Ieri, su l'Unità, la mia consueta rubrica domenicale:
C’è una bella canzone di Caparezza, musica da finto western, che racconta la storia di un “eroe contemporaneo”. “Sono un eroe”, dice il ritornello, “perché lotto tutte le ore”, “perché combatto per la pensione”, “perché sopravvivo al mestiere...” La canzone è un campionario dei drammi quotidiani di salariati e precari, della vita ordinaria della gente – che, scriveva già il filosofo Emmanuel Levinas, è più eroica di quella dei samurai. Ci sono poi eroi che danno agli invisibili la dignità di eroi. Uno di questi si chiamava Claudio Schiaretti, e viveva a Parma dove dal 2000 era segretario provinciale della CGIL scuola.
Ho fatto parte del mondo di chi faceva la fila per parlare con lui, di cui divenni presto amico. Seduto ad aspettare il mio turno mi giungevano le voci esitanti o malinconiche o disperate di quanti, spesso donne, spesso madri, avevano problemi di orari, concorsi, destinazioni lontane, malattie, trasferimenti, Legge 104. Insegnanti che sperimentano ogni giorno il divario tra studi, vocazione, lavoro. Fannulloni, direbbe un umorista, specie se sindacalisti. Erano e sono problemi anche miei. Io ero il più imbranato e problematico. Anche se insieme si parlava di massimi sistemi, riforme della scuola e del sapere, Claudio doveva insegnarmi ogni volta l’a b c, mettermi la crocetta sulla caselle più ovvie dei questionari ministeriali. Lo faceva con allegra pazienza, una gentilezza mai ostentata né imbarazzante.
Laureato in matematica, docente stimato e benvoluto, la sua vocazione ad aiutare gli altri lo rese indispensabile, ricercatissimo. Lui si dava instancabile. “Claudio c’era sempre”, dicono tutti. Il 18 dicembre di un anno fa lo ha spento un male improvviso a 47 anni. No, non spento, mi scuso: forse un Liceo Scientifico porterà il suo nome, se l’augurano in tanti, specie quelli che non si stupirebbero della canzone di Caparezza.
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12/22/2008
7/18/2008
Ogni volta la fine del mondo
Ho un amico scrittore che conosco da tempo (ci siamo incontrati la prima volta a Parigi, vari anni fa), ma vedo solo ogni tanto, a Roma, dove abitiamo entrambi. Lui è sempre, quando lo incontro, per esempio a Trastevere, sbarbato e docciato, e mi mette allegria, con quel suo modo timido e sornione. Oppure ci vediamo in situazioni tipo inaugurazioni - come all'ultima mostra di Giosetta Fioroni, su cui lui ha scritto un articolo per l'Unità - oppure a "Colori di Roma" all'Auditorum, organizzato da Repubblica, dove eravamo entambi coinvolti come autori, oppure ancora in una casa dove si festeggiava il mio amico Jean Echenoz. In questi posti lui è maestro nel consigliarmi il vino migliore (quando si può scegliere) tra quelli che offrono al buffet. Gli piace bere, questo è vero, ma ha gusti estremamente raffinati. E' squattrinato, proprio come me, ma come me ha conosciuto bene anche la vita agiata. Siamo coetanei, sebbene lui abbia tre anni meno di me. Insegna Lettere a Rebibbia, alle carcerate. Mi ha parlato spesso di questo lavoro, invitandomi a provarlo. In proposito, potete leggere una sua bella intervista. Comunque sia, non abbiamo, che io ricordi, mai parlato di letteratura, intendendo con questo i suoi o i miei libri. E non ho mai avuto dubbio, forse anche per questo, che per lui scrivere (e leggere) sia una cosa molto seria, importante e insieme non importante (non oggetto di chiacchiere): un affare di vita, della vita (e del suo senso). E quindi è strano che non parli, parlando di lui, dei suoi romanzi dai titoli moraviani, densi e forti, pubblicati da Feltrinelli all'inizio, poi da Mondadori. Pare che l'ultimo sia in uscita, come ho appena letto su questo blog che non conoscevo, e del cui post non conosco la firma.
Rocco Carbone (è il suo nome) è morto ieri notte, o questa mattina presto. Si è schiantato con la sua moto. La notizia mi ha schiantato per un po' oggi pomeriggio E' giunta al telefono da un altro amico, Andrea Di Consoli, mentre bevevo un caffè sul mare, anzi mangiavo anche un panino, guardavo le barche e la spiaggia, un'isoletta al largo, i colori tremolanti al sole, un paesaggio presto diventato abbacinante. Sant'Isidoro, vicino a Porto Cesareo, in Salento. Rocco era nato a Reggio Calabria, a proposito.
