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3/07/2009

Jacques Derrida, acrobata sulla corda del pensiero


Quello che segue è un mio omaggio, uscito oggi su La Stampa-Tuttolibri, a un'opera iperbolica, il cui primo volume è Jacques Derrida, Séminaire. La Bête et le Souverain. Volume 1, 2001.2002, Galilée, 480 p., 33 €
Questo è il box sul libro:
Jacques Derrida ha consacrato la maggior parte della sua via all’insegnamento, prima alla Sorbona, poi per vent’anni all’Ecole normale supérieure della rue d’Ulm, e ancora all’École des Hautes études en Sciences Sociales dal 1084 alla sua morte. Ha insegnato anche in molte università del mondo, soprattutto negli Stati Uniti.
Molti suoi libri hanno preso avvio dal suo insegnamento, e la pubblicazione dei suoi seminari all’EHESS, dal 1991 intitolati “Questioni di responsabilità”. Il primo volume, che raccoglie il seminario del 2001-2002, “La bête et le souverain”, è dedicato a concetto di sovranità, e riprende da una parte i motivi politici di Spettri di Marx e Politiche dell’amicizia, dall’altra la riflessione sul tema molto problematico di “animale”, ciò che “resta” da quando, all’inizio della filosofia, è stato definito un “proprio dell’uomo”. Dalla favola di La Fontaine del “Lupo e l’agnello” a Machiavelli, Hobbes, Rousseau, Lacan, Deleuze ecc., Derrida ha tentato “una sorta di tassonomia delle figure animali del politico”, svelando le analogie inquietanti tra la “bestia” e il “sovrano”, così come tra il sovrano e Dio.

