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9/07/2012

Questa guerra mondiale chiamata "crisi" (un appello a trovare le parole per dirla)


   Nel suo film Il primo uomo, Gianni Amelio attribuisce al bambino Albert Camus questa domanda alla madre: “Chi sono i poveri?” Lei: “Sono quelli come noi”. Il bambino è sollevato: “Se i poveri siamo noi, allora va tutto bene”. Non mi soffermo sulla portata etica immensa di questa bellissima frase. Sto cercando di capire la portata di questa famosa crisi economica che investe l’Europa e che nessuno sembra saper descrivere fuori dal pensiero unico e dal lessico tecnocratico finanziario.
   Alcuni giorni fa, parlando della crisi con l’amico Tim Willocks, scrittore inglese che abita in Irlanda, ci siamo accorti con disagio di non trovare le parole. Come se tra gli effetti della crisi (o i suoi moventi?) ci fosse anche annichilire il senso critico e l’immaginazione; come se la finanza non avesse fagocitato solo l’economia, ma anche la politica, la democrazia, il linguaggio. Ma è il compito degli scrittori coniare parole, immaginare mondi possibili, dare nuove diverse declinazioni di “realtà”. Idea, allora, di lanciare un passaparola, se non un appello, agli scrittori europei: scrivere ognuno qualcosa su questa “crisi” che sta modificando il mondo.
   Intanto John Berger, scrittore inglese che vive in Francia, su le Monde (20/7/12) ha definito la “crisi” una tirannia mondiale, distinta da quelle passate per l’assenza di un volto del tiranno. E’ un nuovo dispotismo, conferma il filosofo Jean-Clet Martin, sovranazionale come vuole la globalizzazione: da quale luogo virtuale o trascendentale le agenzie di rating danno e tolgono ai Paesi europei le loro famose triple A? In tutti i casi da un luogo immune dalla politica. Forma linguistica di questo dispotismo è l’imperativo contraddittorio (double bind, direbbe Gregory Bateson), cioè “una regola di fronte a cui la situazione si aggrava quando le si obbedisce, e per effetto di averle obbedito”. Un Paese che seguisse i criteri dell’agenzia Standard & Poor’s per meritare la AAA colerebbe a picco, creando disoccupazione e impoverimento. Come la Grecia, modello per gli altri Paesi detti pigs. Tener conto delle ingiunzioni del dispotismo finanziario porta a una spirale infernale che glorifica gli interessi della speculazione contro quelli dell’economia “reale”, basata sull’azione degli uomini.
   Cosa c’è di più temibile in questa crisi? Che saremo tutti più poveri? No, il problema è che i poveri sono sempre gli “altri”. Allora “crisi” è un eufemismo, e quella “rivolta dei ricchi contro i poveri”, come definì schiettamente gli anni ’80 il grande scrittore Max Frisch, è diventata ora una guerra mondiale.

(articolo uscito sull'ultima pagina - "zona critica" - di Venerdì di Repubblica del 7 settembre 2012)  

8/10/2012

L'ultimo sogno di Theo Angelopoulos

(Fotodal set di Ardalan Nabavinejad)
"Storia del film interrotto sulla crisi girato su un set in piena crisi". Articolo scritto con Valerio Jalongo, uscito su Venerdì di Repubblica il 10 agosto 2012.