Diceva Derrida che la morte di ogni suo amico era per lui, ogni volta, la fine del mondo. Credo voglia dire che ogni morte è la morte di sé, e quindi del mondo. E penso che sia vero, assolutamente.
Non sono pochi, i miei morti. Ma non ci si abitua mai. Va bene, non rivedrò più Rocco Carbone a Trastevere, e nemmeno ai vernissages dell'amica Giosetta Fioroni, e nemmeno... Oggi non riuscivo a ricordare il nome di un vino bianco che mi aveva fatto conoscere Rocco al buffet dell'Auditorium, buonissimo. Rivedo solo il suo sorriso, uno di quei sorrisi veri fatti col minimo sforzo, cogli occhi. La sua faccia sbarbata nell'uscita serale, all'ora dell'aperitivo. Un'allegra malinconia, molto italiana, senza nessuna posa, il che è ben poco italiano. Ok, leggiamolo, leggetelo, cercate i suoi romanzi nei siti che ne parlano, nelle librerie, è importante leggere gli scrittori vivi, e forse è ancora più importante leggere gli scrittori morti.
Rocco Carbone (è il suo nome) è morto ieri notte, o questa mattina presto. Si è schiantato con la sua moto. La notizia mi ha schiantato per un po' oggi pomeriggio E' giunta al telefono da un altro amico, Andrea Di Consoli, mentre bevevo un caffè sul mare, anzi mangiavo anche un panino, guardavo le barche e la spiaggia, un'isoletta al largo, i colori tremolanti al sole, un paesaggio presto diventato abbacinante. Sant'Isidoro, vicino a Porto Cesareo, in Salento. Rocco era nato a Reggio Calabria, a proposito.
Diceva Derrida che la morte di ogni suo amico era per lui, ogni volta, la fine del mondo. Credo voglia dire che ogni morte è la morte di sé, e quindi del mondo. E penso che sia vero, assolutamente.
Non sono pochi, i miei morti. Ma non ci si abitua mai. Va bene, non rivedrò più Rocco Carbone a Trastevere, e nemmeno ai vernissages dell'amica Giosetta Fioroni, e nemmeno... Oggi non riuscivo a ricordare il nome di un vino bianco che mi aveva fatto conoscere Rocco al buffet dell'Auditorium, buonissimo. Rivedo solo il suo sorriso, uno di quei sorrisi veri fatti col minimo sforzo, cogli occhi. La sua faccia sbarbata nell'uscita serale, all'ora dell'aperitivo. Un'allegra malinconia, molto italiana, senza nessuna posa, il che è ben poco italiano. Ok, leggiamolo, leggetelo, cercate i suoi romanzi nei siti che ne parlano, nelle librerie, è importante leggere gli scrittori vivi, e forse è ancora più importante leggere gli scrittori morti.
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4/28/2008
Giulia Niccolai (ancora su politica e compassione)
In attesa di sapere, tra poche ore, se Roma, dove abito, sarà ancora - almeno - una "città aperta", o se sarà governata da un fascista (sono tra quelli che vedono ancora nettissima la differenza), vorrei, per così dire, distrarmi un po'. In realtà è il contrario - è quell'altra cosa la distrazione - e sulla "politica" nei giorni scorsi ho fatto un po' di ragionamenti dialogando con un'amica di lunga data, che ammiro molto e che si chiama Giulia Niccolai. E' una poetessa e una monaca (tibetana), e per sapere qualcosa di lei si può leggere questo pezzo trovato su Internet (che ne cita uno mio più vecchio). Uscirà sul prossimo Venerdì di Repubblica un'intervista che le ho fatto sul Tibet, sulla simbiosi di politica e compassione, che è già un bel paradosso. La anticipo qui, nella sua versione integrale:
“Mi chiedi: come può un buddista lottare? Non posso risponderti con una frase fatta, il discorso è troppo complesso. Come buddista, fin dall’inizio di questo cammino spirituale ho avuto la sensazione di nuotare controcorrente come un salmone. Già questo fatto potrebbe essere considerato di per sé ‘lotta’, ma la parola non sarebbe corretta per il Dharma (cioè gli insegnamenti). Poiché la prima fase del cammino è la ‘Rinuncia’, si rinuncia alle mete, agli scopi, alle ambizioni che si potevano avere in precedenza. Se effettivamente riesco a rinunciare a ogni cosa, non avrò più nemici, perché nessuno mi può impedire di raggiungere ciò che desidero (dato che non desidero più niente). Se non ho più nemici, non sto nemmeno più lottando”.
