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7/06/2014

La vita nuova dei rifiuti (della società)

(La foto è di Barry Rosenthal, l'articolo è stato pubblicato su Repubblica del 6 luglio 2014 col titolo "I rifiuti della società")



   Nel giugno 2010 andai in provincia di Napoli e Caserta per descrivere quello che gli abitanti chiamavano l’olocausto bianco dei rifiuti. Sporgendomi sulle voraginose discariche legalizzate e militarizzate dal governo di allora, guardando le distese di spaventose ecoballe che svettavano come megaliti nella campagna di pomodori e peschi inondata di percolato, mi sembrò che i rifiuti disegnassero una nuova, monumentale e grottesca frontiera del “sacro”. Sacrare, ricordava il filosofo Giorgio Agamben, significa separare dall’uso comune, così come il suo contrario, profanare, vuol dire restituire all’uso comune. Non solo i rifiuti, gli scarti, ma anche le “vite di scarto” dell’omonimo libro di Zigmunt Bauman rimanderebbero a questo orizzonte di senso. Ricordo che mi colpì, come se fosse il massimo dell’insensato e dello scabroso, un oggetto sfuggito a un’ecoballa, nudo e fuori contesto, un flacone di plastica bianca e azzurra con la scritta AMMORBIDENTE. Avevo già imparato che supermercati e discariche sono l’uno lo specchio dell’altro: non solo perché l’edificazione dei primi serviva a creare e coprire le seconde sotto un manto d’asfalto, e così via; ma perché sono fatte della stessa sostanza, nel costante divenire scarti delle merci in vendita.
   E’ passata un’era dallo sciopero dei netturbini a Roma nel 1970, le cui condizioni di lavoro erano disumane, filmato da Pier Paolo Pasolini, che riprese volti e gesti degli spazzini all’alba, l’assemblea ai Mercati Generali, dedicando loro una poesia: «... oggi 24 Aprile 1970/ è giorno di sciopero: l’Ordine degli Scopini è entrato nella storia, / bisogna essere contenti, come se gli angeli / fossero scesi sulla terra…». In perfetta continuità col suo amore per gli umili, l’attenzione di Pasolini a quel rimosso sociale che coincideva col «basso materialismo» di Georges Bataille anticipava la celebre frase di Bauman: “i raccoglitori d’immondizie sono gli eroi non celebrati della modernità”.
   Da allora la letteratura e l’arte non hanno cessato di misurarsi col variegato mondo dei rifiuti. Tra i pettegolezzi della garbology, l’arte di frugare nella spazzatura dei famosi, e le grandi questioni ecologico-ambientali, si trattava di dare il tu ai rifiuti, di guardare in faccia le cose che buttiamo via, da Michel Tournier (Le Meteore) a Don DeLillo (Underworld), passando per Italo Calvino, Paul Auster e tanti altri. Se il tema degli scarti è oggi onnipresente grazie alle estetiche del riciclo, la condizione ontologica di separatezza dei rifiuti e la sua relazione con l’arte fu indagata forse per la prima volta da una mostra al MART di Rovereto, a cura di Lea Vergine come l’omonimo libro: Quando i rifiuti diventano arte. TRASH rubbish mongo (Skira 2006). Quanto al problema della plastica, e a parte l’industria e il design del riuso, neanche qui manca la poesia - dalle drammatiche plastiche bruciate di Alberto Burri, in polemica col piano Marshall e l’inizio dell’americanizzazione delle nostre vite, allo struggente sacchetto di cellophane che danza nel vento in American beauty.
   Ci sono poi i rifiuti “naturali”, oggetti smarriti il cui eteroclita repertorio è espresso in lingua tedesca da una parola bella e strana, Strandgut. I dizionari traducono “relitti”, ma significa esattamente i beni o le cose che il mare lascia sulla spiaggia (strand), quelle che tutti contempliamo passeggiando lungo il mare d’inverno, con cui i bambini giocano da sempre costruendo capanne e altri sogni: pezzi di legno o di tronchi, alghe, conchiglie, pezzi di barca, lattine, bottiglie, oltre che, ancora, tanta plastica. Quegli oggetti ci raccontano storie, spiegava la poetessa tedesca Eva Taylor, e non a caso tanti artisti li raccolgono e per inserirli nelle loro opere.
   Uno di essi è il newyorchese Barry Rosenthal, scultore e fotografo degli oggetti trovati che si vedono qui a fianco. Confesso di avere trovato kitsch il suo tentativo di redimere rifiuti disponendoli in file ordinate, come fanno i bambini con le conchiglie o i maccheroni. Più che salvare il trash delle cose buttate via, mi sembrava che lo producesse, rimuovendone ogni implicazione tragica. Ma Rosenthal mi ha spiegato che un’evoluzione c’è stata nei suoi allestimenti: se prima disponeva gli oggetti in modo sistematico e ordinato, è subentrato un gusto per l’affollamento e la densità, un’apertura al caos e all’incompiutezza. Cerca di comunicare la sensazione che gli danno le cose che trova nell’acqua – bicchieri e posate di plastica, flaconi di medicine, cannuccie colorate, palle da tennis - e stabilire tra loro delle relazioni. Non pretende suggerire comportamenti virtuosi né aprire le coscienze, ma solo “portare alla luce” le cose anonime che buttiamo via.
   Gli oggetti senza più contesto né appartenenza sono pur sempre simboli di una deriva, ed è difficile per noi separare le installazioni degli artisti – abiti dismessi o altri oggetti separati e orfani di un uso – senza pensare alle montagne di occhiali o di scarpe tramandatici dall’iconografia di Auschwitz. Quanto agli oggetti portati dalle onde, che siano nel Mediterraneo o nel porto di New York dove va su e giù Barry Rosenthal, è il mare a conferire loro il pathos avventuroso di un messaggio nella bottiglia. La loro versione più tragica la vidi negli oggetti sommersi e poi salvati dal mare di Ustica, dopo l’inabissamento dell’aereo colpito da un missile il 27 giugno 1980. Prima di stipare quegli oggetti strazianti, irriducibili a un’estetica, dentro casse nere, e sottrarli allo sguardo, li elencai con l’artista Christian Boltanski in un piccolo libro fatto dal Museo per la Memoria delle vittime di Ustica a Bologna.
   Che i rifiuti siano specchio del mondo, come il cielo lo è della terra, lo mostrò ancora una volta Pasolini nel 1967 nel film Che cosa sono le nuvole?. Nell’ultima scena Totò e Ninetto Davoli, attori-marionette buttati dal camion della spazzatura in una discarica, semisepolti dall’immondizia, rifiuti tra i rifiuti, vedono per la prima volta le nuvole informi nel cielo azzurro. “Che cosa sono?” Ninetto ride di stupore, Totò beato le contempla: “Ah, meravigliosa e straziante bellezza del creato!”.

