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3/13/2014

Il vecchio col piccione (Conversazione con Laura Palmieri, in occasione della sua mostra "Obiqua")

OBIQUA di Laura Palmieri: mostre presso La Nube di OOrt e Interno 14
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NOTIZIA: a Roma il 14 Marzo alle 18,30  la galleria La Nube di OOrt e lo spazio espositivo Interno 14_lo spazio dell'AIAC - Associazione Italiana di Architettura e Critica presentano in contemporanea Obiqua, una personale dell'artista Laura Palmieri (mia grande amica). La mostra è curata da Simonetta Lux, ed espone i lavori di ultima creazione di Laura Palmieri che intrecciano, come dice il, comunicato stampa, "immagini architettoniche di varie epoche, soprattutto architetture romane, con bestie che le sovrastano, in una associazione inquietante e imprevedibile che sta diventando la cifra (o almeno una delle cifre) dell'artista: il cambio di 'inquadratura' sulla realtà riesce sempre a sorprendere. Un moderno bestiarium. C'è un profondo senso d'inadeguatezza dell'operato dell'uomo che queste rappresentazioni suggeriscono, insieme a molti interrogativi che si insinuano provocati dalla vaga sensazione di innaturalezza di fronte alle strutture architettoniche con cui l'homo sapiens celebra i rituali collettivi o personali o più semplicemente riorganizza il mondo".
Nel libro catalogo, oltre alla dotta riflessione di Simonetta Lux, appare un mio pezzo-conversazione sgangherato con Laura, "IL vecchio col Piccione", che qui propongo in lettura:

Il Vecchio col Piccione. Conversazione con Laura Palmieri


   Mentre guardo i disegni (di) animali di Laura Palmieri, contemplando il fascino estetico che emanano insieme al disagio di stare appollaiati in cima a monumenti e palazzi di Roma, mi viene in mente chissà perché Zoo o lettere non d‘amore di Viktor Šklovskij. E’ un piccolo libro delizioso in forma di lettere a una donna di cui l’autore è innamorato come può esserlo un russo, ma che gli vieta di parlarle d’amore. Allora lui le scrive di Berlino, dove vive, dello zoo, di poesia, di arte, tutti sinonimi dell’amore. Ora capisco perché mi è venuto in mente. E’ per via della similitudine con cui esprime il ridicolo del sentirsi fuori posto: “come un cane lanoso ai tropici”. Poi mi accorgo che tutto il libro di Šklovskij è pertinente al lavoro di Laura, ai suoi disegni a(ni)mati e animali, perché l’interdizione da cui prende la sua forma deviata – scrivere lettere d’amore a qualcuno che non vuole in nessun modo sentir parlare d’amore – dice il disagio e il fuori luogo nella forma barocca di un’evasione impossibile, ma nello stesso tempo l’unica possibile, quella dell’arte (e della letteratura). Trovare un passaggio dove non c’è alcun passaggio, la via della metafora e della concatenazione, dove tutto c’entra con tutto. Credo sia per questo che Laura e io collaboriamo in amicizia da quasi vent’anni, da quando ci siamo incontrati la prima volta in casa di Gianfranco Baruchello (ma questa è un’altra storia).