“Questo però non vuol dire che io non tenti di difendermi se qualcuno cerca di sopraffarmi. Prendi per esempio il Dalai Lama e il governo cinese. Sono anni che il Dalai Lama non pretende l'indipendenza del Tibet (ne chiede l'autonomia). Ma Pechino continua a dire che accetterà di discutere col Dalai Lama quando smetterà di chiedere l'indipendenza! E’ come se i due giocassero con un diverso mazzo di carte. L’uno pratica la buona fede, l'altro ne è talmente distante da non capire nemmeno le parole che il primo dice. E allora? Si potrà fare politica se anche gli altri praticano la meditazione e la compassione. Ma se gli altri hanno il solo scopo di fregarti, non sarà possibile. Tuttavia anche queste situazioni di stallo e di impossibilità danno i loro frutti. Per esempio, per la prima volta il Primo Ministro inglese è disposto ad accogliere il Dalai Lama. E per il resto ci vuole pazienza, una pazienza inimmaginabile, dato che la sua definizione è: ‘pensiero non turbato’”.
A parlare è Giulia Niccolai, poetessa italiana e monaca tibetana. Per molti fu la Gertrude Stein italiana (a cui peraltro lei ha dedicato un saggio). Perfettamente bilingue (con l’inglese), dotata di un fantastico umorismo, la poetessa Giulia Niccolai, già appartenente al Gruppo ’63 e direttrice per anni con Adriano Spatola della rivista “Tam Tam”, è autrice tra l’altro dei meravigliosi Fresbees (poesie da lanciare) e della celebre Harry’s Bar Ballad. Ascoltare i suoi reading era (è) un’esperienza entusiasmante, pari alla sua conversazione ricca e imprevedibile. Se la poetessa è nata a Milano nel 1934, la monaca è nata negli anni Ottanta. In un libro che fa il trait d’union con la sua vita precedente (Esoterico biliardo, edito da Archinto) racconta come la legge del karma, così simile a volte a quella del contrappasso di Dante, fece sì che un ictus le colpisse soprattutto la parola, da lei recuperata faticosamente nel corso degli anni. Fu questo evento a darle l’occasione della vita, quella di consacrarsi monaca, con anni di meditazione e di rinuncia trascorsi anche in un monastero buddista del Sud dell’India. Tutto questo lo racconta lei stessa con sincerità e grazia nel libro citato sopra. Due anni fa Giulia, già lontana dalle nevrosi del mondo culturale e forse dal mondo tout court, fu insignita al Quirinale dal presidente Ciampi del titolo di Grand’Ufficiale della Repubblica Italiana.
Giulia mi cita due articoli apparsi sulla stampa italiana, che rivelano alcuni retroscena sconvolgenti della protesta (e della repressione). Come il fatto, poi ampiamente confermato, che alle origini delle proteste violente ci fossero infiltrati cinesi, e che a fomentare la violenza sono i seguaci di un'altra guida spirituale, quella che Raimondo Bultrini ha descritto in un articolo su la Repubblica come “lo spirito diabolico alleato della Cina”. E' paragonabile al Voldemort di Harry Potter, ed è da sempre avverso al Dalai Lama.
“Da dieci anni il Dalai Lama rifiuta di impartire i suoi insegnamenti a chi segue quell'antico guru degenerato, Dorje Shugden, che invece gode della legittimazione del governo cinese. L’atteggiamento aggressivo di molti giovani monaci viene da qui – dice Giulia Niccolai - e questo spiega il fatto che il Dalai Lama non riesce più a controllare i monaci della terza generazione. E' particolarmente rattristante la minaccia, annunciata su un giornale, di futuri possibili kamikaze, seguaci del Dorje Shugden. Può infatti avere raggiunto monaci in Tibet, e i più giovani seguaci pensano che il pacifismo del Dalai Lama li abbia portati nel dimenticatoio del mondo. Il Dalai Lama ha cominciato col dire che devono smettere di praticare la rivolta: in una mappatura dei centri religiosi, quelli che seguono quello “spirito diabolico” hanno la dicitura ‘New Kadampa’.”
Chiedo a Giulia come viva la drammaticità della situazione presente.
