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11/21/2014

Tutto quello che resta (lettera da Calcutta sulla poesia)

Ieri a Roma alla Galleria la Nuova Pesa si è presentato un nuovo libro del mio vecchio amico critico e saggista Paolo Lagazzi - un libro sulla poesia dal bel titolo La stanchezza del mondo. Era previsto un mio intervento, e di fatto anche se non c'ero (sono a Calcutta), pare che fossi presente con questo intervento che, mi dicono, ieri è stato letto. E ora offro qui in lettura.

Caro Paolo,
                     spesso i libri dei critici sulla poesia sono solo un pretesto per parlare dei poeti, questo o quell’altro, in una paradossale autoreferenzialità per interposta persona. È bello che il tuo libro faccia eccezione: i poeti in cui ti sei imbattuto nella vita sono occasione per parlare di qualcosa che ci riguarda tutti e che non serve a nulla, e che forse per questo ci è così strettamente, famelicamente necessario; di parlare insomma di “quello che resta”, come scrivi nell’introduzione, che “resiste”, come dico io, cioè la poesia.
   C’è una tensione ecologica in questo tuo libro - un’ecologia della mente, non dei panda o delle quote - e mi fa venire in mente quando nella primavera del 2010 (io ero sulla “nave dei libri” diretta a Barcellona per la festa di Sant Jordi, festa dei libri e delle rose) un’eruzione vulcanica nel ghiacciaio islandese dell’Eyjafjallajoekull paralizzò il traffico aereo, perché il vulcano dal nome impronunciabile sbuffò una nube di cenere così grande e intensa da far chiudere i cieli.  Pensa: fumo e cenere che mettono in scacco tecnologia, scienza e aviazione. Fu lì, in un’intervista sulla nave, che ricordai come i poeti, “costruttori di vulcani” (cito quasi senza volere il libro del poeta Carlo Bordini), sanno bene l’importanza di cose trascurabili come le nuvole, il fumo, la cenere, tutti sinonimi di poesia - cose che non servono a niente, ma guai a provocarne l’intensità e la forza.
   C’è qualcosa dicevo di ecologico nel tuo libro, cioè di quella consapevolezza di cui ha parlato spesso un nostro amico per spiegare la miracolosa educazione avuta dal padre (tuo poeta prediletto): riconoscere la poesia in quello che aveva intorno, e soprattutto viceversa. La «rosa bianca» cantata dal padre Attilio come dedica alla moglie, Bernardo Bertolucci la scopriva, dice, nel giardino, così come il «rosone tiepido» da cui entra il raggio di sole nella stalla, o «la posta del mattino azzurra fra le mani». Aprire gli occhi e ritrovare la poesia - risonanza di ciò che (r)esiste e accade.
   Le idee sono dappertutto, la mente è molto più ampia del solo cervello, «l’erba ha bisogno del cavallo come il cavallo ha bisogno dell’erba», diceva Gregory Bateson. Il tuo amato Attilio, senza saperlo, trasmetteva un’educazione non diversa dall’ecologia della mente del mio amato Bateson, per il quale tutto è connesso con tutto, gli organismi viventi e i sistemi di idee, la religione e il comportamento degli schizofrenici, il gioco e il sacro, «il granchio con l’aragosta e l’orchidea con la primula e tutte e quattro con me, e me con voi». La lingua di questa struttura che connette credo sia la poesia. E a ognuno di noi accade il corto circuito che accadeva a Bernardo tra parole e cose, e idee, anche se siamo sempre più intossicati e sommersi da un linguaggio alienato, cioè più sottomesso a uno scopo, non importa se politico, pubblicitario, scritto su una scatola di biscotti o detersivo, o su un romanzo a trama…
   Ti chiederai forse quale sia in questo momento il mio personale cortocircuito, sapendomi a Calcutta (Bengala, India). Non che importi dove io sia, ma forse ricordi la frase di Thomas S. Szasz: «Se parli a Dio stai pregando, se Dio ti risponde, allora sei schizofrenico». Diciamo quindi che sono dove sono per meglio confondermi nella folla di poeti e schizofrenici, anche se proprio stamani, mentre voi facevate colazione, mi riposavo all’ombra del giardino della casa natale di Sri Aurobindo, un’oasi nel brusio perenne della città (non molto distante da quella in cui undici anni prima era nato Tagore), e dove appoggiando le mani sulla superficie di marmo ricoperta di petali di fiori ogni giorno freschi di vita nuova, e sentendo sotto quel marmo, tra api gentili e delicate, la forza che vi scorre sotto come un oceano, ho capito improvvisamente il senso della parola samadhi, "raccoglimento", che non è la morte, che non è la tomba, ma che tradurrei con una bellissima parola misteriosa della nostra tradizione, deposizione, nella continuità dell’anima e quindi della vita. Come «l’amore realizzato del desiderio che resta desiderio», definizione di poesia secondo René Char.
   Caro Paolo, anche a occhi nudi, anche a occhi chiusi, tutto quello che resta è poesia, sorriso dell’anima.
   Haribol!!!
Kolkata, 20 novembre 2014


