4/19/2013

Il visibile infinito di Luigi Ghirri


(Marina di Ravenna 1986)
(Dal 24 al Maxxi di Roma si potrà vedere una mostra antologica di Luigi Ghirri. Questo mio brevissimo articolo che la segnala è uscito oggi su Venerdi di Repubblica, pag. 136)

   Il titolo della mostra viene da una fotografia del 1978: su un pezzo del Corriere sgualcito per terra, sui sampietrini, si legge il titolo di un elzeviro, “Come pensare per immagini” (che, sappiamo, fu firmato da Gillo Dorfles). Non è un omaggio al Denkbilder di Walter Benjamin, ma una semplice, nuda epifania. A dire la verità l’intelligenza visionaria di Luigi Ghirri non fu neppure un “pensare”, ma un atto meno mentale e più di anima: la capacità di abbandonarsi alla meraviglia di trovarsi nel mondo, e cogliere il suo manifestarsi come rivelazione. Come lo stupore che provava bambino nei musei, quando senza nessuna presunzione di sapere vedeva nei quadri e nell’arte in generale delle bellissime figure. Tra gli insegnamenti di Ghirri, oltre al vedere e all’assoluta assenza di disprezzo per qualsiasi luogo, c’è l’accoglienza e freschezza con cui capovolse l’Ecclesiaste: “non c'è nulla di antico sotto il sole”.
   Qualunque cosa diranno i futuri curatori della sua opera, Luigi Ghirri fu pioniere tutt’oggi insuperato (nomi altisonanti dell’arte hanno preso spunto da lui) che sfugge le catalogazioni: dall’arte concettuale (mai rinnegata) passò all'osservazione e allo studio  del territorio, ovvero a quello che non siamo più capaci di vedere, sfidando la presunta banalità dell’ordinario e rifuggendo ogni effetto “speciale”. Approdò alla nebbia, alla cancellazione del paesaggio, e restò così sempre fedele all’Infinito, titolo di foto memorabili e nome dello studio che gestì con la moglie Paola. “Dentro i musei / l’infinito viene giudicato”, cantava il nostro amato Bob Dylan, ma ciò che si vede e risuona nelle sue immagini non esclude ciò che non si vede, che insiste e mormora nel cosiddetto fuori campo: l’infinito, appunto. Strana pretesa, mi confidò una volta, sottrarre un oggetto, un particolare, dal resto della Creazione o del mondo. E’ questa coscienza del Tutto che le sue foto non cessano di suggerirci.

[LUIGI GHIRRI. PENSARE PER IMMAGINI - Icone Paesaggi Architetture - Roma, Maxxi, 24 aprile – 27 ottobre 2013 - a cura di Francesca Fabiani, Laura Gasparini e Giuliano Sergio, in collaborazione con Comune di Reggio Emilia, partner Biblioteca Panizzi]

[Segnalo che lo scorso anno, a vent'anni della morte di Luigi Ghirri, ma anche un anno dopo la  scomparsa della moglie Paola, Daniele Delonti ha coinvolto tutti gli amici in un libro-omaggio dal titolo Fin dove può arrivare l'infinito, come il titolo del bellissimo scritto su Luigi di Giorgio Messori nel 1992, che fa da Prefazione. Mi accorgo solo ora che è con quello scritto, con cui concordo totalmente, che dialoga forse questa mia breve segnalazione. Il libro è edito da Skira]