“E’ chiaro che tutto si gioca tra l’adesso e le Olimpiadi. Il Dalai Lama è contrario al boicottaggio. E le notizie contraddittorie, non permettono di capire cosa succede. I Cinesi avevano detto a Bush che erano disposti a parlare col Dalai Lama. Che cosa è vero? Ci sono i simboli. La tv ha fatto vedere che il Dalai Lama è andato a pregare con gli induisti dove Gandhi è stato cremato: immagini che significano un invito alla pace. Chiede l’aiuto dell’Occidente, ai governi, perché facciano pressione sulla Cina. E’ stato importantissimo che Nancy Pelosi sia andata da Dalai Lama, anche se il suo gesto è stato poi contraddetto dalle dichiarazioni di Bush”. Nel frattempo anche l'inglese Brown e il francese Sarkozy hanno espresso proteste. “Ma la comunicazione col Tibet, prosegue Giulia Niccolai, è molto difficile o impossibile. Quello che succederà è un interrogativo tremendo, siamo in attesa, ci aspettano mesi di attesa e paura.”
Che cosa rispondi a chi cita l'arretratezza teocratica del Tibet, all'epoca dell'invasione cinese?
“Che sicuramente il Tibet era medievale: nel senso che non avevano nemmeno le ambasciate, nessuna sede diplomatica. Per questo quando la Cina li ha invasi nessuno ha fatto niente. La loro storia non sapevano farla sapere a nessuno, non avevano rapporti col mondo. E neanche adesso. E per quanto riguarda l’arretratezza, le carenze del Tibet sopravvivono anche in molte parti della Cina, dove tuttora non ci sono gabinetti privati, ma soltanto pubblici, e fai i tuoi escrementi in un buco dall’alto, in pubblico. Come in certe parti della Cina, in Tibet non c’erano strade, niente di niente, e una corriera potevi aspettarla anche tre giorni. Il fatto che il tempo era, è, una cosa incomprensibile. Per i buddisti questo nostro passaggio sulla Terra è un inconveniente doloroso. La vera natura della mente si ha quando non ha con sé il corpo. La vera natura è l’eternità.
“Il fatto che il Dalai Lama avesse un potere totale, religioso e politico, che fosse una dittatura totale, con lotte di potere interne di cui non ho idea, è vero. Non c’era elettricità. Ma anche nel cinese Li Thang, nella regione chiamata Kam, c'è una situazione simile, di un'epoca remota: un immenso altopiano in cui tutti sono nomadi e non è possibile coltivare niente a causa del forte vento e dell’altezza. Anche i monasteri sono nomadi, sotto le tende. I Cinesi vi hanno costruito una lunga fila di case per nomadi, in quella pianura pazzesca e ventosa, che sono ormai diroccate, e che nessuno ha mai voluto abitare. Ma vorrei dirti un'altra cosa sulla legge del karma e la Storia.” Quale?
“In breve, quando subisci un torto forse in qualche modo te lo meriti. Il Dalai Lama ha elaborato l'invasione cinese avvenuta nel 1959, quando il Tibet teneva per sé una religione che non condivideva col mondo. E' grazie all'invasione cinese che il buddismo tibetano si è globalizzato, che appartiene a tutta l'umanità. Io stessa non potrei essere monaca senza quell'evento”.
Torniamo al paradosso di una lotta che predica e comporta la compassione. Che cosa significa?
“Che cosa è la compassione? Una formuletta toglie le sfumature, quando tutto è fatto di sfumature. In sostanza, se qualcuno mi fa un torto, non reagisco ma questo perché ho perso ogni interesse a farlo, non sto mirando a qualcosa, non ho scopi da raggiungere, e da qui nasce la mia indifferenza (al torto subìto). Posso accusare la malevolenza di qualcuno, ma non avendo scopi da raggiungere, non mi muovo. Se una persona che considero disturbata mi fa richieste importune, io non do corda, come si dice.
“Quando a un certo momento avevano tutti le bandiere della pace alla finestra, all’inizio della guerra in Irak, io non l’ho messa. Era troppo facile esporla, quando la pace è una cosa talmente complessa e difficile. Mi sembrava un gesto troppo superficiale per qualcosa, come la pace, che si dovrebbe fare in ogni momento della giornata, in tutte le situazioni che viviamo, con tutte le persone che incontriamo. La pace è un esercizio di consapevolezza costante, molto faticoso. E’ faticoso farlo senza diventare contraddittori, compiaciuti di sé, esibizionisti. E’ una cosa difficilissima non avere pensieri malevoli, non avere amarezze, rancori, e, quando se ne ha, lasciarli dissolvere.
