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6/23/2013

Noi animali

Da qualche tempo è in libreria questo libro di racconti di Marino Magliani e Giacomo Sartori montati insieme: Zoo a due, appunto, edito da Perdisa. La copertina è un disegno di Andrea Pazienza. C'è una prefazione che ho scritto io, perché questi racconti mi sono sembrati sorprendentemente belli, capaci di insegnare molto a chi legge e a chi scrive, insomma a tutti. Penso sia un ottimo libro da portarsi in vacanza, o da leggere a casa, in panchina, dove vi pare. Da leggere e basta. E ora vi anticipo qui quella prefazione che ho scritto qualche mese fa, col titolo Noi animali.

Noi animali
                                                       Non si scrive per diventare scrittori, ma  per diventare altro [...], diventare animali.
Gilles Deleuze

   Dopo Tolstoj, dopo Kafka e Singer, sembrava che degli animali scrivessero quasi soltanto i filosofi. Come ha scritto Elizabeth de Fontanay (curatrice in Francia dei Trattati sugli animali di Plutarco), parlare degli animali ebbe nel secondo Novecento la funzione di denunciare l’umanesimo razionalista da cui discende il nazismo stesso, e indicare il disastroso smisurato dominio dell’uomo sulla natura, su tutto ciò che è. L’ultimo libro di racconti sugli animali che avevo letto (a parte certi geniali scorci narrativi in Philip K. Dick, e i libri del nobel J. M. Coetzee), era Dogwalker del giovane americano Arthur Bradford, dove gli animali sono narrati alla stessa stregua di umani handicappati e marginali: cani a tre zampe, gatti e molluschi accanto a uomini ciechi, bambini poveri e caratteriali, vecchi e alcoolisti. La frontiera che separa nel vivente (o se vogliamo nello “zoo”) “l’umano” e “l’animale”, è sempre più sfumata, perché la vita quando è nuda e offesa non presenta molte dissomiglianze. Questione biopolitica per eccellenza. L’inermità dell’animale rende paradossalmente l’animale più umano dell’uomo, forse plus-umano, se non troppo umano.
   Questo libro di Marino Magliani e Giacomo Sartori ha come tema la vita, la vita pulsante, brulicante, debordante. Che è anche ciò da cui sgorgano l’unica letteratura e l’unica filosofia possibili. Che cosa è la vita? Michel Foucault (che della biopolitica è forse l’iniziatore) la ridefinì così, poco prima di morire: non “ciò che si oppone alla morte”, che ne fa anzi parte, ma “ciò che è capace di errore”. Mi piace pensare che anche lui lo intendesse nel duplice senso di “errare”: commettere errori – e quindi correggere la propria rotta per continuare il viaggio, la navigazione – e appunto andare, vagabondare, scorrere. Errare. Ecco, questo libro sulla vita che raccoglie storie di animali narrate in prima persona è anche un trattato di nomadismo.

   Nell’eteroclito zoo narrativo di Giacomo Sartori, che va dal cane all’orso polare passando per un bruco sognatore, una formica anarchica che esce dai ranghi per inoltrarsi nell’Aperto, un canarino che viceversa ama la sicurezza della gabbia, un polipo narratore, un dromedario, uno scarafaggio un halobacterium eccetera, c’è perfino un unicorno (geniale inclusione) che esercita il dubbio iperbolico (quello cartesiano) sulla propria esistenza. È la vita, pensa l’unicorno, a essere incomprensibile, col suo “insondabile alternarsi di luce accecante e tenebre”, coscienza e oblio, clamore e silenzio. La domanda dell’unicorno, di cui è dubbia l’esistenza, è la vera domanda: dove comincia la vita? E quindi: dove comincia l’animale? Non solo la mobile frontiera tra umano e animale, ma anche quella tra i diversi “regni” (conosco persone che dialogano normalmente con piante e sassi: sciamani, non pazzi).
   C’è poi un’ameba nel bestiario di Sartori, colta anch’essa in un lungo istante di fatica e di sconforto, un attraversamento a suo modo della mistica “notte oscura”, mentre riflette sulla vita e quindi sulla morte. Si chiede se quando “si diluirà come una goccia d’inchiostro in un oceano” non sarà più nulla, e se i suoi pensieri “continueranno per conto loro come una voce fuori campo”, e fino a quando. E mentre perdiamo di vista, noi che leggiamo, ogni cesura tra noi e gli altri animali o creature, ci viene in mente che quella voce “fuori campo” può essere un bel modo per dire la letteratura, all’ameba accade (quando non sappiamo, il parametro del tempo essendo estremamente variabile per gli esseri viventi) che la crisi esistenziale e fisica che l’aveva avvolta evapori come un brutto sogno, l’acqua del suo habitat ritorni a essere cristallina e della temperatura giusta, e allora “hai solo voglia di abbuffarti di squisiti bocconcini, di folleggiare”. Così è la vita, no?

