”. Il taglio a scuole e università, dicono, è parte dello smantellamento di tutto ciò che è pubblico.
Il modello è la protesta che dilagò in Francia nel 2006 contro un progetto di legge del governo de Villepin. Determinante per la vittoria degli studenti fu la solidarietà del mondo del lavoro e dell’opinione pubblica. “Occorre dialogare con la città, coinvolgerla, uscire dalla cittadella accademica”, insiste Sara, mia guida tra le aule di Scienze politiche. E’ piena di energia. “Noi non difendiamo lo status quo, sia chiaro, volevamo una ristrutturazione, un rinnovamento dell’università, non la sua demolizione. Altro che investire, ora non vogliono neanche più farci esistere. Non so se l’anno prossimo saprò pagare le tasse, o se i miei studi saranno pilotati da un’azienda farmaceutica o un istituto privato che mi dirà cosa studiare”. L’università che si vorrebbe è uno spazio con maggiore socialità e più ore di apertura. Con l’occupazione è aperta 24 ore su 24, dicono con orgoglio. Quello che è certo, pensavo l’altra notte seduto su un muretto di fronte allo scalone e alle colonne bianche del Rettorato, quasi metafisiche nell’illuminazione notturna, è che un’università aperta la notte, abitata dagli studenti, è molto più bella di un’università disabitata e chiusa.
Guardavo gli studenti parlare, camminare, animare questo luogo che per una volta era un campus, e per una volta meritava il suo nome, “la Sapienza”. Da qualche parte sullo scalone trillava perfino un grillo superstite in questa fine d’ottobre, come rallegrato dall’atmosfera. Dalle aule di Lettere veniva ancora luce e musica. Sarà per il grillo festoso, sarà perché molti sono studenti di Lettere, mi veniva in mente Il gelsomino notturno, la sensuale poesia sulla fecondità di Pascoli. Da tanta calma eccitazione qualcosa ha da nascere, pensavo. Certo non prevedevo il brusco risveglio delle dichiarazioni l’indomani del primo ministro: “Manderemo la polizia”. Ho parlato con alcuni degli studenti allibiti: “Vogliono spazzarci via come la spazzatura di Napoli?”, ha detto una. “Noi non siamo violenti, violenta è la legge Gelmini-Tremonti”. Ma la risposta collettiva, la parola d’ordine, è come il titolo del libro di un altro noto scrittore. “Io non ho paura”. Mentre scrivo, la protesta non si ferma. Dilaga.
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5/19/2008
La vita nuda dei Rom
Copio e incollo qui di seguito il mio pezzo che è uscito ieri 18 maggio sulle pagine della Domenica di Repubblica (Penso di essere stato prudente, eppure già oggi, in un'intervista allo stesso giornale, il sindaco di Salerno, ex Ds ora Pd, dice: "basta con la poesia, i Rom vanno sloggiati!", ecc. ecc.). Ah, la foto rimpicciolita sopra è di Simona Caleo.LA VITA NUDA DEI ROM
Dopo avere svoltato a destra dalla via Casilina, poco prima dell’incrocio con via Palmiro Togliatti, e dopo aver percorso il sentiero costeggiato da un lungo muro compatto di automobili pressate del contiguo sfasciacarrozze, la prima cosa che vedo è uno spiazzo bianco sterrato avvolto da una nuvola di suoni e canti gitani, diffusi da un impianto stereo a cielo aperto. Una signora col fazzoletto sulla testa arrostisce un maialino allo spiedo sospeso su una vasca da bagno bianca. Tutt'intorno detriti, polvere, rottami. Ma la visione è pop, un quadro che sembra tratto da un film di Kusturika dai colori sgargianti, più Arizona dream che non Underground. Mi trovo invece in quello che resta del più storico campo di Rom, “Casilino 900” (ex Casilino 700), in compagnia di Francesco Careri e Lorenzo Romito, architetti e artisti del gruppo Stalker-Osservatorio Nomadi di Roma. Alcuni dei nomadi che qui risiedono (si noti l’ossimoro) senza residenza né permesso di soggiorno (i paradossi si sprecano) dimorano qui dal 1968. Quarant'anni senza essere riconosciuti, senza diritto di cittadinanza neppure per chi vi è nato e cresciuto. So che quello vedo è così precario che mi viene in mente la frase di Cézanne, poi ripresa da Wenders: bisogna fare presto se vogliamo vedere qualcosa, tutto sta per scomparire.
Il giorno della mia visita non erano ancora avvenuti gli incendi e gli assalti stile pogrom dei campi nomadi a Napoli. Né i sondaggi che attestano un'insofferenza sempre più irrazionale degli Italiani per questo popolo, la cui diversità suscita solo desiderio di eliminazione, e non di conoscere la natura di questa differenza. Ma i Rom erano ugualmente angosciati: temono i prossimi sgomberi forzati, e non pochi di essi, al nostro passaggio, donne e uomini anziani soprattutto, sono usciti dalle loro case-verande per chiedere notizie. Volti rugosi e occhi rassegnati, un fioco desiderio di sperare. Alcuni ci hanno scambiato per quelli che, tempo fa, “guidavano le ruspe” che hanno demolito decine di baracche per spianare la strada. “Motivi di sicurezza”.
Ora, dall'infanzia per me gli zingari erano i giostrai e quelli del circo. Erano italiani. I Sinti. I nomadi che vivono qui da anni - quando c'erano anche immigrati del Sud che per sopravvivere vendevano aglio, e ora popolano i palazzoni popolari del quartiere – vengono dai paesi balcanici dilaniati dalle guerre. Anche tra loro, come imparerò, sono diversi: i bosniaci dai kosovari, dai serbi, montenegrini, e così via. Diversi negli abiti femminili, nell'abitare, nel posizionare il bagno dentro o fuori casa. Quelli che hanno i furgoni sono artigiani, ecc. Eccomi dunque qui a guardare, cercare di conoscere. Dietro la signora col fazzoletto, la vasca bianca e il maialino, che già diffonde odore di carne bruciata che si confonde come vapore coi canti ipnotici, osservo la baracca di legno celeste, il suo pergolato di vite a cui sono appesi vasi di fiori, sia veri che finti. La casetta di fianco ha un balcone di legno bianco con una ringhiera di assi oblique, secondo un disegno ornamentale che ricorre in ogni veranda. Coperte e copriletti variopinti sono appesi a prendere aria, come una domenica mattina. Tra una casa e l’altra spiccano i gabinetti chimici azzurri, le cabine Sebach che si vedono nei cantieri edili per i bisogni degli operai. Qui, come in molti altri campi, non è mai stata disposta una rete idrica, né elettrica. Ma com’è che tutte queste baracche, povere e circondate di detriti, danno un’idea così forte di casa, di una vita che si stenta a riconoscere ma che ci ricorda l’idea confusa e intensa che se ne aveva nell’infanzia? E', credo, l'umanità, la vita che qui è così nuda.
Una bambinetta bionda va su e giù sorridendo con la bicicletta tra pozzanghere, pneumatici, pezzi di ferro. E’ bella, è una delle figlie di Najo Adzovic, il rappresentante dei Rom di cui siamo ospiti. Adesso le donne accendono il fuoco anche di fianco alla sua casa, e qui e là tra le baracche maiali e agnelli impalati arrostiscono inondando l’aria. Si prepara la festa di San Giorgio, importante quanto l’ultimo giorno dell’anno, se non di più: è la festa di mezz’estate, cioè di “mezza vita”. Nella tradizione nomade è il giorno in cui ci si chiede: cosa abbiamo fatto finora della nostra vita? Si dice Upasomilai, e già in questa parola la lingua romanès rivela la sua ascendenza sanscrita. Stasera qui danzeranno a lungo.
Nonostante San Giorgio, non tutti hanno voglia di festeggiare. Beviamo un caffè turco seduti nella veranda di Zarko, completo marrone e volto triste. Lui e sua moglie ci raccontano con grande dignità le loro disgrazie. Un figlio in prigione accusato di furto. La sparizione delle loro modeste mercanzie – stracci e borse in sacchetti di plastica – gettati come monnezza da chi ha fatto l'ultimo sgombero. Non avere più quella “monnezza” da vendere significa fame. Parlano soprattutto dei figli, di cui a un certo punto ci mostrano una cartelletta con tutti i documenti tenuti in un ordine invidiabile. Sfoglio certificati ed estratti di atti di nascita, codici fiscali, pagelle scolastiche (“Documenti di valutazione del Ministero della Pubblica Istruzione”), certificati dell'Opera Nomadi, libretti sanitari (Servizio Sanitario Nazionale, regione Lazio): tutto inutile ai fini della richiesta di una cittadinanza. Per chiedere il passaporto italiano dovrebbero esibire quello slavo. Ma né loro, né tanto meno i figli, hanno qualcosa del genere. Che cosa è oggi “slavo”? Così si perpetuano generazioni di apolidi, di senza diritti, di ontologicamente precari e clandestini. Che subiscono ricatti e violenze. Non avendo diritti, sono alla mercè di ogni sopruso. Ma mi raccontano anche l'umanità e la gentilezza di tanti poliziotti.