“Mi chiedi: come può un buddista lottare? Non posso risponderti con una frase fatta, il discorso è troppo complesso. Come buddista, fin dall’inizio di questo cammino spirituale ho avuto la sensazione di nuotare controcorrente come un salmone. Già questo fatto potrebbe essere considerato di per sé ‘lotta’, ma la parola non sarebbe corretta per il Dharma (cioè gli insegnamenti). Poiché la prima fase del cammino è la ‘Rinuncia’, si rinuncia alle mete, agli scopi, alle ambizioni che si potevano avere in precedenza. Se effettivamente riesco a rinunciare a ogni cosa, non avrò più nemici, perché nessuno mi può impedire di raggiungere ciò che desidero (dato che non desidero più niente). Se non ho più nemici, non sto nemmeno più lottando”.
“Questo però non vuol dire che io non tenti di difendermi se qualcuno cerca di sopraffarmi. Prendi per esempio il Dalai Lama e il governo cinese. Sono anni che il Dalai Lama non pretende l'indipendenza del Tibet (ne chiede l'autonomia). Ma Pechino continua a dire che accetterà di discutere col Dalai Lama quando smetterà di chiedere l'indipendenza! E’ come se i due giocassero con un diverso mazzo di carte. L’uno pratica la buona fede, l'altro ne è talmente distante da non capire nemmeno le parole che il primo dice. E allora? Si potrà fare politica se anche gli altri praticano la meditazione e la compassione. Ma se gli altri hanno il solo scopo di fregarti, non sarà possibile. Tuttavia anche queste situazioni di stallo e di impossibilità danno i loro frutti. Per esempio, per la prima volta il Primo Ministro inglese è disposto ad accogliere il Dalai Lama. E per il resto ci vuole pazienza, una pazienza inimmaginabile, dato che la sua definizione è: ‘pensiero non turbato’”.
A parlare è Giulia Niccolai, poetessa italiana e monaca tibetana. Per molti fu la Gertrude Stein italiana (a cui peraltro lei ha dedicato un saggio). Perfettamente bilingue (con l’inglese), dotata di un fantastico umorismo, la poetessa Giulia Niccolai, già appartenente al Gruppo ’63 e direttrice per anni con Adriano Spatola della rivista “Tam Tam”, è autrice tra l’altro dei meravigliosi Fresbees (poesie da lanciare) e della celebre Harry’s Bar Ballad. Ascoltare i suoi reading era (è) un’esperienza entusiasmante, pari alla sua conversazione ricca e imprevedibile. Se la poetessa è nata a Milano nel 1934, la monaca è nata negli anni Ottanta. In un libro che fa il trait d’union con la sua vita precedente (Esoterico biliardo, edito da Archinto) racconta come la legge del karma, così simile a volte a quella del contrappasso di Dante, fece sì che un ictus le colpisse soprattutto la parola, da lei recuperata faticosamente nel corso degli anni. Fu questo evento a darle l’occasione della vita, quella di consacrarsi monaca, con anni di meditazione e di rinuncia trascorsi anche in un monastero buddista del Sud dell’India. Tutto questo lo racconta lei stessa con sincerità e grazia nel libro citato sopra. Due anni fa Giulia, già lontana dalle nevrosi del mondo culturale e forse dal mondo tout court, fu insignita al Quirinale dal presidente Ciampi del titolo di Grand’Ufficiale della Repubblica Italiana.
Giulia mi cita due articoli apparsi sulla stampa italiana, che rivelano alcuni retroscena sconvolgenti della protesta (e della repressione). Come il fatto, poi ampiamente confermato, che alle origini delle proteste violente ci fossero infiltrati cinesi, e che a fomentare la violenza sono i seguaci di un'altra guida spirituale, quella che Raimondo Bultrini ha descritto in un articolo su la Repubblica come “lo spirito diabolico alleato della Cina”. E' paragonabile al Voldemort di Harry Potter, ed è da sempre avverso al Dalai Lama.
