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3/01/2012

"An Angel in the Wall". Sulla pittura di Cathy Josefowitz (italian and english version)


Lunedì 5 marzo si inaugura a Milano una mostra dei nuovi lavori di Cathy Josefowitz, Meditation In & Out. Sono grandi tele, a volte quasi installazioni, e anche alcune bacheche che mostreranno aperti i suoi carnet di disegni.
   Ritiratissima dal mondo dei traffici d'arte e di chiacchiere sulla medesima (nonostante questa esposizione no profit avvenga nella sala espositiva di Sotheby's a Milano), Cathy Josefowitz è una pittrice che potrebbe far propria, come divisa, una frase di Merleau-Ponty su Cézanne che ho citato spesso per me (sostituendo lo scrivere con il dipingere): "Non voleva persuadere la gente, preferiva dipingere". E poiché per anni è stata coreografa e danzatrice (e si vede), la concerne totalmente anche quella frase di Paul Valery citata in un altro testo da, guarda caso, ancora Merleau-Ponty: "Le peintre apporte son corps".
   Nel catalogo della mostra, oltre a una presentazione di Philippe Daverio, c'è un mio testo-dedica che offro qui in lettura in anteprima. L'ho intitolato come un suo disegno pubblicato in fondo al post (che non sono riuscito a mettere in orizzontale), "An Angel in the Wall". Eccolo, seguito da una traduzione in inglese.

“An Angel in the Wall”
        Non ho mai cessato di imparare guardando e ascoltando il lavoro di Cathy Josefowitz in oltre vent’anni di frequentazione. Che, per esempio, la danza è in ogni gesto, compresa l’immobilità. Che la pittura (la bellezza) è dappertutto. Che bisogna prendere molto sul serio i colori (che più tardi ho imparato a riconoscere come Creature). E che prendere sul serio significa giocare, giocare instancabilmente. Quando parliamo dei suoi quadri, in genere in lingua francese, Cathy J. non li chiama mai così, tableaux, al maschile, ma peintures, “pitture”, al femminile. Penso sia importante, e che non sia solo la traduzione dell’inglese paintings.

   Significa in primo luogo accentuare la materia di cui sono fatti, la gestualità e la fisicità del dipingere oggi quasi desuete in un’arte sempre più immateriale - fisicità che Cathy J. ha trasportato con disinvoltura e rigore, nel corso degli anni, dalla coreografia alla pittura e viceversa. Sottintende quindi la ritualità assorta e gioiosa del suo lavoro, cerimonia di solitudine che prelude alla creazione di mondi in uno spazio meditativo e sacro – sempre per terra, come la danza o il famoso dripping di Pollock. Sottolinea infine la feconda e irriducibile femminilità (che non c’entra con la partizione in uomini e donne) di tutto questo, e tutt’uno con un senso di intima e perseguita felicità: come nella candida e serissima confessione di Cathy nel film che le ha dedicato François Lévy Kuentz, Painting Dancing: “je n’ai pas le choix, j’ai besoin de peindre”; “senza la pittura non potrei vivere”.

   Guardo dunque le pitture di Cathy J. degli ultimi due-tre anni, Meditation in and out, e vedo una straordinaria coerenza e continuità con tutto il suo lavoro, in un’ascesa e un’ascesi ulteriori. Un “trascendere”, direi etimologicamente: movimento di attraversamento (trans) e di risalita (scando); un oltrepassamento, un movimento che porta al di là... Che porta in uno spazio ulteriore dove la materia pittorica e il colore non solo prevalgono assorbendo forme e figure, ma il cui potere di assorbimento è tale da risucchiare anche il nostro sguardo, invitandoci a camminare o nuotare nel colore, traslocare e inoltrarsi dentro le tele, come in quel teatro o danza in cui non si distingue tra chi è in scena e gli spettatori.

   Riepilogo mentalmente. Dalle forme sullo sfondo in perpetuo movimento e danza, che molti anni fa avevo chiamato scherzosamente enjambements (rifondando in senso coreografico una figura retorica della poesia), alle Sedie e ai Mezzi di trasporto, il percorso di Cathy J. è una continua espansione e contrazione, sistole-diastole, dello sfondo-colore e delle forme; così come dai Collages ballerini alle Preghiere che avvolgono figure ormai astratte e geometriche con un simbolico tallith - lo scialle da preghiera che vela e che svela, che mostra mentre nasconde - passando per la serie delle Porte (“porte senza porta”) fino alle quasi installazioni di oggi: tele che proliferano, si concatenano e diventano ambiente, che invitano non solo alla contemplazione, ma all’abitarvi dentro. Ricordandoci che "contemplazione" significa proprio questo: “fare il proprio tempio”.