E questo è il mio omaggio:
Penso che Jacques Derrida (1930-2004) non sia stato solo un grande filosofo, ma in un certo senso l’ultimo dei filosofi, in un’epoca, la nostra, distante come poche da questa pratica, questo modo di stare nel mondo. Si ama Derrida (o lo si detesta) anche per questo, per come ha preso sul serio, molto sul serio la filosofia. Non c’è dubbio quindi che chi condivida anche solo un po’ questa serietà, questo uso del tempo – una serietà e un uso del tempo che abbracciano il destino di tutte le pratiche dell’intelligenza non sottomesse a scopi e profitti a breve termine – abbia sentito come una solitudine il suo sparire dalla scena dei viventi. L’importanza di Derrida non è solo nell’avere creato un linguaggio e un “sistema” di pensiero così nuovi e spiazzanti che l’americano Hilary Putnam esclamò che “discutere con lui era come fare a pugni con la nebbia”, e un altro, Richard Rorty, quando non sapeva che pesci prendere, poneva Derrida nell’ambito della letteratura, come una specie di Joyce da imbalsamare in un limbo e proteggersi così dal coinvolgimento perturbante del suo pensiero. Sì, nella sua opera c’è una “eccedenza” della filosofia, come ebbe a dire lo stesso Derrida a proposito di uno dei suoi maestri, Emmanuel Levinas; eppure tutta la sua opera è dedicata, e quindi legata (nel senso dell’eredità e del legame), alla rilettura della tradizione filosofica. In questo legame, in quella dedica, c’è onestà, rigore, coerenza, sobrietà, e anche un’intrinseca, dissimulata umiltà, che la si sappia o no vedere dietro il lussureggiante, magistrale, a volte frastornante virtuosismo dei suoi testi e lezioni. Infine, lui che ha ingaggiato – in nome della scrittura e della traccia, e quindi dell’assenza - un definitivo conflitto contro il mito della presenza, cuore della metafisica, ha saputo impegnarsi fino in fondo in una riflessione sul presente, come mostrava l’ultima sua intervista a Le Monde. Dove parlava della propria morte imminente, ma anche di politica, dell’Europa, di diritti, della pace, di disarmo. Del resto, negli ultimi vent’anni Derrida volse il suo pensiero all’esame di atti e oggetti “sociali”: il dono, il perdono, il segreto, la promessa, la religione, l’ospitalità, ecc., aprendo la filosofia alla necessità dell’etica.
Ora, l’annunciata e già avviata pubblicazione presso Galilée dei corsi e seminari di Jacques Derrida, che si protrarrà per una quarantina d’anni, non è solo un evento editoriale iperbolico e controcorrente, ma un evento filosofico. Prolunga senza di lui (in assenza del mittente e destinatore) la pratica di una gigantesca riflessione che il filosofo nato ad Algeri ha dedicato ai temi della sopravvivenza, della filiazione e trasmissione, dell’eredità, del debito, dell’assenza, e soprattutto della scrittura come pratica della disseminazione – la cui essenza testamentaria è ribadita in tutta la sua opera come contestazione del mito della voce e dello “spirito” (della presenza, come dicevamo). Se l’evento editoriale ha dunque un’analogia con la forma e gli esiti del suo pensiero, esso è anche l’occasione di ripercorrerne la struttura sinuosa, quasi labirintica, soprattutto nei suoi atti di parola.
Derrida, di cui posso testimoniare una sostanziale equivalenza tra lo stile orale e quello scritto, era celebre per smontare ogni volta il tema o l’occasione di ogni sua conferenza o intervento pubblico, per ricomporli poi richiamando e incorporando nel discorso il “qui e ora” della circostanza in cui prendevano forma. I suoi corsi e seminari presentano lo stesso metodo: cucire, tessere in un pensiero vivo e in movimento, di cui si mostrano trama e tessuto, la rilettura dei testi della filosofia occidentale (è questa la sua famosa “decostruzione”, quasi una psicanalisi della tradizione filosofica) e insieme la loro “attualità”. Decostruzione, parola nota e abusata, significa in fondo la pratica della filosofia stessa: esaminare qualsiasi oggetto disincrostandolo dalle abitudini di senso accumulatesi fino alla nostra cecità e assuefazione, ma al tempo stesso rendere conto di quelle attribuzioni di senso che costituiscono la storia della filosofia, il suo corpus testuale interattivo. La pratica dell’interpretazione portata all’estremo dei margini, allude forse a una sorta di “semiosi illimitata” (per dirla col Peirce caro al nostro Umberto Eco). O, detto con una celebre formula di Derrida, la cui radicalità non è stata ancora veramente accolta e prolungata dai suoi pretesi discepoli, il n’y a pas de hors texte (“non c’è un fuori (del) testo”).
I suoi corsi e seminari in boulevard Raspail (sede dell’Ecole des Hautes Etudes, celebre grande Ecole parigina, dove Derrida insegnava le “Istituzioni della Filosofia”) erano più che affollati: nel grande anfiteatro erano molti quelli che occupavano i posti a sedere in anticipo. Spesso anche cameraman e operatori di qualche televisione d’Europa o del mondo venivano a riprendere l’evento del mercoledì. Le tre ore di seminario non erano come un sottofondo di musica su cui ritagliare pensieri propri - come spesso, confesso, sono per me le conferenze. L’argomentazione serrata, paziente e spesso imprevedibile di Derrida era godibile come un “teatro della teoria” (due parole che non a caso hanno la stessa origine), ma con un suspense del pensiero non minore di quello del trapezista che danza su una corda tesa. Esiste infatti un brivido della filosofia, quando essa viene praticata col coraggio della sua radicalità). Poteva capitare che il boato di una risata scaturisse da un’osservazione “teorica”. Nel mensile seminario “ristretto” (quasi altrettanto affollato) si svolgevano anche relazioni di “studenti” (spesso a loro volta docenti altrove). A qualcuno che ripeté più volte l’aggettivo “fallico” nell’analisi di un racconto di Henry James (The figure in the Carpet, molto caro al filosofo), Derrida sbottò contro l’inflazione del termine chiedendo a voce alta: “Ma dove comincia il fallico?” Questione non banale, coerente con un insegnamento che invita a ripensare i margini e i dualismi del pensiero e delle istituzioni. Come nel seminario “politico” pubblicato nel primo volume, La Bestia e il Sovrano: dove comincia l’animalità? E l’umano?

