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9/25/2014

Per Robert Walser (una mostra a Venezia e altro)

(Il corpo di Robert Walser morto nella neve, durante una passeggiata, il giorno di Natale del 1956)


Si riparla di Robert Walser, grazie agli artisti. Domani 26 settembre alle ore 18 si inaugura infatti a Venezia una mostra in omaggio al grande scrittore svizzero, preceduta alle ore 15 da una breve chiacchierata o tavola rotonda su Walser col sottoscritto e altre persone (leggere qui). Vorrei in particolare richiamare l'attenzione che su Walser ha portato in questi ultimi anni l'artista Antonio Rovaldi, che ha ripercorso l'ultima passeggiata di Walser in compagnia di colui che, bambino, fu il primo a trovarne il corpo e a segnalarlo. La sua esperienza costituisce il lavoro e la rigorosa installazione (visibile qui).
Resta che, nelle foto originali, la morte di Walser, l'ostensione del suo corpo nella neve (nei pressi della clinica-manicomio in cui ventisette anni prima avevo scelto di abitare), così simile a una scrittura sul foglio bianco (e si ricordino i suoi "illeggibili" microgrammi, ovvero la sua normale calligrafia, la scrittura della sua prosa), resta una specie di incantato, miracoloso, inesauribile capolavoro visivo.


   Su Walser ho parlato e scritto in diverse occasioni, ogni volta dimenticandomene. Ma grazie a un sito altrui ritrovo un mio articolo che non avevo mai pubblicato nel blog, scritto per il cinquantesimo anniversario della morte di Robert Walser (uscì su Venerdì di Repubblica del 22 dicembre 2006). Eccolo. Non credo che riuscirei a parlarne meglio, domani a Venezia.


Per il cinquantenario di Robert Walser (2006)

   Se Don Chisciotte fosse svizzero e si trovasse in una città del primo Novecento, guarito dalla follia ma pur sempre sognatore e vagabondo, con un’inalterata smania di mettersi al servizio del prossimo, forse ragionerebbe fra sé come lo scrivano Simon Tanner: “L’edificio di una banca è proprio una cosa stupida, in primavera. Che effetto farebbe un istituto bancario in mezzo a un rigoglioso prato verde? Forse la mia penna mi sembrerebbe un piccolo fiore appena spuntato dalla terra [...] Le nuvole bianche passano nel cielo, e io devo stare qui a scrivere. Perché guardo le nuvole? Se fossi un calzolaio, almeno farei le scarpe per bambini e uomini e donne, e loro in una giornata di primavera andrebbero a passeggio per la strada con le mie scarpe. Io sentirei la primavera se vedessi la scarpa fatta da me sul piede di un altro. Qui non posso sentirla, mi disturba”. In questo periodare giovanile tratto da I fratelli Tanner (1907) c’è tutto l’incanto della prosa tenera e lieve di Robert Walser, lo straordinario scrittore nato nel 1878 nella cittadina bilingue di Biel/Bienne, nel cantone di Berna, vissuto a Zurigo e Berlino, dove frequentò una scuola per domestici che gli ispirò l’arte cerimoniosa del servire che traspare nelle sue storie.

