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10/09/2014

"Vi sto sorridendo dovunque io sia" (un sorriso a Jacques Derrida a dieci anni dalla morte)

Jacques Derrida had died, on Saturday 9 October 2004, at the age of seventy-four. A heavy silence reigned, but only the people closest to the tomb could hear Pierre reading the few words prepared by his father. Derrida, reproducing his own father’s gesture, thirty-four years earlier, had composed his epitaph himself:
"Jacques desired neither ritual nor prayer. He knows by experience what a trial it is for the friend who performs them. He asks me to thank you for coming, and to bless you, he begs you not to be sad, and to think just of the many happy times that you gave him the chance to share with him.
Smile at me, he says, as I will have smiled at you until the end.
Always prefer life and never stop affirming survival.
I love you and I am smiling at you from wherever I am."
-Benoit Peeters, "Derrida: A Biography", page: 540,41.


Dieci anni fa come oggi morì il filosofo Jacques Derrida, col quale ebbi il privilegio di avere rapporti accademici e personali. La sua eredità nel metodo del pensiero, la cosiddetta filosofia, il "comprendere" - o forse meglio dire l'andatura e il modo di procedere, di viaggiare e attraversare territori, attraversare muri, crearsi passaggi là dove non c'è passaggio né via d'uscita, uscire, cavarsela nonostante ogni aporia, vivere sempre, scegliere di vivere sempre nonostante ogni impedimento, ecco tutto questo credo è incalcolabile e operante, malgrado l'apparente silenzio di oggi. Forse, anzi, è meglio così, dato che il contributo peggiore lo danno quasi sempre i presunti continuatori ed epigoni, i semplificatori e i commentatori.
    (Su Derrida ho scritto anch'io a suo tempo alcune cose disperse in tanti luoghi e testi. Ne ritrovo due: un articolo l'indomani della morte per l'Unità - che, non potendolo linkare come appariva nel deposito di testi del mio sito, perché è in ristrutturazione, lo pesco qui, per esempio; e poi la  relazione, più a freddo, ma altrettanto calda, se non di più, per il convegno "Spettri di Derrida" a cinque anni dalla morte...)

7/10/2014

Perché la resistenza del giornale l'Unità ci riguarda tutti



[Quello che segue è un intervento uscito oggi 10 luglio 2014 sul giornale l'Unità, che come forse sapete è a rischio di chiusura per insipienza, arroganza e negligenza imprenditoriale dei suoi proprietari, da Soru in poi. De l'Unità, di cui mi onoro di essere stato collaboratore (delle pagine culturali soprattutto, dirette da Stefania Scateni) dalla direzione Furio Colombo in poi, ho parlato quest'anno anche qui, in occasione della festa del 90 anni. La foto postata sopra è di Maria Andreozzi.]

  La “guerra contro l’intelligenza”, diceva il filosofo Jacques Derrida, è quella perpetrata da un economicismo miope che considera produttivi solo gli investimenti a breve termine. E’ una politica ispirata dal misconoscimento cieco e dal risentimento verso tutto ciò che è giudicato, a torto e secondo un cattivo calcolo, improduttivo, addirittura nocivo per gli interessi immediati di un certo mercato liberale: la ricerca, l’educazione, le arti, la poesia, la letteratura, la filosofia. E’ la tragedia politica del nostro tempo. Non posso non richiamarla parlando della “crisi” de l’Unità, frutto in realtà di un’erosione che si protrae da anni nonostante l’intatta qualità dei contenuti.
   Non solo la chiusura delle sedi regionali e il progressivo restringersi della redazione, ma un impoverimento controproducente, come la distribuzione ridotta e addirittura eliminata in alcune regioni, i tagli alle agenzie di stampa e fotografiche, il quasi continuo stato di crisi e solidarietà, ecc. Un po’ come fare economia nella pubblica istruzione, chiamandola riforma, tagliando le spese di aule, libri, docenti e soprattutto tempo, ovvero dell’insegnamento stesso, tagliando alle radici ogni possibile dedizione.
   La resistenza quotidiana dei giornalisti de l’Unità, da mesi anche senza stipendio, ha qualcosa di paragonabile al lavoro degli insegnanti in certe scuole pubbliche. Il caso vuole che mentre trovo in Internet il video della conferenza stampa nella sede de l’Unità, vedo anche un’immagine di Italo Calvino con una sua frase, diffusa dal sito “Docenti senza frontiere”: “Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per i soldi, perché le risorse mancano o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere”. Basta cambiare una parola e il discorso funziona.
   E’ questo a rendere universale la minaccia di chiusura de l’Unità, che ci riguarda come altre minacce di estinzione in corso: di parchi, teatri, cultura, della pluralità dei linguaggi e dei concetti di realtà, dei beni comuni a torto considerati improduttivi. La prosperità di un Paese viene viceversa dalla capacità di investimenti a lungo termine. Come dirlo in un’epoca in cui i più beceri populismi si compattano con l’economicismo più miope, e il finanziamento pubblico dell’editoria viene interpretato come spreco e non come sostegno alle espressioni che non coincidono, per natura e vocazione, alle esigenze autoreferenziali del mercato? In un mondo dove si fanno i sondaggi prima di dire le proprie idee, come spiegare che la definizione della realtà non può e non deve coincidere con quella del mercato e della finanza?
   Il concetto gramsciano di “unità” è più ampio di una sigla virtuale o di un brand, e il giornale l’Unità è sinonimo di una comunità reale che rimanda a un popolo elettivo (ed elettorale) ancora più vasto, e che da anni si sente, se non orfano di una rappresentanza, quanto meno disamato. La crisi della politica nasce da qui. Come scrivemmo su questo giornale, con le parole di una bellissima poesia di Tiziano Scarpa, “la sinistra italiana non ama il proprio popolo”. L’impoverimento e l’erosione de l’Unità iniziarono forse col lungo stalking esercitato dieci anni fa dai Ds (futuro Pd) contro il direttore Furio Colombo, attaccato come se fosse insopportabile che il giornale andasse così bene.