(vedi anche, qui sul sito: http://www.beppesebaste.com/articoli/In%20morte%20di%20Jacques%20Derrida.html)

10/29/2008

Gli studenti hanno vinto

Il decreto Gelmini, o come diavolo si chiama, è legge. Ma gli studenti non hanno perso. Gli studenti hanno vinto. Sono loro che hanno ridato aria e vita a un'opposizione sfiatata. L'idea di raccogliere firme per un referendum abrogativo è ottima. Immagino in tutte le scuole e facoltà banchetti per la raccolta delle firme. Forse tutto questo ci voleva. Anzi, ne sono sicuro. Sembra di essere tornati nei primi anni '60 (io ero neonato, eppure li conosco bene) quando tutto doveva essere, per così dire, liberato. E quando, come oggi, i fascisti aggredivano gli studenti. Ma se questa destra si fa nemica dei giovani, se i giovani si svegliano dal torpore neutrale e dall'agio, l'energia ricomincia a scorrere. (Penso che non si dirà più, almeno spero, che tutti i politici sono uguali: questi provvedimenti li sta facendo un governo di destra, votato alle elezioni). E forse Berlusconi e il suo governo non ne imbroccano una: è di adesso la notizia che si vogliono criminalizzare anche i graffitari. Scrivere e disegnare sui muri sarà reato penale. Bene. Forse una nuova stagione comincia adesso. Comunque sia, gli studenti hanno vinto.

10/26/2008

Einstein oggi sarebbe un precario o un fannullone (per Gelmini, Tremonti e Brunetta)

Incollo qui un mio breve pezzo uscito oggi (26 ottobre) su Repubblica:

Girare per Roma è una sorpresa continua, un percorso non a ostacoli, ma a eventi. Attraverso la bellissima Piazza di San Pietro in Vincoli, e noto uno striscione nuovo: "Fondazione privata? Ingegneria occupata!". Che si aggiunge al lungo elenco di università occupate. Ma non si pens che nel moltiplicarsi delle occupazioni, la didattica delle università sia bloccata. Al contrario si è trasferita nella città, fuori dagli steccati accademici. E’ pubblica, come il sapere che si vuole difendere. A Roma, come in molte altre città d’Italia, è in corso un grande democratico festival culturale, e le piazze sono teatro di lezioni en plen air. Una delle più emozionanti è stata sicuramente quella dei fisici della Sapienza, svoltasi a Piazza Montecitorio: un migliaio di studenti che ascoltano attenti la bella lezione del prof. Giovanni Jona-Lasinio, studioso di fisica delle particelle, che con l’altro grande fisico italiano Nicola Cabibbo, pioniere nello studio dei quark, è uno dei Nobel dimenticati e ‘scippati’. Segue la lezione di un altro grande fisico, Giorgio Parisi, docente di Calcolo delle Probabilità alla Sapienza. Parisi affascina percorrendo la maturazione delle idee di Einstein tra quantistica e relatività, ma entusiasma dichiarando che oggi, da questo governo, “Einstein sarebbe un precario, magari un fannullone che si sollazza nell’elaborare teorie invece di lavorare”. E invita gli studenti a “resistere a questo governo di barbari che sta distruggendo la nazione, e misconosce la Costituzione sulla promozione della ricerca scientifica, la libertà d’insegnamento e il diritto al lavoro”. La protesta è contro un economicismo miope che non sa valutare gli investimenti a lunga scadenza, e con essi l’educazione e la ricerca, una politica ispirata dal misconoscimento verso ciò che a torto è giudicato improduttivo, come l’educazione e la cultura. “Costringere i giovani che studiano con passione a cercare lavoro all’estero significa per l’Italia negarsi il futuro”, mi dice Parisi.
La facoltà di Fisica della Sapienza è un osservatorio privilegiato. Durante l’occupazione si è svolto il convegno internazionale su Edoardo Amaldi nel centenario della nascita. Amaldi, già del gruppo di via Panisperna, fondatore della fisica del dopoguerra e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), iniziatore dell’Agenzia Spaziale Europea e tra i primi direttori del CERN di Ginevra, è un po’ il maestro di tutti. All’apertura della conferenza gli studenti hanno letto un documento in inglese dove si ricorda come Edoardo Amaldi avesse sempre insistito nel considerare la ricerca un investimento pubblico necessario, non un onere; poiché senza ricerca non vi sarebbe sviluppo alcuno. Me lo racconta Carlo Bernardini, ex direttore del Dipartimento di Fisica del CNR, che con gli altri colleghi è stato commosso dalla pacatezza di quel testo. “E’ evidente – dice – che tagliare i fondi, aumentare le tasse, annientare l’università pubblica vuol dire uccidere la civiltà. Gli economisti che hanno ispirato il governo non capiscono che per un’università di qualità serve investire sulla ricerca. L’India e la Cina lo fanno, in futuro la scienza sarà cinese e indiana”.
Mi dice Nicola Cabibbo, già presidente dell’Istituto di Fisica Nucleare, ora dell’Accademia Pontificia: “Siamo molto preoccupati di fronte a questi tagli indiscriminati. Forse alcuni rami degli studi universitari si potrebbero ridimensionare, ma non è questo il criterio che vedo in essere. Ma tutti gli istituti di fisica sono minacciati, pur producendo eccellenze a livello mondiale. Il dipartimento della Sapienza è di altissimo valore, gli studenti lo sanno, e da questa consapevolezza nasce la protesta, totalmente condivisibile”. Studenti e docenti hanno in cantiere altre lezioni esterne e domenica un incontro con le scuole primarie, una sorta di didattica ludica della fisica con esperimenti sull’elettromagnetismo e sul pendolo, seguita da una discussione sul decreto Gelmini.
“La cultura è una sola”, mi dice Gianluca Trentadue, docente di Fisica teorica all’università di Parma, da molti anni collaboratore coi colleghi romani al CERN di Ginevra, alla realizzazione dell’HLC (“Large Hadron Collider”), il nuovo grande acceleratore appena inaugurato alla presenza di tutti i ministri i cui governi partecipano alla ricerca, tranne il ministro Gelmini. “Colpire con tagli e disprezzo una parte di essa, vuol dire colpire tutta la cultura”. “Già oggi – aggiunge - spendiamo in ricerca meno della metà di altri paesi europei. Tagliare ancora i fondi significa azzerare la presenza italiana in tanti laboratori internazionali”. Mi parla della straordinaria impresa culturale e tecnologica rappresentata dal nuovo acceleratore LHC, a cui partecipano centinaia di ricercatori italiani, giovani e precari: un’avventura che ci porterà al di là dei confini del mondo conosciuto, come se a un astronomo dessero un telescopio dieci o cento volte più potente. Se si considera che perfino il CERN, nell’era della cosiddetta economia della conoscenza, è considerato “inutile” da ambenti governativi, si ha la misura della distanza.

10/24/2008

Appello contro la guerra all'intelligenza (o: La lezione degli studenti)

Volentieri offro in lettura questo mio articolo che vuole essere un appello, uscito oggi 24 ottobre su l'Unità col titolo "La lezione degli studenti".