   Facendo interagire il tema della città con quello dell’animalità, Laura tocca la frontiera biopolitica tra umano e animale, molto attraente oggi per scrittori e artisti consapevoli, con Gilles Deleuze, che scrivere o fare arte non significa diventare scrittori o artisti, ma diventare altro, “diventare animali”. Non è un caso se il sublime libro di Šklovskij da cui ho preso le mosse si intitola Zoo. O “Lettere non d’amore”, certo. E’ quando si è innamorati che più ci si sente disadattati, fuori luogo come un’orsa bianca sul tetto della Stazione Termini, o una zebra sospesa su una chiesa romanica.
   “Che cosa ne pensi, Laura?”
   “Penso che non sappiamo di preciso se e quando gli animali sono innamorati, però sappiamo che se hanno voglia di fare l’amore sono incontenibili, fanno qualunque cosa per farlo, mentre noi no, non possiamo. Poi penso che all’orso polare, anche qui a Roma, col caldo viene ancora più voglia di fare l’amore, ma se porti qui invece degli animali africani soffrono il freddo, e forse per questo li puoi addomesticare. Facci caso: al circo non ci sono mai gli orsi polari. E perché poi hanno abbattuto le giraffe in Danimarca? Io le ho messe nei bagni pubblici di Ostia antica…”
   Anche se è tutto vero, ascoltando e trascrivendo queste parole ho riso a lungo, e altrettanto Laura quando gliele ho rilette. “A Roma - ha aggiunto - gli animali acquistano una realtà e una fisicità particolari”. Quindi mi ha raccontato un buffo aneddoto scatologico su un cammello che a Roma aveva partecipato a una grande manifestazione in piazza contro Berlusconi. Quanto alla bellezza delle giraffe nella Roma archeologica, Laura le disegna da anni sullo sfondo dell’opus reticolatum, prima che si vedessero al cinema o che venissero abbattute pubblicamente a Copenaghen (vedi il suo lavoro “Perché possiamo dirci africani”). Le ha fatte poi sedere nei bagni coi mosaici di Ostia antica, mentre le sue zebre levitano sopra un’antica chiesa pisana della campagna sassarese, con quella decorazione da coperta marocchina simile al Duomo di Firenze. Gli altri animali di Laura sono quasi tutti a Roma, la maggior parte su monumenti in travertino bianco a forma di cubo o di altri parallelepipedi (ma anche sul Palazzo delle Poste di Ostia dell’architetto Angiolo Mazzoni, su cui campeggia un animale marino).
   “Della vicinanza al travertino in questa città ci si accorge anche solo aspettando l’autobus”, dice Laura. “Roma è piena di monumentalità in travertino bianco, che ha un calore e una fisicità propri, e soprattutto segna una curiosa continuità nel tempo, dai resti archeologici all’architettura razionalista anni ’30, passando per quella risorgimentale. Non è un caso che ne stiamo parlando qui da te al Gianicolo, dove ho fatto sdraiare un ippopotamo sul mausoleo che ha l’iscrizione ‘Roma o morte’”.
   Agli antipodi del concetto horror detto “arredo urbano”, gli animali di Laura sono più disadattati di King Kong proprio perché più “umani” (come direbbe Vittorini: una creatura che soffre è sempre più umana), esseri alieni che esprimono un’inadeguatezza assoluta, uno status di ontologica clandestinità. E se fossimo noi a specchiarci in loro? Cosa fanno un lupo accovacciato sul tetto del Palazzo della Civiltà del Lavoro all’Eur, e due orse sull’iceberg della Stazione Termini, o su un mauseoleo di Porta Maggiore?
