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11/22/2013

After Shining, appunti su Stephen King

(Nella foto, Stephen King nel tour promozionale di "Doctor Sleep" a Parigi, alcuni giorni fa. Articolo pubblicato su Venerdì di Repubblica di oggi, 22 novembre 2013, con un'intervista a Stephen King di Antonella Barina)


  Che Stephen King sia una star conclamata e un marchio sicuro del genere horror non deve nascondere il fatto che sia un grande scrittore del nostro tempo, autore di romanzi raffinati e godibili che hanno rotto le barriere tra letteratura alta e narrativa popolare. Pescando a caso tra i titoli degli ultimi dieci anni, Buick 8 era una specie di metaromanzo intorno a un oggetto alieno e inspiegabile; Colorado Kid, un giallo,  decostruiva il mondo delle notizie giornalistiche per approdare all’indeterminatezza del concetto di evento; La storia di Lisey partiva dalla poetica dell’archivio (gli appunti lasciati alla vedova da uno scrittore morto molto simile a Stephen King) per fare ipotesi sulla natura aliena dell’immaginazione narrativa; Duma Key raccontava una rinascita e una conversione, The Dome parlava di politica fingendo di parlare di fantascienza, e il bellissimo 22/11/63 (data dell’assassinio di John Kennedy), reinventa il viaggio nel tempo con uno straordinario affresco di un’epoca, un passato non remoto ma prossimo, e per questo ancora più perturbante.
 Il principale talento letterario di King consiste infatti nel produrre suspense raccontando la vita comune, la nostra, ma evidenziando qui e là i tocchi e le pennellate non abbastanza nascoste di inquietudine e di insondabile malvagità, additando le crepe più sottili e per questo scabrose nella superficie liscia delle cose. Quello insomma che Freud chiamava l’Unheimlich, il perturbante, o “inquietante famigliarità” – procedimento che l’arte contemporanea ben conosce. Nessun autore realista della nostra epoca ha saputo raccontare la vita ordinaria e la commedia umana di una città come Derry, Maine (teatro di It e di molti altri romanzi di King), descrivendo interni con famiglie, scuole, centri commerciali, facendo scorrere minuziosamente la normalità mentre il lettore senpre più allertato attende l’inevitabile apocalisse, il turbamento dell’ordine.
  Altre volte l’ordine è già capovolto, e in The Dome, dove il bene e il male si scontrano in un microcosmo, una città tagliata fuori dal mondo da una cupola trasparente e insondabile dove vediamo come nasce una dittatura. Oppure in 22/11/6, dove la vita di bar, autobus, sale di scommesse e college, descritti con un senso di lutto immanente mischiato a nostalgia, sono visti col pathos clandestino del protagonista che viene dal futuro per cercare di fermare Lee Oswald, l’assassino di Kennedy, ma vive anche un’impossibile storia d’amore al ritmo del primo rock di Little Richard.
  Ci sono infine romanzi che dalle crepe perturbanti della realtà prendono direttamente le mosse, ed è il caso di Doctor Sleep, il seguito di The Shining. Parla di Danny, il figlio di Jack Torrance, lo scrittore alcoolizzato di Shining (1977), guardiano d’inverno dell’Overlook Hotel sulle montagne del Colorado, posseduto dai dèmoni. Danny aveva cinque anni quando sopravvisse alla furia omicida del padre grazie alla “luccicanza”, lo shining, forma di preveggenza e di sensibilità psichica. Ma che ne è stato di lui, e che ne è oggi, dopo tanti anni?
  E’ diventato il Doctor Sleep, appunto, uno strano terapeuta che accompagna dolcemente alla morte, grazie al dono della medianità, gli anziani della Rivington House, un ospizio in cui è ambientata buona parte della storia. All’origine dell’idea, ha confessato King, c’è la notizia che tanti di noi hanno letto anni fa sui giornali del gatto che in un ospedale inglese si accoccolava immancabilmente sul letto del paziente che sarebbe morto di lì a poche ore, senza altri segni premonitori. Nella Rivington House di King gli spostamenti del gatto sono diagnosi infallibili, e quando accade viene chiamato Dan Torrence, il Doctor Sleep, capace di vivere insieme ai morenti il trapasso. Il capitolo quarto racconta il primo di questi passaggi con la delicatezza narrativa del miglior King, con l’elenco dei momenti “fatidici” della vita del morente, vere e proprie luccicanze, come “le pagliuzze d’oro dei momenti felici” del Gattopardo di Tomasi da Lampedusa. 
  Ma questa è solo la situazione di fondo. Tutti o quasi i romanzi di King mettono in scena il conflitto tra il bene e il male, ma gli eroi del bene sono sempre persone che trovano la loro forza, la loro arma segreta, nella propria debolezza, in tutti i casi lontano anni luce dal modello di adulto macho, civilizzato e vincente: bambini o adulti infantili, donne sole e portatori di handicap, “scrittori” affetti da alcoolismo o dal morbo di don Chisciotte. Doctor Sleep racconta le tappe principali della vita dell’ex bambino Dan, che passa anche attraverso la lotta contro i fantasmi (in tutti i sensi) dell’Overlook Hotel, e contro l’alcoolismo ereditato dal padre, con l’aiuto dell’Anonima Alcoolisti. Danny dovrà vedersela ora con una banda di nomadi assassini, dèmoni (empty devils, “diavoli vuoti”) che si nutrono di sofferenze terminali (“mangiano urla e bevono dolore”), e mirano a uccidere esattamente quelli che, come Dan, hanno il dono  dello shining. E della dolcezza.