P.S. Qui si può vedere e capire un po' il Samadhi di Sri Aurobindo nello Sri Aurobindo Ashram, (Pondicherry,  Tamil Nadu)


12/11/2013

L'anno 1963, Luigi Malerba e "La scoperta dell'alfabeto". Come giocare, molto seriamente, con le parole.



 Ai tanti cinquantenari di cui si è parlato, rievocazioni e attualizzazioni di un anno intenso come il 1963 – dalla morte di J. F. Kennedy a quella di Aldous Huxley e di Giovanni XXIII, dalla fondazione della casa editrice Adelphi a quella del Gruppo ’63, l’unica avanguardia letteraria del dopoguerra in Italia – vorrei suggerirne un altro: la pubblicazione de La scoperta dell’alfabeto, opera prima di Luigi Malerba, uno dei grandi autori italiani del Novecento, e che un legame col Gruppo ’63 lo ebbe eccome.
 L’appartenenza, per quanto disorganica, alla neoavanguardia gli accentuò fortemente un senso di libertà e disinvoltura nello scrivere, perché sperimentale Malerba lo era ‘naturalmente’, e lo restò tutta la vita - uno scrittore cioè che faceva di ogni sua nuova opera un’opera nuova. Ma quella formidabile raccolta di racconti che prende il titolo dal primo di essi, “La scoperta dell’alfabeto” - l’esilarante storia delle lezioni di scrittura che il contadino Ambanelli prende da un ragazzino, forse lo stesso Malerba da giovane, narratore della storia - conteneva o prometteva gran parte della sua poetica futura. Se l’opera complessiva di Malerba è tra le più vive e attuali, un ruolo di primo piano spetta a questo libro che non cessiamo di rileggere con meraviglia: un libro dedicato alla stralunata epica contadina di un paese dell’appennino di Parma (Malerba nacque a Berceto), ma più fecondo di un corso di scrittura creativa.
  Non c’è dubbio che questo libro abbia ispirato gli stuporosi Narratori delle pianure con cui iniziò vent’anni dopo una seconda vita letteraria Gianni Celati, a loro volta stimolo alle stravaganti e cantilenanti storie di Ermanno Cavazzoni, Ugo Cornia e altri narratori emiliani. Ma la grandezza di Malerba era anche, appunto, nel non accontentarsi di un genere e nel non chiudersi in una maniera. I suoi racconti sull’appennino, su modi di vita già allora in via di sparizione, non hanno nulla a che fare con alcune attuali mitologie di paesi e mondi scomparsi, tra compiacimento nostalgico ed estetica delle rovine. Non c’era già allora in Luigi Malerba (ironico pseudonimo di Luigi Bonardi) alcun rimpianto pasoliniano né diversamente ideologico, ma uno sguardo sulla commedia umana che, se è prossimo a quello di Celati, lo è soprattutto per la comune ammirazione per lo sguardo di Buster Keaton e il suo ostinato silenzio, indecidibile tra stupore e malinconica saggezza, e che è in realtà elemento essenziale di una briosa macchina narrativa.
  Una volta Malerba disse a una platea di studenti che  scriveva “per sapere che cosa penso”, e cercare così di dare un senso alla realtà. Il cosiddetto realismo però era per lui un equivoco secolare, “una truffa ordita dalla critica ai danni dei lettori”, perché la letteratura non traduce mai la realtà così com’è (ammesso che esista una realtà così com’è), ma “inventa una realtà anche quando parla delle nostre cose più vicine”, di sentimenti o persone a noi note e familiari. Anche quando descrive, lo scrittore inventa, e a differenza della cronaca fatta dai giornalisti, diceva Malerba, gli scrittori non raccontano la realtà, ma il senso, anzi il sentimento della realtà. (Non stupisce che Malerba abbia anche confessato che il romanzo che avrebbe voluto riscrivere fosse il Don Chisciotte: non c’è nulla di più malerbiano della deliberata confusione testuale e narrativa di Cervantes tra il mondo e la scrittura - descrivere la realtà come se fosse un libro, scrivere (e leggere) un libro come se fosse la realtà).