 Una volta il regista Theo Angelopoulos raccontò di essere andato al cinema la prima volta a 5 o 6 anni, e di avere visto Angeli con la faccia sporca di Michael Curtiz, in cui James Cagney interpreta il ruolo di un gangster condannato a morte. “Il cinema entrò nella mia vita con un grido, quello di un uomo che non vuole morire e che invece muore. Ho spesso pensato che fu questa forse l’origine della mia vocazione, del mio amore per il cinema”. La confessione aderisce come una didascalia estetica e politica all’ultimo progetto di Angelopoulos, perseguito con accanimento tra mille difficoltà, un film incompiuto e privo di finanziamenti sulla crisi economica. La sua morte sul set, tragedia nella più ampia tragedia della Grecia, è avvenuta mentre un intero popolo stava perdendo la possibilità di autodeterminarsi, figuriamoci quella di raccontarsi.
   Quando un film non è un documento, ha scritto Ingmar Bergman, allora è un sogno. Nel caso del film di Angelopoulos si tratta di entrambi: un sogno la cui fragilità è documento della crisi profonda che sgomenta l’Europa, e a cui anche gli eredi di Bertolt Brecht, pur riconoscendo il grande valore dell’opera di Angelopoulos, hanno inferto un duro colpo negandogli il consenso di usare brani de L’opera da tre soldi, a cui il film era ispirato. Anche se è noto che i diritti di Brecht non vengono dati quasi a nessuno, Theo era convinto che sarebbe riuscito a convincere gli eredi, e andò avanti nelle riprese.
   A raccontarci questa storia è Ardalan Nabavinejad, assistente alla regia di Angelopoulos in questo film, iraniano, laureato Dams e neo-diplomato all’istituto Cine-Tv Rossellini di Roma. Un buon luogo per evocare questa storia emblematica del presente, che riguarda il destino della cultura, del cinema e di altre cose inutili e necessarie. In questo ex studio di produzione Ponti-De Laurentis furono girati celebri film, da La Strada di Fellini a Il Caimano di Moretti, e non a caso da qui Mario Monicelli perorò due anni fa gli studenti a ribellarsi, a fare le barricate contro i tagli alla cultura.
   Poco prima del colpo di stato dei colonnelli, Theo Angelopoulos tornò in Grecia dalla Francia. Fu coinvolto nelle manifestazioni e nella violenta repressione poliziesca, ricevette perfino delle manganellate, e decise di restare perché qualcosa di importante stava accadendo nel suo Paese. Per il suo ultimo film sentì la stessa urgenza storica di testimoniare una situazione forse altrettanto grave, e provò analoghe difficoltà, come girare un film senza mezzi o senza il permesso (lo fece per La Recita, suo capolavoro), anche se stavolta la costrizione era dettata da condizioni economiche. Ma si possono separare le condizioni economiche da quelle politiche? La trama del film tocca l’immigrazione: la Grecia come terra d’arrivo di immigrati da Iran, Afghanistan e Pakistan. Il protagonista, interpretato da Toni Servillo, è un funzionario corrotto che specula  sull’immigrazione clandestina, la cui figlia è invece un’attrice che sta mettendo in scena L’opera da tre soldi di Brecht, va alle manifestazioni di estrema sinistra a favore dei diritti degli immigrati e si fidanza con uno di loro. Ma è difficile parlare di un film di cui è stato girato solo un terzo del totale, conoscendo inoltre le doti di improvvisatore di Angelopoulos.
   Fuori dal film, intanto, mentre la situazione greca precipita, i finanziamenti da parte del produttore greco e quello turco vengono meno, ma Theo decide di andare avanti lo stesso, con un’ostinazione struggente nonostante il moltiplicarsi di segnali negativi. Quasi nessuno nella troupe è pagato, ma tutti pensano che sia importante fare questo film, e comunque non c’è lavoro. La produzione poggia sempre di più sull’economia personale del regista, mettendone in pericolo il patrimonio. La tensione nella sua stessa famiglia è palpabile, ma Theo si sente vivo solo quando è sul set. Il set è una casetta ricostruita nel porto del Pireo. La moglie del proprietario di un piccolo chiosco del porto cucina per la troupe: un panino con la frittata. Orari massacranti, Theo pretende il massimo, come se fosse un film “normale”, pienamente finanziato. Entrare nel set è come entrare in casa sua: la moglie e la prima figlia lavorano nella produzione, un’altra figlia alla scenografia e la più piccola collabora alla regia. Abituato a produzioni ricche, all’inizio Angelopoulos non accetta la penuria di mezzi. Una notte mezza troupe è completamente fradicia e gelata per i tentativi di fare un effetto pioggia, ma Theo si rifiuta di girare perché il risultato non è soddisfacente, e pretende una troupe italiana specializzata nella pioggia artificiale. Il direttore della fotografia e i macchinisti lo conoscono bene, sanno che il regista può essere molto creativo ma anche duro ed esigente, e gli sono fedeli. Persino gli altri della troupe capiscono, lo amano e lo rispettano. D’altronde, ha il rispetto di tutti i Greci. Quando si doveva bloccare una strada provocando ingorghi, camionisti, autisti e automobilisti spegnevano il motore senza protestare e aspettavano in silenzio, sapendo che era per permettere la lavorazione di un film di Angelopoulos. Anche se molti non vedevano i suoi film, era sentito come l’alfiere di una dignità nazionale negata in quel momento di crisi, in cui la sovranità del Paese era ipotecata dalle banche. Ricordiamoci che in quel periodo Grecia, Portogallo, Spagna e Italia vengono definite dal mondo finanziario pigs: porci. La scomparsa di Angelopoulos, nel momento in cui un popolo sta perdendo la propria sovranità, in cui un paese, la sua civiltà, un’intera nazione sono valutate dalle agenzie di rating, assume un significato particolarmente forte, una simbolica perdita della propria voce.
   Tutti avevano sconsigliato al regista la scelta di quel set alla periferia del Pireo in cui avvenne l’incidente fatale. La polizia propose due volte di bloccare il traffico, visto che era all’uscita di un tunnel e prossimo a uno svincolo, e le auto arrivavano a grande velocità. Ogni volta Theo rifiutò, perché quello che lui voleva era il traffico vero.
   Accade dunque nella Periferia Drapetsonos, una specie di circonvallazione veloce a doppia corsia. |Ci sono tre Tir carichi di materiali parcheggiati, e una gru che sta riprendendo un piano sequenza all’inizio di un viadotto; all’improvviso sopravviene una moto di grossa cilindrata che investe il regista scaraventandolo nello spazio interstiziale, la fessura tra le due corsie. Sono le 18,30. Il corpo, nella posa innaturale di un manichino, resta lì in bilico a lungo. Per ovvie ragioni: quel giorno c’è lo sciopero anche delle ambulanze. Circa 40 minuti dopo l’incidente ne passa una per caso (è in riposo), e subito si fa carico di soccorrere il regista. Muore alle 23,30 circa.
   La morte, così come il lavoro o l’interruzione del lavoro, scandiscono e avvolgono tutto il film. La prima scena era già una tragedia greca: la morte di un operaio che si suicida gettandosi dal tetto di una fabbrica, seguita da una manifestazione con la salma del lavoratore nella bara. Il giorno del funerale di Angelopoulos coincide con quello in cui il piano di lavorazione del film prevede un funerale. La seconda figlia di Theo, che già non riesce ad accettare la morte del padre, chiede alla troupe di venire a filmarne il funerale come se fosse parte del film: carrello, macchina da presa, tutto. Il regista amava molto la pioggia: e nel cimitero avviene l’ultimo omaggio estetico, quello degli ombrelli aperti... 
   Guardiamo il video di una festa improvvisata con la troupe, in un alba livida e fredda al Pireo, tutti hanno cappelli o fazzoletti sulla testa, cantano e danzano al suono di un clarinetto struggente e una fisarmonica per commemorare Angelopoulos a una settimana della morte. La casa che ospitava il set ora accoglie dei rifugiati. Ecco, andare oltre il lutto, sarebbe bello fare un film su quel film necessario e impossibile da tre soldi.


[Il cinema di Theo Angelopoulos (1035-2012) ha un’ispirazione politica e marxista, e si rifà all'idea del teatro epico di Brecht, e colpisce che proprio gli eredi di Brecht dovessero tradirlo. Formatosi in Francia, studi di Lettere alla Sorbona, per quanto molto diverso da Godard condivise con lui l’idea di un cinema “difficile”, manifestazione anche di una coscienza politica coinvolgente. Nei suoi film (da Ricostruzione di un delitto, 1970 a La polvere del tempo, 2009) dominano i leggendari piani sequenza, lenti e lunghissimi, all’interno dei quali a volte può succedere che si passi da un periodo all'altro della storia dei protagonisti - come ne La Recita, che intreccia passato, presente e mitologia greca.]

2/22/2012

Salviamo il popolo greco dai suoi salvatori - un appello

   Nel momento in cui un giovane greco su due è disoccupato, 25.000 persone senza tetto vagano per le strade di Atene, il 30 per cento della popolazione è ormai sotto la soglia della povertà, migliaia di famiglie sono costrette a dare in affidamento i bambini perché non crepino di fame e di freddo e i nuovi poveri e i rifugiati si contendono l’immondizia nelle discariche pubbliche, i “salvatori” della Grecia, col pretesto che i Greci “non fanno abbastanza sforzi”, impongono un nuovo piano di aiuti che raddoppia la dose letale già somministrata. Un piano che abolisce il diritto del lavoro e riduce i poveri alla miseria estrema, facendo contemporaneamente scomparire dal quadro le classi medie.