Per i Rom ogni “casa” vive il suo spirito nella veranda all’aperto. L'altra in cui ci sediamo a parlare, costruita da Najo, è una sorta di giardino d'inverno con rudimentali pareti mobili di legno e vetrate. Il tetto appoggia su assi disposte a raggiera, un buco al soffitto serve per la stufa, perché d'inverno qui si cucina. Najo è autore di un libro - Il popolo invisibile - che racconta la storia della sua infanzia nell'ex Jugoslavia, scolarizzato e integrato tra Gagè (quelli come noi, gli stanziali), fino all'implosione di quel Paese e la sua fuga dalla guerra (bollato come “disertore e traditore”). Il suo libro è anche un quadro prezioso della vita e della tradizione culturale dei Rom. Gli chiedo se i nomadi stanno ormai accettando di diventare stanziali. La risposta è sì, se glielo permettiamo, regolarizzandoli e dando loro diritti. Anche perché il loro nomadismo, il loro essere “stranieri”, cioè uguali ma diversi (fu già così per gli Ebrei, perseguitati fin dal Trecento) è qualcosa di interiore e culturale che si tramanda, come la lingua. Spiegava George Simmel: lo straniero non è chi arriva oggi e parte domani, come il turista, ma chi domani non parte, e resta ad arricchire il nostro stile di vita con una modalità altra – un'altra lingua, un'altra tradizione.
Najo ha una passione che definirei politica, ma di una politica così vera ed evidente che ha ormai poche sponde nel mondo là fuori, oltre i muri di sfasciacarrozze, insomma inella città di noi gagè. Tutti sembrano uniti dalla volontà di togliere l'ultimo barlume di visibilità a questo popolo già invisibile. Da tempo è in corso una guerra contro i poveri (non contro la povertà), e la politica difende ostinatamente uno stile di vita e di consumi che in nessun momento mette in discussione nonostante l'incombere di catastrofi ecologiche. Ma anche l'intolleranza per la diversità in genere è in aumento. Eppure Najo è animato da un progetto che sembra un'utopia, quella di un'area abitata dai Rom, una “città nella città”, con laboratori artigianali di lavoro del legno, del ferro, del rame, possibilità di fare i mercatini, educazione e scuole assicurate per i loro bambini. Vuole proporre il progetto al nuovo Sindaco di Roma. Loro stessi, ne è certo, dall'interno potrebbero efficacemente prevenire e reprimere la microcriminalità. Già adesso la scolarizzazione è del del 95%, e cinquanta famiglie qui sopravvivono grazie all'artigianato e ai mercatini. “Se uno ha la casa, dice Najo, se ha la dignità, il lavoro, dei diritti, non va a fare il delinquente”. Mi parla del loro codice d'onore, della solidarietà che li lega. “Avete mai visto un rom anziano in una casa di riposo?”
Ora, il lettore non fraintenda: non sono un marziano, e questa non è un'apologia degli zingari. Lo so che molti di loro rubano, lo sa anche Najo. Hanno alcune pessime abitudini. E ho anch'io la mia bella dose di pregiudizi e di barriere culturali. Ho subito due furti odiosi nell'appartamento, computer compreso: lo stile è quello dei ragazzini zingari, hanno detto i poliziotti quando hanno saputo che erano state rubate anche le felpe del bambino. Ci sono anche alcuni campi che hanno come risorsa dominante il crimine. Ma se i colpevoli sono dei singoli, perché colpevolizzare un popolo, risvegliando o rinnovando lugubri odi razziali? “Il triangolo nero – Nessun popolo è illegale”: così titolava un appello proposto da un certo numero di scrittori italiani all'epoca della prima ondata emotiva e delle rappresaglie contro i Rom, lo scorso novembre. Raccolse migliaia di firme. Quando diciamo “nomadi” racchiudiamo in una parola un coacervo di etnie, un mondo di mondi. Oggi nel suo insieme il popolo dei Rom, ovvero “uomini liberi”, chiede agli stanziali, ai gagè, aiuto nel vivere dignitosamente, offrendo abilità e competenze. Chiedono un'integrazione che non sia eliminazione della loro differenza, ma la valorizzi. Chiedono di poter lavorare e di potersi muovere liberamente dopo il lavoro. Sono felici di poter testimoniare di se stessi e del loro popolo, come è accaduto quando, nel Giorno della Memoria, alcuni anziani Rom, un uomo e una donna, raccontarono la loro sopravvivenza nel campo di concentramento di Agnone ad una scolaresca romana.
Ora cammino di nuovo per il campo con gli amici del gruppo Stalker, Francesco Careri e Lorenzo Romito. Calpestiamo macerie. Il degrado, mi dicono, è evidente. Loro hanno varie persone da salutare, non solo Rom, persone che hanno scelto il nomadismo come soluzione abitativa più adatta alla loro indole. Il grande Ivan Illich scriveva che viviamo parcheggiati come automobili in garage, che l'attività umana dell'abitare si è ormai spenta nella nostra civiltà. Viviamo in un mondo prefabbricato, senza lasciare tracce. E anche i commons, gli spazi di uso comune, sono in via di estinzione. E' un paradosso che i nomadi siano gli unici portatori di un'arte di abitare? Studiando le loro tipologie abitative, la loro dimensione ecologica ed economica spesso geniale – le loro misere case sono più belle e costano meno dei containers forniti dai Comuni, oltre a essere a bassissimo impatto ambientale - i miei accompagnatori hanno cominciato a penetrare la loro cultura. Il gruppo Stalker ha studiato il nomadismo come categoria filosofica e prativa estetica (come nel bel libro di Francesco Careri, Walkscapes, edito da Einaudi). L'anno scorso con gli studenti hanno risalito il corso del Tevere documentando e raccontando le baracche e la vita dei più poveri. Alla Triennale di Milano, il prossimo 22 maggio, porteranno un progetto, “Campus Rom”, frutto di una collaborazione tra l'Università di Roma Tre e quella di Delft (che andrà in seguito alla Quadriennale di Roma e alla Biennale di Venezia). Contiene precise proposte. La prima è quella di un passaporto europeo transnazionale per i Rom, per muoversi liberamente sul suolo europeo (ex Jugoslavia compresa): per sanare il debito nei loro confronti che data dalla Shoah, che come è noto riguardò anche i Rom. Nella loro lingua, Olocausto si dice Samudaripen, “tutti i morti”, ma nessun Rom fu chiamato a testimoniare al processo di Norimberga. Ma va anche ricordato il loro pacifismo: il popolo Rom non ha mai fatto una guerra in tutta la Storia.
A Milano si esporrà il prototipo di una casa Rom, e il video documentario della sua costruzione. Si tratta di imparare da loro ad abitare in modo ecologico, a partire dai consumi e dalla cultura del riciclaggio. Infine una proposta urbanistica e politica: chiudere tutti i campi rom e aprire delle micro-aree secondo il loro habitat evolutivo, basato sull'espansione delle famiglie. “Si tratterebbe di lasciare germogliare le case in autocostruzione, dando loro un pezzo di terra. Tanti italiani potrebbero avvantaggiarsi di questo modello abitativo, che non deve produrre ghetti, ma innesti creativi metropolitani che possono corrispondere ai bisogni e agli stili di vita di artisti, di giovani, di tanti altri”. “Ma la cosa più urgente - mi dice Careri - è cambiare l'immaginario collettivo sui Rom. Tutti ne parlano, nessuno li conosce. Nei loro campi ci va solo la polizia. O le squadre violente di questi giorni. Eppure, il mondo sarebbe più bello con loro”.