   Oggi possiamo vedere come ne La scoperta dell’alfabeto ci fosse già tutto questo, e come la sua innovazione letteraria fosse connessa con quanto di meglio si stava elaborando in altre avanguardie europee (penso in particolare alla Francia). Era un periodo molto eccitante se paragonato alla miseria del tempo presente, in cui la sperimentazione è quasi bandita e la banalità premiata. Così, mentre Malerba scriveva questi primi racconti sul linguaggio, e che pure facevano vedere la realtà e la sua epica meglio di qualsiasi tentativo realista, Roland Barthes scriveva e pubblicava i suoi Essais critiques, in particolare quelli dedicati ai romanzi coevi di Alain Robbe-Grillet, al cui sguardo iperrealista rimproverava un unico errore: “credere che si dia un esserci delle cose antecedente e esterno al linguaggio, e che la letteratura abbia il compito di ritrovarlo in un estremo slancio di realismo”. Che è poi quello che oggi in Italia, anche nella filosofia, passa per una riscoperta di avanguardia, non per l’involuzione che di fatto è rispetto alle formulazioni letterarie e filosofiche degli anni ’60, fino alla Lezione di Barthes e a L’ordine del discorso di Michel Foucault; fino a a quel bizzarro, malizioso inciso di Derrida, a mio avviso magnifico, secondo cui “non c’è nulla fuori dal testo”. Forse non ci si accorse abbastanza che la filosofia viveva allora una nostalgia attiva, e tutt’oggi inascoltata, verso la letteratura, ma per fortuna quello che si pretende contraddire nei filosofi non ci si sogna ancora di obbiettarlo agli scrittori, altrimenti non avrebbe più da tempo diritto di cittadinanza l’intera opera di Samuel Beckett, la stella più luminosa (come si dice delle stelle spente) dell’epoca. Fu infatti Beckett il grande ispiratore di una ricerca letteraria tesa a esplorare i limiti del linguaggio e le scaturigini stesse della parola. Le opere successive di Malerba, come i “romanzi” Il serpente, Salto mortale ecc. - acrobazie sintattiche le cui forme più prossime, anche nella musicalità, sono forse le poesie del reggiano Corrado Costa - confermarono questa direzione.
   A distanza di anni dunque possiamo riconoscere ulteriori valenze all’opera di Malerba, la cui messa in discussione del senso della realtà lo accomuna ai grandi scrittori e artisti di ogni tempo, quelli che pongono domande scomode e creative che hanno conseguenze anche pratiche (politiche) sul senso della realtà. Non solo le domande perturbanti di Philip K. Dick sulla realtà della realtà (lui che ispirò storie come Matrix o The Truman Show), o le poesie di Allen Ginsberg, che conobbe il manicomio a causa del suo diverso senso della realtà; ma anche quelle del grande Gregory Bateson, autore di Verso un’ecologia della mente. Dove si legge, nel “metalogo” con la figlia “Dei giochi e della serietà”, forse il testo più prossimo a “La scoperta dell’alfabeto”, che per pensare idee nuove bisogna disfarsi di quelle già pronte e mescolarne i pezzi (come si faceva nelle tipografie coi cliché per fare parole nuove), anche a costo di apparire insensati: “se parlassimo sempre in modo coerente, non faremmo mai alcun progresso; non faremmo che ripetere come pappagalli i vecchi cliché che tutti hanno ripetuto per secoli”. Ne “La scoperta dell’alfabeto”, primo racconto dell’omonima raccolta, si parla di scrittura: “prima c’è A, poi c’è B”, insegna il ragazzino al vecchio Ambanelli. “Perché prima e dopo?”, chiede quest’ultimo producendo brividi metafisici oltre che comici. Chi ha deciso l’ordine dell’alfabeto, e perché? Ambanelli vuole imparare a scrivere il proprio nome. Il ragazzino allora riprende: “prima c’è A, poi c’è M…” “Hai visto? Ora cominciano a ragionare”, esclama Ambanelli mettendo il ragazzino nei pasticci. Scriveva Bateson: “Se non ci cacciassimo nei pasticci i nostri discorsi sarebbero come giocare a ramino senza mescolare le carte”.
   Le parole sono importanti, e tutto, o quasi tutto, avviene in esse. Malerba ne inventò parecchie, come I Neologissimi (deliziosa plaquette appena ripubblicata dai Quaderni dell’Oplepo). Come avvertiva infatti Malerba ne Il serpente, “stai attento perché molte parole sono sdrucciole, viscide come anguille, salterine come cavallette, sono di un’astuzia diabolica e non cadono in trappola tanto facilmente. Alcune parole sono invisibili”.