   I problemi economici de l’Unità, è stato ribadito alla conferenza stampa, sono un fallimento imprenditoriale, non certo di chi il giornale lo ha fatto e fa tuttora benissimo. Basterebbero le pagine di cultura a evidenziarne l’unicità e la bellezza. E’ qui che ho letto ieri il bellissimo testo di Diego Fusaro sul fanatismo cieco dell’economia: “l’odierno sistema globale considera il mondo della vita non come un bene di per sé ma come bene di consumo"; va cambiato il cambiamento, dice, affinché il pianeta non cambi senza di noi. Quando il capitalismo globale guarda una persona, un albero o un giornale, ne vede soltanto il valore economico. Un giornale è un mondo, un incrocio di linguaggi, e sguardi, una moltitudine, non solo un brand. La chiusura dell’Unità sarebbe la sciagurata conferma della folle volontà di adoperare le leggi del mercato come unica legge del mondo, come sostiene chi non crede più alla differenza tra la destra e la sinistra.
   C’è bisogno de l’Unità come c’è bisogno di una distinzione tra destra e sinistra. E c’è bisogno de l’Unità proprio come c’è bisogno di situarsi: a sinistra.


11/06/2012

Le infinite cornici del mondo

   “La fotografia, al di là di tutte le spiegazioni critiche e intellettuali, al di là di tutti gli aspetti negativi che pure possiede, penso che sia un formidabile linguaggio visivo per poter incrementare questo desiderio di infinito che è in ognuno di noi” (Luigi Ghirri). “Ogni mia opera, per estensione, è una fotografia: implica un’ottica fotografica, anche quando non lo è materialmente (nel senso che fotografa un gesto, una distanza o perfino un’assenza), tende cioè ad illustrare il momento di eternità dell’immagine. Fotografia e disegno sembrano insomma condividere l’attitudine - che vorrei chiamare vocazione - a far trasparire: la trasparenza non ha fine, tende all’infinito, non fa ‘immagine’ ma  fa ‘immaginare’, vedere sempre al di là del limite contingente” (Giulio Paolini).
   Luigi Ghirri, fotografo reggiano che l’anno prossimo avrebbe settant’anni (ma è morto nel 1992), e Giulio Paolini, artista quasi coetaneo, genovese trapiantato a Torino, non ebbero mai l’occasione di conoscersi, e ora per la prima volta si incontrano, e felicemente, in una mostra a Milano, “La soglia dell’invisibile”, nell’appena inaugurata galleria Repetto Projects, via Senato 24 (fino al 17 novembre).
   Le citazioni riportate sopra, suggerite del curatore Daniele De Lonti (già assistente di Luigi Ghirri), guidano il visitatore: 12 fotografie di Ghirri tratte dal ciclo Kodachrome (1978), suo primo libro (di cui si annuncia una nuova edizione), si combinano sapientemente, rivelando allusioni “casuali” e illuminanti, con 12 collages di Paolini, sia recenti che degli anni ’70. Il non ultimo senso di questo incontro, per noi ammirati spettatori, è anche nel ricordare e affermare, oggi, la comune origine concettuale, d’avanguardia, dei due artisti. In un’epoca di eclissi del pensiero, dove tutto è possibile a patto che sia superficiale e senza impegno, sul modello di fluidità narrativa della fiction, la loro rigorosa riflessione linguistica sull’immagine è più che salutare: necessaria. La loro pensosità - più nota ed evidente in Paolini, occultata dal successo e dal retorico cliché che ha fatto di Ghirri un fotografo del “paesaggio” – denuncia in modi non dissimili l’omologazione del visibile e quella del territorio (nessuno è più capace di vedere niente del mondo esterno, diceva Ghirri alla fine degli anni ’80).  
  La mostra è un dialogo tra due artisti che non esitano a interrogare e trasformare di continuo sia i propri tradizionali strumenti di lavoro che la storia dell’arte, la storia delle immagini del mondo, travalicando i confini di fotografia e pittura. Due maestri del vedere, nel senso stretto e autentico della parola, due maestri del dire e immaginare mondi, d rendere cioè infinito il mondo nella finitezza dell’immagine. Entrambi amici di scrittori (di Paolini ricordo il bellissimo libro einaudiano anni ’70, Idem, col testo di Italo Calvino, e il recente L'autore che credeva di esistere, edito da Johan & Levi), proprio come la scrittura inquadrano e racchiudono pezzi di mondo nelle loro opere-cornici, sapendo che esse stesse sono mondo. “Non c’è nulla fuori dal testo”, enunciava con serissima ironia Jacques Derrida nel 1971: per quanto fare arte sia fare cornici, non c’è un fuori dell’immagine, come non c’è un fuori testo, e l’infinito è lì, se lo sai vedere, appeso a una parete o nella pagina di un libro. 
(articolo pubblicato su l'Unità di domenica 4 novembre 2012)