Dopo avere svoltato a destra dalla via Casilina, poco prima dell’incrocio con via Palmiro Togliatti, e dopo aver percorso il sentiero costeggiato da un lungo muro compatto di automobili pressate del contiguo sfasciacarrozze, la prima cosa che vedo è uno spiazzo bianco sterrato avvolto da una nuvola di suoni e canti gitani, diffusi da un impianto stereo a cielo aperto. Una signora col fazzoletto sulla testa arrostisce un maialino allo spiedo sospeso su una vasca da bagno bianca. Tutt'intorno detriti, polvere, rottami. Ma la visione è pop, un quadro che sembra tratto da un film di Kusturika dai colori sgargianti, più Arizona dream che non Underground. Mi trovo invece in quello che resta del più storico campo di Rom, “Casilino 900” (ex Casilino 700), in compagnia di Francesco Careri e Lorenzo Romito, architetti e artisti del gruppo Stalker-Osservatorio Nomadi di Roma. Alcuni dei nomadi che qui risiedono (si noti l’ossimoro) senza residenza né permesso di soggiorno (i paradossi si sprecano) dimorano qui dal 1968. Quarant'anni senza essere riconosciuti, senza diritto di cittadinanza neppure per chi vi è nato e cresciuto. So che quello vedo è così precario che mi viene in mente la frase di Cézanne, poi ripresa da Wenders: bisogna fare presto se vogliamo vedere qualcosa, tutto sta per scomparire.
Il giorno della mia visita non erano ancora avvenuti gli incendi e gli assalti stile pogrom dei campi nomadi a Napoli. Né i sondaggi che attestano un'insofferenza sempre più irrazionale degli Italiani per questo popolo, la cui diversità suscita solo desiderio di eliminazione, e non di conoscere la natura di questa differenza. Ma i Rom erano ugualmente angosciati: temono i prossimi sgomberi forzati, e non pochi di essi, al nostro passaggio, donne e uomini anziani soprattutto, sono usciti dalle loro case-verande per chiedere notizie. Volti rugosi e occhi rassegnati, un fioco desiderio di sperare. Alcuni ci hanno scambiato per quelli che, tempo fa, “guidavano le ruspe” che hanno demolito decine di baracche per spianare la strada. “Motivi di sicurezza”.
Ora, dall'infanzia per me gli zingari erano i giostrai e quelli del circo. Erano italiani. I Sinti. I nomadi che vivono qui da anni - quando c'erano anche immigrati del Sud che per sopravvivere vendevano aglio, e ora popolano i palazzoni popolari del quartiere – vengono dai paesi balcanici dilaniati dalle guerre. Anche tra loro, come imparerò, sono diversi: i bosniaci dai kosovari, dai serbi, montenegrini, e così via. Diversi negli abiti femminili, nell'abitare, nel posizionare il bagno dentro o fuori casa. Quelli che hanno i furgoni sono artigiani, ecc. Eccomi dunque qui a guardare, cercare di conoscere. Dietro la signora col fazzoletto, la vasca bianca e il maialino, che già diffonde odore di carne bruciata che si confonde come vapore coi canti ipnotici, osservo la baracca di legno celeste, il suo pergolato di vite a cui sono appesi vasi di fiori, sia veri che finti. La casetta di fianco ha un balcone di legno bianco con una ringhiera di assi oblique, secondo un disegno ornamentale che ricorre in ogni veranda. Coperte e copriletti variopinti sono appesi a prendere aria, come una domenica mattina. Tra una casa e l’altra spiccano i gabinetti chimici azzurri, le cabine Sebach che si vedono nei cantieri edili per i bisogni degli operai. Qui, come in molti altri campi, non è mai stata disposta una rete idrica, né elettrica. Ma com’è che tutte queste baracche, povere e circondate di detriti, danno un’idea così forte di casa, di una vita che si stenta a riconoscere ma che ci ricorda l’idea confusa e intensa che se ne aveva nell’infanzia? E', credo, l'umanità, la vita che qui è così nuda.
Una bambinetta bionda va su e giù sorridendo con la bicicletta tra pozzanghere, pneumatici, pezzi di ferro. E’ bella, è una delle figlie di Najo Adzovic, il rappresentante dei Rom di cui siamo ospiti. Adesso le donne accendono il fuoco anche di fianco alla sua casa, e qui e là tra le baracche maiali e agnelli impalati arrostiscono inondando l’aria. Si prepara la festa di San Giorgio, importante quanto l’ultimo giorno dell’anno, se non di più: è la festa di mezz’estate, cioè di “mezza vita”. Nella tradizione nomade è il giorno in cui ci si chiede: cosa abbiamo fatto finora della nostra vita? Si dice Upasomilai, e già in questa parola la lingua romanès rivela la sua ascendenza sanscrita. Stasera qui danzeranno a lungo.
Nonostante San Giorgio, non tutti hanno voglia di festeggiare. Beviamo un caffè turco seduti nella veranda di Zarko, completo marrone e volto triste. Lui e sua moglie ci raccontano con grande dignità le loro disgrazie. Un figlio in prigione accusato di furto. La sparizione delle loro modeste mercanzie – stracci e borse in sacchetti di plastica – gettati come monnezza da chi ha fatto l'ultimo sgombero. Non avere più quella “monnezza” da vendere significa fame. Parlano soprattutto dei figli, di cui a un certo punto ci mostrano una cartelletta con tutti i documenti tenuti in un ordine invidiabile. Sfoglio certificati ed estratti di atti di nascita, codici fiscali, pagelle scolastiche (“Documenti di valutazione del Ministero della Pubblica Istruzione”), certificati dell'Opera Nomadi, libretti sanitari (Servizio Sanitario Nazionale, regione Lazio): tutto inutile ai fini della richiesta di una cittadinanza. Per chiedere il passaporto italiano dovrebbero esibire quello slavo. Ma né loro, né tanto meno i figli, hanno qualcosa del genere. Che cosa è oggi “slavo”? Così si perpetuano generazioni di apolidi, di senza diritti, di ontologicamente precari e clandestini. Che subiscono ricatti e violenze. Non avendo diritti, sono alla mercè di ogni sopruso. Ma mi raccontano anche l'umanità e la gentilezza di tanti poliziotti.
Per i Rom ogni “casa” vive il suo spirito nella veranda all’aperto. L'altra in cui ci sediamo a parlare, costruita da Najo, è una sorta di giardino d'inverno con rudimentali pareti mobili di legno e vetrate. Il tetto appoggia su assi disposte a raggiera, un buco al soffitto serve per la stufa, perché d'inverno qui si cucina. Najo è autore di un libro - Il popolo invisibile - che racconta la storia della sua infanzia nell'ex Jugoslavia, scolarizzato e integrato tra Gagè (quelli come noi, gli stanziali), fino all'implosione di quel Paese e la sua fuga dalla guerra (bollato come “disertore e traditore”). Il suo libro è anche un quadro prezioso della vita e della tradizione culturale dei Rom. Gli chiedo se i nomadi stanno ormai accettando di diventare stanziali. La risposta è sì, se glielo permettiamo, regolarizzandoli e dando loro diritti. Anche perché il loro nomadismo, il loro essere “stranieri”, cioè uguali ma diversi (fu già così per gli Ebrei, perseguitati fin dal Trecento) è qualcosa di interiore e culturale che si tramanda, come la lingua. Spiegava George Simmel: lo straniero non è chi arriva oggi e parte domani, come il turista, ma chi domani non parte, e resta ad arricchire il nostro stile di vita con una modalità altra – un'altra lingua, un'altra tradizione.
Najo ha una passione che definirei politica, ma di una politica così vera ed evidente che ha ormai poche sponde nel mondo là fuori, oltre i muri di sfasciacarrozze, insomma inella città di noi gagè. Tutti sembrano uniti dalla volontà di togliere l'ultimo barlume di visibilità a questo popolo già invisibile. Da tempo è in corso una guerra contro i poveri (non contro la povertà), e la politica difende ostinatamente uno stile di vita e di consumi che in nessun momento mette in discussione nonostante l'incombere di catastrofi ecologiche. Ma anche l'intolleranza per la diversità in genere è in aumento. Eppure Najo è animato da un progetto che sembra un'utopia, quella di un'area abitata dai Rom, una “città nella città”, con laboratori artigianali di lavoro del legno, del ferro, del rame, possibilità di fare i mercatini, educazione e scuole assicurate per i loro bambini. Vuole proporre il progetto al nuovo Sindaco di Roma. Loro stessi, ne è certo, dall'interno potrebbero efficacemente prevenire e reprimere la microcriminalità. Già adesso la scolarizzazione è del del 95%, e cinquanta famiglie qui sopravvivono grazie all'artigianato e ai mercatini. “Se uno ha la casa, dice Najo, se ha la dignità, il lavoro, dei diritti, non va a fare il delinquente”. Mi parla del loro codice d'onore, della solidarietà che li lega. “Avete mai visto un rom anziano in una casa di riposo?”