(articolo uscito su l'Unità dell'11 dicembre 2013)

11/24/2013

Adelphi, cinquant'anni di libri color "pastello"



   In un suo “pensiero” Giacomo Leopardi ironizza, molto cortesemente, sulla “bella e amabile illusione” delle ricorrenze, secondo cui “i dì anniversari di un avvenimento, che per verità non ha a fare con essi più che con qualunque altro dì dell’anno, paiono avere con quello un’attinenza particolare, e che quasi un’ombra del passato risorga e ritorni sempre in quei giorni, e ci sia davanti”. Non ci imbarazza quindi celebrare forse per ultimi il cinquantesimo anniversario della casa editrice Adelphi, dedicandole un ammirata testimonianza di lettori e i nostri auguri. D’altronde, le parole leopardiane citate sopra a memoria le ritrovo al paragrafo XIII dei Pensieri di Leopardi editi nella Piccola Biblioteca Adelphi, con una tipica copertina rosa corallo o rosa pesca, non saprei decidere.
   Ecco, già nei colori delle iconoclaste copertine Adelphi riconosciamo una nota inconfondibile dei nostri scaffali, libri che perfino i più esigenti e problematici ordinatori di biblioteche, di solito più competenti e saggi dei critici di prpfessione (l’arte di disporre i libri non ha soluzioni definitive, solo la pazienza di sistemazioni provvisorie e approssimative) cedono a volte alla tentazione di sistemare i libri Adelphi senz’altro metodo che la comune appartenenza, come i venditori di mobili e i non lettori che sistemano i libri secondo il colore delle copertine. Ma anche questa soluzione, un tempo irrisa dai colti, viene dialetticamente redenta nell’idea adelphiana del catalogo editoriale come forma, libro dei libri, di libri che stiano bene insieme tra loro anche nelle diversità, secondo la teoria del buon vicino evocata spesso da Roberto Calasso.
   Tornando ai colori delle copertine Adelphi, è importante notare che non si tratta mai di colori assoluti, o saturi, e che siano invece tutti interpretabili, “pastello”, colori al limite marginali, minoritari, identità non rigide ma flessibili -  ceruleo, lilla, violaceo, lavanda, sabbia, malva, verde pastello, salmone chiaro, etc. Non sono un esperto, ma nella gamma dei colori adelphiani trovo la promessa mantenuta di quella libertà e rottura degli steccati ideologici che ispirò il fondatore Luciano Foà (consigliato da Roberto Bazlen), in polemica con una certa “monotonia editoriale di sinistra”. Quando, per capirci, il non fare esternazioni manifestamente di sinistra e il pensare pensieri inattuali equivaleva a essere considerati di destra. Il colore, si sa, connette con tutti gli altri sensi, connette sfera cognitiva e sfera emotiva, promuovendo quella generale interconnessione di tutto con tutto che è la letteratura, oltre che il metodo di Gregory Bateson, una delle grandi menti del XX secolo a cui tutti dovrebbero guardare (soprattutto i politici), il cui Verso un’ecologia della mente Adelphi pubblicò già nel 1977.
   Di questa connessione universale che coincide con la letteratura la rete, nel senso del web, è invece spesso un’ambigua e ostile parodia. Roberto Calasso ha scritto un articolo appassionato sul New York Times in polemica risposta a Kevin Kelly di Wired, che preconizzava con malcelata soddisfazione la sparizione del libro di carta a favore dell’e-book, e proprio a partire dalla sparizione delle copertine. Le copertine sono la pelle del libro, ha detto Calasso, e quindi la prima cosa ad essere scorticata da nemici e detrattori. Il testo è raccolto nel bel libro recente di Calasso, L’impronta dell’editore (Adelphi). L’odio verso l’oggetto libro che viene da un certo mondo del web è in fondo “una profonda e giustificata avversione, perché il libro corrisponde a una modalità della conoscenza incompatibile con quello propugnato dalla rete, che è la conoscenza come protesi, l’occupazione della mente con uno sciame di bit digitali, esattamente l’opposto di ciò che è la conoscenza in senso metamorfico, che trasforma cioè il soggetto che conosce”.
