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12/05/2014

I poveri sono ricchi


A Calcutta
dove i cani sembrano morti di giorno ai bordi delle strade
i taxi gialli vanno così in fretta che ucciderebbero
pur di non far attraversare la strada a qualche vecchio,
corrono verso Park Street o al Bengal Club dove
lasciano giù tutti quei poveri che si danno da fare
per sembrare ricchi.
Bisogna andare fuori dal centro nel fitto della foresta
urbana nei vicoli stretti come rivoli in villaggi
nascosti dal traffico
per trovare i ricchi veri, quelli che si siedono per terra
contemplano davanti a sé,
sentire il sollievo di trovarsi in ZTL naturali
le nicchie dei miserabili col silenzio, i cani vivi, le statuine
colorate e le immagini delle Divinità alle radici di un un albero-
tempio.
I veri ricchi sono i poveri che lavano il gradino di marmo
del tempietto all’angolo della strada, recto verso,
da una parte Kali dall’altra Hanuman,
che offrono ghirlande di fiori e tempo per fermarsi e pregare,
l'atto più regale dell’uomo.
I poveri non lo sanno di essere poveri, non
invidiano nessuno, 
bisogna essere molto ricchi per essere così poveri
da offrire se stessi al Divino in silenzio
come i cani che sembrano in trance
dare il proprio tempo a contemplare
vivere una vita così ampia e aperta rivolta al Divino
(cosa c’è più lussuoso del
Divino?)
una vita che i ricchi, poveracci, non hanno il tempo
di concedersi con tutti gli impegni, gli intrattenimenti
e questo li rende infelici.
I poveri, che non sanno di essere poveri e popolano
la vita di lunghe gratuità,
si accampano sotto i muri di cinta
delle ville dei ricchi come edere, o rose rampicanti,
attaccano immagini delle divinità, li tingono di azzurro,
accendono lumini cuociono dentro pentole dormono
coi loro bambini che giocano per terra come i cani
mentre dietro le mura i ricchi si annoiano in solitudine
perché non hanno tempo,
e vanno ai vernissage.
I poveri beati loro hanno tutto il tempo per pregare
e prosternarsi,
sgranare gli occhi di felicità al cielo e ai passanti,
epifanie del Divino, offrire loro una mano aperta,
hanno tutto il tempo per innamorarsi del Divino,
contemplarlo a mani
aperte.
(Calcutta, fine novembre 2014)

11/21/2014

Tutto quello che resta (lettera da Calcutta sulla poesia)

Ieri a Roma alla Galleria la Nuova Pesa si è presentato un nuovo libro del mio vecchio amico critico e saggista Paolo Lagazzi - un libro sulla poesia dal bel titolo La stanchezza del mondo. Era previsto un mio intervento, e di fatto anche se non c'ero (sono a Calcutta), pare che fossi presente con questo intervento che, mi dicono, ieri è stato letto. E ora offro qui in lettura.

Caro Paolo,
                     spesso i libri dei critici sulla poesia sono solo un pretesto per parlare dei poeti, questo o quell’altro, in una paradossale autoreferenzialità per interposta persona. È bello che il tuo libro faccia eccezione: i poeti in cui ti sei imbattuto nella vita sono occasione per parlare di qualcosa che ci riguarda tutti e che non serve a nulla, e che forse per questo ci è così strettamente, famelicamente necessario; di parlare insomma di “quello che resta”, come scrivi nell’introduzione, che “resiste”, come dico io, cioè la poesia.
   C’è una tensione ecologica in questo tuo libro - un’ecologia della mente, non dei panda o delle quote - e mi fa venire in mente quando nella primavera del 2010 (io ero sulla “nave dei libri” diretta a Barcellona per la festa di Sant Jordi, festa dei libri e delle rose) un’eruzione vulcanica nel ghiacciaio islandese dell’Eyjafjallajoekull paralizzò il traffico aereo, perché il vulcano dal nome impronunciabile sbuffò una nube di cenere così grande e intensa da far chiudere i cieli.  Pensa: fumo e cenere che mettono in scacco tecnologia, scienza e aviazione. Fu lì, in un’intervista sulla nave, che ricordai come i poeti, “costruttori di vulcani” (cito quasi senza volere il libro del poeta Carlo Bordini), sanno bene l’importanza di cose trascurabili come le nuvole, il fumo, la cenere, tutti sinonimi di poesia - cose che non servono a niente, ma guai a provocarne l’intensità e la forza.
   C’è qualcosa dicevo di ecologico nel tuo libro, cioè di quella consapevolezza di cui ha parlato spesso un nostro amico per spiegare la miracolosa educazione avuta dal padre (tuo poeta prediletto): riconoscere la poesia in quello che aveva intorno, e soprattutto viceversa. La «rosa bianca» cantata dal padre Attilio come dedica alla moglie, Bernardo Bertolucci la scopriva, dice, nel giardino, così come il «rosone tiepido» da cui entra il raggio di sole nella stalla, o «la posta del mattino azzurra fra le mani». Aprire gli occhi e ritrovare la poesia - risonanza di ciò che (r)esiste e accade.
   Le idee sono dappertutto, la mente è molto più ampia del solo cervello, «l’erba ha bisogno del cavallo come il cavallo ha bisogno dell’erba», diceva Gregory Bateson. Il tuo amato Attilio, senza saperlo, trasmetteva un’educazione non diversa dall’ecologia della mente del mio amato Bateson, per il quale tutto è connesso con tutto, gli organismi viventi e i sistemi di idee, la religione e il comportamento degli schizofrenici, il gioco e il sacro, «il granchio con l’aragosta e l’orchidea con la primula e tutte e quattro con me, e me con voi». La lingua di questa struttura che connette credo sia la poesia. E a ognuno di noi accade il corto circuito che accadeva a Bernardo tra parole e cose, e idee, anche se siamo sempre più intossicati e sommersi da un linguaggio alienato, cioè più sottomesso a uno scopo, non importa se politico, pubblicitario, scritto su una scatola di biscotti o detersivo, o su un romanzo a trama…
   Ti chiederai forse quale sia in questo momento il mio personale cortocircuito, sapendomi a Calcutta (Bengala, India). Non che importi dove io sia, ma forse ricordi la frase di Thomas S. Szasz: «Se parli a Dio stai pregando, se Dio ti risponde, allora sei schizofrenico». Diciamo quindi che sono dove sono per meglio confondermi nella folla di poeti e schizofrenici, anche se proprio stamani, mentre voi facevate colazione, mi riposavo all’ombra del giardino della casa natale di Sri Aurobindo, un’oasi nel brusio perenne della città (non molto distante da quella in cui undici anni prima era nato Tagore), e dove appoggiando le mani sulla superficie di marmo ricoperta di petali di fiori ogni giorno freschi di vita nuova, e sentendo sotto quel marmo, tra api gentili e delicate, la forza che vi scorre sotto come un oceano, ho capito improvvisamente il senso della parola samadhi, "raccoglimento", che non è la morte, che non è la tomba, ma che tradurrei con una bellissima parola misteriosa della nostra tradizione, deposizione, nella continuità dell’anima e quindi della vita. Come «l’amore realizzato del desiderio che resta desiderio», definizione di poesia secondo René Char.
   Caro Paolo, anche a occhi nudi, anche a occhi chiusi, tutto quello che resta è poesia, sorriso dell’anima.
   Haribol!!!
Kolkata, 20 novembre 2014


P.S. Qui si può vedere e capire un po' il Samadhi di Sri Aurobindo nello Sri Aurobindo Ashram, (Pondicherry,  Tamil Nadu)