   L’obiettivo non è il “salvataggio”della Grecia: su questo punto tutti gli economisti degni di questo nome concordano. Si tratta di guadagnare tempo per salvare i creditori, portando nel frattempo il Paese a un fallimento differito.Si tratta soprattutto di fare della Grecia il laboratorio di un cambiamento sociale che in un secondo momento verrà generalizzato a tutta l’Europa. Il modello sperimentato sulla pelle dei Greci è quello di una società senza servizi pubblici, in cui le scuole, gli ospedali e i dispensari cadono in rovina, la salute diventa privilegio dei ricchi e la parte più vulnerabile della popolazione è destinata a un’eliminazione programmata, mentre coloro che ancora lavorano sono condannati a forme estreme di impoverimento e di precarizzazione.
   Ma perché questa offensiva neoliberista possa andare a segno, bisogna instaurare un regime che metta fra parentesi i diritti democratici più elementari. Su ingiunzione dei salvatori, vediamo quindi insediarsi in Europa dei governi di tecnocrati in spregio della sovranità popolare. Si tratta di una svolta nei regimi parlamentari, dove si vedono i “rappresentanti del popolo” dare carta bianca agli esperti e ai banchieri, abdicando dal loro supposto potere decisionale. Una sorta di colpo di stato parlamentare, che fa anche ricorso a un arsenale repressivo amplificato di fronte alle proteste popolari. Così, dal momento che i parlamentari avranno ratificato la Convenzione imposta dalla Troika (Ue, Bce, Fmi), diametralmente opposta al mandato che avevano ricevuto, un potere privo di legittimità democratica avrà ipotecato l’avvenire del Paese per 30 o 40 anni.
   Parallelamente, l’Unione europea si appresta a istituire un conto bloccato dove verrà direttamente versato l’aiuto alla Grecia, perché venga impiegato unicamente al servizio del debito. Le entrate del Paese dovranno essere “in priorità assoluta” devolute al rimborso dei creditori e, se necessario, versate direttamente su questo conto gestito dalla Ue. La Convenzione stipula che ogni nuova obbligazione emessa in questo quadro sarà regolata dal diritto anglosassone, che implica garanzie materiali, mentre le vertenze verranno giudicate dai tribunali del Lussemburgo, avendo la Grecia rinunciato anticipatamente a qualsiasi diritto di ricorso contro sequestri e pignoramenti decisi dai creditori. Per completare il quadro, le privatizzazioni vengono affidate a una cassa gestita dalla Troika, dove saranno depositati i titoli di proprietà dei beni pubblici.. In altri termini, si tratta di un saccheggio generalizzato, caratteristica propria del capitalismo finanziario che si dà qui una bella consacrazione istituzionale.
   Poiché venditori e compratori siederanno dalla stessa parte del tavolo, non vi è dubbio alcuno che questa impresa di privatizzazione sarà un vero festino per chi comprerà.
   Ora, tutte le misure prese fino a ora non hanno fatto che accrescere il debito sovrano greco, che, con il soccorso dei salvatori che fanno prestiti a tassi di usura, è letteralmente esploso sfiorando il 170% di un Pil in caduta libera, mentre nel 2009 era ancora al 120%. C’è da scommettere che questa coorte di piani di salvataggio – ogni volta presentati come ‘ultimi’- non ha altro scopo che indebolire sempre di più la posizione della Grecia, in modo che, privata di qualsiasi possibilità di proporre da parte sua i termini di una ristrutturazione, sia costretta a cedere tutto ai creditori, sotto il ricatto “austerità o catastrofe”. L’aggravamento artificiale e coercitivo del problema del debito è stato utilizzato come un’arma per prendere d’assalto una società intera. E non è un caso che usiamo qui dei termini militare: si tratta propriamente di una guerra, condotta con i mezzi della finanza, della politica e del diritto, una guerra di classe contro un’intera società. E il bottino che la classe finanziaria conta di strappare al ‘nemico’ sono le conquiste sociali e i diritti democratici, ma, alla fine dei conti, è la stessa possibilità di una vita umana. La vita di coloro che agli occhi delle strategie di massimizzazione del profitto non producono o non consumano abbastanza non dev’essere più preservata.
   E così la debolezza di un paese preso nella morsa fra speculazione senza limiti e piani di salvataggio devastanti diviene la porta d’entrata mascherata attraverso la quale fa irruzione un nuovo modello di società conforme alle esigenze del fondamentalismo neoliberista. Un modello destinato all’Europa intera e anche oltre. E’ questa la vera questione in gioco. Ed è per questo che difendere il popolo greco non si riduce solo a un gesto di solidarietà o di umanità: in gioco ci sono l’avvenire della democrazia e le sorti del popolo europeo.
  
   Dappertutto la “necessità imperiosa” di un’austerità dolorosa ma salutare ci viene presentata come il mezzo per sfuggire al destino greco, mentre vi conduce dritto. Di fronte a questo attacco in piena regola contro la società, di fronte alla distruzione delle ultime isole di democrazia, chiediamo ai nostri concittadini, ai nostri amici francesi e europei di prendere posizione con voce chiara e forte. Non bisogna lasciare il monopolio della parola agli esperti e ai politici. Il fatto che, su richiesta dei governanti tedeschi e francesi in particolare, alla Grecia siano ormai impedite le elezioni può lasciarci indifferenti? La stigmatizzazione e la denigrazione sistematica di un popolo europeo non meritano una presa di posizione? E’ possibile non alzare la voce contro l’assassinio istituzionale del popolo greco? Possiamo rimanere in silenzio di fronte all’instaurazione a tappe forzate di un sistema che mette fuori legge l’idea stessa di solidarietà sociale?
   Siamo a un punto di non ritorno. E’ urgente condurre la battaglia di cifre e la guerra delle parole per contrastare la retorica ultra-liberista della paura e della disinformazione. E’ urgente decostruire le lezioni di morale che occultano il processo reale in atto nella società. E diviene più che urgente demistificare l’insistenza razzista sulla “specificità greca” che pretende di fare del supposto carattere nazionale di un popolo (parassitismo e ostentazione a volontà) la causa prima di una crisi in realtà mondiale. Ciò che conta oggi non sono le particolarità, reali o immaginari, ma il comune: la sorte di un popolo che contagerà tutti gli altri.
   Molte soluzioni tecniche sono state proposte per uscire dall’alternativa “o la distruzione della società o il fallimento” (che vuol dire, lo vediamo oggi, sia la distruzione sia il fallimento). Tutte vanno prese in considerazione come elementi di riflessione per la costruzione di un’altra Europa. Prima di tutto però bisogna denunciare il crimine, portare alla luce la situazione nella quale si trova il popolo greco a causa dei “piani d’aiuto” concepiti dagli speculatori e i creditori a proprio vantaggio. Mentre nel mondo si tesse un movimento di sostegno e Internet ribolle di iniziative di solidarietà, gli intellettuali saranno gli ultimi ad alzare la loro voce per la Grecia? Senza attendere ancora, moltiplichiamo gli articoli, gli interventi, i dibattiti, le petizioni, le manifestazioni. Ogni iniziativa è la benvenuta, ogni iniziativa è urgente. Da parte nostra ecco che cosa proponiamo: andare velocemente verso la formazione di un comitato europeo di intellettuali e di artisti per la solidarietà con il popolo greco che resiste. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non adesso, quando?

di Vicky Skoumbi, Dimitris Vergetis, Michel Surya, rispettivamente redattrice e direttore della rivista Aletheia di Atene e direttore della rivista Lignes, Parigi; e (prime adesioni) Daniel Alvaro, Alain Badiou, Jean-Christophe Bailly, Etienne Balibar, Fernanda Bernardo, Barbara Cassin, Bruno Clement, Danièle Cohen-Levinas, Yannick Courtel, Claire Denis, Georges Didi-Hubermann, Ida Dominijanni, Roberto Esposito, Francesca Isidori, Pierre-Philippe Jandin, Jérome Lebre, Jean-Clet Martin, Jean-Luc Nancy, Jacques Ranciere, Judith Revel, Elisabeth Rigal, Jacob Rogozinski, Avital Ronell, Ugo Santiago, Beppe Sebaste, Michèle Sinapi, Enzo Traverso

per aderire: http://www.editions-lignes.com/sauvons-le-peuple-grec-de-ses.html


L'appello è stato pubblicato anche su il manifesto di oggi 22 febbraio e sul giornale Libération di ieri.