  E’ buffo, finora abbiamo parlato solo o quasi di copertine. La casa editrice Adelphi nacque nel 1962 per iniziativa, come abbiamo detto, di Luciano Foa (uscito dall’Einaudi col pretesto di un litigio sulla pubblicazione delle opere integrali di Nietzsche a cura di Giorgio Colli) e Bobi Bazlen, ma i primi quattro libri uscirono l’anno dopo, cinquant’anni fa: il Robinson Crusoe di Daniel Defoe, le opere teatrali di Georg Büchner, il primo volume di tutte le Novelle di Gottfried Keller, Fede e bellezza di Niccolò Tommaseo: si noti, fin dall’inizio dunque, l’insieme di libertà, imprendibilità e qualità inattuali delle scelte che caratterizzeranno il catalogo editoriale Adelphi. Roberto Calasso vi collaborò dal 1967, per diventarne poi direttore editoriale e autore della casa. Dagli anni ’70 il marchio Adelphi era ormai noto: Hermann Hesse e Joseph Roth (in nessuna stanza di studente mancavano Siddharta e La leggenda del santo bevitore), letteratura mitteleuropea (Il manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki uscì nel 1965) e Indiani d’America (Alce Nero parla di John G. Neihardt, 1968), Robert Walser e Antonin Artaud, Il libro dell’Es di Georg Groddeck (1966) e Lezioni e conversazioni di Ludwig Wittgenstein (1967), i Quaderni di Valery e La sapienza greca di Giorgio Colli, Elias Canetti e Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Pirsig (1981) e così via, fino alle opere di Nabokov e a quelle di Simenon, i romanzi (postumi) di Guido Morselli e quelli di Giorgio Manganelli, e dal 1981, con Perturbamento, le opere del grande Thomas Bernhard, che ai miei occhi, o meglio alle mie orecchie, incarna al meglio lo spirito Adelphi: una scrittura complessa e irriducibile, irriverente e a suo modo consacrata, capace di rifondare in modo assolutamente non-ideologico il concetto stesso di avanguardia, con una totale dedizione alla sintassi e alla verità – scomodissima, appunto - della letteratura. Senza trascurare la mitologia classica e la spiritualità orientale, soprattutto quella indiana (in coincidenza con l’interesse personale dello scrittore Calasso). Ognuno può sfogliare la propria memoria del tempo scorrendo le pagine di Adelphiana, un volume-catalogo pubblicato in occasione del cinquantenario.
   Se i libri Einaudi li riconoscevi dall’odore, ed era un’aroma eccitante di impegno e di costruzione di sé, attualizzata dalla politica, tutt’uno col sentimento di appartenenza al fronte frastagliato dei ribelli, i libri Adelphi erano un’esperienza diversa e complementare, innanzitutto tattile e visiva (la pelle delle copertine, ancora una volta), poi un invito destrutturante al sogno e all’immaginazione, come la siepe dell’Infinito; un altro indirizzo dell’intelligenza, non superiore ma più esoterico. Ma non sentivamo all’epoca nessun conflitto (parlo degli anni Settanta e Ottanta).
   Un ricordo intimo: ore trascorse in luoghi diversi, col mio amico Giorgio Messori, a leggerci e rileggerci a voce alta i nostri adelphini preferiti, che tenevamo sempre nella tasca del giaccone, I temi di Fritz Kocher di Walser e soprattutto L’imitatore di voci di Bernhard, ,e non riuscire a smettere di ridere. Il libro più commovente della collana? Uomini tedeschi di Walter Benjamin, monumento stoico all’antiretorica, all'inerme luminosa verità, ancora una volta, della letteratura.
(articolo pubblicato su l'Unità di domenica 24/11/2013)