   “Non c’è un simbolismo, sono associazioni. All’iscrizione memorabile di un ossario risorgimentale preferisco magari un pachiderma addormentato. Un lupo, che è l’animale puro e selvatico per antonomasia, irriducibile alla vita dell’uomo, come appunto la “civiltà del lavoro”, sta lì ad osservare la nostra parte animalesca. Non è un richiamo all’homo homini lupus, né ad altri bestiari più o meno allegorici di scrittori e filosofi, Machiavelli compreso, ma a qualcosa di interiore: ognuno di noi vorrebbe forse scappare dalla macchina e dalla gabbia sociali, soprattutto in questo Paese. I miei animali sono esotici, quindi inadeguati al luogo in cui sono situati, ma guardano la nostra natura profonda e ci rivelano l’insensatezza dei nostri atteggiamenti e delle forme in cui abitiamo, da vivi come da morti - cubi, monumenti, marmi, loculi o garages per umani - come l’antica tomba al fornaio di Porta Maggiore, più sontuosa di quella di un imperatore”.
    Come se fosse necessario il punto di vista degli animali, oggi, per dire la verità sulla condizione umana… E le tartarughe o lo stupendo elefante di Bernini? Non mi pare che esprimano disagio, s’inseriscono beatamente nella meraviglia estetica del loro tempo…
   “C’è da riflettere su come la nostra cultura si sia rapportata alla natura, anche quella più selvaggia: tra le modalità di addomesticamento dell’animale c’è quella decorativa, incastonata nella nostra cultura in un percorso che arriva, attraverso gli animali del circo, fino a Picasso e oltre. Ma parlando di Roma è anche vero che se il razionalismo italiano è così originale rispetto agli altri (per esempio quello tedesco) è anche perché ha guardato al Barocco: l’ex Gil a Trastevere di Moretti, o Piacentini che ha fatto il rettorato alla Sapienza con riferimento alla forma ellittica di Sant’Ivo. Nel barocco, è perfino banale dirlo, c’era questo spirito capriccioso, come una forma di civile disobbedienza. E poi l’animale, in Bernini, rende luogo un luogo, crea intimità…”
   Anche gli animali di Laura paradossalmente creano intimità: la loro grandezza sproporzionata riporta le architetture a una scala e a una proporzione umane, abitabili. Una sorta di poetic justice, “giustizia poetica”, come in inglese si traduce la legge del contrappasso di Dante. Ora torno a darle del tu.
   Laura, anche in questo lavoro è presente il tema del vuoto che definisce molti tuoi lavori precedenti, come gli “svuotamenti” (che disegnavi anche nel nostro lavoro sulle periferie), una cancellazione della cancellazione, ben più grave, iscritta nel nostro sguardo, il non essere più capaci di vedere niente, come diceva Luigi Ghirri. O come il bambino di cui mi hai parlato, che in un tema ha descritto così un’opera che rappresenta Dio e lo Spirito Santo: “un vecchio barbuto con un piccione” (ma la cecità degli adulti è meno divertente).
   “La nostra inadeguatezza si esprime anche qui in un vuoto, nella relazione tra cubi vuoti e animali astratti, che non sono più architetture e non sono nemmeno un bestiario. Tutto è cangiante, come unire la fisicità del marmo alla morbidezza dell’animale. Poi c’è il fatto che a Roma, per sua natura, un monumento equestre che normalmente basterebbe a riempire una piazza, diventa un circo equestre. E’ una città in cui si vive molto all’aperto, e per questo oltre alla bellezza è impossibile non notare la bruttezza degli abusi e della superfetazione edilizie. (Vedi quel parallelepipedo bianco della chiesa di Santa Maria della Salette? Ci starebbe bene un polpo gigante appiccicato: poetic justice).
   “Le architetture romane nei miei disegni risultano alla fine per gli animali (forse non solo per loro), come le Panchine nel tuo libro: ci si siedono sopra a contemplare lo spettacolo del mondo senza essere visti, perché è troppo rischioso guardarli - come hai scritto degli umani seduti sulle panchine, così loschi per lo sguardo borghese da acquistare il privilegio di diventare invisibili”.
   Come lo Spirito Santo nel vecchio col piccione.