7/19/2013

Under the Dome, versione tv


   Una cupola trasparente e infrangibile isola una perfetta cittadina americana e tutti i suoi abitanti. Ecco, vedendo Under the Dome, capolavoro di Stephen King sceneggiato da Brian K. Vaughan, già rinomato autore di parecchie puntate di Lost, viene in mente l’aforisma di Ludwig Wittgenstein: “Filosofia è insegnare alla mosca a uscire dal bicchiere”. La mosca siamo noi umani, e il fatto che la cupola sia di materiale ignoto e inattaccabile dalle bombe e tecnologie più sofisticate, aggiunge un elemento di trascendenza e mistero a una storia essenzialmente politica.  Con tanto di dittatore e partigiani.
   La storia è così potente e corale che la serie tv prodotta da Spielberg (in Italia trasmessa da Rai Due) è virtualmente infinita. Inizia con la descrizione dei primi effetti della cupola calata improvvisamente a Chester’s Mill, un terso mattino d’estate: dalla silenziosa decapitazione di una marmotta agli schianti contro il nulla trasparente di un aereo e di un camion. Ma il cuore è la narrazione quasi didascalica di come si forma una dittatura. L’alieno è uno di noi, e i peggiori regimi della Storia sono creati da autoctoni, non da barbari o extracomunitari. Così, mentre nel mondo fuori dalla cupola continua la vita di sempre, nel mondo under the dome ogni tessuto connettivo democratico si sfalda, e la città è assoggettata a un Capo, il ricco consigliere comunale detto Big Jim, occulto fabbricante e spacciatore industriale di metanfetamina. Per lui l’isolamento dato dalla cupola è l’occasione per mettersi al riparo dai guai giudiziari e rafforzare smisuratamente il suo potere. Ricorda qualcuno?
   Mentre l’ambiente dentro la cupola è sempre più opaco e inquinato e il Male prolifera in ogni forma, Big Jim realizza passo dopo passo la sua tirannia personale: manipola la verità dei fatti, istiga alla paura, alterna seduzione e violenza con apposite squadracce, chiude l’unico giornale della città e raziona il cibo e la luce elettrica. Fino al delirio di contrapporsi al resto dell’America. Che importa se la luce del sole è filtrata da nuvole spesse di smog, e al posto di forme e colori di ciò che prima era la natura c’è solo una terra desolata; per Big Jim anche la fine del mondo è una favola messa in giro da froci e comunisti. E l’horror si rivela il genere narrativo più consono a descrivere la realtà contemporanea. 