11/04/2010

"An ecology of mind" - incontro con Nora Bateson


   Organizzato dal Circolo Bateson e da Legambiente, si svolgerà a Roma il 6 novembre Roma, nell'Aula Magna del Rettorato dell'università Roma Tre, in via Ostiense, il convegno dal titolo "Per una ecologia della mente", incentrato e prerceduto dalla proiezione del film-documentario An Ecology of Mind che Nora Bateson, figlia di Gregory Bateson, ha ideato e prodotto sul pensiero del padre. Il documentario verrà proiettato in anteprima europea e sarà presentato dall’autrice. Tra i partecipanti al convegno, Rosa Conserva, Giuseppe O. Longo, Giovanni Madonna, Sergio Manghi, Laura Formenti, Marcello Cini e tanti altri.

   Ho visto in anteprima il film, e mi sono commosso. Ho passato poi una giornata bellissima con Nora Bateson, cui si sono aggiunte, per una serie di incredibili coincidenze, o convergenze, altri amici, altre persone (che mi invitavano a pranzo nello stesso posto e alla stessa ora in cui avevo invitato a pranzo Nora). Il groviglio intellettuale-affettivo che ho messo su a tavola, con (tra gli altri) un amico sciamano e un famoso regista italiano altrettanto amico, come una famiglia composita e variegata, è degno della sceneggiatura di un film americano. Grazie a Nora, omaggio a lei, e a Gregory, maestro della connessione? Forse sì. Comunque sia, oggi su l'Unità compare questo pezzo che ho scritto ieri prima di sera - in fretta, purtroppo. Dentro di me lo intitolerei così: "La mente (come l'universo) è un'opera jazz".


