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8/06/2011

Articolo sulla 'retorica dei giovani' uscito su Venerdì di Repubblica

   La retorica dei “giovani” contro la “gerontocrazia” nei partiti e la “rottamazione” degli anziani ha contagiato, pare, ogni ambito sociale. Una volta, per provocare alcuni giovanissimi amici, parlai loro di Pietro Maso. Chi era costui? Gianfranco Bettin vi dedicò un libro: L’erede. Una storia vera. Per Wikipedia fu “il protagonista di uno dei più clamorosi casi di omicidio a sfondo familiare della cronaca italiana”. Aiutato da tre amici, il 17 aprile 1991 uccise entrambi i genitori per intascarne subito l’eredità. Fu l’inizio dell’italian beauty, i delitti nelle villette di provincia. Ma colpirono i moventi: Maso non era in conflitto coi genitori, non si opponeva alla loro visione del mondo, voleva solo prendere il loro posto, le carte di credito, l’automobile, la villetta.

   Fuor di metafora, la smania del fare tabula rasa dell’esperienza degli altri (o direttamente degli altri), autofondarsi come se si nascesse privi di genealogia o di filiazione, mi pare tutt’uno con l’azzeramento della memoria, della trasmissione, in breve dell’educazione, sradicata col napalm in questi decenni. E’ uno dei problemi antropologici più seri, tutt’uno con la cosiddetta “precarietà”. Ne L’uomo flessibile Richard Sennett ricordava come la vituperata career, “carriera”, strada per carri, indicasse quel percorso di vita e lavoro da cui si poteva guardare indietro (memoria) e avanti (progetto), simbolo di un senso narrativo dell’esistenza oggi perduto. Vale per tutti, dai maestri scalpellini di Pietrasanta, portatori di tecniche secolari e indispensabili alle opere firmate dai celebri scultori, ai giornalisti d’esperienza che, nelle redazioni, insegnano ai nuovi arrivati come solo con l’esempio può accadere.
   Per questo pensai male due mesi fa degli scrittori “trenta-quarantenni” autodefinitisi “TQ”, che fecero dell’attestazione anagrafica la piattaforma di una rivendicazione di potere cultural-editoriale, che peraltro già occupano ampiamente. L’anagrafe degli scrittori non definisce niente, la qualità dell’interazione col mondo sì. E per chi ha a cuore la fecondità dei conflitti è semmai imbarazzante la sicumera nell’avanzare diritti e il concepire l’atto di scrivere come organico al potere anziché irriducibile ad esso. Ma i TQ, se si chiamano ancora così, sono già altro, parlano di politica del produrre, distribuire e vendere libri, parlano di qualità e di codice etico. La domanda allora torna ad essere, credo, quella che nel cinema l’“anziano” Bernardo Bertolucci rivolse all’interno del gruppo dei centoautori, contro censure e autocensure: “E’ ancora possibile oggi girare un film come Salò?” Vale per tutti.

(uscito su Venerdì di Repubblica (rubrica "zona critica") del 5 agosto 2011, ma scritto una ventina di giorni fa, prima dell'ultima ondata di interventi sui giornali)

12/12/2010

Rodotà o Renzi? Sulla retorica giovani contro anziani


   Alla bella manifestazione di ieri, in difesa di valori agli antipodi del berlusconismo, come la scuola pubblica, c’erano molti giovani e moltissimi anziani e non si distinguevano tra loro. Perché lo dico? Perché è dai primordi del lamento contro la “gerontocrazia”, e la pretesa che i giovani debbano scalzare gli anziani, che vorrei scriverne. Il via me lo dà un cartello visto a San Giovanni: “Se i giovani sono come Renzi meglio i vecchi”. Renzi è il sindaco Pd di Firenze che vuole “rottamare” gli anziani, ora famoso anche perché ricevuto ed elogiato dal “catacombale” primo ministro non a Palazzo Chigi, ma nella reggia privata di Arcore.
   Una volta, di fronte alla retorica contro i vecchi, ho parlato a dei giovanissimi amici di Pietro Maso. Chi è? Cito per comodità da Wikipedia: “è il protagonista reo confesso di uno dei più clamorosi casi di omicidio a sfondo familiare della cronaca italiana. Aiutato da tre amici, il 17 aprile 1991 nella sua casa di Montecchia di Crosara uccise entrambi i suoi genitori servendosi di un tubo di ferro e di altri corpi contundenti tra cui spranghe e un bloccasterzo. La motivazione era intascare subito la sua parte di eredità. Condannato a 30 anni di reclusione, a ottobre 2008 ha ottenuto il regime di semilibertà”. Ricordo l’efferatezza di quel duplice omicidio in provincia di Verona, il primo dell’horror italico dei delitti nelle villette. Gianfranco Bettin vi dedicò un libro: L’erede. Una storia vera. Ma più di tutto colpirono i moventi: Pietro Maso non era in conflitto con i genitori, non opponeva ai loro una diversa visione del mondo, un diverso orizzonte di valori, anzi: voleva semplicemente prendere il loro posto, usare le loro carte di credito e l’automobile, e vivere da solo nella loro villetta. Certo, la mia era una provocazione, però il paradigma è chiaro. Ora, tanto per sapere: cambiereste un Rodotà con un Renzi?