12/07/2011

Caffè sospeso: giornata del dono (anonimo)

Il dono, scriveva Jacques Derrida, è un paradosso: per essere dono dev'essere sconosciuto sia da chi lo fa che da chi lo riceve. Entrambi dovrebbero ignorarlo (poiché nemmeno l'inconscio si sottrae al circuito economico del debito/credito, dell'obbligo e dell'obbligazione). Ora, non dico che la gloriosa tradizione napoletana del caffè "sospeso" riesca a sfuggirvi, però è la cosa a  mia conoscenza che più si avvicina al dono (a parte l'elemosina zen, che offre agli altri la possibilità di offrire): lasciare un caffè in sospeso (quindi offrire alla cieca) per il prossimo (anonimo) che entra nel bar... Per questo volentieri pubblico e promuovo:


10 DICEMBRE - GIORNATA DEL CAFFÈ SOSPESO

La “Rete del Caffè Sospeso” promuove il recupero di una antica usanza solidale, nei bar, nella cultura… nella vita.
   A Napoli c’era in passato un’usanza molto curiosa: quella del “Caffè Sospeso”. Chi era meno abbiente poteva trovare al bar un caffè in omaggio pagato da un precedente avventore, che lo lasciava in ‘sospeso’ per persone meno fortunate che non potevano permetterselo. Non si trattava di elemosina ma di un atto di condivisione dei problemi, solidarietà e comprensione.
   La “Rete del caffè Sospeso - festival, rassegne e associazioni culturali in mutuo soccorso” invita i bar ed i locali d’Italia a riprendere l’antica usanza napoletana che consisteva nel lasciare un caffè ‘sospeso’ per chi non poteva permetterselo… Una pratica che la Rete promuove anche nella cultura e nella vita quotidiana
http://www.caffesospeso.wordpress.com/
   La “Rete del Caffè Sospeso - festival, rassegne e associazioni culturali in mutuo soccorso” è nata a Napoli il 14 novembre 2010 da 7 festival italiani che hanno deciso di unire le forze e fare rete scambiandosi idee, progetti e prodotti culturali per sopravvivere o addirittura crescere in questi difficili tempi di crisi economica e tagli alla cultura.
   In poco più di un anno di vita la Rete ha creato significativi scambi e condivisioni fra i 7 festival, ha ottenuto diverse nuove adesioni ed ha ora deciso di istituire, in concomitanza con la Giornata Internazionale dei Diritti Umani, il 10 dicembre - Giornata del Caffè Sospeso, iniziativa che si pone l’obiettivo di proporre la ripresa dell’antica usanza partenopea in bar e locali d’Italia e di conseguire nuove adesioni alla Rete attraverso la diffusione, nel settore della promozione culturale e nella vita quotidiana in genere, della filosofia solidale su cui si fonda. Il 10 dicembre alcuni festival e associazioni della Rete organizzeranno degli eventi.
   In www.caffesospeso.wordpress.com è possibile trovare maggiori informazioni, curiosità e consultare la lista di associazioni, festival e locali che hanno fino ad ora aderito alla Rete.

10/05/2010

Il corpo del fantasma ("Spettri di Derrida")

   Sono usciti per gli Annali dell'Accademia del disegno di Valerio Adami gli atti del convegno "Spettri di Derrida" tenutosi a Napoli, Istituto di Studi Filosofici, l'ottobre dello scorso anno. Impossibile pubblicare qui il mio intervento-relazione (oltre 25 pagine), ma un brano iniziale sì, e anche l'ultimo breve paragrafo...
   Il testo ha per titolo "Il corpo del fantasma", ed è un percorso a tappe, una "hantologie", la chiamo, cioè un'antologia di fantasmi, quelli che ritrovo nel mio percorso testuale e di pensiero, letterario o filosofico che sia, ma da sempre e ogni volta anticipato dall'opera di Derrida...
Ecco comunque l'estratto da: Il corpo del fantasma:

[...]
In un’epoca in cui sempre più nettamente e violentemente si assiste a una messa al bando delle idee, della scrittura, della memoria, della gratuità, quindi della vita, Jacques Derrida teneva alta la complessità del pensare e della lingua, e assicurava con la sua statura, il suo ingegno e la sua fama una sorta di barriera difensiva - sia che parlasse di Sant’Agostino, dell’essere marrani, di scrittura e teologia apofatica, del concetto di democrazia, del divario tra giustizia e diritto, tra legge e forza, o del concetto di Stato-canaglia. Per dirlo con parole povere, Derrida allargava costantemente l’area del pensiero e della teoria, come i migliori scrittori allargano l’area del narrare. Nel 2004 Derrida aderì a un appello “contro la guerra all’intelligenza” lanciato dalla rivista Les Inrockuptibles: pur esprimendo riserve su quel soprannome, esso – disse Derrida - “designa chiaramente una politica ispirata dal misconoscimento, l’accecamento, il risentimento, anche, di tutto ciò che è giudicato, a torto e secondo un cattivo calcolo, improduttivo, o addirittura nocivo per gli interessi immediati di un certo mercato liberale: la ricerca fondamentale, l’educazione, le arti, la poesia, la letteratura, la filosofia. Nella sua forma caricaturale, ciò che viene denunciato è un economicismo miope, quelli che ne soffrono sono invece tutti i cittadini, la società civile, lo Stato e anche l’economia”. Insomma, Jacques Derrida parlava molto del proprio tempo (che è il nostro), anche se agli antipodi dell’esaltazione del “presente vivente” con cui Jean-Paul Sartre inaugurava nel 1948 Les Temps Modernes [...].

[...]
  Il nostro tempo, ha suggerito Derrida in Spettri di Marx (Cortina 1994), è molto simile al tempo sconnesso di Amleto, quando grazie allo spettro conosce la vera ragione del nuovo ordine del regno e prende atto che “The time is out of joint” (W. Shakespeare, Amleto I. v.). Analoga profetica disgiuntura fu annunciata da Marx, della cui descrizione economico-antropologica del capitalismo - dell’alienazione tramite il feticcio della merce, del valore del valore e altri spettri, che non era già mai solo alienazione del lavoro, ma alienazione dell’uomo e “della specie” - si traggono soprattutto oggi le conseguenze. E’ il tempo out of joint del liberismo selvaggio e della crescente esclusione dalla vita democratica, della disseminazione di armi atomiche e degli “Stati-fantasma”, come la mafia, il consorzio della droga, ecc. Scrive Derrida:
   “[I]l tempo è disarticolato, lussato, sconnesso, fuori posto, il tempo è serrato e disserrato, disturbato, insieme sregolato e folle. Il tempo è fuori di sesto (hors de ses gonds), il tempo è deportato, fuori di sé, disaggiustato. Dice Amleto”. Derrida passa in rassegna le traduzioni di questo verso di Shakespeare, anch’esse “out of joint. Per quanto corrette e legittime, [...] sono tutte disaggiustate”. Fino a quella magniloquente di Gide, “Cette époque est déshonorée”. Altrettante versioni esistono in italiano.
   Derrida non ha letto, credo, lo scrittore americano Philip K. Dick, e in particolare il suo romanzo del 1959 dal titolo Time out of joint (senza l’articolo). Interessante è la variante del traduttore italiano (Gianni Pannofino) per Sellerio, del resto assolutamente fedele al senso del romanzo: “Tempo fuori luogo”. Come tutte le storie di Dick parla di un dis-astro, un deragliamento, un andare fuori asse del tempo che comincia in modo impercettibile e deve assolutamente trasformarsi. Narra di quella situazione così letteraria (diciamo l’Unheimlich di Freud) del percepire qualcosa fuori posto, sconnesso, disaggiustato nell’ordine delle cose (...); un oscuro disagio il cui crescendo spettrale ricorda la situazione filosofica dell’aporia descritta da Derrida in, appunto, Aporie. Tralascio la trama. Ma il problema narrativo, qui come nel genere di romanzi detta dei “mondi possibili”, è sempre l’amletico problema di Hamlet, vorrei dire dell'homeless: quello di tornare a casa. Come tornare, e come “sentirsi” a casa. Nello spettro dell’abitare, lo sappiamo, hanter, “infestare”, è una delle non tantissime modalità.
   Il “fuori luogo” dice la dislocazione, la dis-giuntura su cui indugia Derrida nel libro su Marx; ciò che Amleto chiama il tra, l’interim, ovvero il passaggio impossibile, l’aporia; percorso dal Ghost al Guest e viceversa, secondo l’etica dell’ospitalità e dell’accoglienza più volte ribadita da Derrida. E' lo spirito (Geist), del tempo. Fuori luogo sono i discorsi inattesi e paradossali (come quelli sull’ospitalità, appunto, o sul “dono”); l’essere clandestini come condizione ontologica (per di più, oggi in Italia, criminale, poiché “essere clandestini”, oltre a un pleonasma, è un reato). Il fuori luogo è il sempre altrove, faglia o rottura spazio-temporale, è la sensazione così attuale di essere ovunque e in nessun luogo al tempo stesso, come in una diaspora universale in cui si è dappertutto ma mai a casa (e forse è per questo che abbiamo bisogno di una home page). E’ una dislocazione (o “delocazione”, come le opere straordinarie di Claudio Parmiggiani ottenute col fumo e con le tracce dell’assenza delle cose), che connette la questione dello spettro e dello spettrale alla specularità, o spectrum, o speculazione e, da qui, dalla scrittura delle storie di fantasmi alla scrittura fantasma, ghost writing. (Questione in sospeso, quindi, di cosa e come sia una lingua di fantasmi). La disgiuntura, il “tempo fuori luogo”, dice l’urgenza, come ha scritto altrove Derrida, “faticosamente, dolorosamente, tragicamente, [di] un nuovo pensiero delle frontiere, una nuova esperienza della casa, del chez-soi e dell’economia”. Questa nuova esperienza dell’abitare è naturalmente anche una nuova esperienza del linguaggio: leggendo Shakespeare (ma anche leggendo Derrida, forse anche leggendo Marx e Philip K. Dick), il lettore investito da questa dislocazione è trasformato in un “guest-writer”.
   Ovvero, per esempio, un testimone, che è sempre un, o il, fantasma – revenant, colui che ritorna. Un arrivante, un ritornante, un superstite. [...]