(pubblicato su Venerdì di Repubblica del 19 luglio 2013)

P.S. In realtà, vista la prima puntata, sono stato piuttosto deluso: si può vedere, ma lo stile è terribilmente televisivo, nel senso più invecchiato del termine. E pensare che avevo cenato in fretta, nella campagna maremmana in cui sono in vacanza, per andare in una casa a vederlo... Perché le versioni filmate dei capolavori di Stephen King sono condannate a essere così spesso mediocri? 

1/27/2012

La macchina del tempo di Stephen King


Recensione a 22/11/63 di Stephen King apparsa oggi su l'Unità.

Tralascio il piacere e la gioia di sprofondare, ogni volta, in un romanzo di Stephen King. So che è un’esperienza molto condivisa.
   Nel suo ultimo romanzo Stephen King affronta, senza pensarci troppo su, la questione del viaggio nel tempo. Non si sofferma cioè sui temi tradizionali della fantascienza e delle sue logiche raffinate e paradossali (anche se le sorprese non mancheranno, perché “il passato è inflessibile”), ma inventa e sfrutta fin dall’inizio una situazione narrativa ideale, fecondissima di disagio e di perturbamento: il viaggio nel tempo è un dispositivo per divenire alieni nel proprio mondo, nella propria terra e lingua, nel proprio stesso ambiente. Basta infatti una piccola sfasatura temporale a renderci irrimediabilmente altri, extracomunitari; basta canticchiare una canzoncina dei Rolling Stones nel 1962 o ’63 per stranire chi ci sta vicino.
   Il viaggio clandestino nel passato di Jack Epping, insegnante di lettere divorziato e stanco, avviene attraverso un varco rivelatogli nel 2011 dal vecchio Al nella dispensa della sua tavola calda (per questo dunque il prezzo degli hamburger di Al era così basso: non era carne di gatto, come malignavano alcuni, ma ottimo manzo macinato che comprava coi prezzi di cinquant’anni prima). La rivelazione della “buca del coniglio”, oltre la quale ci si trova sempre immancabilmente nel piazzale di una fabbrica alle ore 11,58 del 9 settembre 1958, si accompagna a un passaggio di consegne da parte di Al, che sta per morire: cercare di salvare la vita al presidente John Kennedy, assassinato a Dallas dallo squilibrato Lee Oswald il 22/11/’63 (è il titolo del romanzo). E’ “un momento spartiacque” della Storia: se questo non salverà il mondo, salverà almeno il fratello Bob e Luther King, eviterà le rivolte razziali e forse gli innumerevoli morti della guerra nel Vietnam...
   Alfred Hitchcock definirebbe “McGuffin” questo motore della storia e della trama: un pretesto per narrare le avventure del viaggio in sé, il soggiorno di un adulto nel mondo vintage dei propri nonni - un mondo dall’aria più pura e dai modi più svagati, dove tutti fumano allegramente e mangiano colesterolo senza timori o pensieri; dove la gente non pensa più di tanto alla Russia e al cosiddetto divario missilistico, e la vita (per i bianchi) scorre con allegro ottimismo (ma c’è l’apartheid per i neri). Stephen King deve essersi divertito non poco a studiare la vita quotidiana dell’epoca, e realizzare narrativamente ciò di cui è maestro: la descrizione della vita ordinaria, il flusso quotidiano degli eventi, l’umanità di un bar, un emporio, un negozio di ferramenta o di abiti, una sala di scommesse o un college. E inserire qui e là, nella normalità degli eventi banali, una pennellata minima, da calligrafo, di inquietudine e insondabile malvagità, crepe sottili e per questo scabrose sulla superficie liscia delle cose: come, en passant, l’incontro a Derry coi commoventi personaggi adolescenti di It, cui Jack insegna a ballare lo swing nel parco, ma anche le vibrazioni demoniache che si irradiano dal rifugio, appunto, di It.
   Jack Epping (che nel passato si fa chiamare George Amberson, come il personaggio del film di Orson Welles) giunge a Dallas, e si accorge che questa città, proprio come la Derry nel Maine di molti romanzi horror di Stephen King, ha qualcosa di “sbagliato”, sinistro e maligno. Per studiare e prepararsi al proprio compito (Oswald vive a Dallas, dove fu assassinato Kennedy) s’installa allora in una non lontana deliziosa cittadina del Texas, dove svolge il lavoro che sa meglio fare, insegnare lettere un college. Ed è da qui che il romanzo diventa almeno duplice, sicuramente plurale.
   Da una parte l’affresco storico col pathos del clandestino si fa carico della biografia minuziosa di un uomo ordinario, il disadattato Lee Oswald - complesso di madre e filosovietico per nevrosi border line. Jack ne spia e testimonia la vita come in un libro-verità, come nella recente letteratura che imita l’arte e il cinema documentari. Dall’altra la finzione romanzesca comprende una storia d’amore e di rinascita, meravigliosa svolta e parabola di un destino insperato e possibile – senza dimenticare le crepe che serpeggiano qui e là ad inquietare l’ordine e l’idillio. Non aggiungo altro, salvo dire che ci si commuove a iosa, al suono dello swing e del primo rock di Little Richard.