   In una spiaggia pietrosa di Big Sur, California, una bambina bionda e un uomo anziano sorridente delicatamente raccolgono conchiglie, granchi, stelle marine. E’ un gioco e una lezione. Dice l’uomo: “Ora voglio fare un grande salto, farti cioè questa domanda: come pensi?” “Con il cervello, dentro la testa”. “Questo può essere la parte che lo fa, ma non il ‘come’...” Potrebbe essere l’inizio di uno dei meravigliosi "metaloghi" di Verso un’ecologia della mente, e di fatto quell’uomo è Gregory Bateson, uno dei grandi maestri del XX secolo, il cui pensiero è più attuale che mai. La bambina è la sua ultima figlia Nora, avuta con Lois Cannack quando lui aveva 64 anni. Quello che sto guardando è il film di Nora sul padre, An Ecology of Mind, “un film su come pensava Gregory Bateson”. Vi si alternano frammenti di memorabili lezioni, interviste, momenti privati e testimonianze su Bateson di vari pensatori e scienziati, tra cui Fritjof Capra e Mary-Catherine Bateson (l’altra figlia nata dal matrimonio con Margaret Mead). Per tornare alla domanda sul pensare – questione ecologica per eccellenza - di fatto “la mente è molto più ampia del solo cervello. E’ la radice dell’albero che cresce attorno a una roccia o il modo di giocare delle lontre”, dice Nora parafrasando il padre, è il granchio e la stella marina e la nostra mano e il nostro sguardo, perché anche un animale deve essere pensato come un groviglio di idee che convivono in lui, diceva Gregory. E’ un esempio di “principio evolutivo, perché l’evoluzione riguarda le idee, non solo gli animali, e “le unità evolutive sono essenzialmente idee, l’anatomia è un corpo di idee”, ciò che fa sì che, per esempio, “il cavallo e la tundra sono interconnessi, l’erba ha bisogno del cavallo come il cavallo ha bisogno dell’erba”. “Talvolta, per scopi di studio – dice sorridendo Bateson nel film - devi lavorare su relazioni piccole, e allora le gente ti rimprovera perché lavori sulle piccole. Quindi lavori sulle grandi, e allora la gente ti rimprovera perché sei un mistico. E’ sempre la stessa storia (...) Ma i maggiori problemi nel mondo sono il risultato della differenza tra come funziona la natura e come pensa la gente”.