Ora, il lettore non fraintenda: non sono un marziano, e questa non è un'apologia degli zingari. Lo so che molti di loro rubano, lo sa anche Najo. Hanno alcune pessime abitudini. E ho anch'io la mia bella dose di pregiudizi e di barriere culturali. Ho subito due furti odiosi nell'appartamento, computer compreso: lo stile è quello dei ragazzini zingari, hanno detto i poliziotti quando hanno saputo che erano state rubate anche le felpe del bambino. Ci sono anche alcuni campi che hanno come risorsa dominante il crimine. Ma se i colpevoli sono dei singoli, perché colpevolizzare un popolo, risvegliando o rinnovando lugubri odi razziali? “Il triangolo nero – Nessun popolo è illegale”: così titolava un appello proposto da un certo numero di scrittori italiani all'epoca della prima ondata emotiva e delle rappresaglie contro i Rom, lo scorso novembre. Raccolse migliaia di firme. Quando diciamo “nomadi” racchiudiamo in una parola un coacervo di etnie, un mondo di mondi. Oggi nel suo insieme il popolo dei Rom, ovvero “uomini liberi”, chiede agli stanziali, ai gagè, aiuto nel vivere dignitosamente, offrendo abilità e competenze. Chiedono un'integrazione che non sia eliminazione della loro differenza, ma la valorizzi. Chiedono di poter lavorare e di potersi muovere liberamente dopo il lavoro. Sono felici di poter testimoniare di se stessi e del loro popolo, come è accaduto quando, nel Giorno della Memoria, alcuni anziani Rom, un uomo e una donna, raccontarono la loro sopravvivenza nel campo di concentramento di Agnone ad una scolaresca romana.
Ora cammino di nuovo per il campo con gli amici del gruppo Stalker, Francesco Careri e Lorenzo Romito. Calpestiamo macerie. Il degrado, mi dicono, è evidente. Loro hanno varie persone da salutare, non solo Rom, persone che hanno scelto il nomadismo come soluzione abitativa più adatta alla loro indole. Il grande Ivan Illich scriveva che viviamo parcheggiati come automobili in garage, che l'attività umana dell'abitare si è ormai spenta nella nostra civiltà. Viviamo in un mondo prefabbricato, senza lasciare tracce. E anche i commons, gli spazi di uso comune, sono in via di estinzione. E' un paradosso che i nomadi siano gli unici portatori di un'arte di abitare? Studiando le loro tipologie abitative, la loro dimensione ecologica ed economica spesso geniale – le loro misere case sono più belle e costano meno dei containers forniti dai Comuni, oltre a essere a bassissimo impatto ambientale - i miei accompagnatori hanno cominciato a penetrare la loro cultura. Il gruppo Stalker ha studiato il nomadismo come categoria filosofica e prativa estetica (come nel bel libro di Francesco Careri, Walkscapes, edito da Einaudi). L'anno scorso con gli studenti hanno risalito il corso del Tevere documentando e raccontando le baracche e la vita dei più poveri. Alla Triennale di Milano, il prossimo 22 maggio, porteranno un progetto, “Campus Rom”, frutto di una collaborazione tra l'Università di Roma Tre e quella di Delft (che andrà in seguito alla Quadriennale di Roma e alla Biennale di Venezia). Contiene precise proposte. La prima è quella di un passaporto europeo transnazionale per i Rom, per muoversi liberamente sul suolo europeo (ex Jugoslavia compresa): per sanare il debito nei loro confronti che data dalla Shoah, che come è noto riguardò anche i Rom. Nella loro lingua, Olocausto si dice Samudaripen, “tutti i morti”, ma nessun Rom fu chiamato a testimoniare al processo di Norimberga. Ma va anche ricordato il loro pacifismo: il popolo Rom non ha mai fatto una guerra in tutta la Storia.
A Milano si esporrà il prototipo di una casa Rom, e il video documentario della sua costruzione. Si tratta di imparare da loro ad abitare in modo ecologico, a partire dai consumi e dalla cultura del riciclaggio. Infine una proposta urbanistica e politica: chiudere tutti i campi rom e aprire delle micro-aree secondo il loro habitat evolutivo, basato sull'espansione delle famiglie. “Si tratterebbe di lasciare germogliare le case in autocostruzione, dando loro un pezzo di terra. Tanti italiani potrebbero avvantaggiarsi di questo modello abitativo, che non deve produrre ghetti, ma innesti creativi metropolitani che possono corrispondere ai bisogni e agli stili di vita di artisti, di giovani, di tanti altri”. “Ma la cosa più urgente - mi dice Careri - è cambiare l'immaginario collettivo sui Rom. Tutti ne parlano, nessuno li conosce. Nei loro campi ci va solo la polizia. O le squadre violente di questi giorni. Eppure, il mondo sarebbe più bello con loro”.
2/09/2008
Tentativo di precisazione sull'antisemitismo (a proposito dell'appello su Israele e la Fiera del Libro di Torino)
Avrei voluto essere meno pigro, e soprattutto meno oberato di impegni, per scrivere e argomentare la mia adesione a quell’appello stilato da Raul Montanari (che purtroppo non conosco), e il cui testo è evidentememente incompleto e ricco di omissioni, ma tant’è, lui l'ha fatto, altri no, e mi è sembrato (mi sembra tuttora) importante pronunciarsi sulla questione del controproducente annunciato boicottaggio agli scrittori dello Stato di Israele ospiti alla Fiera del libro di Torino. Gianni Biondillo su nazioneindiana spiega con garbo e passione perché ha formato l'appello, e in gran parte sottoscrivo le sue motivazioni. Su lipperatura, con impeto, in un brevissimo commento flash ho parlato di "antisemitismo" senza precisare i nessi (farlo assomiglia davvero a un lavoro, e anche adesso, qui, frettolosamente, non so se riuscirò). Sono stato attaccato e criticato (anche Carla Benedetti lo fa su ilprimoamore). Ho dato insomma per implicite una serie di elaborazioni che a me sembrano, purtroppo, da tempo evidenti, e che affiorano anche in discorsi di persone che stimo, con mia angoscia. Anche alcuni amici con cui ho condiviso, in un'assiduità di scrittura per mail durata giorni, l'appello su “nessun popolo è illegale”, o “il triangolo nero”, mi hanno fatto notare per telefono che questa sorta di imputazione o di accusa non viene recepita, o recepita male. Vero, mi rendo conto che c'è (sono tanti) chi continua a professare propositi sostanzialmente avversi di principio a Israele senza essere sfiorato dal dubbio di continuare l'antisemitisimo con altri abiti. E se a farlo notare è un ebreo, o magari un israeliano, quasi naturalmente la sua voce è già in parte o del tutto invalidata dalla sua appartenenza. Come se il conflitto, la discussione, fosse tra chi è portatore di un'appartenenza e chi invece se ne pretende immune, e quindi innocente e libero nelle sue parole. Beh, io non sono ebreo né israeliano, ma noto che questo abissale pregiudizio di chi dà per scontato che i propri propositi non abbiano nulla a che fare con l'antisemitisimo mi turba. Profondamente.
Da ormai da molto tempo l’antisemitismo non è più quello di una volta, ma si chiama antisionismo, con quella domanda davvero impudente sulla legittimità dello stato di Israele. Qualcuno c’è mai stato? Sembra l’Italia di alcuni decenni fa. Ma la domanda è: dove comincia la Storia? Chi ne detiene il criterio della legittimità? (per quanto riguarda gli Stati: a parte l'Onu, che ratificò l'esistenza di Israele nel '47 o '48). Forse che l’Italia ha più diritto di esistere come Stato? E chi l’ha deciso, se non altre grandi potenze furbette, come l'Inghilterra per gli ebrei del sogno socialista-sionista, dopo la Seconda Guerra Mondiale e la Shoah? (Noi abbiamo avuto invece, a conclusione del nostro ridicolo e disastroso risorgimento, i Savoia e Cavour, ma turbolemnze hanno continuato ad esserci alle "frontiere"...). Esiste un punto a partire dal quale si può evitare di mettere in discussione fatti ed eventi di questa portata? Ci sono generazioni di persone nate in Israele, che ovvietà dirlo, così come ci si batte (io mi batto) perché gli immigrati siano considerati cittadini italiani, e tanto più coloro che in Italia sono nati. Non è un'pvvietà, mi rendo conto. E qualcuno dall'esterno può cintestarne la legittimità? Che follia...
Se a Torino si fossero invitati gli Usa, i cui scrittori - dice giustamente Gianni Biondillo su nazioneindiana - ci hanno nutrito (aggiungo colonizzato) l’immaginario e l’inconscio, qualcuno avrebbe tentato di boicottarli, per la ragione che non c’è male o sciagura mondiale che non sia dipesa in questi lunghi uiltimi decenni dagli Usa? (ma è buono anche l’esempio della Russia di Putin, il cui volto minaccioso oggi troneggia su alcuni giornali, con la didascalia della nuova corsa al riarmo nucleare "contro la Nato"). Ricordo poi le proteste al salone del Libro di Parigi nel 2002, quando l'Italia di Berlusconi era il Paese ospite. Fu contestato Sgarbi, delegato del governo. Ma gli scrittori furono accolti, eccome (all'epoca, era appena uscito il librino collettivo di scrittori che avevo contribuito a fare con Stefania Scateni, Non siamo in vendita. Voci contro il regime, in parte pubblicato anche da Le Monde).