   Chissà come si è divertito, ho pensato con un pizzico di invidia, l’amico Wu Ming 1, traduttore di Stephen King che succede al pur bravissimo Tullio Dobner. Se già la lettura di ogni romanzo di King vale molto di più di un corso di scrittura creativa, chissà tradurlo. Perché, anche questo va detto, se nei suoi ultimi romanzi King mostra di saper giocare con le strutture narrative più colte e raffinate, in questo si diverte pagina dopo pagina a tematizzare le tecniche di composizione di una storia, a scrivere sullo scrivere. La storia di George Amberson è naturalmente raccontata da Jack Epping, e i viaggi nel tempo (forse l’abbiamo sempre saputo) sono prima di tutto viaggi nel tempo del racconto, viaggi nei mondi possibili della narrativa. Ogni vita è una storia. Ogni storia, in fondo, è un metaromanzo.

[su Stephen King vedi anche in questo sito:
http://beppesebaste.blogspot.com/2009/11/una-dittatura-piuccola-piccola-under.html
http://beppesebaste.blogspot.com/2009/09/il-1989-le-creature-del-buio-e-lhappy.html
http://www.beppesebaste.com/articoli/buick8.html

11/28/2009

Una dittatura piccola piccola (Under the Dome di Stephen King

(oggi su l'Unità la mia recensione, scritta molto frettolosamente, in viaggio, di The Dome di Stephen King, appena uscito anche in italiano da Sperling & Kupfer)