Chi si trovasse in questi giorni nelle scuole e nelle università, occupate e variamente animate dalle proteste di studenti e docenti, incontrerebbe persone che incarnano, in spirito e lettera, la vocazione dello studio e del sapere. Studenti e docenti difendono la dignità e l’autonomia della conoscenza dalla semplificazione, leggi distruzione, di una politica finanziaria cieca al futuro. Lezioni all’aperto, apertura delle cittadelle accademiche alla città di tutti: chi protesta non ha nulla da nascondere, anzi. Sono privi di ideologia, ma molto consapevoli: “E’ la politica che si è allontanata da noi. Noi facciamo la vera politica”, mi hanno detto. Ma alla notizia che il primo ministro ha minacciato di sgomberare con la polizia, cioè introducendo violenza, le scuole e le università teatro di questa civile protesta e sperimentazione, una studentessa della Sapienza di Roma è allibita: “Vogliono trattarci coma la spazzatura di Napoli”. Pare di sì: cioè non solo non dialogare, non riconoscere i contenuti di una protesta che è difesa dell’istruzione e del diritto allo studio, ma rimuovere il problema, eventualmente nasconderlo, come la famosa spazzatura di Napoli. E non importa che fermenti chissà cosa e chissà quando. Il disprezzo verso la conoscenza e l’istruzione, verso scuole e università, è del tutto congruente a quello verso il clima, l’ambiente, il protocollo di Kyoto, l’ecologia e la salute pubblica. Il nostro primo ministro è un vero punk: a lui del futuro – dei giovani come del pianeta – non importa nulla. Ma scopo primario di questo mio intervento è richiamare una solidarietà attiva e ampia di quanti – soprattutto nel mondo della cultura - hanno a cuore la posta in gioco di questa protesta che riguarda tutti.

Molti studenti di oggi dichiarano che il loro modello di lotta è la protesta che dilagò in Francia del 2006 contro un disegno di legge che autorizzava per i primi due anni il licenziamento senza motivo dei giovani neo-assunti. Gli studenti vinsero (la legge fu ritirata) grazie all’appoggio del mondo del lavoro e della maggioranza dell’opinione pubblica. A parte che i contenuti della legge 133 (la finanziaria) e della “riforma Gelmini” (che non è altro che un taglio massiccio di fondi) sono molto più gravi (oltre ad aumentare a dismisura disoccupazione e precarizzazione, fanno tabula rasa degli orizzonti e del senso stesso dello studio), chiamo la protesta degli studenti una risposta alla “guerra contro l’intelligenza”, ricordando un appello nato anch’esso in Francia, ma nel 2004. All’epoca, un progetto legislativo del governo Raffarin, dal sapore vagamente berlusconiano, umiliava quelle professioni non valutabili secondo i criteri e gli utili (peraltro errati e miopi) di un’azienda – dalle scuole e università ai laboratori scientifici, dai centri di ricerca alle biblioteche, ma anche gli ospedali psichiatrici, i teatri ecc. Tutti i settori del sapere, della scienza, del legame sociale, produttivi di conoscenza, di coscienza e di dibattito pubblico, insorgevano contro l’anti-intellettualismo di Stato, una politica di impoverimento e precarizzazione di tutti gli spazi considerati come improduttivi a breve termine, inutili o dissidenti. L’appello “contro la guerra all’intelligenza” in pochi giorni fu firmato da migliaia e migliaia di cittadini, compresi i più alti rappresentanti in Francia della cultura e dell’arte.

Nelle parole del filosofo Jacques Derrida, che fu tra i primi ad aderire, per “guerra contro l’intelligenza” si intende “una politica ispirata dal misconoscimento, l’accecamento, perfino dal risentimento, verso tutto ciò che è giudicato, a torto e secondo un cattivo calcolo, improduttivo o addirittura nocivo per gli interessi immediati di un certo mercato liberale: la ricerca fondamentale, l’educazione, le arti, la poesia, la letteratura, la filosofia. Nella sua forma caricaturale, ciò che viene denunciato è un economicismo miope; quelli che ne soffrono sono invece tutti i cittadini, a società civile, lo Stato e anche l’economia”. C’è bisogno di dire che l’Italia di oggi è ben più minacciata della Francia di quattro anni fa?
Contro il presunto neutrale “buon senso” economico, la protesta degli studenti è una lotta per la salvaguardia di tutti quei luoghi in cui la società si pensa, si elabora, si sogna, si inventa, si cura, si giudica, si protegge, e tra i quali non c’è (solo) il Bagaglino, o le discoteche in cui il settantenne primo ministro italiano si mostra in camicia nera e parla di sesso e insonnia con giovani bramosi di successo e intossicati di ricchezza. Osservo di nuovo che l’imbarbarimento di una nazione (di questo si tratta) nasce e si presenta spesso come una politica di semplificazione – che non è proprio una bella parola, e designa una riduzione innaturale della complessità, ossia dell’intelligenza. Si crea e si consolida nella riduzione del linguaggio, del pensiero, della politica, nella neo-lingua pubblicitaria più volte in questi anni denunciata, nello scavalcare il Parlamento e l’etica della discussione. Ma è soprattutto negli spazi lasciati vuoti dalla cultura e dall’educazione che l’autoritarismo “semplice” si insedia e riproduce, svuotando di senso il concetto e la realtà di una Re-pubblica. Il costo umano, sociale e culturale è esorbitante. Le sue conseguenze rischiano di essere irreversibili.