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8/17/2011

Ex voto (Per Grazia Ricevuta)

   Non solo writers e graffitari scrivono sui muri di Roma. E non solo su Internet ci sono bacheche su cui lasciare tracce. Esistono scritture pubbliche e anonime di chi testimonia non tanto la propria esistenza, ma il proprio stupore, il sacro, la preghiera. Parlo di quei ringraziamenti al Divino, spesso impersonato dalla Madonna, cui si attribuiscono miracolose salvezze e guarigioni: gli ex voto “per grazia ricevuta”.
   Di fronte all’opulenta facciata del Ministero della Pubblica Istruzione, in viale Trastevere, nel muro che cinge un centro sportivo è incastonata un’edicola con immagine della Madonna. Intorno, per quasi quindici metri di superficie, il muro è tappezzato di mattonelle di marmo con su scritto “Per grazia ricevuta”, o il suo acronimo PGR: un murales di suppliche, un mosaico di ringraziamenti, un anonimo e corale monumento alla devozione.
   Più scarni e poveri degli ex voto veri e propri, dipinti o scolpiti, che sono quasi una forma d’arte popolare, anche i “per grazia ricevuta” sono una pratica rituale antichissima, e quelli alla Madonna i più diffusi: “Ti ringrazio Vergine Immacolata sede della sapienza ti ho pregato con fede e tu mi hai aiutato”. “Grazie è la parola riconoscente / Madre dal grande cuore e dall’immensa compassione / Grazie”. Una lapide riporta versi dal Paradiso di Dante: “Vergine madre figlia del tuo figlio / umile ed alta più che creatura... / io ti ringrazio di avermi esaudito”.
   Le lapidi sono centinaia. Le più remote sono dei primi anni ’50, semicancellate in un grigio indistinto, le più vicine all’edicola e alle mensole di marmo su cui giacciono vasi di fiori, ceri e lumini. Una fessura nel muro invita a lasciare offerte: “Pane agli orfani”. Continuo a leggerle sporgendomi, e la mia presenza attira altri passanti che si fermano. E’ come una litania: “E’ troppo poco / il mio scritto / o Maria / per dire quanto fu grande / il tuo aiuto / da Rimini porto a te / la mia viva riconoscenza / proteggimi ovunque”. “O Vergine purissima la mia supplica ti è giunta gradita”, “Ebbi fede pregai e ottenni”, “Sotto il tuo manto cerco aiuto e trovo protezione e soccorso”, “Grazie Madonna”, “Grazie Madonnina”, “Contro ogni speranza tu hai provveduto, o madre!”, Grazie Vergine Santa”, “Grazie madre celeste”, “Tenera madre di noi tutti”, “Madonna quei de noantri ti ringraziano”, ecc. Una madre ringrazia per il figlio: “Grazie madre dolcissima regina degli angeli”.
   Il muro sprigiona un brusìo visivo che, se fosse sonoro, assomiglierebbe a un’installazione di Christian Boltanski, il grande artista della commemorazione degli anonimi: un mormorìo sommesso di voci sovrapposte che dicono la loro meravigliata devozione con le parole più semplici e universali. Una citazione dal Vangelo di Luca incisa su una pietra, si rivolge ai passanti: “Chiedete e vi sarà dato / cercate e troverete / ... Chiunque infatti chiede, riceve / Chi cerca trova / A chi bussa verrà aperto”. Come una targa sbiadita del 1954: “Più volte chiesi... più volte ottenni”.
   Roma è piena di edicole o “madonnelle” circondate di lapidi PGR. Ma il sito più celebre e antico è la sala degli ex voto per grazia ricevuta (a migliaia) nel Santuario del Divino Amore sull’Ardeatina, a duecento metri dalla chiesetta che nel Settecento fu teatro di miracoli, e da allora meta di pellegrinaggi devoti.
   Adesso sono accanto al semaforo dell’incrocio tra largo Preneste e Via di Portonaccio. Un angolo di semiperiferia, palazzoni in disordine alternati a zone vuote e archeologie industriali. Il vecchio muro ad angolo retto è cosparso di lapidi che s’irradiano da una doppia edicola, una Madonna a mosaico e un’altra su lastra. Per terra, sotto le mensole coi lumini, tanti fiori freschi: rose, orchidee, crisantemi, gerani, margherite, calendule, fucsia. La varietà di lapidi, alcune a forma di cuore, è più forte e intensa che a Viale Trastevere. Il traffico scandito dal semaforo a due passi aggiunge un senso di precarietà più straziante. Non tanto tempo fa qui era campagna. Un luogo così simbolico che il graffitaro “Space invader” l’ha scelto per piazzare, incastonato tra un PGR e l’altro, un suo inconfondibile mosaico bianco e rosso. Sembro un lavavetri a riposo, mentre volto le spalle alle auto e guardo il muro.
   “Mamma del cielo, Vergine Santa / vicino a Te, il mio cuore canta / (...) / stringi l’Anima della mia Anna Adorata”, e una profusione corale di “Grazie per...”, “Merci Ste Vierge”. La lapide più bella: un nudo “Ti prego”. Sotto le edicole, la lapide più vecchia si rivolge al visitatore: “Il Signore ti benedica / e ti custodisca / ti mostri la sua faccia / ed abbia di te misericordia / rivolga verso di te il suo volto / e ti dia pace / Il Signore ti benedica”. Testimonianze di miracoli, forse il miracolo è proprio questo, scrivere sui muri.
   Il poeta Camillo Sbarbaro una volta confessò: “Sopravvivo perché ancora scrivo”. La scrittura era per lui un dono caduto dal cielo: “Ogni riga che scrivo, un ex-voto che appendo: ‘per grazia ricevuta’”.