   [...]
   Accennavo prima a una nuova esperienza dell’abitare, che, mutuata da Derrida, è anche una nuova es   perienza del linguaggio, quella del revenant, testimone, forse homme des lettres. In realtà è un’esperienza molto antica. E’ quella dell’unica vera avventura, di fronte alla quale ogni altra ne è solo l’insoddisfacente surrogato, del “parlare con i morti”, su cui da anni sto scrivendo il mio, chiamiamolo così, “romanzo”, e che ritrovo, sempre in anticipo e insieme in differita - in différance - in Derrida (per esempio, nel primo straordinario capitolo di Spettri di Marx).
   Trasformare il ritorno in rivolta, ha scritto Derrida, a proposito di Marx, e dello spettro del comunismo.
   Il tempo del fantasma (come l’archivio) è l’avvenire, ha scritto altrove Derrida, e la sopravvivenza è “la vita più intensa che sia possibile” (cfr. intervista a le Monde del 19/8/2004).
   Ma penso ora, in particolare, al Canto Undicesimo dell’Odissea. Penso a un testo come Circonfession.
   Parlare con i morti, incontrare fantasmi, è ciò che accomuna l’esercizio della filosofia e della letteratura fin delle origini. Per dirlo in una frase, una frase che compendi in un comune avvenire gli spettri di Derrida e i miei, né Ulisse né Dante, né Amleto, né Shakespare, né Marx, né Jacques Derrida, sarebbero stati capaci di ritornare a casa, se prima non avessero parlato con dei fantasmi. Né Enea, l’eroe della nostalgia irrimediabile e senza ritorno, sarebbe stato capace di reinventarsela. [...]