4/16/2013

"The Poet Speaks" - with Philip Glass and Patti Smith


Ho frequentato per giorni l’Auditorium di Roma con insolita assiduità. Sarà anche per la primavera sbocciata proprio adesso, così piacevole negli spazi all’aperto dello ”scarabeo” disegnato da Renzo Piano, ma mi sono abbandonato al My Festival di Patti Smith, di cui ero all’inizio diffidente, con la leggerezza di una festa. E non credo di essere stato il solo. A vedere Medea di Pasolini, non certo il suo film più leggero, interpretato da una silenziosa Maria Callas, ho incontrato un’allegra brigata di amici, e nell’affollato backstage in cui sostava la strana coppia Bernardo Bertolucci e Patti Smith era divertente vedere signori ben oltre la mezz’età tornare adolescenti, e chiedere alla celebre rocker loro coetanea autografi per i figli, in realtà per se stessi. Bernardo e Patti avevano rievocato in pubblico il loro incontro nel 1977 in un interno newyorchese dove, timidi entrambi, invece di ballare dopo cena come Mapplethorpe e gli altri ospiti, lei gli chiese di parlarle di Pasolini. Patti Smith lavorava all’epoca in una libreria, come cantante la conoscevano in pochi, e Bernardo cercava senza successo una distribuzione negli Usa per il film Novecento. Una connessione tra Patti Smith e il cinema l’ha suggerita lui almeno per gli italiani: la sua canzone Because the Night, da anni sigla di “Fuori orario”, è indissociabile dai film d’autore,  e tutt’uno ormai con le immagini di Atalante di Jean Vigo.
   A ogni appuntamento del suo festival Patti Smith ha generosamente cantato. Anche nella galleria in cui è allestita la mostra di Marco Tirelli, Memories: triplice installazione di mobili (una poltrona scura di pelle, un letto dalle lenzuola bianche e disfatte, un severo tavolo di legno) tagliati e attraversati da specchi che li raddoppiano dimezzandoli, prigionieri di un’emblematica condizione metafisica che li rende al tempo stesso doppi e mancanti.
   Non parlo dell’affollato concerto di domenica sera, Horses, quasi un commiato dal festival, dove nella grande sala Santa Cecilia il pubblico non ce l’ha fatta a restare seduto, ma dell’omaggio ad Allen Ginsberg nello stesso spazio, con Philip Glass: una grande cantante rock-punk e il maggiore musicista e compositore americano vivente uniti dall’amicizia verso il grande poeta beat. Una dedica/tributo sperimentata da anni in numerosi teatri in Europa e negli Usa, e che ha lo stesso titolo, “The Poet Speaks”, della tredicesima miniatura dell’opera Kinderszenen (“Scene infantili”, 1838) di Robert Schumann, fatta di brevi composizioni pianistiche che sembrano quasi anticipare il minimalismo di Philip Glass. Coincidenza?
   Philip Glass ebbe una lunga consuetudine di rading-concerti con Ginsberg, che gli aveva affidato una registrazione della propria voce che legge Jukebox all’Idrogeno da usare in sua assenza. Ma dopo la morte di Ginsberg nel 1997 non ne fece più per anni, fino a sentire la mancanza della poesia. Fu la dizione personalissima e intensa di Patti Smith, che legge Ginsberg come legge i propri testi, a dare nuova vita a questi reading/concerti. Ora, io che amo sconfinatamente Allen Ginsberg, al quale devo ogni inizio e iniziazione nella balbettante avventura di scrivere, posso dire che la voce di Patti Smith è semplicemente bellissima, sia che legga testi di Ginsberg (Wichita Vortex Sutra (1966), Magic Psalm (1960), sia che canti le proprie canzoni accompagnata dal chitarrista Lenny Kaye (Ghost Dance, Pissing in the River, People have the power). Se ascoltare il pianoforte suonato da Philip Glass è come galleggiare in un’estatica samadhi tank, Patti Smith ha un modo di far scivolare la voce come un cigno nell’acqua. Ci si chiede se sia la musica naturale delle poesie di Ginsberg a venire allo scoperto e prendere il volo, o se sia Patti Smith a insufflarvi musica e farle risuonare nell’aria, come se soffiasse in una nuvola per farla danzare e ricamare forme. Insomma, ci si chiede, sta parlando o cantando? Entrambe le cose, certamente, in un Dire così alto e importante che non si esaurisce nei suoi detti, un Dire che resta vivo, aperto e accogliente, cioè  poesia.
   Dietro la scena spoglia sono proiettate immagini. Quella iniziale raffigura Ginsberg di lato che posa in un loft newyorchese allestito come studio fotografico. Altre immagini rigorosamente in bianco e nero si alternano nel corso della serata: Ginsberg in India o sullo sfondo di grattacieli di Manhattan e automobili anni ’50 (e già il suo volto nella scenografia urbana è fonte di una commozione estetica), Ginsberg con altri poeti beat, e il volto giovane di Gregory Corso. Patti Smith ricorda che le ceneri dell’autore di Dove my casa?, in perpetuo poetico inferno ed esilio, sono sepolte a Roma accanto ai resti degli amati Keats e Shelley nel cimitero detto dei poeti al Testaccio. Io ricordo invece che nel concerto in cui scoprii Patti Smith, nel 1979 a Bologna (una notte d’estate con splendida luna piena), Gregory Corso c’era e voleva ascoltare la sua amica cantante, ma non fu fatto entrare dal servizio d’ordine, né tantomeno fu riconosciuto.
   Quando Patti Smith legge un proprio ritmico testo, “Blue thangka”, e lo ascoltiamo guardando la gigantografia di Allen davanti a una porta scolpita con la ruota del samsara, all’improvviso avviene, almeno per me, un’illuminazione: grazie alla voce che rende mantra ogni parola e le note di pianoforte prodotte dalla magica pazienza di Philip Glass, comprendiamo che il samsara, la sofferenza del ciclo di morte e rinascita nel mondo materiale, non è che il Nirvana (l’estinzione suprema del samsara, o se volete il Paradiso). E chiamiamo poesia, cioè un’azione priva di scopo, la scintilla che accende questa epifania e questa consapevolezza. Tutto, in questo spettacolo che sembra scucito, è in realtà legato con tutto.
   Poi, una novità rispetto alla scaletta collaudata, legge di Allen Ginsberg To Aunt Rose (1958), poesia alla zia Rose. Poesia in qualche modo spettrale, per Patti Smith è un’illustrazione possibile del trittico concepito da e con  Marco Tirelli. Parla di memoria, di una casa a Newark, con un vestito a fiori stampato e un pianoforte a coda, atmosfera di un Gozzano ebreo-americano dopo la Shoah, testimonianza di una Storia in bianco e nero (“Hitler è morto”, dice un verso, “Hitler è con Tamerlano e Emily Bronte”).
   Non è un caso infine se i due testi di Ginsberg più commoventi della serata siano degli elenchi: quello stilato alla cerimonia di cremazione del suo maestro, il tibetano Chogyiam Trungpa (On Cremation of Chögyam Trungpa, Vidyadhara, 1987), e le celebri Note a pié di pagina di Urlo (Howl, 1955), la santità onnipresente che insegna che tutto è degno di essere scritto, anche il buco del culo.
   Alle mie spalle era seduta una classe di liceali, spaventati all’inizio all’idea di ascoltare poesie per due ore (la loro idea di “poesia” non doveva essere molto comoda). Mi hanno detto che Ginsberg non l’avevano ancora studiato. Meglio così, ho sorriso, scoprirlo da soli è più bello. Ho aggiunto che alla loro età Ginsberg mi aveva salvato la vita, più della musica rock. Beh, è un po’ lo stesso effetto che mi fanno sempre i brani delle Metamorphoses di Philip Glass suonate da lui, come l’altra sera: un’esperienza di rigenerazione, e un insegnamento. Mentre la sua musica ci incanta con (apparentemente) pochissime varianti, ci fa più consapevoli delle innumerevoli varianti che accadono in noi mentre la ascoltiamo. Si potrebbe anche spiegarla così la poesia, divenire coscienti di se stessi ascoltando qualcun altro. Come diceva Allen Ginsberg, “poesia è allargare l’area della coscienza”.
(foto sul palco)
(quella originale è del grande Robert Franck)
(articolo uscito su l'Unità di martedì 16 aprile 2013)

4/03/2013

Farsi un fuoco (e smetterla di abbaiare contro il buio)