   In tutta Europa si preparano omaggi per il cinquantesimo anniversario della sua morte, e per il centenario de I fratelli Tanner, suo primo vero romanzo. Il lettore interessato troverà ogni informazione sul sito dell’Archivio Walser a Zurigo (www.walser-archiv.ch), mentre a Roma la libreria Simon Tanner (www.simontanner.it) promette il 7 gennaio un appropriato omaggio: una passeggiata walseriana alla Caffarella. Il fatto è che Walser, il più disadattato degli scrittori contemporanei, è ormai riconosciuto come l’alfiere della libertà narrativa, che ha insegnato che tutto è esperienza e degno di essere raccontato, proprio come nell’arte della passeggiata, e che “discorso” e “percorso” appartengono a un comune, anarchico divagare (si pensi a La passeggiata o a I temi di Fritz Kocher). Si sa che per Robert Musil “Kafka fa l’effetto di un caso particolare del tipo Walser”, e che lo stesso Kafka guardò a Walser come un maestro. Elias Canetti lo leggeva così assiduamente da considerarlo “una sorta di droga”, e Walter Benjamin gli dedicò un saggio folgorante: i personaggi dei racconti di Walser, scrisse, sono dei “folli guariti” dalla cui bocca esce pura prosa, “pura e forte come l’aria della vita che guarisce”. Più recentemente, lo scrittore tedesco W. G. Sebald ha dedicato a Walser un riverente e commosso scritto intitolato Il passeggiatore solitario (Adelphi 2006), e anche in Italia non mancano gli appassionati, dall’editore Roberto Calasso (la sua Adelphi ha pubblicato quasi tutti i titoli disponibili) al filosofo Giorgio Agamben, al compianto scrittore Giorgio Messori, il più walseriano di tutti. Ma è di Gianni Celati il commento più lungimirante alla sua “passeggiata senza meta”. Lo “scandalo” di Walser”, ha scritto anni fa, è lo scandalo di “una scrittura che dichiaratamente non cattura nulla”, anzi “celebra affettuosamente tutto ciò che ci sfugge”, e proprio per questo “acquisterà un’importanza sempre maggiore quando tutto il campo della letteratura ufficiale sarà composta solo da prodotti fabbricati per il successo”. Cioè oggi.

   Come gli scrittori da lui più amati, sui quali ripetutamente scrisse – Kleist, Lenz, Buchner – Walser fu un “anti-Goethe”, anomalo e ai margini. La sua scrittura, come la sua vita, fu precaria e priva di appartenenza, fino alla decisione del silenzio, e quella di abitare, cinquantenne, in un asilo psichiatrico a Herisau, da cui usciva la domenica per fare lunghe passeggiate, a volte in compagnia del devoto editore Carl Seelig. Se lo Zen fosse nato in Svizzera, o se nel cantone di Berna vi fossero stati dei monasteri buddhisti, forse Robert Walser ne sarebbe stato monaco, “in umore di santità”. Fu lì, durante una passeggiata, che il 25 dicembre 1956 Walser morì accasciandosi sulla neve. Una foto lo ritrae, il suo corpo sembra un segno di matita tracciato sulla neve.

   Carl Seelig scoprì una quantità di fogli fittamente scritti a matita a caratteri microscopici. Pensando si trattasse di una scrittura folle e segreta, li nascose. Decifrarli fu il ventennale lavoro dei germanisti Bernhard Echte e Walter Morlang, che li hanno da poco stampati in 4 tomi di 4000 pagine. Questi mitici “microgrammi” furono redatti da Walser tra il 1924 e il 1933 dopo una crisi e una fortissima “avversione per la penna”: solo la matita gli restituì il gusto di scrivere, “in modo più sognante, più calmo, più lento, più contemplativo”. E fino alla fine attinse a quei “microgrammi”, ricopiandoli in modo leggibile, per i libri e gli articoli sui giornali. Una mostra debuttata in autunno a Ginevra presso la Fondazione Bodmer ha mostrato per la prima volta al pubblico, col titolo «Territorio della matita», molti di quei manoscritti. E se spesso Walser ha paragonato “i fogli bianchi delle pagine” a “fiocchi di neve”, la scenografia della mostra, a cura dell’architetto Mario Botta, gli dà ragione, facendoli galleggiare lievi come neve nella penombra, macchie bianche coperte da una grafia di illeggibile bellezza, un fascinoso coincidere di materialità e spiritualità.

   Su uno di questi fogli, il «microgramma» n. 134, c’è una traccia di rossetto, ricoperto dalla poesia intitolata L’incompreso. Anche questa disperata gaiezza, o galanteria, è qualcosa di molto, molto walseriano.

(Venerdì di Repubblica, 22-12-2006)

3/23/2011

Creature: per Marion Greenstone


Domani 24 marzo a Venezia, a Palazzo Zenobio (Collegio Armeno) si inaugura la mostra antologica di Marion Greenstone (1925-2005). Durerà fino al 18 maggio.
Ho scoperto da poco la sua opera, grazie alla sorella Cora e all'amico Marco Agostinelli, autore di un film documentario su di lei. Ne sono stato affascinato e coinvolto. Alla sua opera ho dedicato alcune frasi e riflessioni, di cui offro qui un sunto in forma di breve articolo che dovrebbe uscire (salvo imprevisti), su l'Unità del 24 marzo (mentre scrivo un imprevisto c'è già stato che può scardinare la programmazione delle pagine di un giornale: la morte di Liz Taylor). Comunque sia ecco il mio breve testo.