2/16/2010

L'Aquila e il "dono" (dell'arte) parte 2


(...)
“The time is out of joint”, il tempo è fuori dai cardini, disastrato. E’ la nota esclamazione dell’Amleto di Shakespeare. Ecco alcuni dei pensieri venutimi in questi giorni leggendo le intercettazioni telefoniche di coloro cui è affidata in Italia la protezione civile e la realizzazione di “grandi” opere (l’aggettivo è sufficiente a sottrarle a ogni controllo e trasparenza). Ce n’è un altro, per fortuna. Ho pensato infatti alla vita di tutti i giorni, agli sforzi che la gente fa per andare avanti, habitat e nutrimento di ogni scrittore; ai tanti aiuti spontanei e umili che da aprile 2009 si sono susseguiti nei confronti dei terremotati dell’Aquila e provincia. Ne segnalo uno che mi ha coinvolto, così piccolo da risultare invisibile, però simbolico: il work in progress chiamato DONO messo in moto dalla MicroGalleria dell’Accademia delle Belle Arti dell’Aquila. La galleria è interna all’accademia, e si dedica sopratutto agli allestimenti site-specific, ovvero l’interazione tra artista e spazio pubblico, confrontandosi quindi col tema dell’ospitalità e dell’accoglienza. Il “dono” ha previsto un’artistica lotteria, e un vernissage con l’installazione delle opere impacchettate e anonime offerte da una ventina e oltre di artisti. Beneficiario casuale di una di quelle opere, mi si chiede ora una riflessione sui significati dello scambio e del dono nelle pratiche artistiche contemporanee, o un commento sull’operazione. Eccola.
Se subito ho pensato, in forte contrasto coi protagonisti dell’economia delle catastrofi, i costruttori che ridono al telefono, che “arte” e “dono” sono sempre in qualche modo sinonimi, penso anche che la gratuità del dono (come il perdono, la testimonianza, l’ospitalità ecc.) sia uno di quegli oggetti sociali di cui ho appreso la politicità estrema dal filosofo Jacques Derrida. Si può perdonare solo l’imperdonabile, insegnava, e senza che si cancelli ciò di cui deve avvenire il perdono; si può ospitare e accogliere solo se si è impreparati a farlo, magari nel cuore della notte e all’improvviso; si può donare solo quell’impossibile dono privo dell’ombra di debito e credito, fosse anche inconscia.
A distanza di mesi dallo shock del terremoto, mentre la scena si è raffreddata e svuotata dei politici in cerca di audience, sento fortemente il desiderio di andare all’Aquila e condividere, fare dono del mio tempo, in un’epoca in cui la parola d’ordine è che non se ne ha mai, di tempo. Vorrei condividere la situazione di fantasma. Perché di questo si tratta: l’Aquila “città fantasma”, esclamarono quasi tutti i giornali riscoprendo all’improvviso una parola ben poco giornalistica, ma densamente filosofica. Siamo sempre nel campo dell’ospitalità, dell’accoglienza, del dono: “fantasma” dice lo spettro senza dimora, ma dice anche l’ospite. Dal Ghost al Guest il passaggio è breve: fantasmi sono i senza lavoro, i senza casa, i sans papier, i clandestini, condizione che oggi in Italia è addirittura un crimine. E’ il cuore della questione politica (catastrofica) di Amleto, “the time is out of joint”, il tempo è fuori luogo, poiché l’amletico problema di Hamlet, che poche lettere separano dall’homeless, è quello di tornare a casa.
La città de l’Aquila è oggi quasi un non luogo, se non propriamente una u-topia: inabitata, pericolosa, in attesa di una rifondazione, di una riabi(li)tazione. Una nuova esperienza dell’abitare è sempre anche una nuova esperienza del linguaggio, quella del revenant, fantasma e testimone. Che questo luogo sospeso diventi l’utopia di un luogo diversamente abitato, un’esperienza di dimora altrimenti fondata che sul circuito debito-credito, lo shock, la catastrofe e il profitto, al contrario a partire dalla possibilità impossibile del dono, è ciò che l’arte, nella sua gratuità fondativa, può permettersi di credere e di insegnare.

(uscito su l'Unità del 16 febbraio 2010)

10/10/2009

Fuori luogo (per Derrida)

Scrivo questa rubrica nell’ennesima stanza d’albergo, ma già abituato al tavolo, al letto, alla finestra (questa volta sul golfo di Napoli), e penso così alla frase di uno scrittore ebreo americano sull’attuale diaspora universale come condizione umana: essere sempre ovunque e in nessun luogo, e soprattutto mai a casa. (Forse è per questo che abbiamo così bisogno di una home page). Siamo tutti clandestini, ma anche tutto intorno a noi, stando a quello che leggo sui giornali, appare sbagliato e fuori posto, parole comprese. La democrazia è “comunista”, si lamenta il capo del governo.
Sono a Napoli, ospite dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, al convegno sul grande filosofo Jacques Derrida (di cui per anni fui allievo) a cinque anni dalla morte. Che cosa significa “grande filosofo”? Che ha insegnato di nuovo a pensare; a dubitare, prima di tutto, e a guardare in modo nuovo il mondo, compresi noi stessi, i nostri pensieri e le nostre parole. A formulare quindi nuovi modi di dire e di pensare. Come si dice di un grande scrittore, che allarga l’area del raccontare storie, del narrabile, così un filosofo allarga l’area del pensare, della teoria. Derrida parlava di continuo di cose e problemi fuori luogo (ma lui diceva, con Shakespeare, “out of jont”, fuori asse).
Forse il problema filosofico più importante è da sempre quello stesso che pone la letteratura: come tornare a casa (anche se non è mai la stessa che abbiamo lasciato alle spalle). Come sentirsi a casa. Derrida ha parlato molto del dovere etico di ospitalità e accoglienza, con discorsi paradossali e inattesi, cioè “fuori luogo”. E oggi che in Italia “essere clandestini” - che è la condizione ontologica più diffusa - è diventato un crimine oltre ad essere un pleonasma, mi chiedo cosa ne sarà del pensiero: sarà bandito anch’esso, fuori luogo e fuori legge?

(in uscita su l'Unità, domenica 11 ottobre, rubrica "acchiappafantasmi")