6/28/2013

Omaggio a Giorgio Manganelli, viaggiatore improbabile e assoluto (soprattutto in Oriente)

Esce in questi giorni in libreria,per Adelphi, Cina e altri Orienti, raccolta di scritti di viaggio del grande Giorgio Manganelli. Su Venerdì di Repubblica in edicola oggi, 28/6/13, questo mio articolo (la fotografa a colori dell'uomo perplesso con ombrellno, in basso, rappresenta il sottoscritto, non Manganelli, scattata in Tamil Nadu, India).

Quando andai in India la prima volta, oltre all’immancabile guida Lonely Planet, tra le decine di libri di viaggiatori l’unico che mi fece vedere qualcosa venendo incontro alla mia stupefatta apprensione fu lo smilzo Esperimento con l’India di Giorgio Manganelli. Curioso twist of fate: il più improbabile dei viaggiatori, il più mentale e apparentemente autoreferenziale tra gli autori d’avanguardia, acrobata della lingua allenato al salto mortale lessicale, si è rivelato il più limpido e seducente degli “scrittori viaggiatori”, capace di dire la verità e far vedere il mondo meglio di Bruce Chatwin, come forse soltanto il ginevrino Nicolas Bouvier.
   Ora di Manganelli arriva in libreria per Adelphi, a cura di Salvatore Silvano Nigro che ne firma la postfazione, la raccolta di scritti di viaggio cui lo stesso Manganelli lavorò fino a pochi mesi prima della scomparsa, nel 1990: Cina e altri orienti, stesso titolo del libro uscito da Bompiani nel 1974. Mancano solo i testi sul viaggio in India del 1975 nominato sopra, pubblicato da Adelphi nel 1992 a cura di Ebe Flamini, ma molti altri scritti sono stati aggiunti.
   Sappiamo che Manganelli, docente di letteratura inglese con tendenza alla pinguedine, scrittore visionario e nevrotico, fu convinto a viaggiare, “staccarsi” e avventurarsi nell’aperto, dal suo psicoterapeuta berlinese Ernst Bernhard. Pochi come lui fecero del viaggio un meraviglioso ossimoro, emblema della stessa magica assurdità dello scrivere: “Il problema del fare un viaggio”, diceva, “è che rischi di arrivare”. Sua figlia Amelia mi ha ricordato anche le cartoline che durante i viaggi Manganelli spediva a se stesso: “Giorgio tieni duro!”, “Resisti!”