 Ora, se qualcuno ancora si chiede “perché scrivere di animali”, mi viene in mente un filosofo contemporaneo che ha descritto con terribile precisione le condizioni di insignificanti bassezza e volgarità che pervadono le nostre democrazie di mercato, un libro intitolato Vivere e pensare come porci, dove si cita in esergo questa frase di Deleuze-Guattari: “Per sfuggire all’ignobile, non resta che fare come gli animali (ringhiare, scavare, sogghignare, contorcersi): il pensiero stesso è talvolta più vicino all’animale che muore che non all’uomo vivo, anche se democratico”[1].
   È lo sfondo a cui, con estrema discrezione, alludono gli abbaglianti racconti di Marino Magliani Il cane e il mare e il suo seguito, Il figlio del cane e le colline. Strutturalmente a metà tra la tragedia greca e il Bildungsroman, la loro crudezza epica ed elegiaca mi ha ipnotizzato. È l’epopea di un cane abbandonato nelle colline che sovrastano il mare, che inizia la sua erranza alla ricerca di un dove e di un senso, cioè di se stesso – proprio come tanti illustri umani. Un cane vagabondo che sogna e progetta viaggi in mare, studia l’architettura dei ponti e dei moli, fissa dalle colline la “prateria nera” di notte, quel mare “che non sta fermo mai”, come diceva la canzone. Un cane che ascolta i poeti, che si innamora dell’idea architettonica di “arco”, mentre il lettore si innamora di lui. Magliani apre una geografia oltre all’antropologia del vivente dai confini incerti, una geo-politica dell’umano-animale, con toni a volte biblici, e sicuramente etici. Le peregrinazioni dei suoi cani sono anche guidate dalla fame, e la fame è un sentimento alto se l’affamato, scrisse Elio Vittorini in Conversazione in Sicilia, è più uomo degli altri uomini; anche il cane di questi racconti è “più uomo” quando ha fame, più nudo e offeso, più nobile perché inerme, sacer.
   Se il punto di vista degli animali (qui del cane: anche il cane di Sartori) ci scuote perché ci aiuta a vedere e a dire la verità, solo gli animali sembrano darci l’umiltà e il coraggio di parlare delle cose che contano davvero, di ripristinare e cercare di dare nuova salute mentale a parole come madre, padre, casa, cibo, amore, e altre analoghe che fanno tremare le vene ai polsi degli scrittori meno autentici, stavo per dire meno animali.
   Per fortuna Magliani e Sartori non sono soli: so che proprio in questo periodo altri si stanno svegliando a tessere racconti che risveglino gli animali dentro e fuori di noi. Molti lavori sono in corso, altri già reperibili, come il romanzo recente del mio amico Tim Willocks, una road story di cani, anzi un western di cani, Doglands[2]. Le storie di cani e altri animali sono sempre inni alla libertà e alla terra. Anche le storie di Magliani sono western – raccontano cioè la lotta per l’esistenza in uno spazio geografico che ha forte valenza narrativa. Nella storia di Magliani ci sono il mare e le colline, il sogno poetico di archi e di ponti che s’inarcano anche sott’acqua per rispuntare lontano, oltre la linea dell’orizzonte.
   Ed ecco quindi la mia dedica a questo libro.
   Quando ne avevo saputo il titolo pensai di titolare questa prefazione con la voce sgangherata di Enzo Jannacci, Si potrebbe andare tutti quanti allo zoo comunale. A patto che a cantarlo fossero gli animali, che si affacciano indulgenti nello sterminato zoo, a volte irritante altre patetico, di noi umani inconsapevoli. Giunto alla fine del libro mi affido invece alla voce meravigliosamente animale di Bob Dylan quando canta, vero come un cane “trasperso”, upon the beach where hound dogs bay at ships with tattooed sails “sulla spiaggia dove i segugi abbaiano verso navi con vele tatuate, dirette verso i cancelli dell’Eden”. Il titolo, naturalmente, è Gates of Eden.