3/30/2010

Daniele Luttazzi e l'etica dell'evidenza

Francesco Piccolo (l’Unità del 29/3) scrive sul maschilismo di sinistra, citando a esempio la classifica dei lettori del vecchio settimanale satirico Cuore, “le cose per cui vale la pena vivere”, che al primo posto aveva “la fica” (e che altro ci si dovrebbe mettere, l'iPhone? il denaro? Sarebbe comunque interessante rileggere tutta la classifica). Poi, sul monologo di Daniele Luttazzi a Raiperunanotte, conclude: “Luttazzi e Berlusconi si assomigliano più di quanto amino credere”. Lo dice senza argomentarlo, per buon senso, come se il “buon senso” fosse un’autoevidenza, e non una credenza in bilico tra superstizione e autocensura. Penso viceversa che tra i disastri della sinistra oggi in Italia vi sia il cristallizzarsi in una postura moralista, e l’aver lasciato il campo della “trasgressione” alla destra (v. la caricatura goliardica di uno Sgarbi).
Luttazzi ha detto che la dittatura di Berlusconi è come l’ultima fase dell’essere sodomizzati. Certo, ha detto di più. Il suo procedimento linguistico consiste non nell’alludere (l’allusione è ironica, ma anche mafiosa o berlusconiana), ma nel far vedere, materializzando il fantasma della realtà oltre l’uso di metafore. Da qui la potenza, e lo scandalo. Lui dice mestruo (lo beve), dice piscia, merda: la mostra. Dice inculare (e lo mostra). Il senso è identico a quello del Cavalier Banana con l’ombrello a cui ci ha abituati Altan. Ma in Luttazzi è iperreale, evidente, disturbante. (E' un prodìcedimento stilistico noto agli antichi: in greco si chiamava enàrgeia, che i latini tradussero evidentia: ciò che sta davanti agli occhi). Quanto al dire di amare la fica (Cuore), so bene che nei labirinti del politicamente corretto, ogni due parole tre sono sconvenienti. Per questo sottolineo il carattere soggettivo di ogni enunciazione: la frase più oggettiva è già confessione del proprio sguardo; il neutro non esiste. E’ la censura a limitare il dicibile e il visibile fino a renderli norma, o buon senso).
Francesco Piccolo ha il torto di semplificare. Luttazzi quello di turbare e far pensare. Berlusconi, maestro di semplificazione, evita e bandisce accuratamente ogni seme di perplessità o di pensiero. Già questo pone Luttazzi ad anni luce. Berlusconismo è far leva sul “buon senso” come ovvietà, un darsi di gomito tra complici, evasori e puttanieri, un’unanimità sazia e priva di dubbi, mai approfondita. E’ la semplificazione estrema: non pensieri, ma slogan.
Ma dietro la condanna a Luttazzi vedo la solitudine di Pasolini, i processi e i sequestri dei suoi film. Vedo il trionfo di Videocracy, potere e pornografia, fascismo estetico e politico, e soprattutto censura. Tolto Luttazzi, dovremo aspettare un altro straniero, come lo svedese Gandini, per vedere la realtà dietro le nebbie del “buon senso”?

(una versione ahimè più ridotta è in uscita su l'Unità)

3/27/2010

Otto anni fa: "Dove comincia il fascismo?"

“Lo stato attuale delle cose: la trasformazione progressiva della res publica in governo padronale di azienda, la tendenza visibile dello stesso governo a fagocitare ogni ente o istituto concorrente nel campo primario dell’informazione e dell’espressione (radio, televisione, editoria) e la maggior parte della variopinta fabbrica della ricchezza e del consenso (pubblicità, assicurazioni, ecc.), (...) per non parlare di ciò che di arbitrario e distorto si consuma nel campo giudiziario, e l’attacco alla Costituzione...”. “Nel Forum di Parigi, ‘Italia, la resistibile caduta della democrazia’, il 12 gennaio all’Ecole Normale Supérieure (...) il pubblico stipato e partecipe chiese incredulo che cosa aspettasse l’opposizione di sinistra a organizzare manifestazioni di ferma protesta contro il governo” (...) “Dissidenti (...) sono le voci che in vari ambiti si oppongono all’attuale imbarbarimento che il regime instaurato da Berlusconi e i suoi alleati rappresenta nella società italiana e nella vita pubblica, per fare sentire (...) che esistono linguaggi anche pubblici che non si piegano né alla finanza né alla pubblicità, che sono diversi di natura e non solo di grado da questa dittatura in larga parte mediatica detta ‘morbida’ (ma fino a quando?)...”. “A quali avatar del totalitarismo allude e prelude il regime che si sta installando in Italia? Se usiamo per un attimo quella parola condannata dalla Storia, quello spettro, revenant, in attesa di coniare parole più precise, la domanda sarà: dove, quando (ri)comincia il fascismo?”
(Le citazioni sono da Mario Luzi, “Il sonno della ragione”, da S.Scateni-B.Sebaste, introduzione, in: AA.VV, Non siamo in vendita. Voci contro il regime, Arcana 2002 (interventi di scrittori, registi, artisti, cittadini). Otto anni fa, otto anni prima del populismo spettacolare di Santoro. Nel libro, Maurizio Chierici ammoniva sul divenire-Argentina dell’Italia. Bersani lo ha detto solo ieri l’altro. Forse qualcosa avremmo evitato, se tanti, troppi, non avessero minimizzato la realtà).