2/08/2012

"Ma noi mangiamo carne" (un intervento di Carlo Bordini sul tempo presente)

Il poeta Carlo Bordini è un mio amico da tantissimi anni (l'ultimo post qui è sulle sue poesie messe in scena a teatro). Non tutti sanno che è storico di formazione (e di ex professione). Concidenza vuole che mentre trascrivevo l'intervista senza domande al "Valerio" leggibile qui: http://beppesebaste.blogspot.com/2011/12/v-per-violenza-ho-ventotto-anni-e-sono.html , con una nota su "L'insurrezione che viene", lui scriveva questo lucidissimo intervento per la rivista tedesca on line Experimenta su argomenti molto simili. Lo propongo con piacere ai lettori di questo blog, anche perché lo trovo bellissimo.

MA NOI MANGIAMO CARNE (di Carlo Bordini)

   Ottobre. In questo periodo, dopo la manifestazione del 15 di Roma, è in corso una polemica tra i sostenitori delle manifestazioni pacifiche, e una minoranza che sostiene e applica la violenza. Io penso che entrambi abbiano ragione, se non altro nel sostenere che i metodi degli altri sono inadeguati. I sostenitori delle manifestazioni pacifiche ritengono che rompere le vetrine delle banche, incendiare cassonetti, bruciare i blindati della polizia, e (ancora peggio) dar fuoco alle auto di semplici cittadini, non serva. E hanno ragione. I sostenitori della violenza ritengono che fare ogni tanto una grande manifestazione sperando che venga un governo migliore, non serva. E hanno ragione anche loro.
   Il fatto è che i giochi si svolgono altrove. Berlusconi sta per cadere, lo dicono e lo sanno tutti, ma tutti si preparano a un compromesso per formare un governo che sia in sostanza non molto diverso da quello che c'è adesso. E la situazione europea non è molto meglio di quella italiana.

   Dopo le violenze del 15, settori dell'opposizione e del governo, unanimemente, hanno proposto il ritorno della legge Reale, che fu promulgata negli anni '70. La legge Reale autorizzava l'uso delle armi da parte della polizia anche nei casi di ordine pubblico (leggi: manifestazioni). Autorizzava le perquisizioni anche senza il permesso dell'autorità giudiziaria. E gli arresti anche al di fuori della flagranza. Si calcola che la legge Reale abbia provocato 625 vittime. Le Brigate Rosse hanno ucciso 86 persone.
   Io personalmente non credo che sia giusto demonizzare coloro che applicano la violenza. Ci saranno tra loro infiltrati della polizia, ma questo è normale. Non mi scandalizzo nemmeno perché lì ci sono persone di destra, o gente che vuole soltanto picchiare, gente che va allo stadio. E' gente esasperata, lo ero anch'io, da giovane. Piuttosto il paragone con la fluidità, con l'intelligenza, con l'ubiquità degli Occupy Wall Street fa apparire rozzi questi settori che teorizzano la violenza, e allo stesso modo i neo-anarchici che stanno ricominciando a fare attentati.
   Spesso penso a un'opera di Brecht: La resistibile ascesa di Arturo Ui. Hitler poteva essere fermato. E non lo fu. Anche Mussolini poteva essere fermato. Anche Berlusconi, in Italia, poteva essere fermato. In questi anni Berlusconi è stato per cadere diverse volte, ed è sempre stato salvato, in varie occasioni, da un ex comunista.
  
   Novembre. Berlusconi è caduto. Il giorno delle sue dimissioni, sotto il Quirinale, erano presenti l'orchestra e il coro del movimento Resistenza Musicale Permanente (uno dei tanti movimenti antiberlusconiani) che ha cantato l'Alleluia di Händel. Successivamente Monti è stato accolto col consenso quasi generale della popolazione.
   La cosa interessante era che nessuno sapeva (tranne gli addetti ai lavori, e neanche loro tanto precisamente) qual'era il programma di Monti. Lui era il salvatore. L'accoglienza che gli è stata fatta mi ha fatto pensare all'accoglienza che fece Roma a Hitler nel 1938. Un mio amico, che sta scrivendo un romanzo e si sta documentando, mi ha detto che il popolo romano, che a quell'epoca era piuttosto povero, accolse Hitler come un Messia, con un entusiasmo delirante. Non voglio paragonare Monti a Hitler, ma solo mettere in rilievo il grado di fideismo, la proiezione che si fa su una persona in un momento di difficoltà. Mariano Rajoy ha vinto le elezioni in Spagna senza che si conoscesse il suo programma, perché lui aveva fatto una campagna elettorale generica, dicendo solo che con lui la Spagna sarebbe uscita dalla crisi. Di Pietro interrogò Monti, prima della sua elezione in parlamento, chiedendogli quale fosse il suo programma. Poi scrisse in un'intervista: io gli facevo delle domande e lui sorrideva. E non rispondeva.

   Dicembre. Il programma di Monti è quello dell'Europa, è quello che il FMI ha proposto a tutto il mondo in questi ultimi anni e che non ha ottenuto nessun risultato tranne quello di far arricchire qualcuno e di far impoverire tutti gli altri. Il consenso di Monti sta calando rapidamente. Sono ricominciate le manifestazioni e gli scioperi. I sindacati si sono nuovamente uniti. Molti economisti della sua stessa area lo hanno criticato. Non si tratta in modo particolare degli indignati, che in Italia non hanno dato per il momento un movimento costante e giornaliero come negli Stati Uniti e in Spagna, ma di una miriade di manifestazioni, picchetti, occupazioni in cui sono molto presenti i lavoratori e sono molto presenti anche le donne. Quello che gira nelle teste di molta gente e che appare ogni tanto su Internet o sui giornali è il fantasma dell'Argentina, che è riuscita a liberarsi, con una grande mobilitazione, al diktat del FMI che l'aveva messa sul lastrico, e ora si sta riprendendo. Più che un fantasma una suggestione. C'è una profonda disillusione e un clima di grande esasperazione.

   Quello che colpisce è che la situazione politica, in Italia e altrove, esprime una serie di paradossi, in cui tutti gli schemi precedenti vengono ribaltati, distrutti. La destra ruba le parole alla sinistra. Comincia a usare termini usati dalla sinistra, come ad esempio macelleria sociale. Norma Rangeri, sul "Manifesto", parla di "maionese impazzita", di "inversione di ruoli". Gente che ha giocato a palla con la democrazia, che ha fatto leggi elettorali catastrofiche, false, che ha imbonito i cittadini con promesse false e monopoli televisivi, oggi protesta e grida al golpe bianco. Personaggi squallidi e voltagabbana del governo precedente accusano il governo Monti di essere il governo delle banche. A Bologna Merola, sindaco della sinistra, ha fatto sgomberare immediatamente il cinema Arcobaleno occupato dagli indignados, mentre a Roma il sindaco neofascista Alemanno non ha avuto il coraggio di far sgomberare il teatro Valle, anch'esso occupato da tempo. Il paradosso dei paradossi è che ovunque si pretende di emendare i guasti del liberismo con misure liberiste. A livello internazionale si potrebbe porre come paradosso il fatto che il paese più pericoloso per l'Europa è la Germania, e non la Grecia. In Egitto le tifoserie delle due principali squadre di calcio del Cairo si sono unite per difendere la popolazione dagli attacchi dell'esercito durante le manifestazioni. Queste tifoserie hanno una lunga tradizione di scontri con la polizia. Il paradosso è che fino ad ora le tifoserie erano considerate qualcosa che esulava dal campo della democrazia, espressioni di estremismo di destra e di sinistra, mentre ora, "paradossalmente", fanno parte in Egitto di un processo che chiede la democrazia.