10/06/2009

Spettri di Derrida



http://www.iisf.it/derrida_spettri.htm

9/27/2009

Il nudo, il velo, il burka

A Pieve di Soligo (Treviso) una donna ha denunciato un’altra donna perché, tra gli espositori del supermercato, girava col carrello indossando un burka, spaventandola. Posso capire (faccio parte della generazione che ha visto in tv Belfagor, “il fantasma del Louvre”). Ma lo stesso direttore del supermercato ha detto giustamente che la sua cliente in burka ha tutto il diritto di fare la spesa vestita come le pare. Ora, il tema “supermercato” è molto ghiotto: da Lost in a supermarket dei Clash agli zombi di Romero, sono metafore delle nostre vite svilite come merci tra le merci. Mi interessa però lo scandalo dell’abito. Andrea Inglese, sul sito nazioneindiana, commentando analoghe notizie – nudiste bandite da una spiaggia qui, donne completamente vestite bandite da una piscina là - ha scritto che Luis Bunuel, se rifacesse oggi il film Il fantasma della libertà, lo chiamerebbe Il fantasma della nudità. Ogni deviazione dalla norma (quale?) è suscettibile di persecuzione e divieti. Mentre scrivo questa nota sono ospite della rassegna “Torino Spiritualità”, quest’anno dedicata al tema del “dis-inganno”, della menzogna, dell’apparenza. Dunque, della nudità (e del velo che ne fa indissolubilmente parte). Il tema è in effetti filosoficamente interessante: si è più nudi (nude) e veri col burka o in topless? E perché poi sono sempre le donne a essere illegali?
"The time is out of joint", fece esclamare Shakespeare ad Amleto. Formula attuale, insegna il filosofo Jacques Derrida. “Il tempo è fuori asse”, si traduce di solito, o “fuori squadra”, o “sconnesso”. Philip K. Dick, il grande autore di fantascienza, scrisse nel 1959 un romanzo dal titolo Time out of joint, ottimamente tradotto da Sellerio Tempo fuori luogo. Narra l’oscuro, crescente disagio del percepire qualcosa fuori posto nell’ordine delle cose (il “perturbante” di Freud), in una città di provincia universale. Il metodo (letterario) di Dick era: “se la realtà è un gigantesco complotto, la paranoia è il modo migliore per raggiungere la verità”. Che sia diventata oggi, disperatamente, un’indicazione politica?

(uscito su l'Unità di domenica 27 settembre, rubrica "acchiappafantasmi")

3/07/2009

Jacques Derrida, acrobata sulla corda del pensiero


Quello che segue è un mio omaggio, uscito oggi su La Stampa-Tuttolibri, a un'opera iperbolica, il cui primo volume è Jacques Derrida, Séminaire. La Bête et le Souverain. Volume 1, 2001.2002, Galilée, 480 p., 33 €
Questo è il box sul libro:
Jacques Derrida ha consacrato la maggior parte della sua via all’insegnamento, prima alla Sorbona, poi per vent’anni all’Ecole normale supérieure della rue d’Ulm, e ancora all’École des Hautes études en Sciences Sociales dal 1084 alla sua morte. Ha insegnato anche in molte università del mondo, soprattutto negli Stati Uniti.
Molti suoi libri hanno preso avvio dal suo insegnamento, e la pubblicazione dei suoi seminari all’EHESS, dal 1991 intitolati “Questioni di responsabilità”. Il primo volume, che raccoglie il seminario del 2001-2002, “La bête et le souverain”, è dedicato a concetto di sovranità, e riprende da una parte i motivi politici di Spettri di Marx e Politiche dell’amicizia, dall’altra la riflessione sul tema molto problematico di “animale”, ciò che “resta” da quando, all’inizio della filosofia, è stato definito un “proprio dell’uomo”. Dalla favola di La Fontaine del “Lupo e l’agnello” a Machiavelli, Hobbes, Rousseau, Lacan, Deleuze ecc., Derrida ha tentato “una sorta di tassonomia delle figure animali del politico”, svelando le analogie inquietanti tra la “bestia” e il “sovrano”, così come tra il sovrano e Dio.