“Da dieci anni il Dalai Lama rifiuta di impartire i suoi insegnamenti a chi segue quell'antico guru degenerato, Dorje Shugden, che invece gode della legittimazione del governo cinese. L’atteggiamento aggressivo di molti giovani monaci viene da qui – dice Giulia Niccolai - e questo spiega il fatto che il Dalai Lama non riesce più a controllare i monaci della terza generazione. E' particolarmente rattristante la minaccia, annunciata su un giornale, di futuri possibili kamikaze, seguaci del Dorje Shugden. Può infatti avere raggiunto monaci in Tibet, e i più giovani seguaci pensano che il pacifismo del Dalai Lama li abbia portati nel dimenticatoio del mondo. Il Dalai Lama ha cominciato col dire che devono smettere di praticare la rivolta: in una mappatura dei centri religiosi, quelli che seguono quello “spirito diabolico” hanno la dicitura ‘New Kadampa’.”
Chiedo a Giulia come viva la drammaticità della situazione presente.
“E’ chiaro che tutto si gioca tra l’adesso e le Olimpiadi. Il Dalai Lama è contrario al boicottaggio. E le notizie contraddittorie, non permettono di capire cosa succede. I Cinesi avevano detto a Bush che erano disposti a parlare col Dalai Lama. Che cosa è vero? Ci sono i simboli. La tv ha fatto vedere che il Dalai Lama è andato a pregare con gli induisti dove Gandhi è stato cremato: immagini che significano un invito alla pace. Chiede l’aiuto dell’Occidente, ai governi, perché facciano pressione sulla Cina. E’ stato importantissimo che Nancy Pelosi sia andata da Dalai Lama, anche se il suo gesto è stato poi contraddetto dalle dichiarazioni di Bush”. Nel frattempo anche l'inglese Brown e il francese Sarkozy hanno espresso proteste. “Ma la comunicazione col Tibet, prosegue Giulia Niccolai, è molto difficile o impossibile. Quello che succederà è un interrogativo tremendo, siamo in attesa, ci aspettano mesi di attesa e paura.”
Che cosa rispondi a chi cita l'arretratezza teocratica del Tibet, all'epoca dell'invasione cinese?
“Che sicuramente il Tibet era medievale: nel senso che non avevano nemmeno le ambasciate, nessuna sede diplomatica. Per questo quando la Cina li ha invasi nessuno ha fatto niente. La loro storia non sapevano farla sapere a nessuno, non avevano rapporti col mondo. E neanche adesso. E per quanto riguarda l’arretratezza, le carenze del Tibet sopravvivono anche in molte parti della Cina, dove tuttora non ci sono gabinetti privati, ma soltanto pubblici, e fai i tuoi escrementi in un buco dall’alto, in pubblico. Come in certe parti della Cina, in Tibet non c’erano strade, niente di niente, e una corriera potevi aspettarla anche tre giorni. Il fatto che il tempo era, è, una cosa incomprensibile. Per i buddisti questo nostro passaggio sulla Terra è un inconveniente doloroso. La vera natura della mente si ha quando non ha con sé il corpo. La vera natura è l’eternità.
“Il fatto che il Dalai Lama avesse un potere totale, religioso e politico, che fosse una dittatura totale, con lotte di potere interne di cui non ho idea, è vero. Non c’era elettricità. Ma anche nel cinese Li Thang, nella regione chiamata Kam, c'è una situazione simile, di un'epoca remota: un immenso altopiano in cui tutti sono nomadi e non è possibile coltivare niente a causa del forte vento e dell’altezza. Anche i monasteri sono nomadi, sotto le tende. I Cinesi vi hanno costruito una lunga fila di case per nomadi, in quella pianura pazzesca e ventosa, che sono ormai diroccate, e che nessuno ha mai voluto abitare. Ma vorrei dirti un'altra cosa sulla legge del karma e la Storia.” Quale?
“In breve, quando subisci un torto forse in qualche modo te lo meriti. Il Dalai Lama ha elaborato l'invasione cinese avvenuta nel 1959, quando il Tibet teneva per sé una religione che non condivideva col mondo. E' grazie all'invasione cinese che il buddismo tibetano si è globalizzato, che appartiene a tutta l'umanità. Io stessa non potrei essere monaca senza quell'evento”.
Torniamo al paradosso di una lotta che predica e comporta la compassione. Che cosa significa?
“Che cosa è la compassione? Una formuletta toglie le sfumature, quando tutto è fatto di sfumature. In sostanza, se qualcuno mi fa un torto, non reagisco ma questo perché ho perso ogni interesse a farlo, non sto mirando a qualcosa, non ho scopi da raggiungere, e da qui nasce la mia indifferenza (al torto subìto). Posso accusare la malevolenza di qualcuno, ma non avendo scopi da raggiungere, non mi muovo. Se una persona che considero disturbata mi fa richieste importune, io non do corda, come si dice.