   Tutti questi paradossi dimostrano che i vecchi schemi non reggono, e gli indignados, gli Occupy Wall Street, fanno parte di questa rottura degli schemi. Non sono uno dei tanti movimenti di protesta. Ci sono almeno due elementi che li contraddistingono: il primo è la ribellione a ciò che il mondo sta diventando. Il secondo è la sfiducia nelle istituzioni che reggono la cosa pubblica, ed anche nei movimenti e partiti che si dichiarano all'opposizione. La ricerca di qualcosa di nuovo, quindi, di una partecipazione nuova, di una partecipazione reale, basata, soprattutto, sul rifiuto della delega; anche perché a differenza del passato non ci sono più punti di riferimento. La sensazione niente affatto errata è che le classi dirigenti e le classi privilegiate siano un blocco unico, con differenze tra loro non sostanziali e molto piccole.

   Se l'economia è globalizzata,anche i movimenti di protesta si stanno globalizzando. Dopo anni di stagnazione, ho la sensazione che sia già nata una nuova fase storica di eventi rivoluzionari. Credo che vadano considerati come un toto non solo i movimenti degli indignati propriamente detti o degli Occupy Wall Street, ma anche tutte le lotte di popolo nei paesi arabi, le manifestazioni in Russia, e tutto ciò che si sta muovendo nel mondo. Questa nuova fase, ancora acefala, ha potenzialmente una forza immensa. Non possiamo prevedere come, cosa ne uscirà; ma una cosa è certa: questi movimenti hanno carattere di urgenza. Siamo sull'orlo di un baratro: alla base di queste manifestazioni non c'è solo il fatto che i giovani non hanno lavoro e non hanno futuro; al fondo c'è l'idea che il mondo sta morendo, o, per essere più precisi, che il genere umano ha iniziato la sua autodistruzione.

   I problemi dell'epoca che viviamo hanno origine dalla caduta del socialismo reale. Dal fallimento dei regimi del socialismo reale. Nessun rimpianto per quei regimi burocratici ed oppressivi; ma la fine di un movimento antagonista, di un'oppressione antagonista, ha dato campo libero senza ostacoli alle forze del capitalismo, che, attraverso la cosiddetta globalizzazione, ha reintrodotto nel mondo la schiavitù, ha penalizzato i giovani, ha reso miserabili i popoli, ha dato un potere enorme alla finanza creando appunto quel divario tra l'1 e il 99 per cento di cui giustamente parlano gli Occupy Wall Street. Marx, tra l'altro, aveva previsto tutto questo.

   In Italia, secondo un recente sondaggio, l'80% della popolazione non ha fiducia nel mondo della politica. Nel Stati Uniti il 49% dei giovani ha una visione positiva del socialismo. Ma c'è qualcosa (forse la mia età) che mi rende pessimista. E' dal fallimento del socialismo reale, credo, che bisogna partire. Questo fallimento rappresenta un peccato originale che pesa come un macigno sulla testa di questi movimenti. In fondo, tutti i ragionamenti che dicono: noi siamo il 99%, voi siete l'1%, o, come ha detto recentemente un sindacalista italiano, noi siamo quelli che remiamo, voi siete i passeggeri, dovrebbero portare a una conclusione logica: l'abolizione della proprietà privata. Perché non è facile arrivare a questa conclusione? Proprio per il peccato originale del fallimento del socialismo reale (del suo fallimento, non della sua sconfitta, da cui ci si può riprendere). Lo stalinismo ha fatto più danni e più vittime del nazismo. Anche perché ha impedito a un movimento rivoluzionario di espandersi. Né l'esempio della Cina aiuta ad essere ottimisti... Né quello di Cuba, purtroppo. Né quello dei vari regimi socialisti che hanno vissuto esperienze effimere in Africa e altrove. In fondo, la forza assunta dai movimenti politici di estrazione mussulmana deriva dal fatto che questi movimenti sono nati sulle macerie di regimi socialisti fallimentari, e che il solidarismo precapitalista, di tipo feudale, che li caratterizza, finanziato, tra l'altro, dai proventi del petrolio, è apparso come un baluardo molto più efficace alla dominazione del capitalismo globale.

   Forse qualcosa che sta succedendo in America latina può essere portato come esempio di una mediazione positiva e interessante. Forse. Io sono rimasto molto colpito in ogni caso dall'importanza che viene data alla cultura e alla poesia in certi paesi latinoamericani. Mi ha dato l'impressione di una società ancora capace di investire in sogni, in speranze, in obiettivi futuri, anche in quel che di utopico che poi può portare a realizzazioni, mentre noi europei siamo rimasti rannicchiati nel tentativo di non perdere i vecchi privilegi che, in ogni caso, stiamo perdendo. La crisi economica del sistema USA-Europa è sistemica, non ha soluzione, e, per quel che riguarda l'Europa, non esistono paesi virtuosi e paesi non virtuosi; la crisi è partita dai paesi più deboli e non risparmia i paesi più forti, ha già attaccato la Francia e la Germania; e uno dei paradossi che vive la situazione attuale è appunto quello per cui oggi, per la tenuta dell'Euro, la Germania, con la politica della Merkel, è più pericolosa della Grecia.

   Certo, la rottura di tutti gli schemi può portare a situazioni teorizzazioni o contingenze imprevedibili. Ma io personalmente sono pessimista. Sono pessimista perché il fallimento di tutti i movimenti basati sullo storicismo mi ha portato a riconsiderare determinate categorie che possono essere raggruppate sotto il termine obsoleto di "natura umana". E lo studio della storia, tra l'altro, e in particolare il fallimento dell'esperienza sovietica e di tutte le sue diramazioni, mi ha confermato quello che oggi abbiamo sotto gli occhi: che c'è nell'essere umano un difetto di fabbricazione. L'unico nome che riesco a trovare a questo difetto di fabbricazione è un termine greco: Hybris, che in italiano viene comunemente tradotto con il termine "superbia". Da una frettolosa ricerca effettuata su internet ho appreso che Hybris è "la dismisura, la superbia e il superamento del limite. In Omero la parola si riferiva soprattutto alla disobbedienza e alla ribellione contro il principe; nelle epoche successive passò invece a indicare la sfida dell'uomo nei confronti degli dei". " ὕβρις è un termine tecnico della tragedia greca e della letteratura greca, che compare nella Poetica di Aristotele... Significa letteralmente "tracotanza", "eccesso", "superbia", “orgoglio” o "prevaricazione"". Ai nostri occhi moderni potrebbe significare la rottura di un ordine classico proprio della civiltà greca.