E' un'impossibile illusione scrivere sul presente in presa diretta, e sull’ormai grottesca tragedia (è un ossimoro, lo so) che incombe sulla politica e l’economia italiana. Come cercare di inseguire con la mano che scrive un foglio di carta che scorre. Tuttavia ci sono un paio di cose che da giorni non riesco a non dire.
Una è che non sono, non siamo, tutti uguali.
Con tutti i difetti del Pd, le viltà e i tentennamenti che ho e abbiamo denunciato per anni – l’opposizione alla destra che assomigliava a una concorrenza, idea odiosa di una “autonomia della politica” dalla società civile (“lasciate fare a noi”, disse D’Alema ai girotondini, fratelli maggiori e tanto più umili dei cinquestelle) – con tutto questo e malgrado questo non ho mai pensato che il male dell’Italia fosse il Pd, ma il partito-azienda del grande corruttore che il Pd non contrastava con abbastanza energia. Un partito cementato dai soldi del Capo che ha portato il Paese al degrado morale, politico ed economico che conosciamo, un degrado tale da avere visto perfino padri e madri vendere le loro figlie al Capo, rinnegando perfino quell’antica commozione davanti a film come Bellissima (per chi se lo ricorda).
E’ quindi inaccettabile che per ignoranza, cecità o vuoto di memoria, se non per un’imperdonabile malafede, si pongano Bersani e Berlusconi sullo stesso piano. Diciamo che anche questo sia eredità del napalm versato per anni sulle scuole, la memoria, l’educazione, la Storia, il linguaggio e ogni aspetto della re-pubblica dal partito del grande corruttore che esordì negli anni ’90 colla legalizzazione del falso in bilancio. Ma dopo che grazie alla magistratura è noto quasi ogni aspetto del presidente puttaniere, che comprava deputati come mignotte e mignotte come deputati ed è inquisito per questo; che ha un processo in corso per prostituzione minorile, per evitare il quale si è perfino travestito da cieco, non è per niente lecito urlare che tutti i politici siano uguali e puttanieri senza divenire oggettivamente correi del vero puttaniere. Destra e sinistra non sono mai state uguali e non lo saranno mai.
Chi lo grida, in effetti? Un personaggio figlio di quelle tv commerciali, un ex comico di cui il linguaggio, lo stile degli insulti, la retorica triviale e i propositi semplicistici sono filiazione diretta della cultura mediatica berlusconiana; che ha fondato a sua volta un movimento-azienda basato non sulle tv, ma su Internet e la sua illusione democratica; che non vuole essere un partito ma è più chiuso e autoreferenziale dei partiti di una volta. Come Berlusconi e la Lega Nord gli si conoscono solo slogan e semplificazioni vaghe; al posto di  “meno tasse per tutti” e “un milione di posti di lavoro”, di “Roma ladrona” o “cacciare gli immigrati”, si grida all’uscita dall’euro e togliere i finanziamenti i partiti e le sovvenzioni ai giornali, i nuovi spauracchi (senza vedere o facendo finta di non vedere che la logica di mercato che soggiace a questa idea è perfettamente in linea con lo svuotare di risorse le scuole pubbliche per favorire le scuole private, col disinvestire su tutto ciò che non dà profitto, in primis l’educazione). Come Berlusconi insultano e delegittimano gli altri come un disco rotto, ma soprattutto come se venissero da Marte e potessero, soltanto loro, assolversi da ogni responsabilità. Quale legge sul conflitto di interesse ci può difendere dalle retoriche di un ex comico e un tecnologo-imprenditore delle comunicazioni esperti in propaganda?
Le altre cose che vorrei dire riguardano la cittadinanza, cioè la politica. Credo nella distinzione tra elettori (in fuga) di questo partito e i loro rappresentanti: si fanno chiamare cittadini, ma anche questa è una menzogna pubblicitaria. Cittadinanza traduce politica (greco politéia) e la politica è qualcosa (una pratica, una conoscenza, uno stile) agli antipodi dalle posizioni e dalle identità rigide. La politica è l’arte dell’incontro e del compromesso, dell’alterità e del dialogo, non della conferma di sé (infatti non tutti, se Dio vuole, siamo chiamati a farla come mestiere).
Politica è anche, semplicemente, il rito dell’accendere insieme un fuoco per scaldarsi, fare il caffè, magari fare turni di guardia nella notte, che sia contro nemici o contro la “natura matrigna” di Leopardi. Fare una “social catena”, scrisse il grande poeta al cospetto del Vesuvio invitando alla solidarietà. Cioè alla politica. Non c’è politica, né umanità, né fuoco acceso, senza quei valori condivisi che il grande corruttore ha stravolto in questi ultimi vent’anni gettandoci sopra ettolitri di napalm. In questo senso, e solo in questo senso, i grillini sono oggi espressione dell’antipolitica (parola troppo abusata): l’incapacità di un incontro, un fare “insieme” nella diversità, anche solo accendere un fuoco nella notte. Se alla nozione di beni comuni togli il “comune”, cosa rimane se  non una vuota astrattezza? Ecco, i grillini vivono in questa astrattezza non innocente che sta diventando (è trascorso un inutile mese grazie a loro) uno dei modi di affossare il Paese in una grottesca tragedia. Non posso rimproverare alla destra di essere di destra, ma ai grillini sì.
Hanno detto che “non credono nel cambiamento” degli altri. Vogliono il monopolio del cambiamento. Vogliono “vedere i fatti”. Ma questa frase è una foglia di fico, perché a loro dei fatti non interessa nulla, se no aiuterebbero ad accendere il fuoco. Però non è vero che non fanno nulla, realizzano esattamente quello che dicono di avversare, come nelle cosiddette profezie che si auto-avverano (e hanno oggettivamente rimesso in gioco Berlusconi). Forse sono davvero iperpolitici, sono il nuovo volto dell’autonomia della politica, atro che D’Alema e i suoi tatticismi: Casaleggio e Grillo sembrano l’ultimo avatar della più odiosa e tecnocratica delle politiche, quella che fa a meno della realtà stessa; un giocare a scacchi per puro gusto del potere – magari dalla lontananza delle sue ville, come avviene realmente. Di fatto i non-cittadini cinquesteelle sono “performativi” nel senso più puro (quello della filosofia ormai classica del linguaggio di Austin: “Dire è fare”), perché il loro “no”, il loro sottrarsi è un’azione politica netta che mette in stallo non iol potere ma la democrazia – gridano contro il buio ma impediscono anche agli altri di accendere un fuoco. Come Berlusconi non credono all’indicazione dello spread (che è come non credere ai semafori quando attraversi una strada dove passano i camion), e quindi chi se ne frega del debito pubblico dell’Italia, delle imprese che falliscono e del nostro destino, basta affermare le proprie astratte ragioni con fiera autoreferenzialità. Gli basta non fare un fuoco insieme, e confermare che l’altro non è capace di accenderlo da solo, divertendosi ad assistere all’impotenza dei politici. Come se la politica non fossimo noi, la cittadinanza di tutti.
Non capirò mai come si sia potuta subire la fascinazione dell’ex comico, ma questo è uin altro discorso, e in Italia del resto è già accaduto che si desse credito ai monologhi e all’intercalare ipnotico della retorica di un “dittatore” (parola di cui sottolineo l’origine linguistico-fonetica). Dal linguaggio si capisce tutto, anche da quello dell’on. Lombardi e del sen. Crimi con la stampa, o durante l’incontro con Bersani: un nulla artificioso come lo streaming, un costante autoriferirsi che non copriva, appunto, il Nulla, col rischio di una disintergrazione della realtà, a partire dalla disgregazione della politica, che non era ancora riuscito a Berlusconi). Sono “prigionieri di una scena teatrale redatta per loro da terzi”, senza capire il ruolo e la potenzialità di un Parlamento fortemente rinnovato che può e deve ambire a produrre finalmente un cambiamento”, ha detto il neo-deputato Khalid Chaouki, responsabile per il Pd dei “Nuovi Italiani”. Speriamo che qualcuno di loro inizi a svegliarsi dall’incantamento.