(uscito su Repubblica-Roma il 17 agosto 2011. La fotografia è di Armando Albeldas)

5/20/2011

Freud in panchina


   Simile a un’avenue parigina – i pedoni e gli alberi al centro, le automobili nelle corsie laterali – via Lisbona si stende tranquilla tra via Lima e via Panama, nel quartiere Parioli. A dare un’ulteriore nota di fiabesco è l’ambasciata della Finlandia. La geografia di questa toponomastica si arricchisce ora di una nuova titolazione, non in onore a un Paese ma al fondatore di un’altro tipo di esplorazione, e quindi di geografia: il padre della psicanalisi. Un “Giardino Sigmund Freud” sarà inaugurato venerdì in questa strada, a pochi passi dalla sede ormai storica della Società Psicanalitica Italiana di via Panama 48.

Non è solo il riconoscimento a un maestro del Novecento che ha influenzato per sempre la conoscenza e percezione della psiche, e dunque del senso della vita; ma l’omaggio che Roma ricambia a un suo grande estimatore: Freud amava molto Roma, e i suoi scritti abbondano di riferimenti, non solo sui suoi frequenti soggiorni ma anche come metafora archeologica e urbana del metodo della psicanalisi (ne Il disagio della civiltà paragona gli scavi per riportare alla luce le fondamenta di Roma a quello nella memoria per riconquistare un territorio dell’inconscio), e come sogno ricorrente testimoniato ne L’interpretazione dei sogni: “Sono diventato un appassionato pellegrino di Roma”, aggiunge in una nota dell’edizione del 1925. Sulla scia di Goethe e dei viaggiatori tedeschi dell’Ottocento, Freud soggiornò a Roma spesso, dal 1901 al 1923. Veniva in settembre, dapprima all’Hotel Milano, su Piazza Montecitorio, più tardi all’Eden in via Ludovisi, con vista su Villa Malta. Vide - disse - in Vaticano la famosa "Gradiva" dell’omonimo racconto di Wilhelm Jensen, che lui analizzò in un saggio del 1906, e decise di scrivere sul Mosè di Michelangelo, da cui era ossessionato e che visitava ogni giorno a San Pietro in Vincoli. Fu a Roma che nel 1913 terminò l’introduzione a Totem e tabù e scrisse la prima bozza del saggio sul narcisismo, e dove nel 1907 confessò in una lettera: “peccato non si possa vivere sempre qui”. Le sue lettere raccontano passeggiate di turista tra musei e rovine, ma anche pranzi al ristorante “Rosetta”, una serata al Quirino ad ascoltare la Carmen, lo spettacolo delle celebrazioni nel 1912 per la presa di Roma, che vide appollaiato sul nuovo monumento a Vittorio Emanuele II. Ma già prima di arrivarvi la prima volta, Freud visitò Roma nei sogni, e quindi negli scritti che analizzano “il desiderio di arrivare a Roma”: Roma come simbolo del contrasto tra ebraismo e cattolicesimo, come umiliazione paterna da riscattare, come viaggio di emancipazione erotica, come metafora, abbiamo visto, della psicanalisi. Roma come luogo “materno” in cui convivono l’arte, la natura, il piacere sensuale del vivere.
   Per chi conosce Freud, dedicargli un giardino è tutt’altro che casuale o arbitrario. Amava descrivere e classificare piante e fiori, e prediligeva le gardenie. Il "Giardino Freud" è un corridoio ombroso e tranquillo di circa 200 metri, pochi e ovattati i rumori (predominano i cinguettii dei passeri), con una dozzina di panchine verdi di legno su cui, oltre il sottoscritto, c’è un anziano che si gode il sole e due turiste giapponesi che fanno ginnastica. Poche anche le persone che passeggiano nella tarda mattinata: una signora col cane, una colf che attraversa il giardino per portare l’immondizia nei cassonetti. Si sta bene, e seduto su una panchina penso che anche questo ozio contemplativo, questa interruzione della fretta, del dover essere e del fare, non è senza parentele col “set” psicanalitico: il paziente sul lettino, e perché no su una panchina.
   In una lettera alla moglie Martha del 1900 Freud accostò nello stesso elenco di desideri di ciò che avrebbe voluto trovare nell’agognato viaggio a Roma “i fichi, i castani, l’alloro e i cipressi, le case con balconi, gli antiquari”, lista in cui convivono natura e passione del collezionismo, antichità e beatitudine quotidiana. E’ stato esaudito: il giardino di via Lisbona annovera tra le sue piante anche l’alloro, e due giovanissimi cipressi piantati dai residenti, insieme ad aceri, robinie, lecci, un nespolo e un giovane tiglio, e numerosi grossi cespugli fioriti di “petto d’angelo” (Philadeplhus), che spargono per terra i loro teneri e bianchi petali (stavo per scrivere capezzoli; i lapsus, almeno qui e oggi, sono contemplati).
(scritto per la Repubblica, 20 maggio 2011)