   Hybris esprime bene quello che ho in mente, e il fatto che secondo i Greci porti alla tragedia si attaglia bene alla situazione che stiamo vivendo, che è chiaramente quella si una lenta tragedia. Se si crede alla hybris che c'è nell'uomo di disvela l'ingenuità che è nel pensiero di Marx e forse più in quello dei marxisti: e cioè che una società razionale è possibile quando le forze produttive sono tali da poter assicurare la soddisfazione dei bisogni di tutti. "Quando ci saranno beni a disposizione per tutti, come oggi è possibile, non ci sarà bisogno di rubare, di prevaricare, faranno tutto le macchine, si potrà avere una società razionale e senza conflitti" (questa non è una citazione, è un sunto di quella che è stata un'opinione corrente). In nome di questa credenza si è combattuto per il socialismo e lo si è creduto scientifico, ma a quanto pare la storia non ha confermato questa teoria. Trotsky giustificò la nascita della burocrazia in URSS con l'isolamento e l'arretratezza dell'Unione Sovietica, ma alla luce di quanto è successo dopo (e anche alla luce di quanto è successo prima, se diamo un'occhiata alla storia) c'è qualcosa di più. In parole povere, non esiste limite all'avidità e alla distruttività umana. E' una pulsione inarrestabile, incontrollabile, irrazionale.

   Il termine "vita", vita organica, secondo una vecchia analisi letta in gioventù, significa che la vita è ciò che nasce, si riproduce e muore, e non può continuare a vivere se non distrugge altra vita. Cioè, se non "mangia". Gli esseri umani mangiano, come tutti gli altri animali; ma non si limitano a questo. L'avidità umana, a differenza di quella degli animali, è inarrestabile. E questo difetto di fabbricazione ci sta portando all'autodistruzione e che rischia di farci durare meno dei dinosauri. Forse, anzi sicuramente, è proprio la capacità creativa dell'essere umano lo strumento, il volano di questa distruttività insaziabile, la base che permette a questa avidità di soddisfarsi; ma sembra che non ci sia limite a questo. E in questo periodo sono superati tutti i limiti.
   Il potere si riproduce ovunque, in qualunque circostanza, in qualunque forma di assembramento o di relazione umana. Forse (lo dice qualcuno) anche all'interno degli attuali movimenti. C’è chi dice che all’interno dei movimenti già emergono nuovi leader che si sbracciano per ottenere visibilità: potrebbe essere vero o comunque verosimile.
   Tutte le rivoluzioni hanno avuto il loro bonapartismo. Questo è particolarmente chiaro oggi, dopo che le enormi forze e sforzi e tensioni della parte migliore dell'umanità hanno portato a risultati osceni e terrificanti. Tutte le rivoluzioni si sono concluse in grandi assestamenti storici che hanno portato alla creazione di nuove gerarchie di potere e di nuovi strumenti di potere. A cominciare dalla rivoluzione cristiana. La rivoluzione inglese, nata in nome di ideali quanto mai nobili, ha portato all'intervento dell'Inghilterra nella tratta degli schiavi, all'oppressione dell'Irlanda, ha segnato l'inizio dell'intervento inglese in India, e ha posto le basi dell'espansione del colonialismo inglese del Diciannovesimo secolo. La rivoluzione francese è sfociata in pochi anni nell'Impero napoleonico. E via discorrendo...
  
   Chi è potente vuole essere potentissimo. Chi è ricco vuole essere ricchissimo. Il dominio incontrollato e senza ostacoli del capitalismo finanziario sta portando il mondo all'autodistruzione. Il fallimento dei vari convegni sul clima è l'espressione più chiara di come questa violenza irrazionale non sia capace di porsi dei limiti. I No Global di Seattle, gli Indignados, gli Occupy Wall Street, tutti quelli che stanno cercando di lottare per la loro e altrui sopravvivenza scardinando i vecchi schemi, partendo da zero, cercando di creare nuove forme che non tengano in considerazione i vecchi movimenti "progressisti" di tutte le forme, sono i santi di oggi. Ma io credo che il genere umano può essere salvato solo da una nuova religione. Perché noi mangiamo carne.

   Forse, nel panorama delle rivoluzioni che si sono rivelate nuove strutture di potere, le uniche rivoluzioni che sono riuscite sono le rivoluzioni culturali. Per questo, io laico, ateo o sicuramente non credente, penso che solo una nuova religione, una religione senza Dio, che ormai è morto, una rivoluzione culturale laica travestita da religione, potrebbe salvare l'umanità. Ammesso che ciò sia possibile. E ammesso che ne valga la pena. Perché è solo a livello irrazionale che si potrebbe agire. In teoria, coi mezzi tecnici che ci sono, i problemi del mondo potrebbero essere risolti in una settimana. Io ti dono questo, tu mi doni questo. Io rinuncio a questo, tu rinuncia a questo. In Abruzzo, quando i guardiacaccia sono costretti a uccidere un orso, perché dà fastidio, penetra nelle case, è pericoloso, gli mettono in bocca un po' d'erba. Gli danno da mangiare. Gli chiedono scusa per averlo ucciso. Io ti uccido per non essere ucciso, perché devo mangiare, ma ti chiedo scusa. Gli esseri umani non chiedono scusa alla natura. Quello che è scomparso è il senso del sacro. Mettere un po' d'erba nella bocca di un orso è avere compassione, provare dolore per averlo ucciso. Sentire che in fondo la propria sopravvivenza è una colpa. La hybris è esattamente il contrario di tutto questo.

   L'idea della religione come nuova socialità, sostitutiva dell'idea del socialismo, è un ritorno al Medio Evo, in cui la sacralità del re fu la base per la formazione delle monarchie nazionali. Non è un bel vedere, ma è meglio della guerra atomica... e queste idee sono assolutamente inattuali. E per essere ancora più inattuale vorrei proporre il ritorno al sentimento di colpa. Sentire come una colpa non la trasgressione al dovere della castità, o dell'obbedienza all'autorità costituita, ma all'idea di rispetto. Rispetto per gli orsi, naturalmente.

12/02/2011

V per Violenza - "Ho ventotto anni, e sono incazzato... " (sulla manifestazione del 15 ottobre, e altro)

Qualche giorno dopo la manifestazione del 15 ottobre (quella famosa perché "hanno sfasciato tutto") ho raccolto questa testimonianza. Ha un sapore e una tonalità (un'autenticità) diverse da quelle uscite a caldo sui giornali (e sulle quali molti dubitano). E' rimasta in sonno qualche tempo, ma ora eccola, sul Venerdì di Repubblica di oggi, 2 dicembre 2011, forse più attuale che mai. Ho preferito che le parole di "Valerio" non fossero interrotte da nessuna interlocuzione, e chiudere le virgolette solo alla fine. Al monologo segue poi un mio breve commento.