   La svolta avvenne nel 1970 con un viaggio che non avrebbe potuto essere più prossimo alla psicanalisi, quasi una metafora dell’inconscio: l’Africa preculturale, primordiale, addirittura preumana, “ricordo di una possibilità di vita ancora esistente ma soffocata dalla civiltà”. Traduttore e curatore documentario per una società costruttrice di autostrade, si trovò immerso in una terra che sintetizzava l’altrove del mito: “forse era così l’Europa di Lascaux”, scrisse a Ebe Flamini. Il tabù era stato infranto. Un paio d’anni dopo accettò di accompagnare a Pechino a un’esposizione industriale una pletora di politici e operatori economici, quasi tutti padani dalle “rosse mani allevate a cotechini”, che “credevano di arrivare in un paese, ed erano piombati nel cuore di una cerimonia”. “Ogni viaggio è un simbolo, un’iniziazione: figuriamoci un viaggio in Cina”, scrisse scoprendo a sua volta come l’oriente fosse in realtà “il segreto luogo di nascita dello stile”.
   Manganelli si rivela il più “gonzo” (è un elogio) del cosiddetto gonzo journalism - quel modo di fare reportage da scrittori sapendo che l’obiettività si trova nella massima soggettività. Ma resta straordinario come riesca a conciliare l’alterità irriducibile di ciò che vede e incontra, luoghi e cose che spesso esigono un silenzio al limite della devozione, e la sfrenata, inarrestabile passione per il fraseggio infinito e sinuoso, barocco e quasi virtuosistico, ma sempre godibile. Credo che la risposta, e la sintesi di questi tratti in apparenza contraddittori, è nello scrigno inesauribile del suo reportage dall’India, che l’ormai navigato Manganelli traversò nel 1975, pubblicando sul settimanale il Mondo le sue cronache meravigliose e meravigliate: un viaggio teso a “cercare enigmi, emblemi, enteroideogrammi del sacro”, come scrive Viola Papetti, amica e sodale del Manga, nel suo Gli straccali di Manganelli (Sedizioni 2013).
   Cina e altri orienti contiene reportage anche dall’Arabia, dall’Irak, dal Pakistan, dai paesi dell’Islam, da Taiwan, dalle Filippine, da Singapore e dalla Malesia (Paese, quest’ultimo, di cui era incuriosito dai “sultani bianchi”, i Brooke britannici “ora scomparsi”, e in cui voleva – così propose al direttore della Bompiani – andare sulle tracce della loro “inesistenza”). In generale, il viaggio in Oriente di Manganelli è “un’esperienza dell’anima, degli occhi, un brivido culturale, un guado dell’intelligenza, un rivolgimento degli archivi mentali”. Se della Cina e degli altri orienti estremi Manganelli descrive “il prestigio gestuale” dell’“ipnotica positura” del Buddha, che si deposita simbolicamente ovunque e crea zone di silenzio anche nel fragore di Bangkok, l’accoglienza dell’India – scrive – è invece “viscerale”, non necessariamente in senso figurato. La visceralità, scrive nel 1978 (nel libro: Terza Appendice), è un’esperienza “terribile”, cioè prossima al sublime: “noi non sappiamo più che cosa sono le viscere mentali di un mondo. In forza della sua visceralità, l’India non conosce l’orrore. E’ facile liberalizzare il sesso e la droga: più difficile liberalizzare gli escrementi. Ma dove voglio vedervi è a liberalizzare il Cottolengo. Fatevi una passeggiata dopo cena a Calcutta […], in mezzo ad immagini umane che da noi si nascondono in solai inaccessibili. Chi non ha visto Calcutta – che è anche una città meravigliosa – non sa esattamente su quale pianeta viviamo. Ma dovunque viaggerete, in Asia, sentirete l’Europa come una bizzarra invenzione, una cosa impossibile, un ricordo maniacale, il tentativo di non sapere che cosa è esattamente essere vivi”.
   Ho letto queste frasi di Manganelli su un comodo treno che attraversava forse troppo velocemente l’Italia da Roma a Trento, Toscana compresa, seduto di fianco a due anziani americani che guardavano dal finestrino il “paesaggio” italiano: a volte ameno, più spesso agricolo, costantemente costruito, saturo di attestazioni dell’esistenza dei geometri. A differenza dell’Asia, ma anche degli Stati Uniti dove si possono percorrere centinaia di chilometri senza vedere una casa, l’Italia mi sembrò a un certo punto un gigantesco “parco a tema”, votato qui e là a un moderato svago culturale e a moderati divertimenti. L’Asia, scrive a un certo punto Manganelli, non è mai eufemistica perché convive letteralmente con la morte, e “la coscienza della provvisorietà della morte dà [...] un’indifferenza che per noi è intollerabile”. Manganelli non scrive provvisorietà “della vita”, ma “della morte”, come a dire che la trascendenza è così massicciamente presente nella fisicità della vita, nell’immanenza, perché l’anima non muore. Forse è questo “L’odore dell’India” di cui scriverà anche Pier Paolo Pasolini.
   Che l'India fosse entrata nel cuore e nella mente di Manganelli, "ateo che vedeva il sacro dappertutto", me lo ha raccontato la figlia Amelia: la sua accettazione di tutto ciò che è diverso, deforme, mostruoso, fu la cifra del suo rapporto con quel Paese in cui i mostri non sono mai nascosti, ma esibiti e sacri.
 Opera di grande letteratura, Cina e altri orienti è un insegnamento magistrale sull’arte di viaggiare (scrittura compresa). Che non è l’affannoso spostarsi dei viaggiatori che “sporcano il mondo con carte unte”, ma una sorta di ascesi, un “diventare riflesso, eco, corrente d’aria” (come scrisse Nicolas Bouvier in libri che sarebbero piaciuti a Manganelli), un paziente “diventare Nessuno” (come scrissero entrambi, Manganelli e Bouvier), vera avventura e ostinata passione di Ulisse.