“Quando a un certo momento avevano tutti le bandiere della pace alla finestra, all’inizio della guerra in Irak, io non l’ho messa. Era troppo facile esporla, quando la pace è una cosa talmente complessa e difficile. Mi sembrava un gesto troppo superficiale per qualcosa, come la pace, che si dovrebbe fare in ogni momento della giornata, in tutte le situazioni che viviamo, con tutte le persone che incontriamo. La pace è un esercizio di consapevolezza costante, molto faticoso. E’ faticoso farlo senza diventare contraddittori, compiaciuti di sé, esibizionisti. E’ una cosa difficilissima non avere pensieri malevoli, non avere amarezze, rancori, e, quando se ne ha, lasciarli dissolvere.
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1/15/2008
Un haiku per Zibaldoni
Cari baudelairiani, ipocriti lettori, miei simili e miei fratelli, il pezzo su Claudio Parmiggiani - o meglio, l'opera di Parmiggiani - è forse la cosa più interessante che ci sia in questo periodo da vedere o pensare, ma non sembra abbia suscitato in voi segni di interesse, sarà un segno dei tempi. Ma tutta l'attualità ad esempio, ricalcata dalla lettura dei giornali, ne suscita molto (altro segno dei tempi). Mah, forse cercavo solo un pretesto per riportare dei brani di una lettera semiprivata e appassionata di Gianni Celati, dedicata al sito Zibaldoni e altre meraviglie (da visitare e leggere spesso), e a uno dei suoi curatori, Enrico De Vivo: "... attualmente, sempre di più, scrivere vuol dire soltanto tentare il colpo gobbo del successo, e mettere l'ideale del successo in primo luogo, adeguandosi alla prosa dei giornali, e mettendo fuori luogo tutte quelle incertezze che ci rendono ancora umani, e non puri calcolatori del colpo grosso [...] Io credo che qualunque cosa buona si scriva, nasce da uno stato di gratuità... senza scopo, senza furbizie... ossia nasce da quella gratuità che si chiama affetto… il senso del “TU” a cui ci si rivolge, come ciò che viene infinitamente prima dell’io, prima dell'ego trionfante in qualunque modo...". (Di Celati, rimando anche a un'intervista che un mese fa gli aveva fatto Marco Belpoliti su la Stampa, e a richiesta ve ne riporto dei brani).
Quanto a me, sono stato alcuni giorni con mio figlio sull'Oberland bernese (Gstaad), e mi sono pacificato con la montagna. Mio figlio sciava, io ho finito il libro sulle panchine. Al telefono con una mia amica ho detto: "Cielo azzurro, sono nella neve al sole, non faccio nulla". Mi ha risposto: "Hai fatto un haiku, quindi qualcosa hai fatto". (E' vero, quasi diciassette sillabe, soprattutto facendo del colore del cielo un dittongo).
Quanto a me, sono stato alcuni giorni con mio figlio sull'Oberland bernese (Gstaad), e mi sono pacificato con la montagna. Mio figlio sciava, io ho finito il libro sulle panchine. Al telefono con una mia amica ho detto: "Cielo azzurro, sono nella neve al sole, non faccio nulla". Mi ha risposto: "Hai fatto un haiku, quindi qualcosa hai fatto". (E' vero, quasi diciassette sillabe, soprattutto facendo del colore del cielo un dittongo).
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11/03/2007
Senza titolo
Il 25 ottobre è nato Gabriele, figlio di Anna e David, il mio webmaster: siamo tutti in ferie, qui. A rallegrarci per Gabriele, naturalmente.
Nel frattempo ho pubblicato delle cosine, e ho leggiucchiato qui e là. Segnalo, come bellissimo, l'ultimo romanzo di Domenico Starnone, Prima esecuzione (Feltrinelli). Nella composizione, trovo somiglianze di famiglia con tutto quello che piace a me in un romanzo. Ma con una grazia tutta sua. L'ultimo Lansdale, La ragazza dal cuore d'acciaio (da Fanucci, dove nella quarta di copertina, per la seconda o terza volta, appare una mia frase su di lui, questa volta senza il mio nome, ma solo l'intestazione "da l'Unità), mi ha un po' deluso nel finale, ma sono state comunque ore piene e felici, in cui avrei rifiutato qualunque proposta sessuale o economica o altro pur di continuare a leggere.