La situazione romanzesca, al limite del cliché fantascientifico, da cui prende le mosse The Dome, l’ultimo romanzo di Stephen King, richiama la celebre fulminante definizione di Ludwig Wittgenstein: “Filosofia è insegnare alla mosca a uscire dal bicchiere”. Sotto al “bicchiere”, una cupola trasparente e infrangibile (the Dome, appunto) di materiale ignoto, sorta improvvisamente un mattino d’estate terso e soleggiato, ci sono gli abitanti di una cittadina del Maine, Chester’s Mill. L’autore confessa di averne avuto l’idea nel 1976, ma di avervi rinunciato per incapacità dopo il primo capitolo – una formidabile descrizione narrativa al rallentatore degli effetti della cupola, come lo schianto contro il nulla trasparente di un aereo e la contemporanea decapitazione di una marmotta. Aggiunge di averne ripreso la scrittura solo nel 2007 - e il lettore non può evitare di pensare al film I Simpson, uscito quell’anno, che narra una storia simile, quella di un misterioso globo che isola e rinchiude la città. Ma questa idea, per quanto pazzesca o suggestiva, non è qui che il pretesto, la cornice. Il McGuffin, direbbe Hitchkock. Perché The Dome di Stephen King è uno dei più importanti romanzi etico-politici degli ultimi decenni.
Come in tutti i romanzi di King, qualunque grado di suspense e di horror si propongano di svolgere e comunicare, in The Dome è la descrizione corale e sociale della realtà ad avere il sopravvento, anche se è più estesa del solito la pluralità dei personaggi, un’intera comunità descritta con minuzioso realismo. La novità è che l’orrore che fa fatalmente irruzione è tutto umano e, inteso come genere narrativo, l’horror si conferma il più adatto a descrivere la realtà politica della nostra epoca.
La misteriosa cupola, il cui materiale si rivelerà di natura extraterrestre, è in grado di resistere perfino alle bombe atomiche e ai più sofisticati acidi corrosivi della tecnologia americana. Divide un fuori e un dentro, anche se nei pressi della parete trasparente le persone possono ancora comunicare a voce. Il mondo di fuori continua la vita di sempre, con le regole e i rituali della democrazia, dello scambio, della circolazione di notizie, del controllo reciproco dei poteri. Il mondo dentro (o meglio sotto) la cupola perde invece in pochi giorni i propri connotati. Il ricco e corrotto consigliere comunale detto Big Jim, già divorato da smodate ambizioni di potere personale, occulto fabbricante e spacciatore di metanfetamina, vede nella cupola la formidabile occasione per mettersi da una parte al riparo di imminenti guai giudiziari, dall’altra per rafforzare smisuratamente il proprio potere. Il romanzo descrive così in modo quasi didascalico e impietoso la formazione di una dittatura nelle sue varie tappe: grazie all’isolamento, certo (le comunicazioni col mondo esterno sono cessate), alternando paura e protezione, simpatia e violenza, e mettendo in atto ogni manipolazione e falsificazione della verità. Apologo iperreale, la storia assume a tratti una valenza quasi documentaria. C’è l’invenzione del nemico e del capro espiatorio (le solite Cassandre, o “comunisti”); ci sono le tecniche di fabbricazione del consenso, in accordo col rappresentante locale del fondamentalismo religioso; ci sono le “ronde” e le squadracce fasciste, e provocazioni di ogni tipo per rafforzare e legittimare il potere e l’eliminazione delle libertà; c’è naturalmente la chiusura dell’unico giornale, e infine quella dei negozi, perché anche il razionamento del cibo (come della luce elettrica) serve al controllo della popolazione. Ogni tessuto connettivo democratico salta e, tassello dopo tassello si compie l’assoggettamento della città al potere del Capo, fino al delirio di contrapporsi al resto del mondo, per esempio contro quel comunista del nuovo presidente (l’allusione è a Obama). Naturalmente, “Dio” è dalla parte di questo potere.
Intanto la cupola trasparente diventa sempre più opaca, l’inquinamento atmosferico all’interno raggiunge tassi allarmanti, la stessa luce del sole è filtrata da nuvole di smog, e i colori e le forme di ciò che prima era naturale sfumano in una terra desolata, un’alienazione priva di vita. Niente di tutto questo importa al consigliere comunale detto Big Jim, per il quale la fine del mondo come tutte le chiacchiere ecologiche è una favole buonista messa in circolazione da comunisti e froci.
Naturalmente, come in ogni romanzo di Stephen King, al Male si contrappone il Bene, incarnato solitamente da un’umanità eterogenea, spesso disabile o fricchettona (né mancano mai i bambini), alla cui lotta “partigiana” si aggiunge la ricerca di una soluzione al mistero della Cupola. Il tono e l’orizzonte etico-narrativo ricordano qui i romanzi di Philip K. Dick, soprattutto per due formidabili spunti. Il primo è l’idea della paranoia come resistenza, ovvero che “se la realtà è un gigantesco complotto, la paranoia è il modo migliore per raggiungere la verità”. Il secondo, più teologico-trascendentale, di una teologia ludica e per nulla rassicurante, è l’idea che l’immensa cupola di materiale non identificato sia il gioco di un bambino alieno che guarda alla Terra come un bambino umano guarderebbe a un formicaio: e che smette di uccidere le formiche solo se una comunicazione ineffabile, un sentire, affiora al suo cuore (o alla sua mente) fino a farlo desistere da quel gioco crudele. La speculazione sull’istinto al bene raggiungerebbe qui finezze filosofiche cui King si limita ad alludere poeticamente. C’è un terzo elemento che ricorda Dick, ma che a ben vedere ricorda anche molto, e intimamente, Stephen King: la potenza, distruttiva o edificante a seconda dell’uso, delle droghe. Ma questo lo scoprirà meglio il lettore.