E questo è il mio omaggio:
Penso che Jacques Derrida (1930-2004) non sia stato solo un grande filosofo, ma in un certo senso l’ultimo dei filosofi, in un’epoca, la nostra, distante come poche da questa pratica, questo modo di stare nel mondo. Si ama Derrida (o lo si detesta) anche per questo, per come ha preso sul serio, molto sul serio la filosofia. Non c’è dubbio quindi che chi condivida anche solo un po’ questa serietà, questo uso del tempo – una serietà e un uso del tempo che abbracciano il destino di tutte le pratiche dell’intelligenza non sottomesse a scopi e profitti a breve termine – abbia sentito come una solitudine il suo sparire dalla scena dei viventi. L’importanza di Derrida non è solo nell’avere creato un linguaggio e un “sistema” di pensiero così nuovi e spiazzanti che l’americano Hilary Putnam esclamò che “discutere con lui era come fare a pugni con la nebbia”, e un altro, Richard Rorty, quando non sapeva che pesci prendere, poneva Derrida nell’ambito della letteratura, come una specie di Joyce da imbalsamare in un limbo e proteggersi così dal coinvolgimento perturbante del suo pensiero. Sì, nella sua opera c’è una “eccedenza” della filosofia, come ebbe a dire lo stesso Derrida a proposito di uno dei suoi maestri, Emmanuel Levinas; eppure tutta la sua opera è dedicata, e quindi legata (nel senso dell’eredità e del legame), alla rilettura della tradizione filosofica. In questo legame, in quella dedica, c’è onestà, rigore, coerenza, sobrietà, e anche un’intrinseca, dissimulata umiltà, che la si sappia o no vedere dietro il lussureggiante, magistrale, a volte frastornante virtuosismo dei suoi testi e lezioni. Infine, lui che ha ingaggiato – in nome della scrittura e della traccia, e quindi dell’assenza - un definitivo conflitto contro il mito della presenza, cuore della metafisica, ha saputo impegnarsi fino in fondo in una riflessione sul presente, come mostrava l’ultima sua intervista a Le Monde. Dove parlava della propria morte imminente, ma anche di politica, dell’Europa, di diritti, della pace, di disarmo. Del resto, negli ultimi vent’anni Derrida volse il suo pensiero all’esame di atti e oggetti “sociali”: il dono, il perdono, il segreto, la promessa, la religione, l’ospitalità, ecc., aprendo la filosofia alla necessità dell’etica.
Ora, l’annunciata e già avviata pubblicazione presso Galilée dei corsi e seminari di Jacques Derrida, che si protrarrà per una quarantina d’anni, non è solo un evento editoriale iperbolico e controcorrente, ma un evento filosofico. Prolunga senza di lui (in assenza del mittente e destinatore) la pratica di una gigantesca riflessione che il filosofo nato ad Algeri ha dedicato ai temi della sopravvivenza, della filiazione e trasmissione, dell’eredità, del debito, dell’assenza, e soprattutto della scrittura come pratica della disseminazione – la cui essenza testamentaria è ribadita in tutta la sua opera come contestazione del mito della voce e dello “spirito” (della presenza, come dicevamo). Se l’evento editoriale ha dunque un’analogia con la forma e gli esiti del suo pensiero, esso è anche l’occasione di ripercorrerne la struttura sinuosa, quasi labirintica, soprattutto nei suoi atti di parola.
Derrida, di cui posso testimoniare una sostanziale equivalenza tra lo stile orale e quello scritto, era celebre per smontare ogni volta il tema o l’occasione di ogni sua conferenza o intervento pubblico, per ricomporli poi richiamando e incorporando nel discorso il “qui e ora” della circostanza in cui prendevano forma. I suoi corsi e seminari presentano lo stesso metodo: cucire, tessere in un pensiero vivo e in movimento, di cui si mostrano trama e tessuto, la rilettura dei testi della filosofia occidentale (è questa la sua famosa “decostruzione”, quasi una psicanalisi della tradizione filosofica) e insieme la loro “attualità”. Decostruzione, parola nota e abusata, significa in fondo la pratica della filosofia stessa: esaminare qualsiasi oggetto disincrostandolo dalle abitudini di senso accumulatesi fino alla nostra cecità e assuefazione, ma al tempo stesso rendere conto di quelle attribuzioni di senso che costituiscono la storia della filosofia, il suo corpus testuale interattivo. La pratica dell’interpretazione portata all’estremo dei margini, allude forse a una sorta di “semiosi illimitata” (per dirla col Peirce caro al nostro Umberto Eco). O, detto con una celebre formula di Derrida, la cui radicalità non è stata ancora veramente accolta e prolungata dai suoi pretesi discepoli, il n’y a pas de hors texte (“non c’è un fuori (del) testo”).
I suoi corsi e seminari in boulevard Raspail (sede dell’Ecole des Hautes Etudes, celebre grande Ecole parigina, dove Derrida insegnava le “Istituzioni della Filosofia”) erano più che affollati: nel grande anfiteatro erano molti quelli che occupavano i posti a sedere in anticipo. Spesso anche cameraman e operatori di qualche televisione d’Europa o del mondo venivano a riprendere l’evento del mercoledì. Le tre ore di seminario non erano come un sottofondo di musica su cui ritagliare pensieri propri - come spesso, confesso, sono per me le conferenze. L’argomentazione serrata, paziente e spesso imprevedibile di Derrida era godibile come un “teatro della teoria” (due parole che non a caso hanno la stessa origine), ma con un suspense del pensiero non minore di quello del trapezista che danza su una corda tesa. Esiste infatti un brivido della filosofia, quando essa viene praticata col coraggio della sua radicalità). Poteva capitare che il boato di una risata scaturisse da un’osservazione “teorica”. Nel mensile seminario “ristretto” (quasi altrettanto affollato) si svolgevano anche relazioni di “studenti” (spesso a loro volta docenti altrove). A qualcuno che ripeté più volte l’aggettivo “fallico” nell’analisi di un racconto di Henry James (The figure in the Carpet, molto caro al filosofo), Derrida sbottò contro l’inflazione del termine chiedendo a voce alta: “Ma dove comincia il fallico?” Questione non banale, coerente con un insegnamento che invita a ripensare i margini e i dualismi del pensiero e delle istituzioni. Come nel seminario “politico” pubblicato nel primo volume, La Bestia e il Sovrano: dove comincia l’animalità? E l’umano?

(vedi anche, qui sul sito: http://www.beppesebaste.com/articoli/In%20morte%20di%20Jacques%20Derrida.html)