10/22/2008

"Io non ho paura" (una notte alla Sapienza occupata)

Sì, ho passato un pezzo di notte, ieri, alla Sapienza, università di Roma 1. Oggi leggo le frasi agghiaccianti del primo ministro, che invocano sgomberi e polizia. Domani esce questo mio prudente resoconto su la Repubblica (edizione romana, che mi ha chiesto ieri, appunto, di andarci). Ma sulla questione vorrei esprimermi ancora, spero molto presto su l'Unità. Invito tutti a farlo. C'è bisogno di una grandissima solidarietà attiva. A me viene in mente come precedente un appello, "Contro la guerra all'intelligenza", a cui qualche anno fa in Francia aderirono in una settimana centomila persone, tra cui i nomi più noti della cultura. Lottare contro la Legge 133 (la legge Gelmini-Tremonti che affossa scuole e università) è una lotta di civiltà. Intanto, vi anticipo questa piccola cronaca.

“Esplode l’indignazione / Noi la crisi non la paghiamo / Non fermerete i nostri desideri”, è scritto su un cartello all’ingresso della facoltà di Lettere della Sapienza. L’ho visto martedì, prima notte di occupazione. Guardo i bei volti di tante ragazze e ragazzi, l’eccitazione avvolta in una coltre di compostezza che mi colpisce, così come colpisce l’assenza di richiami ideologici. Ma “è la politica che si è allontanata da noi. Noi facciamo politica vera, i politici no”, mi dice Andrea, studente di Filosofia. E’ un “caos calmo”, bella formula dell’amico Sandro Veronesi. Che vuol dire intensità, e un misto di sentimenti: la consapevolezza della gravità storica, del rischio di insensatezza degli studi (e quindi della vita), e una speranza comunque di cambiamento, di incidere sulle cose, insomma sulla vita. E’ un occupazione costruttiva, che cerca la solidarietà dei docenti. Delusa invece dal neo rettore, di cui si ricordano le promesse a salvaguardia dell’università fatte in campagna elettorale.
“Siamo il contrario dei fannulloni”, dice Luca, terzo anno di Lettere. “Vogliamo studiare, vogliamo fare lezioni nelle piazze, all’aperto, anche notturne”. Un’università fuori orario. Alcuni professori hanno già dato la loro disponibilità. “Ma come si può continuare a studiare senza prospettive?”– si chiede Sabrina che studia Antropologia. “Già paghiamo di tasca nostra le ricerche sul campo per la Tesi. Io volevo fare ricerca. Ma che senso può avere per me ora, se i ricercatori stessi saranno di fatto aboliti?” “Tra poco mi laureo”, continua Luca, “non lotto per me, ma per la collettività, anche se l’assenza di futuro mi riguarda. Studio e lavoro in un centro commerciale come precario”. Spiegano che dall’aziendalizzazione di scuole e università, contro cui si protestava in passato (“Non siamo in vendita” era lo slogan), si passa alla privatizzazione vera e propria dei corsi di studio, o alla loro sparizione. La legge 133, cioè la finanziaria, contiene tre punti contro cui si incentra la protesta. Me li riepiloga un dottorando di ricerca: uno, il radicale taglio ai finanziamenti ordinari alle università - agli antipodi della retorica degli investimenti sulla formazione, i giovani, il sapere; due, l’interruzione del turn over, che permetteva ad esempio di assumere un precario per ogni due pensionamenti (ora ce ne vorranno cinque); tre, la trasformazione delle università in Fondazioni, che si suppone