Sono in Salento, e in una piccola bellissima baia raggiungo, isolato tra gli scogli e il mare che brilla maestoso, un chioschetto coi tavolini, immagine della sosta ideale. Mi siedo, e mi accorgo che dagli altoparlanti strilla la voce di Michael Jackson. Non ho niente contro la voce di Michael Jackson e i ritmi che la accompagnano, tuttavia lì mi appare incongrua, a parte il volume eccessivo. Il suono del mare e del vento, le cicale, le voci lontane dei bagnanti e qualche gabbiano sono già un bel paesaggio sonoro, a lasciarlo. Ma il padrone del chiosco è sordo (in ogni senso) e fiero della sua musica senza sosta. Chiudo gli occhi: potrei essere in una discoteca, una birreria, un supermercato, in una città, ovunque, questa musica rende ogni luogo un anywhere.
Un anno fa mi capitò la stessa cosa in Liguria, un baretto in spiaggia poco dopo l’alba. Ero l’unico cliente, e l’unico umano all’orizzonte. Chiesi con gentilezza di abbassare, se non di spegnere qualche minuto, l’altoparlante che diffondeva musica radiofonica continua, azzerando la ragione stessa per cui avevo scelto di sedermi lì. Il barista si offese della bizzarria della mia richiesta. Possibile, mi chiedo ogni volta, che gli esercenti non vogliano fare affari valorizzando la bellezza, il lusso del silenzio, tutte merci (sic!) che hanno pur sempre estimatori ed acquirenti? Siamo obbligati invece ad essere complici di un livellamento generale che annulla ogni differenza e ogni geografia. Non è solo l’horror vacui che ha instupidito le piazze delle città con al centro brutti monumenti o fontane. E’ la stupidità malvagia di un mercato infelice e senz’anima: aspettando, come nei fantastici romanzi di Douglas Adams, che i viaggi nel tempo uniformino anche la Storia con una speculazione triviale - McDonald nella Preistoria, altoparlanti e disco-music nell’Impero Romano, pubblicità di Mediolanum e BP a Cartagine, Venezia, Baghdad... - ma questo, scusate, in effetti forse c’è già.
(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", l'Unità del 25/7/2010)