8/17/2011

Ex voto (Per Grazia Ricevuta)

   Non solo writers e graffitari scrivono sui muri di Roma. E non solo su Internet ci sono bacheche su cui lasciare tracce. Esistono scritture pubbliche e anonime di chi testimonia non tanto la propria esistenza, ma il proprio stupore, il sacro, la preghiera. Parlo di quei ringraziamenti al Divino, spesso impersonato dalla Madonna, cui si attribuiscono miracolose salvezze e guarigioni: gli ex voto “per grazia ricevuta”.
   Di fronte all’opulenta facciata del Ministero della Pubblica Istruzione, in viale Trastevere, nel muro che cinge un centro sportivo è incastonata un’edicola con immagine della Madonna. Intorno, per quasi quindici metri di superficie, il muro è tappezzato di mattonelle di marmo con su scritto “Per grazia ricevuta”, o il suo acronimo PGR: un murales di suppliche, un mosaico di ringraziamenti, un anonimo e corale monumento alla devozione.
   Più scarni e poveri degli ex voto veri e propri, dipinti o scolpiti, che sono quasi una forma d’arte popolare, anche i “per grazia ricevuta” sono una pratica rituale antichissima, e quelli alla Madonna i più diffusi: “Ti ringrazio Vergine Immacolata sede della sapienza ti ho pregato con fede e tu mi hai aiutato”. “Grazie è la parola riconoscente / Madre dal grande cuore e dall’immensa compassione / Grazie”. Una lapide riporta versi dal Paradiso di Dante: “Vergine madre figlia del tuo figlio / umile ed alta più che creatura... / io ti ringrazio di avermi esaudito”.
   Le lapidi sono centinaia. Le più remote sono dei primi anni ’50, semicancellate in un grigio indistinto, le più vicine all’edicola e alle mensole di marmo su cui giacciono vasi di fiori, ceri e lumini. Una fessura nel muro invita a lasciare offerte: “Pane agli orfani”. Continuo a leggerle sporgendomi, e la mia presenza attira altri passanti che si fermano. E’ come una litania: “E’ troppo poco / il mio scritto / o Maria / per dire quanto fu grande / il tuo aiuto / da Rimini porto a te / la mia viva riconoscenza / proteggimi ovunque”. “O Vergine purissima la mia supplica ti è giunta gradita”, “Ebbi fede pregai e ottenni”, “Sotto il tuo manto cerco aiuto e trovo protezione e soccorso”, “Grazie Madonna”, “Grazie Madonnina”, “Contro ogni speranza tu hai provveduto, o madre!”, Grazie Vergine Santa”, “Grazie madre celeste”, “Tenera madre di noi tutti”, “Madonna quei de noantri ti ringraziano”, ecc. Una madre ringrazia per il figlio: “Grazie madre dolcissima regina degli angeli”.
   Il muro sprigiona un brusìo visivo che, se fosse sonoro, assomiglierebbe a un’installazione di Christian Boltanski, il grande artista della commemorazione degli anonimi: un mormorìo sommesso di voci sovrapposte che dicono la loro meravigliata devozione con le parole più semplici e universali. Una citazione dal Vangelo di Luca incisa su una pietra, si rivolge ai passanti: “Chiedete e vi sarà dato / cercate e troverete / ... Chiunque infatti chiede, riceve / Chi cerca trova / A chi bussa verrà aperto”. Come una targa sbiadita del 1954: “Più volte chiesi... più volte ottenni”.
   Roma è piena di edicole o “madonnelle” circondate di lapidi PGR. Ma il sito più celebre e antico è la sala degli ex voto per grazia ricevuta (a migliaia) nel Santuario del Divino Amore sull’Ardeatina, a duecento metri dalla chiesetta che nel Settecento fu teatro di miracoli, e da allora meta di pellegrinaggi devoti.
   Adesso sono accanto al semaforo dell’incrocio tra largo Preneste e Via di Portonaccio. Un angolo di semiperiferia, palazzoni in disordine alternati a zone vuote e archeologie industriali. Il vecchio muro ad angolo retto è cosparso di lapidi che s’irradiano da una doppia edicola, una Madonna a mosaico e un’altra su lastra. Per terra, sotto le mensole coi lumini, tanti fiori freschi: rose, orchidee, crisantemi, gerani, margherite, calendule, fucsia. La varietà di lapidi, alcune a forma di cuore, è più forte e intensa che a Viale Trastevere. Il traffico scandito dal semaforo a due passi aggiunge un senso di precarietà più straziante. Non tanto tempo fa qui era campagna. Un luogo così simbolico che il graffitaro “Space invader” l’ha scelto per piazzare, incastonato tra un PGR e l’altro, un suo inconfondibile mosaico bianco e rosso. Sembro un lavavetri a riposo, mentre volto le spalle alle auto e guardo il muro.
   “Mamma del cielo, Vergine Santa / vicino a Te, il mio cuore canta / (...) / stringi l’Anima della mia Anna Adorata”, e una profusione corale di “Grazie per...”, “Merci Ste Vierge”. La lapide più bella: un nudo “Ti prego”. Sotto le edicole, la lapide più vecchia si rivolge al visitatore: “Il Signore ti benedica / e ti custodisca / ti mostri la sua faccia / ed abbia di te misericordia / rivolga verso di te il suo volto / e ti dia pace / Il Signore ti benedica”. Testimonianze di miracoli, forse il miracolo è proprio questo, scrivere sui muri.
   Il poeta Camillo Sbarbaro una volta confessò: “Sopravvivo perché ancora scrivo”. La scrittura era per lui un dono caduto dal cielo: “Ogni riga che scrivo, un ex-voto che appendo: ‘per grazia ricevuta’”.