3/03/2013

Basta con la politica degli slogan e degli insulti

[Pubblico anche qui questo breve post apparso nel mio sporadicamente praticato blog de l'Unità il 1 marzo, acchiappafantasmi ]. Confesso che non mi ci voleva questa ulteriore distrazione dalla mia anima e da quello che sto facendo data dalla nuova - mi sbaglierò? lo spero - emergenza democratica. Comunque sia ecco parte di quello che penso e sento sull'escalation del grillismo] 


   Non so voi, ma io ne ho abbastanza della politica degli insulti e degli slogan. Nel nostro ormai cronico dissolversi quotidiano della memoria abbiamo forse dimenticato la sofferenza e le ferite invisibili (le cui cicatrici sono in realtà vistose) date dalla neo-lingua degna di Orwell del regime politico-pubblicitario di Berlusconi, fondatore di un partito-azienda che battezzò con uno slogan da stadio. Ad esso, e al comando manageriale, si affiancarono infatti altri due “giochi linguistici”, l’insulto permanente (come: “chi vota a sinistra è un coglione”), e lo slogan pubblicitario, suadente, irreale, ipnotico, negatore dell’evidenza (“se le Fiat non vendono, chiamatele Ferrari”; “partito dell’amore”, “popolo della libertà”), e che ancora funziona (vedi la lettera sul rimborso dell’Imu). Nanni Moretti ricordava di recente anche quei ministri come Bossi che per vent’anni hanno invocato l’uso dei fucili e alzato il dito medio – “un gesto che io continuo a considerare di una violenza inaudita e del tutto inaccettabile, e che invece l’Italia ha inspiegabilmente sopportato”, ha detto il regista. Concordo.
Mi piacerebbe che il Presidente della Repubblica – che considero il mio Presidente da sempre, non da tre giorni – dopo aver reagito contro il segretario dell’Spd tedesco che ha definito (peraltro ineccepibilmente) clowns gli italiani Berlusconi e Grillo, protestasse con analoga fermezza contro le parole offensive degli stessi. Quelle di Berlusconi sui giudici-cancro, per esempio: insulto insopportabile, sovversivo e non nuovo, ma appena riattualizzato; e quelle di Grillo, leader (non eletto) o portavoce di un movimento politico, insultanti (“morto che parla”) contro il capo eletto di un partito e di una coalizione, Bersani, che ragionevolmente ha posto un problema che ci riguarda tutti: la formazione di un governo.          Insultare (e delegittimare) un leader che invita un altro leader a discutere la vera politica, far funzionare gli ingranaggi che collegano potere legislativo e potere esecutivo, Parlamento e Governo, e quindi la “fiducia” che ne è olio e motore, è oggi insopportabile. Così come sentir chiamare “volgari adescatori” i rappresentanti della coalizione di centrosinistra che vorrebbero confrontarsi su un governo possibile – come gran parte di noi elettori di sinistra auspica, come auspicano Dario Fo (che Grillo annovera tra gli amici) e molti elettori del Movimento 5 Stelle. Invece di una risposta argomentata Grillo avrebbe detto o scritto “hanno la faccia come il culo”. Non fa nemmeno ridere (ma questo già da tempo). Ma almeno su un’altra cosa Bersani ha ragione: il luogo della discussione è e sarà il Parlamento, non un blog (o un salotto tv). Questo – il rispetto per le istituzioni della Repubblica – il mio e nostro Presidente potrebbe e dovrebbe ricordarlo.
Quanto a Grillo, forse sta proprio facendo il clown, ma è un gioco pericoloso per la democrazia. Abbiamo osservato in tanti il linguaggio e lo stile retorico di questo ex comico nel corso della campagna elettorale (cominciata per lui chissà quando), che personalmente mi ha suscitato repulsione a prescindere dai suoi enunciati (pur essendo molte delle cose che diceva, pardon urlava, condivisibili e condivise dai noi elettori di sinistra), per via della sua enunciazione sempre ossessivamente monologica; e perché, appunto, li copriva irrimediabilmente con la sua voce. Ho provato anche repulsione e stordimento per il disprezzo e la delegittimazione che le sue parole spargevano (spargono) su pressoché tutti, avversari veri o immaginari, colpevoli soltanto di esserci(come se invece lui, Grillo, fosse in un’altra dimensione e parlasse da un altro pianeta) – tutti, comunque sia, destinati a diventare personaggi e bersagli del suo psicodramma politico. L’ipnotica fascinazione che produce, e che ricorda tempi passati e bui, sembra a volte il frutto di un esperimento politico di laboratorio sulla psicopatologia delle masse… Mi fermo, la campagna elettorale è finita, anche se i dittatori e gli aspiranti tali auspicano una campagna elettorale permanente, utile a prolungare l’autarchia del monologo e dell’insulto, e a imputare sempre agli altri lo sfascio e le macerie di un Paese: Berlusconi era ed è uno di quelli. Ma anche un Vaffa-Day permanente ne sarebbe una versione triviale, parente del fascista “me ne frego”.
Volevo qui soltanto parlare di linguaggio, chiedere al Presidente Napolitano di aiutarci a esigere rispetto per le istituzioni repubblicane a partire dal linguaggio. Basta con gli insulti, anche noi che non abbiamo fatto tabula rasa della memoria e della Storia siamo un popolo.