[1] L’autore è Gilles Châtelet, prematuramente scomparso. Il libro è stato tradotto in italiano da Arcana nel 2002. La citazione di Gilles Deleuze–Felix Guattari è da Che cos’è la filosofia.
[2] Tim Willocks, Doglands, Storia di un cane che corre nel vento, Sonda 2012.

1/13/2013

Il plus-umano dell'animale. "Doglands" di Tim Willocks

(Tim Willocks con un greyhound)
   In un brano particolarmente intenso di Che cos’è la filosofia?, a proposito della vergogna e della sofferenza dell’uomo (non solo nelle situazioni estreme descritte da Primo Levi ma anche nelle condizioni di insignificanti bassezza e volgarità che pervadono le nostre “democrazie di mercato”), Deleuze-Guattari scrivevano: “per sfuggire all’ignobile, non resta che fare come gli animali (ringhiare, scavare, sogghignare, contorcersi): il pensiero stesso è talvolta più vicino all’animale che muore che non all’uomo vivo, anche se democratico”. Questo brano (che di sicuro ammicca alle contorsioni linguistiche della prosa narrativa di Franz Kafka, dove gli animali abbondano), mi è venuto in mente leggendo un piccolo recente capolavoro narrativo interamente dedicato alla sofferenza animale, più precisamente quella dei cani: Doglands, dell’inglese Tim Willocks, prolifico autore di thriller e romanzi storici, o forse in realtà soprattutto di western, intendendo con questa parola l’epica contemporanea per eccellenza, nonché il più esistenziale tra i generi di romanzo. Anche Doglands (letteralmente “Terre dei cani”) è un western, storia appassionante di ribellione e di liberazione che è già un classico. E non parla solo di cani, in effetti, ma della triviale civiltà e del crudele stile di vita di noi umani, visti attraverso la soggettiva dello sguardo (e del linguaggio narrativo) di un cane.
   Non è vero allora, ho pensato, che dell’animalità negli ultimi anni si siano occupati soltanto i filosofi. Oltre a Gilles Deleuze ci sono stati, è vero, gli studi di Giorgio Agamben sulla “vita nuda”, che proseguivano le ricerche bio-politiche di Michel Foucault, poi esplicitamente dedicate a una fenomenologia dell’animalità (soprattutto in L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri). Mentre la filosofa francese Elizabeth de Fontenay (curatrice tra l’altro dei “Trattati sugli animali” di Plutarco), osservava come nel ‘900 autori ebrei e perseguitati - Kafka, Singer, Canetti, Adorno - iscrivendo con insistenza l’animale nelle loro opere in funzione di denuncia di quell’umanesimo razionalista da cui discende il nazismo stesso, “hanno presentito negli animali altre vittime, paragonabili fino a un certo punto a se stessi e ai loro prossimi. Hanno fatto spazio, nella loro scrittura, a quell’altro disastro che costituisce il paradosso della modernità, e che consiste nella dismisura del dominio esercitato dall’uomo sulla natura, su tutto ciò che è”. Nulla illustra meglio la spietatezza di questo dominio economico della descrizione degli allevamenti di carne nelle straordinarie poesie di Ivano Ferrari, Macello (Einaudi, serie bianca), e nell’inchiesta narrativa dello scrittore Jonathan Safran Foer Se niente importa. Perché mangiamo gli animali (la prefazione era del nobel J. M. Coetzee, autore di una raccolta di testi dal titolo La vita degli animali).
   Ricordo poi un insolito libro di racconti di Arthur Bradford (Dogwalker, Einaudi) in cui, accanto a ciechi, bambini poveri e caratteriali, vecchi, alcoolizzati e handicappati, appaiono cani a tre zampe, gatti, molluschi, e tantissimi cani, le cui storie si intrecciano con gli umani (era dai romanzi di Philip K. Dick che non apparivano personaggi così, o appunto dai racconti di Kafka). E mentre scopriamo che la letteratura, non solo quella “per l’infanzia”, si popola di animali, ci accorgiamo che nella nostra epoca la sofferenza animale getta di riflesso molte ombre sui tanto proclamati diritti dell’uomo. Ma scopriamo anche che, nonostante la cesura, matrice di ogni ulteriore discriminazione, che segna il confine nel vivente tra “l’umano” e “l’animale”, la vita quando è nuda e offesa non presenta molte dissomiglianze, e l’inermità dell’animale lo rende paradossalmente più umano dell’uomo, forse plus-umano, se non troppo umano. Un po’ come l’affamato, scriveva Elio Vittorini in Conversazione in Sicilia, che è più uomo degli altri uomini.