(uscito su Repubblica-Roma il 17 agosto 2011. La fotografia è di Armando Albeldas)

7/11/2010

"Spazzatour": reportage dall'olocausto bianco dei rifiuti

Napoli. Sto percorrendo, dopo la cosiddetta Via degli Americani, l’Asse Mediano: una periferia continua, fitta di traffico. Da una parte smisurati cartelloni pubblicitari che non fanno vedere niente, una sopraelevata nel mezzo, e dall’altra incongrue villette e ristoranti per matrimoni con vista su auto e camion. Ho passato la mattina a spiare vertiginose discariche presidiate da militari, e sono diretto ora al settore monumentale dei rifiuti, la distesa di ecoballe che svettano in ciò che resta delle campagne napoletane. Ma è la normale bruttezza di queste strade senz’anima ora a turbarmi. E’ la terra dei fuochi descritta anche da Saviano nell’ultimo spaventoso capitolo di Gomorra. Di notte, qui, si alzano fumi densi e neri, accesi dai ragazzi rom, pagati per incendiare. I pneumatici, che la Campania paradossalmente importa con i camion, servono ad attutire le esplosioni dei solventi chimici.
La mia nuova guida, Pina Elmo, della “Rete campana Salute e ambiente”, mi racconta le lunghe lotte per fermare i Tir carichi di svariati rifiuti: arresti, pestaggi. L’appuntamento con lei era nello sterminato parcheggio di una serie di supermercati, una distesa di catrame e cemento a coprire - lo sanno tutti - strati di rifiuti, quindi ottenere altra terra e materiali di risulta per coprire altre discariche e così via, nel ciclo continuo di affari della camorra. Del resto lo si impara subito, come un’evidenza: supermercato e discarica sono l’uno il riflesso dell’altra, si specchiano e si rivelano a vicenda come una stessa materia, un’unica logica.
Poi svoltiamo a sinistra, e tra i cumuli di rifiuti e detriti sul ciglio della strada emerge una prostituta nera quasi bambina. Cosa fra le cose, vita dismessa, come i gruppi di africani che stagnano in attesa di un lavoro (magari nei campi inquinati di pomodori), immagine di una diversa prostituzione. Ci siamo. La chiamano anche “l’Ottava meraviglia”: sembrano installazioni, monoliti avvolti da plastiche nere nella campagna verde, separati da noi da un muretto sottile e una rete. Sono le gigantesche ecoballe, totem o dolmen che comunicano sgomento. Due chilometri quadrati di parallelepipedi neri che trattengono materiali tossici, veleni industriali e rifiuti urbani, di cui solo metà è sotto sequestro giudiziario. Tutt’intorno alberi di pesche mature, le pregiate percoche, ignare che il percolato che impregna ormai la terra raggiunga la loro linfa. Cani che abbaiano, guardiani in divisa oltre la rete a sorvegliare milioni di tonnellate di veleni che valgono oro per l’industria fasulla dello smaltimento. Perché nessuno, tanto meno la Impregilo, l’onnipresente azienda che domina e determina ogni politica dei rifiuti, è ormai in grado di farlo. Il resto di questa campagna, anche quando non si vede, è foderato da anni di sversamenti di rifiuti delle industrie del nord che alimentano i tumori. Gli impianti di Cdr (“combustibile da rifiuti”, ora declassati a “tritarifiuti”) confinano qui con le fragole. Chi non voleva più vedere la spazzatura sotto le finestre di città è stato esaudito dalla bacchetta magica, anzi militare, del governo. Pazienza che torni loro in altre forme. Nella frutta sul tavolo della cucina, per esempio. Nelle nanoparticelle diffuse dai fumi densi degli incendi.