2/16/2013

Propaganda


r

Propaganda 
(quello che segue è il testo che ho scritto per la mostra di Carlo Miccio che si inaugura il prossimo giovedì 21 marzo a Roma, come riportato nell'immagine a fianco)

   Quando mi sono trovato per la prima volta in una sala coi muri ricoperti dai manifesti di “propaganda” di Carlo Miccio, dopo pochi istanti ho sorriso, sentendomi piacevolmente galleggiare in una strana dimensione: quella di una macchina del tempo che mi avesse trasportato in un mondo parallelo. Forse è proprio così l’utopia, ho pensato, un luogo cioè in cui si perviene con un duplice viaggio, uno spostamento simile alla mossa del cavallo negli scacchi: all’indietro nel tempo – quello lineare, di questo mondo – e un salto laterale in un altro mondo, uno dei tanti possibili, spesso desiderabili, fra quelli dell’infinita pluralità dei mondi.
   E’ un mondo che trasforma le contraddizioni in sinonimi, per questo provoca beatitudine, costituito fin dalla radice di ossimori e di rovesciamenti: la propaganda è al servizio della bellezza, per esempio, e non il contrario. Un mondo a volte out of joint, fuori asse, nel senso non tanto di Shakespeare ma di Philip K. Dick, cioè letteralmente de-siderante, fuori dalle stelle (de-sidera), ma dove “se accendono le stelle / vuol dire che qualcuno ne ha bisogno”. Un mondo in cui l’immaginazione, se Dio vuole, non è “al potere” (non c’è nessun regime di pubblicitari), ma è pura potenza, e concilia la vita coi sogni. Un mondo dove il comunismo non sacrifica né bellezza né poesia, dove forza e lavoro sono valori senza guerra né omofobia; un mondo in cui nessuna generazione “ha dissipato i suoi poeti”, in cui nessuno ha suicidato Majakovskij.
   Ora, fare una poetica e un’estetica della propaganda è da subito un paradosso, anche se il connubio dell’arte che si fa propaganda, o la propaganda che si fa arte, è in realtà molto antico. Ma è nel Novecento, con le sue guerre e i suoi futurismi, che il rapporto si fa più stretto e conflittuale, mentre nuovi esperti di ciò che si chiamerà “comunicazione”, come Walter Lippmann nel ‘22 o Edward Bernays nel ’23, codificano la propaganda come tecnica di persuasione, anzi manipolazione della coscienza. Democrazia, spiega Bernays, significa che la nostra coscienza e percezione sono governate da altri, e “le nostre menti vengono modellate” (figuriamoci la dittatura). La propaganda crea la realtà.
   Che la macchina del tempo e dei mondi possibili decolli allora tra futurismo e nuovo realismo, e la grafica sovietica, con un tocco di Malevic, incontri i muri del ’68 francese e le risate e i risotti del ’77 bolognese (così anche la nostra generazione non avrà miracolosamente dissipato alcun poeta). Che la propaganda non propaghi altro che humour, rivolta, passioni, la fecondità del dubbio e l’innamoramento; e soprattutto la felicità – per propagandare la quale non può che essere essa stessa felice.

2/14/2013

"L'inferno sta salendo a voi"




“L’inferno sta salendo da voi…”
(Un’intervista a Furio Colombo sulla sua ultima intervista a Pier Paolo Pasolini, trent’anni dopo - l’Unità, 1 novembre 2005 - e che rileggo e pubblico qui sette anni dopo che avergliela fatta)