2/11/2011

Ritorno alla vita nuda (dei Rom)

   Alcuni anni fa avevo fatto uno dei primi reportage (per il domenicale di "la Repubblica") sui cosiddetti campi nomadi a Roma, visitando il cosiddetto Casilino 900, poi sgomberato malamente. Si intitolava "La vita nuda dei Rom", ed è stato poi inserito nel mio libro Oggetti smarriti e altre apparizioni.
   Ieri, in una giornata anche troppo intensa (al pomeriggio dovevo fare e ho fatto una conferenza-reading sulla poesia in un liceo di Ostia) ho visitato, su invito della redazione romana di "la Repubblica", una baraccapoli nel quartiere della Magliana, e quello che segue ne è il breve reportage. Segnalo anche che, dopo il funerale dei bambini morti bruciati, ieri sera in Campidoglio si è svolta una fiaccolata di protesta promossa dai Rom e da altre associazioni contro la politica degli sgomberi e della deportazioni - delle esclusioni - portata avanti dal comune di Roma.
Ed ecco il testo che esce oggi su la Repubblica (pagine di Roma)
   La prima cosa che ci colpisce è il pudore.
   Poiché al mattino gli uomini sono tutti al lavoro, a venirci incontro è stato un nugolo di bambini, sorvegliati a vista e seguiti dalle madri, dai tre ai tredici anni. Sono curiosi e vivaci, e al tempo stesso protettivi. Tra tutti spicca Dario Valentino, undici anni: “Venite stasera, quando torna mio padre e gli altri uomini”, ci ripete serio. Ci proibisce (ci prega di non farlo) di fotografare le case e le persone, cioè loro stessi. Colpisce la sua dignità, il volto serio nello sforzo di assumersi la responsabilità del campo. E’ anche perfettamente consapevole del bello e del brutto. “Tutta questa zozzeria” – dice indicando una distesa di terra piena di detriti, e le carcasse arrugginite e bruciate di automobili, “non è nostra, l’abbiamo trovata qui”. Ci dice il via vai di questi giorni di fotografi, che non hanno chiesto il permesso di fare fotografie a case e persone, come se fossero gabbie di uno zoo: “sono venuti a fotografare tutto e poi sono scappati”.
   Ci presentiamo. Siamo in un agglomerato di baracche nel quartiere della Magliana, racchiuse da canneti e pezzi di campagna sopravvissuta, chiusa da un lato dai palazzi che ospitano la Fao. Il sentiero che vi conduce da via Morselli è costellato di pneumatici e tracce di sgomberi recenti. Anche qui, un anno fa, un altro bambino morì bruciato per l’imperizia e la miseria, non questa volta dal riscaldamento, ma dalle candele. Sono rimaste famiglie bosniache di Sarajevo, da cui imparo che le tragedie della miseria accadono a quei Rom che non hanno la sapienza pratica di altri, l’arte del sopravvivere. Nuovi poveri, per così dire. Con me e Francesca, fotografa, c'è Alessandro, un giovane antropologo che lavora con Arci Solidarietà nel vicino campo rom “regolare” di Via Candoni: concepito per ospitare trecento persone, ne vivono più di mille, stipate dentro container di 18 metri quadrati. Alessandro aiuta le famiglie Rom a sbrigare le pratiche sanitarie, scolastiche e sociali in genere. I bambini e le madri di questa baraccopoli di irregolari lo conoscono di vista, e si fidano poco alla volta di noi. Il fatto è che ci sentiamo in colpa a essere qui anche noi solo dopo l'ennesima tragedia che ha fatto notizia e suscitato clamore, a far visita e fotografare delle condizioni di vita, di vita nuda, come se le scoprissimo sempre per la prima volta, dimenticando che le abbiamo create noi, la nostra politica, e solo in seguito attribuite a “loro”. Non solo il triste concetto di “campo”, mi spiega il giovane antropologo volontario, persona informata dei fatti, è un'invenzione nostra, frutto di una logica di esclusione; ma anche all'estremo opposto la lirica adesione a un loro presunto e folkloristico stile di vita, a una loro presunta esigenza di separatezza.