Circa un mese fa la Commissione petizioni del Parlamento europeo (una socialista olandese, una verde danese, un conservatore tedesco) si recò a Napoli a verificare la “soluzione” alla crisi dei rifiuti. Quando Judith Merkies, capodelegazione, in stivaloni e guanti nella discarica di Terzigno, estrasse un pneumatico dicendo “questo non dovrebbe essere qui”, fu chiaro anche a loro che la soluzione all’emergenza era un bluff. La visita fu per i tre deputati uno shock politico e culturale: discariche sorvegliate come basi dell’esercito, inosservanza delle regole europee sull’impatto ambientale, assenza di trasparenza e consultazione degli abitanti. E nessuna strategia, nessuna rete di impianti per il riciclo e il compostaggio, null’altro che scavare buche, stoccare ecoballe sotto il cielo nella campagna agricola, gridare all’emergenza per avere mano libera nel militarizzare il territorio. Quando sono andato anch’io a vedere la discarica di Terzigno, alle falde del Vesuvio, nel cuore del parco nazionale, era appena stato arrestato un ragazzo sorpreso a filmare all’ingresso principale. Mi hanno guidato Mariella Tafuto, Elena Velussi, Anna Fava e Sabina Laddaga, volontarie del “CoReRi” (Coordinamento regionale rifiuti). La famosa emergenza rifiuti di Napoli era ed è “un marketing terroristico”, mi dicono mentre ci inoltriamo in un paesaggio di vigne e oliveti da cui viene la Falanghina del Vesuvio e il Lacrima Christi. La discarica (già cava di pietra lavica) è segnalata da stormi di gabbiani che svolazzano. Profonda un’ottantina di metri, è un cono rovesciato come l’Inferno di Dante, ma pieno di rifiuti, i dannati della materia. Passiamo dal retro. Cartelli militari avvertono: Zona di interesse strategico nazionale. Vietato l’ingresso.
“Gli abitanti non possono accedere ai dati – mi ripetono le guide – né sapere cosa viene messo negli impianti. Nessun controllo, anzi una sospensione dei diritti, e perfino un tribunale speciale per la Campania, una super-procura che accentra ogni denuncia e inchiesta nel settore ambientale (Legge 123). Ogni atto che qui avviene in materia di rifiuti è in deroga ai diritti costituzionali. Oltre al fatto che le strutture tecniche, le persone che firmano le ordinanze sono le stesse di sempre, anche quelle compromesse coi clan. O come Marta De Gennaro, responsabile del settore sanitario della Protezione civile, arrestata e inquisita nel 2008 col vice di Bertolaso per avere occultato rifiuti pericolosi, poi promossa a gestire il terremoto a l’Aquila”. Nella gestione governativa dei rifiuti c’è continuità con metodi e persone della camorra. “La camorra prima scava una voragine, ne usa i materiali e vi sversa i rifiuti tossici; la zona viene sequestrata e il governo vi mette i rifiuti urbani che coprono ogni prova”. (Prima della militarizzazione dei siti, alcune discariche vennero chiuse grazie alle denunce dei cittadini. Ora tutto è secretato).
Intorno a noi eucalipti, fiori, limoni, vigne. Dietro il muro grigio e il reticolato il cratere che diffonde il fetore. Lo osservo arrampicandomi: un inferno nell’oasi, cosparso di detriti biancastri come i gabbiani, che ruspe e camion non riescono del tutto a interrare. La Cava Vitiello, lì vicino, è stata scelta dal governo come prossima discarica, anche se il signor Vitiello (come l’Unione Europea) si indigna all’idea. Ma a fianco del campo da calcio panoramico di sua proprietà, col Vesuvio da una parte e i monti dietro cui c’è Sorrento dall’altra, una serie di silos che raccolgono percolato produce un rombo sinistro e costante. In questo parco naturale ai contadini è proibito erigere un muretto a secco o una rete per conigli, ma non silos e discariche.
Abbiamo proseguito il viaggio alla discarica di Chiaiano, già paradiso delle ciliegie, con tanto di sagra. Attraversato un pruneto, ci siamo fermati e affacciati sul vuoto: un immenso buco in cui strati di amianto triturato sono stati coperti da tonnellate di nuovi rifiuti. Un’altra discarica abusiva ufficializzata dal governo, a poca distanza dagli ospedali. Anche qui volteggiano i gabbiani, portatori d’inquinamento con le loro deiezioni.