   Nell’emozionante collage di testi di Pier Paolo Pasolini portato in scena da Fabrizio Gifuni (‘Na specie de cadavere lunghissimo, con la regia di Giuseppe Bertolucci), alcune delle frasi cruciali provengono dall’ultima intervista rilasciata dal poeta a Furio Colombo l’1 novembre 1975, ovvero l’ultimo giorno di vita di Pasolini. E’ un’intervista dura e intensa, con frasi che suonano inevitabilmente testamentarie. Non è l’unica ragione per cui ho proposto a Furio Colombo di commentare l’unanime, forse troppo unanime commemorazione di Pier Paolo Pasolini a trent’anni dal suo assassinio. Furio Colombo ha rappresentato in questi anni una evidente “scomodità”, condivisa del resto col giornale da lui diretto fino a qualche mese fa (un giornale di Cassandre, come ha detto qualcuno).
   Parliamo della plurinvocata “mancanza” di Pasolini oggi, che dovrebbe presupporre una diagnosi severa sulla distorsione della nostra democrazia. Perché così tanti, anche quelli pienamente organici alla “società dei consumi” (che Pasolini chiamava barbarie), e alla sua espressione ultima (il berlusconismo, diciamo pure) scrivono che “manca” Pasolini? Cosa c’è dietro questo coro?
   “Se dovessi rispondere con una scena, ne illuminerei tre. La prima scena è questa: l’assenza o mancanza di Pasolini è quella illustrata da Nanni Moretti quando, allegro, giovane e disincantato, faceva dire al suo personaggio: “mi si noterà di più se vado o se non vado?” Ovvero, mi si noterà di più se sono presente o se sono assente? Egli notava cioè come la realtà si stesse trasformando in puro atto di presenza. In questa scena si invoca quindi la mancanza di una figura che ha occupato un ruolo di grande rilievo nella storia del Paese, così come l’assenza di qualcuno a un party. La sua assenza viene “notata”, ma il vuoto o la mancanza avvertita dai commentatori è superficiale e mondana, è un’assenza sociale. Sulla seconda scena di questa”mancanza”, come dici tu invocata, compare invece l‘intellettuale importante, l’autore di successo, con la sua valigia di valori originali, con quelle caratteristiche immortalate da Giorgio Gaber: non è di destra e non è di sinistra. Qualcuno che crede in un mondo fondato da lui stesso, da cui può uscire e andarsene in vacanza. Se sulla prima scena c’era un’assenza sociale, qui si tratta di un’assenza culturale. Ma Pasolini non si concedeva mai vacanze, e anzi aveva una tendenza e una concezione dell’impegno che oggi, molti, definirebbero ossessiva. La terza scena è occupata da coloro che pensano che farsi notare sia dire sempre la cosa inaspettata, che stupisce. Se sei di sinistra, dire una cosa di destra (il caso contrario è molto raro, d’altronde quelli di destra non hanno molte cose da dire). Per gli altri si tratta di parole che meritano attenzione, e su cui riflettere. Così si sente la “mancanza” per contrasto. Ma Pasolini diceva sì l’inaspettato, ma lo faceva pagando un prezzo molto alto. Un prezzo che lo allontanava un po’ di più da tutti e non lo avvicinava a nessuno. Qui invece si tratta di osservare un rigoroso sistema della moda: ‘io voglio essere quello che dice sempre cose interessanti, anche (o meglio) contro la sua parte’. Ecco come interpreterei la “mancanza” di Pasolini: un triplo vuoto, nel quale si sente all’improvviso e quasi come un capogiro la mancanza del fortissimo senso di responsabilità che Pasolini si portava addosso. Lui che era e viveva fuori dalle strutture della società organizzata e dell’establishment per bene, parlava come se avesse la responsabilità di governare, invece di andare in televisione come se avesse tempo libero da buttare.”
   Anche se molti lo accusavano di nostalgia, la denuncia di Pasolini della “trasformazione (degradazione) antropologica della ‘gente’” era frutto di un’attenzione acuta allo stemperarsi delle differenze, al livellamento di idee e comportamenti, cosa molto attuale. Cosa ne pensi?
   “Nel denunciare lo stemperarsi delle differenze Pasolini era molto più profetico di quanto si credesse e si dicesse, ben oltre quel senso di nostalgia che gli si attribuiva incorniciandolo in una definizione dell’antiquato, di una società arcaica, del paesaggio coi mulini o delle lucciole, ecc. Quella rappresentazione della nostalgia pasoliniana conteneva un’intuizione profetica che sfuggiva anche ai più intelligenti, mai capita a suo tempo nemmeno da noi che eravamo nel Gruppo ’63, che pure lo ritenevamo un maestro anche se lo discutevamo polemicamente in nome di un maggior dinamismo. Ovvero l’aver capito che lo sfaldamento delle intelligenze stava portando non a delle successive trasformazioni e promozioni sociali, ma a quello che è successo: il contadino che non è più niente, l’operaio che non è più niente, il quadro di fabbrica che non è più niente, il dirigente d’azienda che non è più niente, un annullamento generale dove resta soltanto un’unica, barbara e drammatica modalità di identificazione sociale: il povero e il ricco, chi è sopra e chi è sotto. Con in mezzo i cortigiani (quelli che stanno nelle tv), gli avventurieri (per esempio gli immobiliaristi) e tutti gli altri, sottomessi e spaventati, nel lavoro precario. E non trovi più nulla per distinguere una persona da un’altra perché nessuno è nessuno, salvo i ricchissimi. Pasolini ha rimpianto le lucciole prima che le differenze tra l’uomo più ricco e l’uomo più povero nello stesso Paese (stiamo parlando del mondo industriale avanzato) si moltiplicasse all’improvviso per mille volte. Vorrei inserire qui, se me lo permetti, un ricordo personale del tempo in cui, molto giovane, ho lavorato con Adriano Olivetti. Poiché lo assistevo per la questione del personale, nel periodo in cui stavo a Ivrea lui mi chiedeva di raccomandare ai contadini diventati operai di non vendere la loro terra; se necessario era disponibile a fare loro dei prestiti, affinché il contadino diventato operaio restasse anche contadino. In questo caso, nei momenti difficili avrebbe avuto altre risorse. Quando stavo in America e avevo la responsabilità del personale americano di quell’azienda, ricordo questo ammonimento: il più alto in grado di noi non deve guadagnare più di dieci volte dell’ultimo entrato nella fabbrica, altrimenti si perde ogni legame umano. Ecco, se Pasolini era un nostalgico, lo era di questo mondo”.