Ho fatto una bellissima cena a Ostia di fronte al mare nella casa di un poeta ex pilota di linea, Sergio Zuccaro, con altri simpatici nuovi amici, tra cui la fotografa Maria Andreozzi (ha inquadrato particolari bellissimi di Ostia) e il pittore Elmerindo Fiore, le cui "cancellazioni" mi hanno profondamente emozionato. Dalla terrazza, oltre al sorriso bianco delle onde di notte, si vedono passare gli aerei. Mi hanno imbottito di regali e di libri. Lo stesso giorno sulle pagine di Roma di Repubblica c'era una mia pagina sulla luce e il vuoto di Ostia Antica, coincidenza. E a proposito di coincidenze: più tardi siamo andati a vedere l'idroscalo e il luogo in cui Pasolini è stato ammazzato: neanche a farlo apposta, era proprio la notte del 2 novembre. Ma il posto vero è stato ora coperto dal porto turistico, e anche il monumento che lo ricorda è stato spostato. C'era un cane tristissimo a tre zampe, grande, affettuoso, bianco, come uscito da uno dei primi film di Bunuel. E, lì di fianco, la torre di avvistamento progettata da Michelangelo. Ora avvista solo baracche, cani, spazi vuoti e informi. Per chi non lo sapesse: Ostia, antica e moderna, è nel comune di Roma, e non fa neppure municipio a sé.
Sono giorni, si sarà capito, in cui sto abbastanza in silenzio. Non so, forse dovrei chiedere cosa ne pensate di Putin e dell'idea di fare nuove armi nucleari, oppure se vi piacciono le caldarroste, o se sapete già cosa farete a Natale, e cosa ne pensate della fine del mondo. Il post si chiama senza titolo perché è solo una cosa intima. Anche se mi viene in mente un libro di un noto sinologo che si chiama "Il saggio non ha idee". Ma il saggio, a quel che so, non ha neanche parole, e non è ancora il mio caso.
Nel frattempo ho pubblicato delle cosine, e ho leggiucchiato qui e là. Segnalo, come bellissimo, l'ultimo romanzo di Domenico Starnone, Prima esecuzione (Feltrinelli). Nella composizione, trovo somiglianze di famiglia con tutto quello che piace a me in un romanzo. Ma con una grazia tutta sua. L'ultimo Lansdale, La ragazza dal cuore d'acciaio (da Fanucci, dove nella quarta di copertina, per la seconda o terza volta, appare una mia frase su di lui, questa volta senza il mio nome, ma solo l'intestazione "da l'Unità), mi ha un po' deluso nel finale, ma sono state comunque ore piene e felici, in cui avrei rifiutato qualunque proposta sessuale o economica o altro pur di continuare a leggere.
Ho fatto una bellissima cena a Ostia di fronte al mare nella casa di un poeta ex pilota di linea, Sergio Zuccaro, con altri simpatici nuovi amici, tra cui la fotografa Maria Andreozzi (ha inquadrato particolari bellissimi di Ostia) e il pittore Elmerindo Fiore, le cui "cancellazioni" mi hanno profondamente emozionato. Dalla terrazza, oltre al sorriso bianco delle onde di notte, si vedono passare gli aerei. Mi hanno imbottito di regali e di libri. Lo stesso giorno sulle pagine di Roma di Repubblica c'era una mia pagina sulla luce e il vuoto di Ostia Antica, coincidenza. E a proposito di coincidenze: più tardi siamo andati a vedere l'idroscalo e il luogo in cui Pasolini è stato ammazzato: neanche a farlo apposta, era proprio la notte del 2 novembre. Ma il posto vero è stato ora coperto dal porto turistico, e anche il monumento che lo ricorda è stato spostato. C'era un cane tristissimo a tre zampe, grande, affettuoso, bianco, come uscito da uno dei primi film di Bunuel. E, lì di fianco, la torre di avvistamento progettata da Michelangelo. Ora avvista solo baracche, cani, spazi vuoti e informi. Per chi non lo sapesse: Ostia, antica e moderna, è nel comune di Roma, e non fa neppure municipio a sé.
Sono giorni, si sarà capito, in cui sto abbastanza in silenzio. Non so, forse dovrei chiedere cosa ne pensate di Putin e dell'idea di fare nuove armi nucleari, oppure se vi piacciono le caldarroste, o se sapete già cosa farete a Natale, e cosa ne pensate della fine del mondo. Il post si chiama senza titolo perché è solo una cosa intima. Anche se mi viene in mente un libro di un noto sinologo che si chiama "Il saggio non ha idee". Ma il saggio, a quel che so, non ha neanche parole, e non è ancora il mio caso.
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