Creature, colori, bellezza. Per Marion Greenstone

Tutti, quando incontriamo per la prima volta le opere di Marion Greenstone, restiamo esterrefatti. I comodi riferimenti che di solito aiutano e indirizzano la nostra percezione ed esperienza estetica nei riguardi di un pittore (cioè la condizionano parandone l’impatto) vengono a franare. Non è né questo né quello, pare che diciamo, non rientra neppure nella categoria degli artisti senza categoria - pensiamo - ancora incerti se si tratti di una qualità. E ci sfugge il fatto clamoroso, l’unico che abbia importanza, che stiamo facendo una nuova esperienza. Scopriamo non solo che i quadri di Marion Greenstone sono pieni di bellezza, ma che sono anche un evento - estetico, cioè sensoriale e cognitivo - di cui non immaginavamo la possibilità. Pop, espressionismo astratto, neocubismo, astrattismo, informale – etichette che servono per rassicurare i critici e i compilatori, non lo sguardo e i gesti di chi fa opere – e lei, Marion Greenstone, scavalcava e debordava ogni classificazione: “Il mio scopo è creare bellezza”, ha scritto di sé. Anche Marion insisteva spesso sulla parola “esperienza”, sua e di chi le guarda. “Esperienza” significa che l’avventura di ogni sua singola opera, qualunque cosa possa raffigurare o far pensare, è sempre un evento, e prima di tutto lo era per lei. Per questo occorre approfittare dell’occasione veneziana, la prima e vera antologica di Marion Greenstone, nella splendida cornice di Palazzo Zenobio, a cura di Marco Agostinelli, che alla Greenstone ha dedicato un documentario.

   Nata nel 1925 e vissuta la maggior parte del tempo a Brooklyn (New York), pur avendo moltissimo viaggiato e abitato anche a Roma negli anni ’50, Marion fu allieva di Norman Lewis e di Vaclav Vytlacil (maestro anche di Twombly, Rauschenberg, Rosenquist e Louise Bourgeois), e per anni docente di pittura e disegno al Pratt Institute. Il fatto che abbia condiviso il periodo pop evitando ogni compromissione e deriva verso la pubblicità, è l’ulteriore e notevole paradosso di una donna che si consacrò alla pittura senz’altra fede o ambizione che il dipingere, in un mondo di uomini con molte ambizioni e pochissima fede.
   I suoi collages, l’uso di diverse carte, il debordare limiti e misure, lavorando per accostamenti e giustapposizioni, insomma il collage come metodo fino a un’invenzione originalissima di polittici che è quasi un’arte dell’affresco, si fonde con una pittura che sembra mostrarci reperti salvati di qualcosa di più grande, zoomate di paesaggi creaturali, da Genesi, genesi del mondo e della forma, genesi della pittura - poiché è proprio di ogni vero pittore reinventare il dipingere. Marion Greenstone osservava la natura per trarne meraviglia e conoscenza: la sua contemplazione amorosa di foglie, fiori e frutta, ma anche cieli, terre, arcipelaghi, formazioni geologiche, oltre a una grande bellezza ci regala una lezione magistrale che ricorda in questo Bruno Munari: trovare negli oggetti dell’arte la naturalezza delle cose prodotte dalla natura stessa; imitarne non le forme finite ma i sistemi costruttivi, la struttura che le determina. Il collage come metodo è allora strumento di un’ecologia mente prima che della materia. Istantanee della vita, della sorgente della vita, i quadri di Marion Greenstone allargano la nostra coscienza e ci fanno diventare migliori. E volentieri nuotiamo e ci immergiamo nel gorgo di forme e colori, oceano di petali, corolle, o semplici, creaturali cose. Cosa chiedere di più a un pittore?