   Vorrei ragionare con te sul senso di “letteratura civile”, fatta di attenzione alla memoria, di un farsi “parte civile”, cioè testimoniare affinché certi crimini non cadano mai in prescrizione. La “mancanza” di Pasolini è spesso alibi per non riconoscere l’esistenza di altri scrittori civili, altri testimoni oggi attivi…
   “Sì, ma non vorrei che ci avventurassimo in classifiche sulla presenza degli scrittori civili, cosa che apparterrebbe all’effimero televisivo. Nel cinismo e opportunismo che attraversano il presente, incoraggiati dalle convenienze, succedono ancora cose esemplari. Per esempio dare il premio Nobel a Dario Fo, oppure darlo a Harold Pinter. Vuol dire – ed è un’anomalia grandissima e benefica – non solo che esistono i Dario Fo e gli Harold Pinter, ma che c’è chi, lontanissimo dai loro luoghi, se ne accorge e vuole prenderne atto. Pinter è l’unico scrittore di teatro che si sia accorto dei desaparecidos, dei crimini spaventosi del fascismo argentino e cileno, che non vengono messi in alcun conto, né hanno accreditato alcun “libro nero”. Gente che veniva gettata viva da aerei in volo affinché tacessero per sempre, opposizioni che venivano stroncate uccidendo giovani madri e dando i loro bambini in regalo a gerarchi del tempo. Ecco, il fatto che ci siano stati scrittori che di cose del genere si sono fatti testimoni, ci rassicura. Le voci civili non sono mai una folla, ma ci sono sempre. Il fatto che in momenti successivi e non lontani alcuni professori se ne accorgano, le riconoscano e le premiano, ci dice che su questa strada disselciata la civiltà va avanti, e nonostante il cinismo e l’opportunismo, gli indici di gradimento e la forza della pubblicità, cose che contano e che lasciano il segno accadono ancora. Nel nostro stretto panorama Italia, c’è chi ha pagato e continua  a pagare prezzi alti per non rinunciare a rendere testimonianza, benché continui a essere sconveniente e rischioso come nel tempo e nel destino di Pasolini”.
   Analizzando la situazione politica italiana, poi parlando di sé, nella tua intervista disse Pasolini: “Perché dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità? Voglio dirvelo fuori dai denti: io scendo all’inferno e vedo cose che – per ora – non disturbano la vostra pace. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi…” Al che gli chiedesti che cosa sarebbe stato ancora possibile fare per difendersi dall’inferno. Pasolini disse che ci avrebbe riflettuto, e ti promise una risposta per il giorno dopo. Quella notte morì.
   “Io non credo che Pasolini avrebbe risposto con una formula di salvezza. Se c’era una cosa in cui un uomo come lui non avrebbe creduto, se c’era una predicazione da cui si sarebbe astenuto, scartato, se c’era una formula rituale di cui avrebbe avuto orrore, sarebbe stata certamente quella di una formula di salvezza.  Ma questo non significa affatto che Pasolini sarebbe stato un intellettuale del pessimismo e della condanna. Al contrario la sua poesia, la sua scrittura, e anche in parte il suo cinema, erano una predicazione con un alto contenuto non solo di rappresentazione delle cose così come sono, non solo del mettere in guardia, ma anche del dire con fermezza almeno una cosa: ‘questo è il pericolo, ma non è necessario che esso si realizzi in tutta la sua forza, e che noi si assista e si subisca inutili e impotenti’. Abbiamo parlato di molte cose in cui Pasolini credeva. Ecco una cosa in cui non credeva: mettersi sottovento, accettare le cose così come stanno, e poi sperare che l’uno o l’altro di noi in qualche modo se la cavi. Lui immaginava un destino, un’epoca, e un modo in cui quell’epoca può divenire barbara o può invece essere un’altra cosa. La martellante denuncia che nei frammenti di Petrolio diventa molto più esplicita e non più solo indiziaria come negli Scritti corsari, ci dice di un progetto o almeno di un chiaro oggetto verso il quale avremmo dovuto tentare di dirigerci. Qualcosa che ha a che fare con la dignità, con l’integrità e con la capacità di non perdere un doppio prezioso contatto - che lui ci indica continuamente - con noi stessi e con la Storia, con ciò che siamo e che possiamo essere, e con tutti gli altri. Strano caso di artista quello di Pasolini, che non parla mai di una persona sola o di un destino solo, ma parla di tutti. Che non immagina niente per se stesso, ma immagina per una generazione, e poi per un’altra, e un’altra ancora. Ecco, io non so che cosa mi avrebbe detto in quella risposta mancante, ma credo di sapere che quella risposta che manca si sarebbe ambientata in questo percorso, perché corrisponde a tutto il suo scrivere e a tutto il suo vivere”.
(uscita su l'Unità del 1° novembre 2005, prima pagina e pagina 22)