   Ho ventotto anni...

   "Mi chiamo Valerio, ho 28 anni, laurea in Scienze politiche a 24 e un master a Londra, oltre a un liceo classico alto borghese dove ho sgobbato fin da ragazzino, e sono disoccupato da anni in cerca di una prima occupazione che non arriva mai. Ho provato, campando di espedienti, a prendere con altri una casetta al Pigneto, quartiere di fighetti dove ormai tutto è carissimo, anche un tè o un bicchiere di vino. Sono addirittura tornato dai miei genitori, che pure tra l’altro la crisi la stanno sentendo: la carta di credito è diventata come un bancomat, se non hai i soldi sul conto non struscia più. Mi rode il culo che con tutto quello che ho studiato non trovo niente, anzi sono incazzatissimo, tant’è che scendere in piazza per me è un’occasione anche di sfogo. Vorrei che fosse occasione per una prospettiva, un progetto, ma il 15 ottobre me lo sono vissuto solo a sfasciare tutto.

   "Dopo la maturità ero stato a Genova cogli amici di scuola, al Carlini [lo stadio dove nel 2001 nacque il movimento de “i disobbedienti”], dove sotto le tende avevo tante aspettative… Anche quando sono entrato alla Sapienza ho gravitato per un periodo nell’area dei “disobbedienti”. Poi però quell’auletta di scienze politiche mi sembrava la piazza di un paesino tipo Albano: sempre più provinciale, un mondo chiuso in se stesso. Nel 2003/2004 di quell’ambiente che seguivo senza essere un vero militante ero deluso. Vi ritrovavo forme e rapporti di potere simili a quelli del mondo che vorremmo combattere: quell’essere leader, tenersi la poltrona per anni, sempre lo stesso portavoce che va dall’Annunziata o da Santoro, quell’essere attaccati al proprio ruolo. Ho visto sgambettarsi e sgomitare come per un posticino in un giornale o un posto di dottorato, e anche nei rapporti con l’altro sesso. Perciò ho continuato a frequentare i cortei, ma la mia palestra è stata la curva. Ho iniziato ad andare allo stadio, a volte tappandomi il naso perché hai a fianco gente che dice cose indegne, ma almeno sai con chi hai a che fare. E’ negli ambienti che dovrebbero essere rivoluzionari che hai le delusioni.

   "Con un gruppetto di amici conosciuti allo stadio e altri ci siamo un po’ più politicizzati, portandocene appresso altri a certe scadenze, come il 14 dicembre 2010 o in Val di Susa, e ci troviamo in piazza. Non è che facciamo chissà quali riunioni. Abbiamo la nostra vita, anche se abitiamo quartieri diversi abbiamo il nostro baretto dove ci becchiamo al pomeriggio, il posto per l’aperitivo e la birreria dove c’andiamo a ‘mbriacare la sera. Nelle nostre discussioni abbiamo sempre davanti la politica, anche se a volte è una politica da bar - i soli con un po’ di esperienza politica siamo io e un’altro che abbiamo bazzicato i collettivi. Agli altri conosciuti allo stadio, specialmente un gruppetto che viene da Tor Bella Monaca, la militanza politica non gliela fai digerire facilmente, e da solo non sarei capace di formare un collettivo. Più facile entrarci, in un collettivo, se trovassi una proposta.
   "Il problema è che ci stiamo tutti a interrogare sul lavoro: quelli che nonostante la laurea fanno i camerieri in quartieri tipo il Pigneto, San Lorenzo o Campo de Fiori, quelli che stanno a smazzare [spacciare] la roba a Tor Bella o San Basilio o ai palazzoni, altri come me che non vogliono smazzare e dopo tanti studi non s’arrendono all’idea di fare il cameriere, e questo perché mamma e papà mi possono ancora parare, non so per quanto, se no prima o poi dovrò fare pure io il cameriere al nero o andare a smazzà all’angolo. Ci interroghiamo su dove andremo a finire, ma io voglio campare oggi perché sono vivo adesso, mi interessa il presente non il futuro. Il futuro lo lascio a quelli che si sono nominati leader degli indignati senza che il movimento degli indignati esista. Di essere indignato non me ne frega nulla perché io sono incazzato, e anche i miei amici. Ma se esistessero dei veri indignati li rispetterei, come rispetto quelli in Spagna, come ho rispettato quelli accampati in piazza Tahrir al Cairo. Non i soliti quattro che vanno in tv e si nominano leader del movimento degli indignati. Non esiste questo movimento in Italia, ve lo siete inventato sui giornali, voi e quei leaderini post-disubbidienti cresciuti con le loro riviste culturali. Ecco, adesso siete diventati indignati, e domani? Ogni mese cambiate, siete stati quelli col passamontagna perché vi siete eletti legittimi discendenti di Marcos, ora siete gli indignati, domani che sarete, i venusiani? Vi aggregherete al dott. Spock?

   "Tornando al corteo, col gruppo mio ci siamo portati quattro zainetti, con serci [sassi], bomboni e martelli... Io non ho il mito della violenza, e nel gruppo mio neanche quelli che vengono da situazioni più disagiate hanno un mito della violenza, per quanto se la vivano tutti i giorni e ci mettano un attimo a fare a botte. Però ci rode il culo che anche se hai un progetto ti sentono solo quando usi la violenza e fai rumore. Io ci credo e spero che prima o poi qualcosa possa accadere, che la gente si sollevi, ci sia un insurrezione, e comunque quando ci sono cambiamenti la violenza c’è sempre. Anche se vai con le mani alzate, come Ghandi o Martin Luther King, la lotta per i diritti civili o la liberazione coloniale in India sono costati un botto di morti, perciò la non violenza non può essere la scusa per non fare un cazzo.
   Non condanno le forme di violenza perché sono stato anch’io in piazza. Dico soltanto che una macchina che non mi serve per fare una barricata, e che non è di lusso, io non la brucio, e specialmente mentre passa il corteo: metti che abbia la bombola perché va a gas, se zompa fa male a chi sta nel corteo. Certe stronzate il gruppetto mio non le fa, neanche i più agitati e fulminati di noi. Così come non lasci una tanica di benzina per dar fuoco a un palazzo. Perciò esagerazioni e sbagli sì, ci sono stati. Io la macchina di un poveraccio non la brucio. Brucio una macchina solo se sono costretto a chiudere la strada perché c’ho dietro le gazzelle della polizia o i blindati. Ma non le macchine parcheggiate, come ho visto a San Giovanni. Le vetrine di bar, negozi, banche si possono rompere, come i macchinoni di lusso: io li sfondo.