   Ci colpisce la serenità di questo scorcio di vita quotidiano di donne e bambini, e la tranquilla dignità delle donne e madri. “Ci portano di qui e di là come se fossimo giocattoli”, dice una donna. Da uno sgombero all’altro, da una deportazione all'altra, la loro precarietà è una condanna, non una scelta. “Io vivo qui con mio padre, sono arrivata in Italia quando avevo 11 anni – mi dice un’altra che si definisce single, gonna verde con disegni fantasiosi, collana di perline, pendenti e un bracciale di corallo - vorrei lavorare, sono brava a fare le pulizie” – dice mostrandomi la baracca ordinata e accogliente sulla terra nuda e spazzolata: un letto, un fornelletto, un tavolino, due quadretti di “Roma sparita” appesi alle pareti fragili di legno, e un terzo che è un ritratto di padre Pio. Ma non sa leggere né scrivere, in nessuna lingua. Poi si siede all'aperto, in postura perfettamente eretta toglie il rame scorticando le guaine dei cavi elettrici e lo mette da parte. Sanno, a differenza di altri Rom, che non bisogna bruciare il rame per non respirarne la diossina che sprigiona.
   Tutte le baracche sono di legno, nessun uso di materiali nocivi, e dalle tettoie pendono le plastiche azzurre della Posta Italiana, con la scritta in bianco. In una, l’unica con l’impiantito pure di legno, tra i letti, i tappeti e le coperte dai colori festosi e sgargianti noto vicino alla porta una stufa circolare di metallo, saldature perfette, ma soprattutto una forma che sembra il frutto di un designer di grido. “L’ha fatta mio marito”, dice la donna con orgoglio seguendo il mio sguardo. “Questa è sicura”. E’ una stufa a legna, davvero bella da guardare.
   Dario Valentino, il ragazzo undicenne (che scopriamo essere il figlio del falegname e fabbro delle stufe), mentre attorniato dagli altri bambini costruisce con assi di legno, chiodi e un martello una piccola casetta per giocare, pone delle domande ad Alessandro come un grande, sul loro destino, se li sposteranno a via Candoni, che cosa siano le fantomatiche “case popolari”, e chi ci può andare. Non è facile spiegare a bambini dagli occhi sgranati, che aspirerebbero ad avere una casa normale, cosa siano e chi abbia diritto alle case popolari, e perché. Intanto si sono avvicinate ad ascoltare alcune donne. Quando nominiamo il famigerato Cei (Centro di Identificazione e Espulsione), campo che rinchiude tra filo spinato soprattutto coloro accusati del reato di clandestinità, la madre di Dario Valentino, che sembrava disinteressata ai nostri discorsi, si affaccia dalla sua baracca per esclamare, seria: “Là non ci voglio andare neanche morta”. Tutti qui hanno un regolare permesso di soggiorno, tutti vorrebbero che i loro figli andassero a scuola, vorrebbero una normale assistenza sanitaria, tutto ciò che per noi è così normale che ci dimentichiamo di averlo. Ignoro quali siano i criteri per l’attribuzione, ma una cosa è certa: i nomadi, come li chiamiamo, non sono nomadi, la loro origine è spesso contadina, e il lavoro degli uomini si relaziona con la realtà della metropoli, non in un mondo separato.
   “Questa potete fotografarla”, ci propongono fieri dopo avere finito la loro capanna di legno. Adesso i bambini, quelli più piccoli a piedi nudi, sono contenti di mostrarci quante più cose e possibili, felici della nostra attenzione. Fotografiamo Lisa, il boxer femmina, Bambi, una pecora che zampetta intorno, animale di compagnia, compagno di giochi dei bimbi. Siamo incantati dalla loro creatività e dalla gentilezza di questi bambini. La piccola Samantha, una biondina sempre sorridente, corre e grida di gioia quando diciamo che torneremo a portarle dei vestiti. “Anche delle scarpine”, ci dice da lontano.