Credo di avere speso in questi anni molte parole contro la politica dei Israele (di alcuni loro governi), e sul terrorismo simmetrico tra Israele e Palestinesi, e ricordo che è anche l’unico Paese di quella regione (oltre che l’unica vera democrazia, se questo è ancora un valore per qualcuno) ad avere avuto un primo ministro assassinato mentre stava firmando una probabile pace. Ci sono fascisti in Israele, sì, non è uno stato di marziani, e ci sono pacifisti, anarchici, una sinistra variegata, una destra, ecc. ecc. Ma c’è anche tanto, troppo da aggiungere per un post improvvisato come il mio, sull’assedio e le minacce costanti a un popolo (non solo a uno Stato), che non si spengono. Siamo così ostinatamente sordi sull’antisionismo (avatar dell’antisemitismo) mondiale e italiano, che non ci turbiamo più di tanto che un altro Stato membro dell’Onu abbia ripetutamente dichiarato di voler distruggere Israele, negandone il diritto all'esistenza. L'Iran, certo. Ma non ci si rende conto quanto sia pazzesco tutto questo, se anche nei commenti di questi giorni leggo dubbi sulla legittimità di Israele che da soli fanno cadere tutta l'impalcatura discorsiva di chi vuole difendere la causa sacrosanta dei Palestinesi ad essere popolo e Stato. (Tra l'altro, non è così che li s aiuta, tutt'altro, ma questo è un discorso politico denso e complesso). La stessa simpatia e rispetto che ho per Israele potrei esprimerla per i Palestinesi, la loro lotta, i loro diritti derubati, a loro necessità non rimandabile di uno Stato (esattamente come si pronunciano pubblicamente tanti Israeliani, scrittori e non). Ho dedicato nel tempo tanto di quel fiancheggiamento alla lotta dei Palestinesi che spesso mi sembra scontato. nello stesso tempo, nessuno può nascondersi che noi Italiani, noi Europei, non solo siamo culturalmente contigui agli Israeliani, e ugualmente americanizzati perfino nel subconscio, ma anche senza esserne con sapevoli ci gioviamo di quell'unica democrazia reale nel medioriente come cuscinetto più o meno comodo e sacrificale tra noi e un altro magmatico mondo dove demagogie, fascismi teocratici e corruzioni varie, nello sfondo di una povertà estrema, ci minacciano realmente, attizzati si sa dalla politica Usa di iperproduzione e proliferazione del cosiddetto "terrorismo".
Ma tornando sull'antisemitismo, e sull'indignazione che questa parola provoca in alcuni commenti. Invito ognuno di noi a non dare proprio niente per scontato. Non possiamo dimenticare che sono passati pochissimi anni da un tentato genocidio reale, avvenuto qui, in Europa, in Germania, in Italia. Storia nostra, non loro (degli Arabi...). Storia collettiva, non di un tedesco che non era neanche tedesco, ma austriaco, e di un romagnolo maestro di scuola che era all'inizio un socialista. Storie torbide di passioni, pulsioni di popoli e di collettività. Storie di nemicizzazione collettive dell'altro, degli altri. Storie di assimilazione violenta e di incazzatura pazzesca per le differenze esibite da chi non reca nessun tratto evidente per giusificare una propria differenziazione (l'antisemitismo, diceva Jankelevitch, è l'odio per l'impercettibilmente diverso, non per il diverso). L'odio per gli stranieri. Oggi i portatori sono i rom, ad esempio (ma già allora).
Ho tralasciato per esempio tutte le considerazioni da fare sulla circostanza di una Fiera del Libro (anch'io, come Biondillo, non ci vado mai, mi annoiano, ma sono comunque occasioni di parola pubblica). Considerazioni quindi sull'diozia politica, e non solo, di non profittare di "rappresentanti" - per quanto individui critici e senza potere reale quali possono essere appunti gli scrittori - per una discussione franca e appassionata. Occasione di pace, di parola, di costruzione di orizzonti. Ma a qualcuno interessano ancora gli orizzonti, o solo e semplicemente le divise, le proprie e quelle degli altri? C'è un'altra via oltre la nemicizzazione degli altri? Mi viene in mente che quando un anno fa un ragazzo italiano fu accoltellato in Israele, il padre lo perdonò perché l'uccisore, anch'egli un giovane e palestinese, disse di averlo scambiato per "un isrealiano". Fatico a dire quanto mi abbia agghiacciato quella motivazione, che alcuni accolsero come attenuante, ma che è invece una iperbolica aggravante all'omicidio. La domanda è anche: vogliamo alimentare questa spirale, questa follia, o crediamo che davvero gli orizzonti dell'essere umani e insieme sulla Terra sia una favoletta da ignorare, e importa solo il presente della violenza che ripete violenza, un presente continuo, senza futuro che non sia il futuro di questo presente?
P.S. Sul mio sito ci sono tra gli "articoli" e gli "incontri" alcuni materiali su Israele e la cultura ebraica, su Lanzmann e la Shoah, sul giorno della memoria, ecc. Altri mi riprometto di metterne oggi appena li ritrovo. In particolare un mio intervento su Israele e il diritto di criticarlo, e una conversazione su Israele con due importanti rappresentanti della Comunità ebraica italiana ed europea. Non ho molto altro da aggiungere a questi materiali che offrirò in lettura oggi stesso. O forse sì: il consiglio di leggere i libri di Amos Oz, e soprattutto Storia di amore e di tenebra, in cui racconta la sua intifada da ragazzino contro gli inglesi, coi sassi, ma ricorda anche le scritte sui muri di tutta Europa prima della seconda guerra mondiale ("fuori gli Ebrei dall'Europa"), e quelle dopo la seconda guerra mondiale sui muri della Palestina ("fuori gli Ebrei dalla Palestina").
Da ormai da molto tempo l’antisemitismo non è più quello di una volta, ma si chiama antisionismo, con quella domanda davvero impudente sulla legittimità dello stato di Israele. Qualcuno c’è mai stato? Sembra l’Italia di alcuni decenni fa. Ma la domanda è: dove comincia la Storia? Chi ne detiene il criterio della legittimità? (per quanto riguarda gli Stati: a parte l'Onu, che ratificò l'esistenza di Israele nel '47 o '48). Forse che l’Italia ha più diritto di esistere come Stato? E chi l’ha deciso, se non altre grandi potenze furbette, come l'Inghilterra per gli ebrei del sogno socialista-sionista, dopo la Seconda Guerra Mondiale e la Shoah? (Noi abbiamo avuto invece, a conclusione del nostro ridicolo e disastroso risorgimento, i Savoia e Cavour, ma turbolemnze hanno continuato ad esserci alle "frontiere"...). Esiste un punto a partire dal quale si può evitare di mettere in discussione fatti ed eventi di questa portata? Ci sono generazioni di persone nate in Israele, che ovvietà dirlo, così come ci si batte (io mi batto) perché gli immigrati siano considerati cittadini italiani, e tanto più coloro che in Italia sono nati. Non è un'pvvietà, mi rendo conto. E qualcuno dall'esterno può cintestarne la legittimità? Che follia...
Se a Torino si fossero invitati gli Usa, i cui scrittori - dice giustamente Gianni Biondillo su nazioneindiana - ci hanno nutrito (aggiungo colonizzato) l’immaginario e l’inconscio, qualcuno avrebbe tentato di boicottarli, per la ragione che non c’è male o sciagura mondiale che non sia dipesa in questi lunghi uiltimi decenni dagli Usa? (ma è buono anche l’esempio della Russia di Putin, il cui volto minaccioso oggi troneggia su alcuni giornali, con la didascalia della nuova corsa al riarmo nucleare "contro la Nato"). Ricordo poi le proteste al salone del Libro di Parigi nel 2002, quando l'Italia di Berlusconi era il Paese ospite. Fu contestato Sgarbi, delegato del governo. Ma gli scrittori furono accolti, eccome (all'epoca, era appena uscito il librino collettivo di scrittori che avevo contribuito a fare con Stefania Scateni, Non siamo in vendita. Voci contro il regime, in parte pubblicato anche da Le Monde).