1/13/2013

Il plus-umano dell'animale. "Doglands" di Tim Willocks

(Tim Willocks con un greyhound)
   In un brano particolarmente intenso di Che cos’è la filosofia?, a proposito della vergogna e della sofferenza dell’uomo (non solo nelle situazioni estreme descritte da Primo Levi ma anche nelle condizioni di insignificanti bassezza e volgarità che pervadono le nostre “democrazie di mercato”), Deleuze-Guattari scrivevano: “per sfuggire all’ignobile, non resta che fare come gli animali (ringhiare, scavare, sogghignare, contorcersi): il pensiero stesso è talvolta più vicino all’animale che muore che non all’uomo vivo, anche se democratico”. Questo brano (che di sicuro ammicca alle contorsioni linguistiche della prosa narrativa di Franz Kafka, dove gli animali abbondano), mi è venuto in mente leggendo un piccolo recente capolavoro narrativo interamente dedicato alla sofferenza animale, più precisamente quella dei cani: Doglands, dell’inglese Tim Willocks, prolifico autore di thriller e romanzi storici, o forse in realtà soprattutto di western, intendendo con questa parola l’epica contemporanea per eccellenza, nonché il più esistenziale tra i generi di romanzo. Anche Doglands (letteralmente “Terre dei cani”) è un western, storia appassionante di ribellione e di liberazione che è già un classico. E non parla solo di cani, in effetti, ma della triviale civiltà e del crudele stile di vita di noi umani, visti attraverso la soggettiva dello sguardo (e del linguaggio narrativo) di un cane.
   Non è vero allora, ho pensato, che dell’animalità negli ultimi anni si siano occupati soltanto i filosofi. Oltre a Gilles Deleuze ci sono stati, è vero, gli studi di Giorgio Agamben sulla “vita nuda”, che proseguivano le ricerche bio-politiche di Michel Foucault, poi esplicitamente dedicate a una fenomenologia dell’animalità (soprattutto in L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri). Mentre la filosofa francese Elizabeth de Fontenay (curatrice tra l’altro dei “Trattati sugli animali” di Plutarco), osservava come nel ‘900 autori ebrei e perseguitati - Kafka, Singer, Canetti, Adorno - iscrivendo con insistenza l’animale nelle loro opere in funzione di denuncia di quell’umanesimo razionalista da cui discende il nazismo stesso, “hanno presentito negli animali altre vittime, paragonabili fino a un certo punto a se stessi e ai loro prossimi. Hanno fatto spazio, nella loro scrittura, a quell’altro disastro che costituisce il paradosso della modernità, e che consiste nella dismisura del dominio esercitato dall’uomo sulla natura, su tutto ciò che è”. Nulla illustra meglio la spietatezza di questo dominio economico della descrizione degli allevamenti di carne nelle straordinarie poesie di Ivano Ferrari, Macello (Einaudi, serie bianca), e nell’inchiesta narrativa dello scrittore Jonathan Safran Foer Se niente importa. Perché mangiamo gli animali (la prefazione era del nobel J. M. Coetzee, autore di una raccolta di testi dal titolo La vita degli animali).
   Ricordo poi un insolito libro di racconti di Arthur Bradford (Dogwalker, Einaudi) in cui, accanto a ciechi, bambini poveri e caratteriali, vecchi, alcoolizzati e handicappati, appaiono cani a tre zampe, gatti, molluschi, e tantissimi cani, le cui storie si intrecciano con gli umani (era dai romanzi di Philip K. Dick che non apparivano personaggi così, o appunto dai racconti di Kafka). E mentre scopriamo che la letteratura, non solo quella “per l’infanzia”, si popola di animali, ci accorgiamo che nella nostra epoca la sofferenza animale getta di riflesso molte ombre sui tanto proclamati diritti dell’uomo. Ma scopriamo anche che, nonostante la cesura, matrice di ogni ulteriore discriminazione, che segna il confine nel vivente tra “l’umano” e “l’animale”, la vita quando è nuda e offesa non presenta molte dissomiglianze, e l’inermità dell’animale lo rende paradossalmente più umano dell’uomo, forse plus-umano, se non troppo umano. Un po’ come l’affamato, scriveva Elio Vittorini in Conversazione in Sicilia, che è più uomo degli altri uomini.
   Il magistrale romanzo Doglands è l’ultimo in ordine di tempo: storia di fughe, lotte, ribellioni, sacrifici e agnizioni, dove i personaggi sono esclusivamente cani in conflitto con umani malvagi, cani che combattono per la propria salvezza. L’eroe è Furgul, cucciolo all’inizio della storia, nato a Dedbone’s Hole, allevamento o campo di prigionia per levrieri (greyhounds) destinati alle corse. La mamma, una campionessa, ha amato un cane libero, un “fuorilegge”, da cui è nato Furgul, non quindi di pura razza; e senza questo requisito lì i cani vengono uccisi e gettati in fosse comuni. E’ così che, aiutati dalla madre, Furgul e le sue sorelline scappano avventurosamente dal campo. La storia è il romanzo di formazione di un cane in un mondo ostile, alla ricerca delle mitiche doglands dove “si corre con il vento”, ma soprattutto alla ricerca del padre, di se stesso, di un senso. Nel suo apprendistato alla vita, Furgul sfoglia come una cipolla la nostra civiltà coi suoi puri occhi di cane che ci incantano. In un canile municipale, nelle gabbie, incontra il padre, che prima di lasciarsi uccidere con gli aghi (il suo sacrificio provocherà una risolutiva insurrezione civile di tutti gli altri cani), dà al figlio gli ultimi insegnamenti sui “Grandi”, cioè gli uomini: “Quello che devi capire è che non si tratta solo di noi cani. I Grandi sfruttano tutti gli animali. Tutti noi abbiamo qualcosa che interessa loro. Sfruttano ogni risorsa della natura, e credono che la Terra sia stata creata solo per loro. Prendono e usano tutto ciò che vogliono, e quando si consuma o si annoiano a usarlo si limitano a buttarlo via. Tra tutte le forme di vita, i Grandi sono quella più avida, più spietata, più egoiosta, più traditrice. E la verità più terribile è che si trattano gli uni con gli altri con crudeltà, disonestà e stupidità ancora maggiori di quelle che riservano a noi cani. Ci rendono innocui con museruole, collari e catene, sì, ma le catene che gli uomini legano gli uni agli altri - e a se stessi - sono più resistenti delle sbarre di queste prigioni”.
   Confesso di essermi commosso più volte leggendo d’un fiato questo libro, e di avere riso altrettante volte per lo humour con cui il nostro mondo viene osservato e messo a nudo nelle sue catene dallo sguardo del cane che diventa se stesso, e dall’ironia della scrittura di Tim Willocks che inventa un linguaggio e uno sguardo canini non esattamente facile da tradurre, ed efficacissimi nella rappresentazione dell’inautenticità sociale degli umani. (Che io sappia, a parte certo racconti di Tolstoj, c’era riuscito solo Stephen King in un breve capitolo di Il gioco di Gerald, dove si mostra la soggettiva di un famelico cane randagio). In Francia Doglands ha appena vinto il primo premio per il miglior romanzo europeo 2012 per gli adolescenti, pur essendo i cani di Tim Willocks immuni da qualsiasi pedagogismo e agli antipodi dell’antropomorfismo più o meno disneyano, e preservando intatta la loro alterità animale.
   Inno alla libertà, in Doglands i cani intonano dei canti che raccontano la loro mitologia e la loro mistica: “se corri nel vento da vivo, dopo la morte, come ci dice la canzone, ti unirai al vento. Diventerai il vento…” “Un cane libero non muore mai”, dicono, “continua a correre”. Mi è capitato di immaginarli nella loro favolosa e pacifica terra ascoltando la voce nasale di Bob Dylan (amato, lo so, anche da Tim Willocks) cantare proprio upon the beach where hound dogs bay at ships with tattooed sails...”, “sulla spiaggia dove i segugi abbaiano verso navi con vele tatuate, dirette verso i cancelli dell’Eden”. La canzone, naturalmente, è Gates of Eden.


(articolo uscito su l'Unità di domenica 13 gennaio 2013)