Più tardi, nel pomeriggio inoltrato, l’ultima tappa di questo “spazzatour” è nel casertano, la cui terra riconosciuta come la più feconda del pianeta, vera e propria fabbrica di cibo, è ridotta quasi a un’immensa discarica. Mi conduce l’agronomo e ricercatore, già combattivo vicesindaco di Caserta, Giuseppe Messina. Mi parla dell’aumento in Italia della desertizzazione, dovuta al cattivo uso del suolo. L’anno d’inizio della discesa agli inferi è il 1997, da quando per contratto la Fibe-Impregilo (di proprietà della Fiat) è diventata proprietaria dei rifiuti, esautorando gli Enti locali. Esistono tecnologie in grado di riciclare completamente i rifiuti, ma se l’imprenditore è pagato per bruciare, ha un piano solo per bruciare, non per pensare soluzioni europee, avanzate, che tutelino l’ambiente, l’agricoltura, la salute. I parametri sono già curvati secondo interessi prestabiliti: il Conai per esempio (Consorzio nazionale imballaggi), che smaltisce bruciandole il 45% delle plastiche da raccolte differenziate in Italia, e guadagna sia nella produzione che nello smaltimento, non perora certo una riduzione degli imballaggi nella merce, ma incoraggia l’usa-e-getta. Come mi spiegavano Elena e Anna al mattino, “occorre superare la nozione di rifiuto. Parliamo invece di materia come risorsa, non come rifiuto. Nessuno investirà sul riciclo finché sono così forti gli altri interessi”.
Ci fermiamo quindi nel triangolo della morte, ultimo girone, a poche centinaia di metri da Casal di Principe: Parco Saurini, S. Tammaro, Ferrandelle. Ogni rilievo, ogni collina (ce ne sono tante) racchiude una discarica interrata, su cui crescono cespugli giallastri. Ma ce ne sono altre speciali, incredibili: montagne incolori, ecoballe di rifiuti senza neanche la plastica, denudate e impudiche sotto un impietoso cielo azzurro. Quelle che Bertolaso aveva dichiarato di avere eliminato, che nessun manto vegetale ricopre. Come se l’esplosione finale al rallentatore di Zabriskie Point si fosse adagiata e ricomposta in colline compatte, incollando ogni frammento. Una marmellata biancastra e fetida punteggiata di plastiche sbiadite. Otto milioni di tonnellate di rifiuti esibiti a pochi metri da coltivazioni, allevamenti di bufale, vecchi caseifici. Terreni generosi che valevano anche 200.000 euro all’ettaro, e ora non valgono più niente, se non per chi ne ricaverebbe altre discariche a cielo aperto. A poche centinaia di metri giacciono impianti per il compostaggio inutilizzati e boicottati. Anche qui, il solito cartello etichetta le montagne di veleno che chiunque può toccare: Area di Interesse Stategico Nazionale. Divieto di accesso. Ai piedi del cartello un flacone di Vernel, l’ammorbidente. Mi stordisce l’idea di qualcuno che ha cura di ammorbidire il bucato ma è incurante di avvelenare la terra, cieco a ogni relazione tra i suoi gesti.

Quando più tardi percorro a senso inverso la desolata e rumorosa “terra dei fuochi”, la quotidiana abitudine alla bruttezza dove tutto ha inizio, dentro di me ripercorro il senso di questo reportage: sono i rifiuti la nostra nuova frontiera del Sacro, indissolubile dal Potere. Se “sacrare” qualcosa o qualcuno vuol dire separarlo dall’uso comune, dalla vita, noi ci siamo affacciati sulle discariche con terrore e tremore come su crateri di vulcani attivi, abbiamo contemplato le ecoballe come temibili fascinosi templi, e gli altari incolori, disgustosi e ipnotici che rendono alieno ciò che è stato nostro, separato per sempre, come la bottiglia di Vernel. Culmine della nostra alienazione, divinizziamo ciò che di noi non riconosciamo più, ma a cui sacrifichiamo tutto. “E’ un olocausto bianco”, mi aveva detto Mariella, una delle mie guide, invitandomi qui. Ma ciò che accade da anni in Campania non è che un laboratorio di quello che succederà, e sta anzi già succedendo, nel resto dell’Italia.