(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità di domenica 28 marzo, col titolo "Il sonno della ragione")

3/13/2010

Che altro dire?

Che altro dire che non abbiamo ripetuto in questi anni? Chi ancora sostiene il delirio eversivo del Capo del governo dovrebbe riconoscere un limite, una frontiera dell’evidenza, del principio di realtà. Capivo la chimera di andare al banchetto col miliardario nell’illusione di assomigliargli, ma ci si è accorti che al banchetto si era sì convocati, ma come scatolette di tonno? Se non si riconosce il remix dei mussoliniani proclami dal balcone di Palazzo Venezia, se l’anestesia morale e cognitiva è ormai cecità, si badi: ogni dittatura avanza per graduale abitudine dei cittadini, degradati a spettatori intimiditi; giorno dopo giorno si accetta tutto, anche la sparizione e l'omicidio del vicino di casa ebreo e/o comunista, o i bambini morti bruciati nei campi rom; il sopruso, l’informazione distorta ma indiscutibile, l’unica consentita. Nello stravolgimento orwelliano della realtà, chi è liberale è tacciato di estremismo e messo all’indice.
Leggo che, dopo il fermo di polizia a uno skinhead che voleva importare in Italia il Ku Klux Klan (organizzazione neo-nazista Usa), il gruppo di estrema destra Forza Nuova (alleato di Berlusconi e della Polverini), grida alla “repressione liberticida”: paladini della libertà di toglierla agli altri, di essere fascisti (e ho paura dei loro travestimenti al corteo del Pdl il 20 marzo). Ma non è più un paradosso. Il nuovo fascismo era già visibile nel Partito della Libertà e dell’Amore, nell’uso cinico e indecente di queste parole. Che altro dire? Questo, con voce forte e chiara: che il capo del governo è un nemico della democrazia, vergogna per l’Italia e per l’Europa. Lo dica il segretario del maggior partito d’opposizione, senza delegare ad altri più pittoreschi. E la destra autentica si ribelli contro la sua strumentale caricatura che istiga alla guerra civile (N.d.A: scritto ieri, h. 10,50).

(rubrica "acchiappafantasmni", in uscita su l'Unità di domenica 14 marzo)

4/18/2009

I giovani, i vecchi e il premio Strega (rubrica acchiappafantasmi)

Tra le non-notizie di questi giorni spiccano quelle intorno al premio Strega: Daniele Del Giudice, con grazia e ironica stanchezza, si è defilato dalle voci che lo volevano vincente (tutti gli anni, 6 mesi prima, ci sono voci sul vincitore dello Strega: puntualmente confermate dai fatti), dicendo che il fatto non sussiste: non ha nessuna intenzione di partecipare. Antonio Scurati si è invece autocandidato con baldanza, pur sapendo che devono farlo due giurati tra i 400 cosiddetti “amici della domenica”, di concerto con la sua casa editrice. Nessuno ignora che sia una gara tra editori: allo Strega si candidano libri, ma si fronteggiano apparati, cortigianerie, potenze relazionali. In palio il prestigio, e 200000 copie mediamente vendute.
Lo Strega è lo specchio del Paese. Se la parola d’ordine è che oggi in Italia c’è una gerontocrazia, quale esempio migliore di un premio tra i cui giurati (dice una vecchia battuta) votavano anche i morti? Ma la retorica sui giovani meriterebbe un’analisi più ampia: alibi di ogni crisi economica e della disoccupazione, anche in politica (soprattutto a sinistra) non si parla d’altro: basta coi vecchi. Ma dove comincia la vecchiaia, fino a quando si è giovani? Il criterio non è quello di proporre idee nuove, impensate visioni del mondo? Cosa dire dei “giovani” che vogliono essere al posto dei “vecchi” per fare le stesse identiche cose, però farle loro? (Mi viene in mente - sono abbastanza “vecchio” perché ciò accada - Pietro Maso, colui che per primo uccise i genitori per usare le loro carte di credito e abitare la loro casa). Così, alla frase di Scurati su Del Giudice (“l’ho ammirato da quando ero ragazzo”) ho avuto un sobbalzo. E’ diventato davvero così “vecchio”, Daniele? Ma il tempo è elastico in letteratura: ci sono scrittori oggi trentenni che non ammiro da quando ero ragazzo.

(pubblicato anche su l'Unità del 19 aprile 2009)

P.S. : segnalo su nazionendiana la candidatura serissima e ufficiale di Franz Krauspenhaar al Premio Strega, e le numerose adesioni. Assolutamente da leggere e guardare...