9/16/2009

Il 1989, le creature del buio e l'happy hour (o la fine del comunismo)


Uno dice 1989, e pensa alla caduta del Muro di Berlino, fisica e simbolica, e alla propagazione di quell’onda nell’Europa dell’Est, fino alla clamorosa insurrezione in Romania a fine anno, con l’uccisione da parte del popolo del dittatore Ceausescu. E, due anni dopo, la fine dell’Urss. Pensa alla svolta detta della Bolognina, con Achille Occhetto segretario del Pci che annuncia la soppressione della parola “comunista”, col travaglio psicopolitico che l’accompagna (il film Palombella rossa di Nanni Moretti è di quell’anno). Del 1989 ricordo soprattutto, perché fu soffocato con eccidi il giorno del mio compleanno (e il 30° non lo si dimentica) la rivolta degli studenti in piazza Tiananmen a Pechino, immensa e perturbante come un quadro di De Chirico, dove militari venuti come alieni da lontane regioni della Cina, scelti perché non condividessero neanche una parola con gli insorti, massacrarono gli studenti che chiedevano democrazia. E’ anche l’anno del Nobel per la pace al Dalai Lama Tenzin Gyatso.
Meno scontato è che il crollo del muro di Berlino, e quindi, via via, del “socialismo reale”, radicalizzò la tendenza detta yuppie a valorizzare il lusso, a valorizzare il valore e il mero presente, sancendo un’epoca di conformismo consumistico senza alterità né alternative; un post-moderno nichilista senza speranza, anticipazione di ciò che sarà detto “globalizzazione”: un mondo piatto, orizzontale, monologico, un po’ come un nastro scorrevole di merci e consumi a portata di tutti e ovunque, o come una televisione che non viene mai spenta. Non che io me ne sottrassi, anzi. Disteso sui lettini della lussuosa spiaggia dell’ex villa Agnelli, tra il mare e le cime bianche e rosa delle Apuane, alternavo romanzi e fumetti agli scritti di Benjamin Constant che stavo allora studiando. Ora che ci penso, si discuteva come di una competizione sportiva, ignari di futuri conflitti di interessi, dello scontro tra Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti per l’acquisto di Mondadori, a cui nel frattempo fu venduto il gruppo Espresso.
Quell’anno uscì Batman, con Jack Nicholson nel ruolo del cattivissimo Joker, che in una scena memorabile imbratta e distrugge le opere del museo risparmiando soltanto un quadro di Francis Bacon, considerato horror e quindi complice. E in letteratura dominò le classifiche l’ultimo romanzo tradotto di Stephen King, oggi tra i meno noti: Le creature del buio (il titolo originale, derivato da un filastrocca, è Tommyknocker). Su King avevo ogni possibile pregiudizio: americano, di successo, di genere, da spiaggia, presuntuoso anche nel nome. Come fu che cominciai a leggerlo, a partire da Le streghe di Salem per passare subito, rapito, al capolavoro It e quindi a Tommiknocker. Le creature del buio? Quell’anno feci effettivamente molta vita da spiaggia, visto che mi accingevo ad abitare in Versilia in un’allegra combriccola. Ma c’è un motivo più sottile, uno “spirito del tempo” che mi fece forse inconsciamente cercare, nei romanzi detti horror, una chiave di lettura dello scollamento ideologico e non solo che si stava vivendo. Scollamento che di lì a poco avrebbe travolto l’assetto politico italiano e promosso l’anti-politica nella forma di un “regime” - sia detto in senso tecnico - mediatico-pubblicitario: l’immaginazione al potere (ma in senso opposto allo slogan del ’68).
Creature del buio non è il miglior libro di King. Qui e là è perfino noioso, ma è un ottimo romanzo, con echi di Lovecraft, di Robert Heinlein, de L’invasione degli ultracorpi e di Guerre Stellari (c’è un’astronave millenaria seppellita in un bosco!), e perfino di William Bourroughs. Vi ricorre con ironica insistenza l’aggettivo “postmoderno”, e contiene dotte invettive contro le centrali nucleari e le menzogne di tecnocrati e politici americani, evocando l’incalcolabile disastro di Chernobyl del 1986 (King lo pubblicò nell’87). Scritto durante la disintossicazione dell’autore, certe pagine sul piacere della mutazione degli umani in alieni alludono con evidenza alla deriva e all’astinenza da droghe. Mantiene però l’inconfondibile magia di Stephen King nel racconto corale di un’intera città, in un proliferare iperreale di storie parallele. Descrive il disgregarsi di una comunità, per contagio, e quindi del concetto stesso di comunità. Come non vedere nessi con la fine del “comunismo”, cioè di ogni alterità politica, di un pensiero comunitario, che dal 1989 resterà impensato e inespresso, ovvero un “fantasma”? Se in tutti i romanzi di King la salvezza contro il Male poggia su eroi che, quando non sono bambini o donne maltrattate, sono portatori di handicap, in tutti i casi anni luce dal modello di maschio adulto vincente, qui è un poeta ubriacone che cita John Berryman, soggetto a perdite di coscienza. Solo i pazzi, scrisse William Blake, sanno vedere i contorni.
Oggi mi appare chiarissimo che le categorie dell’horror, nel cinema e nella letteratura, sono le più idonee a raccontare la realtà, e quelle dove più si sperimenta una ricerca estetica e narrativa, ma vent’anni fa no. Forse è così da sempre, dall’Odissea al Macbeth, da Dante a Orwell. Ma nell’89 facevo solo parte, con tanti altri, delle creature del “buio”, che di li a poco si sarebbe euforicamente chiamato happy hour. Ecco, Stephen King insegna che l’horror è nella realtà quotidiana e ordinaria: basta aprire gli occhi, dare senso a dettagli come un volo di palloncini contro vento, o un pezzo di liscia superficie metallica che spunta dal sottobosco.