   Il magistrale romanzo Doglands è l’ultimo in ordine di tempo: storia di fughe, lotte, ribellioni, sacrifici e agnizioni, dove i personaggi sono esclusivamente cani in conflitto con umani malvagi, cani che combattono per la propria salvezza. L’eroe è Furgul, cucciolo all’inizio della storia, nato a Dedbone’s Hole, allevamento o campo di prigionia per levrieri (greyhounds) destinati alle corse. La mamma, una campionessa, ha amato un cane libero, un “fuorilegge”, da cui è nato Furgul, non quindi di pura razza; e senza questo requisito lì i cani vengono uccisi e gettati in fosse comuni. E’ così che, aiutati dalla madre, Furgul e le sue sorelline scappano avventurosamente dal campo. La storia è il romanzo di formazione di un cane in un mondo ostile, alla ricerca delle mitiche doglands dove “si corre con il vento”, ma soprattutto alla ricerca del padre, di se stesso, di un senso. Nel suo apprendistato alla vita, Furgul sfoglia come una cipolla la nostra civiltà coi suoi puri occhi di cane che ci incantano. In un canile municipale, nelle gabbie, incontra il padre, che prima di lasciarsi uccidere con gli aghi (il suo sacrificio provocherà una risolutiva insurrezione civile di tutti gli altri cani), dà al figlio gli ultimi insegnamenti sui “Grandi”, cioè gli uomini: “Quello che devi capire è che non si tratta solo di noi cani. I Grandi sfruttano tutti gli animali. Tutti noi abbiamo qualcosa che interessa loro. Sfruttano ogni risorsa della natura, e credono che la Terra sia stata creata solo per loro. Prendono e usano tutto ciò che vogliono, e quando si consuma o si annoiano a usarlo si limitano a buttarlo via. Tra tutte le forme di vita, i Grandi sono quella più avida, più spietata, più egoiosta, più traditrice. E la verità più terribile è che si trattano gli uni con gli altri con crudeltà, disonestà e stupidità ancora maggiori di quelle che riservano a noi cani. Ci rendono innocui con museruole, collari e catene, sì, ma le catene che gli uomini legano gli uni agli altri - e a se stessi - sono più resistenti delle sbarre di queste prigioni”.
   Confesso di essermi commosso più volte leggendo d’un fiato questo libro, e di avere riso altrettante volte per lo humour con cui il nostro mondo viene osservato e messo a nudo nelle sue catene dallo sguardo del cane che diventa se stesso, e dall’ironia della scrittura di Tim Willocks che inventa un linguaggio e uno sguardo canini non esattamente facile da tradurre, ed efficacissimi nella rappresentazione dell’inautenticità sociale degli umani. (Che io sappia, a parte certo racconti di Tolstoj, c’era riuscito solo Stephen King in un breve capitolo di Il gioco di Gerald, dove si mostra la soggettiva di un famelico cane randagio). In Francia Doglands ha appena vinto il primo premio per il miglior romanzo europeo 2012 per gli adolescenti, pur essendo i cani di Tim Willocks immuni da qualsiasi pedagogismo e agli antipodi dell’antropomorfismo più o meno disneyano, e preservando intatta la loro alterità animale.
   Inno alla libertà, in Doglands i cani intonano dei canti che raccontano la loro mitologia e la loro mistica: “se corri nel vento da vivo, dopo la morte, come ci dice la canzone, ti unirai al vento. Diventerai il vento…” “Un cane libero non muore mai”, dicono, “continua a correre”. Mi è capitato di immaginarli nella loro favolosa e pacifica terra ascoltando la voce nasale di Bob Dylan (amato, lo so, anche da Tim Willocks) cantare proprio upon the beach where hound dogs bay at ships with tattooed sails...”, “sulla spiaggia dove i segugi abbaiano verso navi con vele tatuate, dirette verso i cancelli dell’Eden”. La canzone, naturalmente, è Gates of Eden.


(articolo uscito su l'Unità di domenica 13 gennaio 2013)