Credo di avere speso in questi anni molte parole contro la politica dei Israele (di alcuni loro governi), e sul terrorismo simmetrico tra Israele e Palestinesi, e ricordo che è anche l’unico Paese di quella regione (oltre che l’unica vera democrazia, se questo è ancora un valore per qualcuno) ad avere avuto un primo ministro assassinato mentre stava firmando una probabile pace. Ci sono fascisti in Israele, sì, non è uno stato di marziani, e ci sono pacifisti, anarchici, una sinistra variegata, una destra, ecc. ecc. Ma c’è anche tanto, troppo da aggiungere per un post improvvisato come il mio, sull’assedio e le minacce costanti a un popolo (non solo a uno Stato), che non si spengono. Siamo così ostinatamente sordi sull’antisionismo (avatar dell’antisemitismo) mondiale e italiano, che non ci turbiamo più di tanto che un altro Stato membro dell’Onu abbia ripetutamente dichiarato di voler distruggere Israele, negandone il diritto all'esistenza. L'Iran, certo. Ma non ci si rende conto quanto sia pazzesco tutto questo, se anche nei commenti di questi giorni leggo dubbi sulla legittimità di Israele che da soli fanno cadere tutta l'impalcatura discorsiva di chi vuole difendere la causa sacrosanta dei Palestinesi ad essere popolo e Stato. (Tra l'altro, non è così che li s aiuta, tutt'altro, ma questo è un discorso politico denso e complesso). La stessa simpatia e rispetto che ho per Israele potrei esprimerla per i Palestinesi, la loro lotta, i loro diritti derubati, a loro necessità non rimandabile di uno Stato (esattamente come si pronunciano pubblicamente tanti Israeliani, scrittori e non). Ho dedicato nel tempo tanto di quel fiancheggiamento alla lotta dei Palestinesi che spesso mi sembra scontato. nello stesso tempo, nessuno può nascondersi che noi Italiani, noi Europei, non solo siamo culturalmente contigui agli Israeliani, e ugualmente americanizzati perfino nel subconscio, ma anche senza esserne con sapevoli ci gioviamo di quell'unica democrazia reale nel medioriente come cuscinetto più o meno comodo e sacrificale tra noi e un altro magmatico mondo dove demagogie, fascismi teocratici e corruzioni varie, nello sfondo di una povertà estrema, ci minacciano realmente, attizzati si sa dalla politica Usa di iperproduzione e proliferazione del cosiddetto "terrorismo".
Ma tornando sull'antisemitismo, e sull'indignazione che questa parola provoca in alcuni commenti. Invito ognuno di noi a non dare proprio niente per scontato. Non possiamo dimenticare che sono passati pochissimi anni da un tentato genocidio reale, avvenuto qui, in Europa, in Germania, in Italia. Storia nostra, non loro (degli Arabi...). Storia collettiva, non di un tedesco che non era neanche tedesco, ma austriaco, e di un romagnolo maestro di scuola che era all'inizio un socialista. Storie torbide di passioni, pulsioni di popoli e di collettività. Storie di nemicizzazione collettive dell'altro, degli altri. Storie di assimilazione violenta e di incazzatura pazzesca per le differenze esibite da chi non reca nessun tratto evidente per giusificare una propria differenziazione (l'antisemitismo, diceva Jankelevitch, è l'odio per l'impercettibilmente diverso, non per il diverso). L'odio per gli stranieri. Oggi i portatori sono i rom, ad esempio (ma già allora).
Ho tralasciato per esempio tutte le considerazioni da fare sulla circostanza di una Fiera del Libro (anch'io, come Biondillo, non ci vado mai, mi annoiano, ma sono comunque occasioni di parola pubblica). Considerazioni quindi sull'diozia politica, e non solo, di non profittare di "rappresentanti" - per quanto individui critici e senza potere reale quali possono essere appunti gli scrittori - per una discussione franca e appassionata. Occasione di pace, di parola, di costruzione di orizzonti. Ma a qualcuno interessano ancora gli orizzonti, o solo e semplicemente le divise, le proprie e quelle degli altri? C'è un'altra via oltre la nemicizzazione degli altri? Mi viene in mente che quando un anno fa un ragazzo italiano fu accoltellato in Israele, il padre lo perdonò perché l'uccisore, anch'egli un giovane e palestinese, disse di averlo scambiato per "un isrealiano". Fatico a dire quanto mi abbia agghiacciato quella motivazione, che alcuni accolsero come attenuante, ma che è invece una iperbolica aggravante all'omicidio. La domanda è anche: vogliamo alimentare questa spirale, questa follia, o crediamo che davvero gli orizzonti dell'essere umani e insieme sulla Terra sia una favoletta da ignorare, e importa solo il presente della violenza che ripete violenza, un presente continuo, senza futuro che non sia il futuro di questo presente?
P.S. Sul mio sito ci sono tra gli "articoli" e gli "incontri" alcuni materiali su Israele e la cultura ebraica, su Lanzmann e la Shoah, sul giorno della memoria, ecc. Altri mi riprometto di metterne oggi appena li ritrovo. In particolare un mio intervento su Israele e il diritto di criticarlo, e una conversazione su Israele con due importanti rappresentanti della Comunità ebraica italiana ed europea. Non ho molto altro da aggiungere a questi materiali che offrirò in lettura oggi stesso. O forse sì: il consiglio di leggere i libri di Amos Oz, e soprattutto Storia di amore e di tenebra, in cui racconta la sua intifada da ragazzino contro gli inglesi, coi sassi, ma ricorda anche le scritte sui muri di tutta Europa prima della seconda guerra mondiale ("fuori gli Ebrei dall'Europa"), e quelle dopo la seconda guerra mondiale sui muri della Palestina ("fuori gli Ebrei dalla Palestina").
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2/06/2008
Nel nome della letteratura (ma non solo)
Israele ospite della Fiera del Libro di Torino 2008
Con queste firme esprimiamo una solidarietà senza riserve nei confronti degli organizzatori della Fiera del Libro di Torino, nel momento in cui questo evento di prima grandezza della vita letteraria nazionale viene attaccato per aver scelto Israele come paese ospite dell’edizione 2008.L’appello a cui aderiamo s’intende apartitico, e politico solo nell’accezione più alta e radicale del termine. Non intende affatto definire uno schieramento, se non alla luce di poche idee semplici e profondamente vissute.In particolare, l’idea che le opinioni critiche, che chiunque fra noi è libero di avere nei confronti di aspetti specifici della politica dell’attuale governo israeliano, possono tranquillamente – diremmo perfino banalmente! – coesistere con il più grande affetto e riconoscimento per la cultura ebraica e le sue manifestazioni letterarie dentro e fuori Israele. Queste manifestazioni sono da sempre così strettamente intrecciate con la cultura occidentale nel suo insieme, e rappresentano una voce talmente indistinguibile da quella di tutti noi, che qualsiasi aggressione nei loro confronti va considerata un atto di cieco e ottuso autolesionismo.
Raul Montanari
Prime adesioni:Alessandra Appiano, Alessandra C., Gabriella Alù, Cosimo Argentina, Sergio Baratto, Paola Barbato, Antonella Beccaria, Daria Bignardi, Gianni Biondillo, Riccardo Bonacina, Elisabetta Bucciarelli, Gianni Canova, Fabrizio Centofanti, Benedetta Centovalli, Piero Colaprico, Giovanna Cosenza, Sandrone Dazieri, Francesco De Girolamo, Girolamo De Michele, Donatella Diamanti, Paolo Di Stefano, Luca Doninelli, Marcello Fois, Francesco Forlani, Giuseppe Genna,Michael Gregorio (Daniela De Gregorio, Mike Jacob),Helena Janeczek, Franz Krauspenhaar,Nicola Lagioia,Loredana Lipperini,Valter Malosti, Antonio Mancinelli, Valentina Maran, Federico Mello, Antonio Moresco , Gianfranco Nerozzi, Chiara Palazzolo, Gery Palazzotto, Paolo Pantani, Leonardo Pelo, Guglielmo Pispisa, Laura Pugno, Andrea Raos, Roberto Moroni, Mariano Sabatini, Rosellina Salemi, Flavio Santi,Tiziano Scarpa,Beppe Sebaste, Gian Paolo Serino, Luca Sofri, Monica Tavernini, Annamaria Testa, Maria Luisa Venuta, Andrea Vitali,Vittorio Zambardino,Zelda Zeta (Pepa Cerutti, Chiara Mazzotta, Antonio Spinaci)
Ps. Potete aderire nei commenti su Lipperatura, Nazione Indiana, Ilprimoamore, dove l'appello è apparso contemporaneamente.