   Biologo, filosofo, antropologo, cibernetico, fondatore del pensiero sistemico, ispiratore della psichiatria (la famosa teoria del double bind, “doppio vincolo”, è chiave per comprendere la schizofrenia), in realtà per Bateson non esiste separazione tra le discipline, né tra scienza e poesia. “Imparava sempre - racconta Nora – da qualunque cosa, un cane, un acquario di pesci, dagli scienziati che venivano a trovarlo, dalla poesia e dall’arte. Da lui ho imparato che l’apprendimento non cessa mai”. “Da bambina mi sedevo per terra e disegnavo, ascoltandolo mentre teneva delle lezioni. Già allora mi sembrava che sbirciasse da una porticina gli ingranaggi più intimi della vita. Ho studiato cinema e non antropologia, per allontanarmi, ma l’idea di fare questo film ce l’ho forse da sempre, ma soprattutto da quando ho aiutato mia sorella nel reperire materiali (video delle sue lezioni) per il convegno del 2004”. La domanda ovvia è come sia stato averlo avuto come padre e maestro. “Tutto quello che mi ha insegnato, come era suo stile, era in forme di storie. Non mi trasmetteva conoscenze, ma percezioni, un modo di guardare le cose e il mondo. Fu molto intenso, sapeva che non avremmo condiviso molto tempo. Gli piaceva molto parlare coi bambini, perché non sono limitati e corrotti da quella che chiamava l’istruzione distruttiva. Anche questo film in fondo è un metalogo, una storia su cosa significhi ‘comprendere’”.
   Il film riassume da diverse angolature, come variazioni di un’opera jazz, una biografia intellettuale di per sé inesauribile, lo studio ininterrotto e interminabile di ciò che Bateson chiamò ”la struttura che connette” - l’interdipendenza di tutto con tutto, la vita, la natura, gli organismi viventi e i sistemi di idee, la religione e il comportamento degli schizofrenici, il gioco, il sacro e i metodi dell’Anonima Alcolisti. La domanda che Bateson si pone è: “quale struttura collega il granchio con l’aragosta e l’orchidea con la primula, e tutte e quattro con me, e me con voi?” Tutto questo va inoltre connesso col “contesto”, cornice più ampia di ogni singola idea e realtà. “Senza contesto, aggiunge Nora, parole e fatti non hanno alcun significato. E questo è vero per tutta la comunicazione – anche quella che dice all’anemone di mare come crescere e all’ameba cosa deve fare il momento successivo”.
   Nora è sposata col batterista jazz Dan Brubeck, figlio del famoso Dave Brubeck. Le chiedo se il pensiero di Gregory Bateson, e in fondo la natura stessa, non abbiano somiglianze strutturali col jazz, con le sue variazioni e ripetizioni. Nora sorride: sta in effetti preparando con Dan una serie di concerti-seminari per esporre la relazione tra doppio vincolo e improvvisazione. Il jazz è un’ottima metafora del pensiero di Bateson, conferma, perché è un processo creativo, un apprendimento dell’apprendimento, e proprio come in un corpo, ogni organo o strumento compensa l’altro, in costante relazione e comunicazione.
   Siamo sempre in relazione con qualcos’altro, ci insegna Bateson, ed è l’aspetto più critico del suo pensiero. Gli esseri umani si comportano in modi distruttivi per i sistemi ecologici naturali, osservava, senza riuscire a vedere le delicate interdipendenze di un sistema ecologico che gli conferiscono integrità. C’è una attualità politica immensa e scottante nel pensiero educativo di Bateson. E mentre vedevo scorrere nel film i suoi insegnamenti – con quello stile magistrale ricco di metafore, storie, paradossi, poesie, humour, un linguaggio costituito di ciò di cui parla, ovvero una visione olistica ed ecologica della “realtà” – non potevo non pensare con impazienza, confesso a Nora, quanto sarebbe diverso il mondo se i politici (quelli di sinistra: quelli di destra fanno benissimo il loro mestiere) leggessero e rileggessero il pensiero esemplare di suo padre. “Sì, dice Nora, viviamo in un terribile e immenso doppio vincolo, per spezzare il quale occorre la fantasia e il coraggio di un atto creativo”. Ma c’è una buona notizia, mi dice Nora, proprio oggi. Nonostante la sconfitta, in California è stato eletto governatore il democratico Jerry Brown, che nel film di Nora fa un esempio di “doppio vincolo” molto attuale: “L’ineguaglianza cresce e la risposta dei governi è far crescere l’economia ancora più rapidamente, ma così facendo aggraviamo la disuguaglianza e abbiamo un tremendo impatto sul clima e sull’ambiente. Abbiamo bisogno di un salto di qualità, di una visione e di una immaginazione straordinarie, dato che frenare l’economia crea disoccupazione e sofferenza...” (per la cronaca, Jerry Brown fu allievo di Gregory Bateson).

(uscito su l'Unità, 4/11/2010)

5/23/2008

Cambiare la vita

In questi ultimi giorni ho divorato, approfittando di ogni momento libero, la versione italiana dell'ultimo romanzo di Stephen King. Per i primi due terzi è davvero molto bello: storia del rinascere, del riscoprire il mondo - un menomato e cerebroleso che, come in certe storie di Philip K. Dick, acquista poteri, ma soprattutto assapora la vita. Diventa pittore. Scopre, oltre il bello, il sublime (che è sempre inumano). Anch'io vorrei andare a Duma Key (è il titolo del romanzo di King), almeno per la prima metà della storia. Credo che ce ne siano tante, a saperle scoprire. Anch'io come tanti, come voi, vorrei resettare la vita ogni tanto. E così passo a una segnalazione interna, perché da poco il webmaster ha infilato qui nel sito ("incontri") una conversazione che feci con la figlia di Gregory Bateson (il grande, grandissimo). Lei è la figlia dei suoi famosi "metaloghi". Ma è anche autrice di vari libri in proprio, tra cui Comporre una vita, biografie (femminili) di chi ricomincia proprio dopo un trauma privato, o comunque da una trasformazione radicale della propria vita. Se vi va, leggete il mio incontro con lei qui.