saranno in grado di aumentare e tasse e raccogliere al tempo stesso finanziamenti privati, che ovviamente orienteranno nella sostanza gli studi. Per questo, anche se le facoltà occupate sono quattro - Fisica, Chimica, Scienze politiche, Lettere - è in queste ultime che scelgo di fermarmi. Non solo perché mi identifico nella scelta degli studi umanistici, ma per sondare gli orizzonti dei coraggiosi o scriteriati che li scelgono oggi. Sono il maggior bersaglio di una politica finanziaria così miope da giudicare inutile il sapere.
Un’ultima assemblea per fare il punto, prima del riposo. Nell’aula-anfiteatro passa qualche birra. Quelli seduti alla cattedra sono i più stanchi. Parlano di “una grande situazione”, di “mobilitazione permanente”. “Siamo in tanti”. Ma occorre comunicare bene la protesta agli studenti che verranno al mattino: li accoglieranno con volantini e cornetti. Un’aula al pianoterra sarà l’info-point. Vogliono “far dilagare la mobilitazione”, trasformare le lezioni in assemblee”. Il taglio a scuole e università, dicono, è parte dello smantellamento di tutto ciò che è pubblico.
Il modello è la protesta che dilagò in Francia nel 2006 contro un progetto di legge del governo de Villepin. Determinante per la vittoria degli studenti fu la solidarietà del mondo del lavoro e dell’opinione pubblica. “Occorre dialogare con la città, coinvolgerla, uscire dalla cittadella accademica”, insiste Sara, mia guida tra le aule di Scienze politiche. E’ piena di energia. “Noi non difendiamo lo status quo, sia chiaro, volevamo una ristrutturazione, un rinnovamento dell’università, non la sua demolizione. Altro che investire, ora non vogliono neanche più farci esistere. Non so se l’anno prossimo saprò pagare le tasse, o se i miei studi saranno pilotati da un’azienda farmaceutica o un istituto privato che mi dirà cosa studiare”. L’università che si vorrebbe è uno spazio con maggiore socialità e più ore di apertura. Con l’occupazione è aperta 24 ore su 24, dicono con orgoglio. Quello che è certo, pensavo l’altra notte seduto su un muretto di fronte allo scalone e alle colonne bianche del Rettorato, quasi metafisiche nell’illuminazione notturna, è che un’università aperta la notte, abitata dagli studenti, è molto più bella di un’università disabitata e chiusa.
Guardavo gli studenti parlare, camminare, animare questo luogo che per una volta era un campus, e per una volta meritava il suo nome, “la Sapienza”. Da qualche parte sullo scalone trillava perfino un grillo superstite in questa fine d’ottobre, come rallegrato dall’atmosfera. Dalle aule di Lettere veniva ancora luce e musica. Sarà per il grillo festoso, sarà perché molti sono studenti di Lettere, mi veniva in mente Il gelsomino notturno, la sensuale poesia sulla fecondità di Pascoli. Da tanta calma eccitazione qualcosa ha da nascere, pensavo. Certo non prevedevo il brusco risveglio delle dichiarazioni l’indomani del primo ministro: “Manderemo la polizia”. Ho parlato con alcuni degli studenti allibiti: “Vogliono spazzarci via come la spazzatura di Napoli?”, ha detto una. “Noi non siamo violenti, violenta è la legge Gelmini-Tremonti”. Ma la risposta collettiva, la parola d’ordine, è come il titolo del libro di un altro noto scrittore. “Io non ho paura”. Mentre scrivo, la protesta non si ferma. Dilaga.