Con queste firme esprimiamo una solidarietà senza riserve nei confronti degli organizzatori della Fiera del Libro di Torino, nel momento in cui questo evento di prima grandezza della vita letteraria nazionale viene attaccato per aver scelto Israele come paese ospite dell’edizione 2008.L’appello a cui aderiamo s’intende apartitico, e politico solo nell’accezione più alta e radicale del termine. Non intende affatto definire uno schieramento, se non alla luce di poche idee semplici e profondamente vissute.In particolare, l’idea che le opinioni critiche, che chiunque fra noi è libero di avere nei confronti di aspetti specifici della politica dell’attuale governo israeliano, possono tranquillamente – diremmo perfino banalmente! – coesistere con il più grande affetto e riconoscimento per la cultura ebraica e le sue manifestazioni letterarie dentro e fuori Israele. Queste manifestazioni sono da sempre così strettamente intrecciate con la cultura occidentale nel suo insieme, e rappresentano una voce talmente indistinguibile da quella di tutti noi, che qualsiasi aggressione nei loro confronti va considerata un atto di cieco e ottuso autolesionismo.
Raul Montanari
Prime adesioni:Alessandra Appiano, Alessandra C., Gabriella Alù, Cosimo Argentina, Sergio Baratto, Paola Barbato, Antonella Beccaria, Daria Bignardi, Gianni Biondillo, Riccardo Bonacina, Elisabetta Bucciarelli, Gianni Canova, Fabrizio Centofanti, Benedetta Centovalli, Piero Colaprico, Giovanna Cosenza, Sandrone Dazieri, Francesco De Girolamo, Girolamo De Michele, Donatella Diamanti, Paolo Di Stefano, Luca Doninelli, Marcello Fois, Francesco Forlani, Giuseppe Genna,Michael Gregorio (Daniela De Gregorio, Mike Jacob),Helena Janeczek, Franz Krauspenhaar,Nicola Lagioia,Loredana Lipperini,Valter Malosti, Antonio Mancinelli, Valentina Maran, Federico Mello, Antonio Moresco , Gianfranco Nerozzi, Chiara Palazzolo, Gery Palazzotto, Paolo Pantani, Leonardo Pelo, Guglielmo Pispisa, Laura Pugno, Andrea Raos, Roberto Moroni, Mariano Sabatini, Rosellina Salemi, Flavio Santi,Tiziano Scarpa,Beppe Sebaste, Gian Paolo Serino, Luca Sofri, Monica Tavernini, Annamaria Testa, Maria Luisa Venuta, Andrea Vitali,Vittorio Zambardino,Zelda Zeta (Pepa Cerutti, Chiara Mazzotta, Antonio Spinaci)
Ps. Potete aderire nei commenti su Lipperatura, Nazione Indiana, Ilprimoamore, dove l'appello è apparso contemporaneamente.
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1/21/2008
Solidarietà ai docenti della Sapienza a difesa della laicità del sapere
Raccolgo, sottoscrivo e diffondo con convinzione (lo apprendo dal sito Lipperatura) un appello di Solidarietà ai docenti della Sapienza a difesa della laicità del sapere. La retorica di questi ultimi giorni contro i presunti "cattivi maesti" è stata insopportabile e nauseante (finirà che voteremo tutti Pannella). Nessun bisogno di laicismo o anticlericalismo esasperato: basta la difesa della laicità e la difesa del diritto di critica (è più che lecito criticare l'invito a un Pontefice per inaugurare l'anno accademico di una pubblica università laica). Per aderire all'appello cliccate qui.
P.S.: segnalo la neonata rivista on line Lucreziana2008, sulla "natura delle cose", dedicata particolarmente all'affermazione dell'autonomia del sapere e della cultura, con scritti soprattutto di pensatrici scrittrici donne (che è già una garanzia) e diretta da Piera Mattei.
P.S.: segnalo la neonata rivista on line Lucreziana2008, sulla "natura delle cose", dedicata particolarmente all'affermazione dell'autonomia del sapere e della cultura, con scritti soprattutto di pensatrici scrittrici donne (che è già una garanzia) e diretta da Piera Mattei.
11/14/2007
Il triangolo nero
Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne
La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.
Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L'omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l'assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.
Su queste vicende si scatena un'allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell'ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall'Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l'emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell'ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L'omicidio volontario in Italia e l'indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell'estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l'aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell'influenza politica, l'Italia è 84esima. Ultima dell'Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell'insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all'assistenza sanitaria, al lavoro e all'alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell'equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver "delocalizzato" e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d'ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell'ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell'intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d'infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l'ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell'intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di "concorso morale".
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo è illegale.
Scritto e promosso da: Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Alberto Prunetti, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce, Wu Ming.
Tra i primi firmatari: Fulvio Abbate - Maria Pia Ammirati - Manuela Arata - Bruno Arpaia - Articolo 21 Liberi di - Rossano Astremo - Andrea Bajani - Nanni Balestrini - Guido Barbujani - Ivano Bariani - Giuliana Benvenuti - Silvio Bernelli - Stefania Bertola - Bernardo Bertolucci - Sergio Bianchi - Ginevra Bompiani - Carlo Bordini - Laura Bosio - Botto&Bruno - Silvia Bre - Enrico Brizzi - Luca Briasco - Elisabetta Bucciarelli - Franco Buffoni - Errico Buonanno - Lanfranco Caminiti - Rossana Campo - Maria Teresa Carbone - Massimo Carlotto- Lia Celi - Maria Corbi - Stefano Corradino - Mauro Covacich - Sandrone Dazieri - Erri De Luca - Derive Approdi - Donatella Diamanti - Jacopo De Michelis - Filippo Del Corno - Mario Desiati - Igino Domanin - Tecla Dozio - Nino D'Attis - Emergency - Francesco Forlani - Enzo Fileno Carabba - Ferdinando Faraò - Marcello Flores - Marcello Fois- Gabriella Fuschini - Barbara Garlaschelli - Enrico Ghezzi - Tommaso Giartosio - Lisa Ginzburg - Roberto Grassilli - Andrea Inglese - Chiara Ingrao - Franz Krauspenhaar - Kai Zen - Nicola Lagioia - Gad Lerner - Giancarlo Liviano - Claudio Lolli - Carlo Lucarelli - Marco Mancassola - Gianfranco Manfredi - Luca Masali - Sandro Mezzadra - Giulio Milani - Raul Montanari - Giuseppe Montesano - Elena Mora - Gianluca Morozzi - Giulio Mozzi - Moni Ovadia - Enrico Palandri - Chiara Palazzolo - Melissa Panarello - Valeria Parrella - Anna Pavignano - Lorenzo Pavolini - Giuseppe Pederiali - Sergio Pent - Santo Piazzese - Tommaso Pincio - Gabriella Piroli - Guglielmo Pispisa - Leonardo Pelo - Gabriele Polo - Andrea Porporati - Alberto Prunetti - Laura Pugno - Serge Quadruppani - Christian Raimo - Veronica Raimo - Franca Rame - Lidia Ravera - Jan Reister - Enrico Remmert - Marco Revelli - Ugo Riccarelli - Anna Ruchat - Teresa Sarti - Roberto Saviano - Sbancor - Clara Sereni - Gian Paolo Serino - Nicoletta Sipos - Piero Sorrentino - Antonio Spaziani - Gino Strada - Subsonica - Carola Susani - Stefano Tassinari - Annamaria Testa - Laura Toscano - Emanuele Trevi - Filippo Tuena - Raf Valvola Scelsi - Francesco Trento - Nicoletta Vallorani - Paolo Vari - Giorgio Vasta - Maria Luisa Venuta - Grazia Verasani - Sandro Veronesi - Marco Vichi - Roberto Vignoli - Simona Vinci - Yo Yo Mundi