  "Io e altri due, quelli che hanno un po’ più studiato, abbiamo provato a far leggere al gruppo un libro di un collettivo invisibile che viene da Parigi, si chiama L’insurrezione che viene, per me una delle letture più importanti di questo periodo, e in Francia tra l’altro un grande successo editoriale. Qualcosa capivano, tra una birra e una canna, tant’altre volte dicevano “aoh, che cazzo vuol di’?’”. Alla fine gli ho fatto leggere l’ultimo libro di Marco Philopat, almeno due risate se le sarebbero fatte, ho pensato, e mi han detto: “Portaci un altro libro che faccia ridere così”. Seguo le cose che ancora escono su siti come Indymedia, Uninomade, Info Aut, ma faccio fatica a tradurle al gruppo. Più facile portarli a vedere V per Vendetta, e sicuramente più istruttivo. Giornali? Giusto ogni tanto il manifesto per leggere cosa fanno al cinema, e il Corriere dello sport.
   "Lo stadio comincia ad essere un campo chiuso: ci hanno cacciati con la “tessera del tifoso” voluta da Maroni, anche se ci si continua ad andare, e ci ritroviamo di più per strada. Ma devo dire, nella mia ignoranza, che una crisi così non c’è mai stata, neanche quella petrolifera dei primi anni ‘70 era sentita così. Poi c’è quello che sta accadendo in tutto il mondo, nei paesi arabi, in Grecia, quello che è successo l’autunno scorso in Italia, in Inghilterra con gli studenti delle gang di periferia. Cose grosse stanno succedendo in tutto il mondo, in Spagna, negli Stati Uniti, l’altro giorno le cariche a Oakland, ma da quant’è che non c’erano cariche a Oakland? Forse neanche ai tempi delle Pantere Nere. Perciò penso sia un momento in cui occorre farsi sentire, anche senza un progetto alcuni nodi stanno venendo al pettine, bisogna agire, anche se certo il nostro è un agire un po’ random...
   "Io provo questo grande disagio: alla fine questa società borghese ha abbandonato i suoi stessi figli, che non possono strisciare la carta come i genitori, che si sono abituati ad averci le Nike, l’IPhone, e che per lavorare devi avere il Lap-top portatile, tutte cose che non sono un lusso, ma sono diventati beni necessari. Noi che siamo cresciuti con questa roba, ci ritroviamo che non l’abbiamo più, e ci sale una grande incazzatura. Lo so, lo capisco che manca un progetto, non solo io che ho studiato, anche quelli meno avvezzi alla politica o che non hanno studiato. Perché anche loro la sera tornando a casa si dicono: mo che famo? Oggi abbiamo rotto tutto, domani che facciamo? (Pausa). Alla fine è dura".



V per violenza (e "l'insurrezione che viene")
  
   Il 15 ottobre fui turbato, più che dalle auto in fiamme, dal video dell’incappucciato che usciva da un portone con una statuina della Madonna e la frantumava per terra prendendola a calci (altri del corteo lo inseguirono indignati). Un gesto di puro fascismo, in linea con gli ultimi 15 anni di un’ideologia al potere che ha disprezzato ogni valorizzazione non immediatamente economica. Quel gesto era l’opposto di un cartello che pure stava nel corteo: “La poesia è anticapitalista”. Nel suo provocatorio candore ricordava la forza sovversiva dell’“inutile” – come la poesia, appunto, la scuola, l’educazione o la bellezza, e come l’azzurro del manto di quell’inutile deliziosa madonnina di gesso. Provai rabbia e pena per il terribile equivoco di quel giovane disgraziato, ammalato da anni di diseducazione versata come napalm da anni di cinismo di governo. La violenza diffusa è proporzionale alla disperazione e all’assenza di orizzonti. E le parole di Valerio, che non definirei mai un black bloc, sono ampiamente condivise. Valerio è un ragazzo come tanti, e la durezza del tono e la voce arrochita non ne nascondono la simpatia. Lo sfogo della violenza non è del resto una prerogativa dei soli maschi, ma equamente ripartito tra ragazze e ragazzi: la rabbia e la precarietà come condizione esistenziale realizzano un’amara parità di genere.
   Parafrasando il famoso libro di Pessoa, Una sola moltitudine, quella dei giovani è oggi una varia solitudine, difficile a raccontarsi perché “precarietà” è soprattutto perdita di un senso narrativo della vita. La politica si è disgregata o dissolta, e la solitudine ne è la spoglia. La loro rabbia è individuale come quella dell’eroe del film V per Vendetta, tratto dal fumetto di Alan Moore, riferimento oggi dominante del loro immaginario. (Ironia della storia, il personaggio con pizzetto e cappello ricalca l’inglese Guy Fawkes, cattolico papista e reazionario, autore nel 1605 della “congiura delle polveri” per far saltare in aria il re Giacomo I e il Parlamento protestante).
   L’insurrection qui vient – “L’insurrezione che viene” – è invece un pamphlet politico firmato nel 2007 in Francia da un “comitato invisibile”, aggiornato nel 2009 e pubblicato dall’editore Hazan. Circola in Internet, così come traduzioni italiane anch’esse anonime. Spiega a modo suo alcune cose, altre le anticipa. Consiglierei di dargli un’occhiata, tra una notizia e l’altra di aumenti dello spread, e soprattutto di trasformazione della miseria e dell’esclusione sociale in problema di ordine pubblico. Se il dissenso è criminalizzato, e la politica che si affaccia viene irrisa o minacciata sul nascere (come con le allusioni dell’ex ministro Sacconi al terrorismo che scaturirebbe dalle critiche verbali), non stupiscano le forme violente di protesta. All’annuncio di migliaia di licenziamenti in Grecia hanno risposto giorni fa ad Atene centinaia di persone col più massiccio esproprio di un supermercato. Nicolas Demorand, su Libération del 2 novembre, ha posto per primo il problema dell’emergenza democratica dietro l’emergenza finanziaria. Lo ha fatto a proposito del referendum in Grecia, “avanguardia della disperazione”. Esso ha turbato l’Europa perché pone “l’unica vera questione, totalmente tabù e finora perfino rimossa, impossibile da formulare tanto è vertiginosa e terrificante per chi ci governa: che cosa pensano i popoli della brutale cura di austerità che sta per abbattersi su di essi?”
   Al corteo degli studenti del 17 novembre ho sentito discorsi più preparati di quelli di molti parlamentari. “La crisi va pagata da chi l’ha provocata”, dicevano gli striscioni. E mentre gli studenti gridavano di volersi riappropriare del futuro, bloccati a due passi dal Senato, all’interno il premier del “governo tecnico” (la freddezza della formula risaltava a fianco della calda empatia degli studenti), chiedeva la fiducia.

(uscito su Venerdì di Repubblica, 2 dicembre 2011)

11/02/2011

Vertigini (popoli, governi e crisi finanziaria)

"Nel modo peggiore, nel peggior contesto e con le peggiori conseguenze possibili per tutti noi, Papandreu solleva l'unica vera questione. Totalmente tabù e finora perfino rimossa. Impossibile da formulare tanto è vertiginosa e terrificante per chi ci governa. E' questa semplice domanda: che cosa pensano i popoli della brutale cura di austerità che sta per abbattersi su di essi? Grazie ai Greci, all'avanguardia della disperazione, di porla e di rispondere per primi"...

il seguito è qui:
http://www.liberation.fr/economie/01012369117-vertigineux