(uscito su La Stampa del 16 settembre 2009, serie "il libro dell'estate")

5/23/2008

Cambiare la vita

In questi ultimi giorni ho divorato, approfittando di ogni momento libero, la versione italiana dell'ultimo romanzo di Stephen King. Per i primi due terzi è davvero molto bello: storia del rinascere, del riscoprire il mondo - un menomato e cerebroleso che, come in certe storie di Philip K. Dick, acquista poteri, ma soprattutto assapora la vita. Diventa pittore. Scopre, oltre il bello, il sublime (che è sempre inumano). Anch'io vorrei andare a Duma Key (è il titolo del romanzo di King), almeno per la prima metà della storia. Credo che ce ne siano tante, a saperle scoprire. Anch'io come tanti, come voi, vorrei resettare la vita ogni tanto. E così passo a una segnalazione interna, perché da poco il webmaster ha infilato qui nel sito ("incontri") una conversazione che feci con la figlia di Gregory Bateson (il grande, grandissimo). Lei è la figlia dei suoi famosi "metaloghi". Ma è anche autrice di vari libri in proprio, tra cui Comporre una vita, biografie (femminili) di chi ricomincia proprio dopo un trauma privato, o comunque da una trasformazione radicale della propria vita. Se vi va, leggete il mio incontro con lei qui.