Altre firme: Silvia Acquistapace - Armando Adolgiso - Enzo Aggazio - Valerio Aiolli - Fiora Aiazzi - Loredana Aiello - Cristina Ali Farah - Max Amato - Cris Amico - Cinzia Ardigò -Roberto Armani -Paolo Arosio - Monia Azzalini - Eva Banchelli - Barbara Barni - Adriano Barone -Daniela Basilico- Simona Baldanzi - Barbara Balzarotti - Remo Bassini - Elisabeth Baumgartner - Sandro Bellassai - Gigi Bellavita - Francesca Bonelli - Violetta Bellocchio - Paola Bensi - Alessandro Beretta - Alberto Bertini - Donatella Bertoncini - Marco Bettini - Paolo Bianchi - Nicoletta Billi - Valter Binaghi - Enrico Blasi -Augusto Bonato - Emanuele Bonati - Valentina Bosetti - Nadia Bovino - Giovanni Bozzo - Anna Bressanin - Annarita Briganti - Luciano Brogi - Gianluca Bucci - Manuela Buccino - Giusi Buondonno - Leonardo Butelli - Domenico Cacapardo - Daniele Caluri - Nives Camisa - Maurizia Cappello - Paolo Capuzzo - Luigi Capecchi -Alessandro Capra - Carlo Carabba - Enrico Caria - Valentina Carnelutti - Eleonora Carpanelli - Guido Castaman - Silvia Castoldi - Ettore Calvello- Francesco Campanoni - Ernesto Castiglioni - Fabrizio Centofanti - Paola Chiavon - Marcello Cimino - Paolo Cingolani - Anselmo Cioffi - Beatrice Cioni - Francesca Corona - Stefano Corradino - Marina Crescenti - Vittorio Cartoni - Marcello D'Alessandra - Cristina D'Annunzio - Gabriele Dadati - Manuela Dall'Acqua - Paola D'Apollonio - Antonella De Luca - Patrizia Debicke van der Noot - Lello Dell'Ariccia - Paolo Delpino - Valentina Demelas- Chiara Desiderio - Prisca Destro- Francesco Di Bartolo - Chiara Dionisi - Martina Donati - Bruna Durante - Arturo Fabra- Marina Fabbri - Franco Fallabrino - Graziella Farina - Giulia Fazzi - Giorgia Fazzini - Raffaele Ferrara - David Fiesoli - Claudia Finetti - Maurizio Forte -Lissa Franco - Daniela Gamba - Pupa Garriba - Walter Giordani - Viorica Guerri - Maria Nene Garotta - Luisa Gasbarri - Massimiliano Gaspari - Catia Gasparri - Valentina Gebbia - Lucyna Gebert- Silvana Giannotta -Angelica Grizi -Emiliano Gucci -Lello Gurrado - Francesca Koch - Rossella Kohler - Fabio Introzzi - Maria Rosaria La Morgia - Daniela Lampasona - Federica Landi - Loredana Lauri -Albertina La Rocca - Filippo Lazzarin - Sabina Leoni - Elda Levi - Mattea Lissia - Mariagrazia Lonza - Francesco Lo Piccolo - Giorgio Lulli - Monica Lumachi - Gordiano Lupi - Iseult Mac Call - Luca Maciocca- Giovanna Maiola - Alessandro Maiucchi- Ilaria Malagutti - Manuela Malchiodi - Felicetta Maltese - Emanuele Manco - Federica Manzon - Roger Marchi - Mauro Marcialis - Adele Marini - Gianluca Mascetti - Laura Mascia -Giusy Marzano- Anna Mascia - Mara Mattoscio - Stefano Mauri - Lorenzo Mazzoni - Ugo Mazzotta - Michele Mellara - Michele Meomartino- Camilla Miglio - Paola Miglio - Laura Mincer - Olek Mincer - Mauro Minervino - Roberto Mistretta- Giorgio Morale - Isabella Moroni - Elio Muscarella - Ettore Muscogiuri - Nino Muzzi - Rosario Nasti - No Reply - Giovanni Nuscis - Fabio Pagani - Dida Paggi - Valentina Paggi - Iulia Claudia Panescu - Rafael Pareja - Enrico Pau- Simonetta Pavan - Monica Pavani - Alessandra Pelegatta - Graziella Perin - Bruna Perraro - Seba Pezzani - Alessandro Piva- Serena Polizzi - Massimo Polizzi - Francesca Pollastro - Alessia Polli - Sabrina Poluzzi - Nicola Ponzio - Anna Porcu - Kiki Primatesta - Salvatore Proietti - Maddalena Pugno - Andrea Rapini - Vincent Raynaud - Paolo Reda - Luigi Reitani - Sergio Rilletti - Mirella Renoldi - Patrizia Riva - Monica Romanò - Alessandro Rossi - Grazia Rossi - Luisa Rossi - Marta Salaroli - Carlo Salvioni - Ida Salvo - Bianca Sangiorgio - Veronica Alessandra Scudella - Maria Serena Sapegno - Simone Sarasso - Dimitri Sardini - Monica Scagnelli - Angela Scarparo - Gabriella Schina - Elvezio Sciallis - Marinella Sciumè - Matteo Severgnini - Michèle Sgro - Carlo Arturo Sigon - Genziana Soffientini - Crio Spagnolo - Mario Spezi - Mila Spicola - Susi Sacchi - Mariagrazia Servidati - Mattia Signorini - Luigia Sorrentino - Stalker/Osservatorio nomade - Claudia Stra' - Luigi Taccone - Giorgio Tinelli - Veronica Todaro - Eugenio Tornaghi - Umberto Torricelli - Sara Tremolada - Renato Trinca - Nadia Trinei - Roberto Tumminelli -Tonino Urgesi - Sasa Vulicevic - Angela Valente - Roberto Valentini - Selene Verri - Diego Zandel - Salvo Zappulla
Non commentate, ma se siete d'accordo potete aderire cliccando qui: http://www.petitiononline.com/trianero/petition.html
La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.
Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L'omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l'assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.
Su queste vicende si scatena un'allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell'ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall'Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l'emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell'ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L'omicidio volontario in Italia e l'indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell'estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l'aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell'influenza politica, l'Italia è 84esima. Ultima dell'Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell'insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all'assistenza sanitaria, al lavoro e all'alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell'equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver "delocalizzato" e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d'ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell'ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell'intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d'infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l'ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell'intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di "concorso morale".
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo è illegale.
Scritto e promosso da: Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Alberto Prunetti, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce, Wu Ming.
Tra i primi firmatari: Fulvio Abbate - Maria Pia Ammirati - Manuela Arata - Bruno Arpaia - Articolo 21 Liberi di - Rossano Astremo - Andrea Bajani - Nanni Balestrini - Guido Barbujani - Ivano Bariani - Giuliana Benvenuti - Silvio Bernelli - Stefania Bertola - Bernardo Bertolucci - Sergio Bianchi - Ginevra Bompiani - Carlo Bordini - Laura Bosio - Botto&Bruno - Silvia Bre - Enrico Brizzi - Luca Briasco - Elisabetta Bucciarelli - Franco Buffoni - Errico Buonanno - Lanfranco Caminiti - Rossana Campo - Maria Teresa Carbone - Massimo Carlotto- Lia Celi - Maria Corbi - Stefano Corradino - Mauro Covacich - Sandrone Dazieri - Erri De Luca - Derive Approdi - Donatella Diamanti - Jacopo De Michelis - Filippo Del Corno - Mario Desiati - Igino Domanin - Tecla Dozio - Nino D'Attis - Emergency - Francesco Forlani - Enzo Fileno Carabba - Ferdinando Faraò - Marcello Flores - Marcello Fois- Gabriella Fuschini - Barbara Garlaschelli - Enrico Ghezzi - Tommaso Giartosio - Lisa Ginzburg - Roberto Grassilli - Andrea Inglese - Chiara Ingrao - Franz Krauspenhaar - Kai Zen - Nicola Lagioia - Gad Lerner - Giancarlo Liviano - Claudio Lolli - Carlo Lucarelli - Marco Mancassola - Gianfranco Manfredi - Luca Masali - Sandro Mezzadra - Giulio Milani - Raul Montanari - Giuseppe Montesano - Elena Mora - Gianluca Morozzi - Giulio Mozzi - Moni Ovadia - Enrico Palandri - Chiara Palazzolo - Melissa Panarello - Valeria Parrella - Anna Pavignano - Lorenzo Pavolini - Giuseppe Pederiali - Sergio Pent - Santo Piazzese - Tommaso Pincio - Gabriella Piroli - Guglielmo Pispisa - Leonardo Pelo - Gabriele Polo - Andrea Porporati - Alberto Prunetti - Laura Pugno - Serge Quadruppani - Christian Raimo - Veronica Raimo - Franca Rame - Lidia Ravera - Jan Reister - Enrico Remmert - Marco Revelli - Ugo Riccarelli - Anna Ruchat - Teresa Sarti - Roberto Saviano - Sbancor - Clara Sereni - Gian Paolo Serino - Nicoletta Sipos - Piero Sorrentino - Antonio Spaziani - Gino Strada - Subsonica - Carola Susani - Stefano Tassinari - Annamaria Testa - Laura Toscano - Emanuele Trevi - Filippo Tuena - Raf Valvola Scelsi - Francesco Trento - Nicoletta Vallorani - Paolo Vari - Giorgio Vasta - Maria Luisa Venuta - Grazia Verasani - Sandro Veronesi - Marco Vichi - Roberto Vignoli - Simona Vinci - Yo Yo Mundi
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