(uscito su Venerdì di Repubblica in data 9/7/2010, in edicola oggi, domenica 11 luglio)

5/28/2010

Rompere teste. Arte, mondanità, indifferenza (per un'antropologia dei gesti del pubblico d'arte)

Sono giorni di grande fervore mondano per l’arte a Roma, tra apertura del Maxxi e la festa al Macro. Sono al vernissage della fiera Road to Contemporary Art, e il cortile dietro il primo padiglione del Macro, tra il muro e i paletti dello spazio ristoro, è ricoperto di teste di ceramica bianca. Sono posate per terra, erette, salvo poche rovesciate o cadute, reclinate. Un camposanto, penso. L’istinto è di circumnavigarle, e mi siedo a un tavolo dello spazio ristoro a fianco dell’opera en plein air ad aspettare un amico. E’ un buon punto per contemplare il passaggio dei visitatori. Il loro flusso è ancora contenuto, e risalta così la goffaggine di qualcuno che attraversa l’opera per sbaglio, e imbarazzato cammina come sulle uova cercando di non urtare e ferire le bianche teste. Le guardo meglio: sono di tre tipi, dalla maturità all’infanzia (quest’ultime un po’ più piccole); i loro volti hanno gli occhi chiusi, in un’espressione contemplativa che ne aumenta l’inermità.
Quasi al centro della distesa di teste c’è una striscia sottile di cocci, e il rumore di ceramica tritata mi fa alzare la testa: una coppia di incaute signore ci cammina su. Mi metto così ad osservare i gesti e le andature della gente convenuta a questo vernissage: esitanti, rispettosi, saputi, indifferenti, curiosi, distratti, irriverenti, mondani, presuntuosi, attoniti, ignari - il campionario è vasto. L’ex ministro ai Beni Culturali Rutelli, con consorte, evita le teste passando ai bordi, senza però degnarle di uno sguardo, tranne quello che ti permette di non calpestarle. Aumentano però quelli che, noncuranti, attraversano il campo minato calpestando il rivolo di cocci. Alcuni urtano le teste, che si rovesciano. Qualcuna si infrange, e il rumore è come una ferita. Ma non si voltano. Finché un giovane vestito da fighetto si lancia tra le teste come in una gimkana. Ne rompe tre o quattro prima di tornare indietro, e ride con gli amici. Passano i minuti e i visitatori, e io resto spettatore esterrefatto di un crescendo perturbante di gratuita aggressività. E’ come un documentario sull’approccio e l’interazione all’arte e ai musei: chi sono i visitatori, che cosa vedono quando guardano un’opera? L’inermità dei volti e teste per terra, bianchi e fragili, è una perfetta metafora dell’opera d’arte, che nel migliore dei casi è sempre un volto che si offre ed espone alla nostra simpatia o violenza. Vale per l’arte ciò che vale per il sacro e il gioco: cosa fa sì (per esempio) che in certi luoghi, di fronte a certi oggetti o persone, facciamo silenzio o ci togliamo il cappello, oppure rilanciamo la palla che ci cade addosso?
Quelli che evitano le teste bianche sono diminuiti a favore dei baldanzosi che le rompono. Non provano nessun imbarazzo, anzi ridono. La prima signora che rompe una testa (di vecchio? di bambino?) coi tacchi alti, inaugura un crescendo peggiore: camminano fra le teste per urtarle, come chi si diverte a far scoppiare palloncini. Una signora elegante ha un’idea migliore, seguita poi da varie emulatrici: solleva una testa con la mano e, in posa di fronte al compagno che la fotografa, la lascia cadere per terra in un fragore di cocci. Teste rotte, pezzi sparsi di volto. Senza accorgermene grido. Una coppia anziana mi chiede: “Lo possono fare?” Un altro dice: “Sì, è l’artista che lo vuole”. Non è che lo vuole, rispondo, ma certo lo ha previsto. L’opera ha un titolo perfetto, Indifference, e un cartellino spiega: quasi 1000 teste di ceramica fragile. E’ dell’artista Renato Meneghetti, galleria Factory di Berlino.
C’è una bella differenza tra intenzione (o addirittura istigazione) e previsione. Se lascio la macchina aperta e l’occasione fa l’uomo ladro, resta che si tratterebbe di un furto. L’umana indifferenza esibita degli invitati al museo, luogo elettivo dell’empatia, mi stordisce. E’ questa l’opera, lo so: fare quello che ti pare. Poi immagino che le teste che fanno scoppiare per terra, mettendosi in posa per farsi fotografare, non siano di ceramica, ma vive e ugualmente inermi. Che siano teste di bambini. Mi alzo e mi allontano, inseguito alle spalle dal rumore di cocci come ossa, come carne.

(su l'Unità di sabato 29 maggio 2010)