   Questa mostra, Meditation in and out, contiene un altro oltrepassamento: la preghiera dei corpi nel loro amplesso e il kamasutra dei muri e degli angoli; il divenire angelico degli angoli (“ton angle gardien”, le ho detto scherzosamente, "il tuo angolo custode"). La geometria dei muri prolunga la geometria de corpi in un’evocazione del “mosaico” (Mosaica era il titolo di una mostra degli anni italiani di Cathy J., dove le variazioni del Bacio di Rodin emergevano in una sorta di ascensione su muri e pareti di architetture romaniche). In Meditation in and out la geometria erotica si innesta in una poetica della sparizione. Il colore seduce diventando muro e assimilando a sé le persone e le ombre, e l’invito dell’oltre rende invisibili, in un appello insistente del fuori-campo, del fuori dallo sguardo. E’ un’altra modalità del trascendere, quella ricerca estetica del “divenire fantasmi” (o angeli), in cui insisté Francesca Woodman, altra grande artista (nella fotografia) coetanea di Cathy Josefowitz. Forse per Cathy è stato proprio lo scialle, tallith, nella sua dialettica del velo, il punto di svolta - velare svelando, svelare velando – ciò che concentra in sé pittura, femminilità e rituale, cioè preghiera.
   Che cosa è una preghiera a colori, o ai colori? (« Aux belles couleurs », amiamo scherzare da anni sognando una galleria d’arte con questo nome fanciullesco – “aube elle coule heures”, “oh belle cool her”, “eaux belles coulèrent”, aubes et eaux qui coulent des couleurs maintenant et au fil des heures, etc.). Credo che sia devozione in atto. Cioè, anche, gioco.
   Non esiste, mi pare, un verbo che dica l’atto della devozione, ma se ci fosse io lo immaginerei intransitivo – con la stessa grazia, gratuità, dell’intransitività del pregare, del giocare e del dipingere. Anche questo imparo dalle pitture di Cathy J.
English version:

In the more than twenty years since I have met Cathy Josefowitz, her work has been for me a constant source of learning and multi-sensory inspiration. I have learnt, for example, that dance is in every movement, including stillness. That art (beauty) is everywhere. That colour must be taken very seriously (I have learnt to recognise it as a Creature). And that to take things seriously, however, means to play, to play unceasingly. When we discuss her paintings, and that usually happens in French, Cathy never refers to them as tableaux, using the masculine noun, but rather as peintures, which is feminine. I believe this is important, and that it is not merely the English translation of paintings.

   Firstly, it means emphasising the matter her works are made of, underlining the gestural and physical quality of paint, something which is unusual in the increasingly immaterial practice of contemporary art. It’s a physical quality which Cathy has brought over, with rigour and confidence, from choreography to painting and back. It underlies the absorbed and joyous sense of ritual in her work, a ceremony of solitude that prepares the creation of worlds in a contemplative, sacred space – always taking place on the ground, just like dance or Pollock’s drippings. It also stresses the fertile, untameable femininity (something that’s well beyond the definition of ‘men’ and ‘women’) that imbues her work. There is a quality of intimate, doggedly pursued happiness in her work, something which is evident in the confession captured by François Lévy Kuentz’s in the film about her Painting Dancing: “je n’ai pas le choix, j’ai besoin de peindre”; “I have no choice in the matter; I need to paint”.

   As I look at Cathy J.’s latest work, Meditation in and out, I see an extraordinary coherence and continuity with all of her previous work, in a constant ascent and renunciation. Something “transcendent”, and I mean it etymologically: a movement which crosses (trans) and rises (scando): an overcoming, a flow which takes us beyond… And which leads us into a further space where painted matter and colour prevail not just by absorbing form and figures, but also because their power of absorption sucks in our very gaze. It invites us to walk and swim in the canvasses’ colour, move in them and settle in them, just like in dance-theatre where the distinction between viewer and performer becomes irrelevant.
  
   To sum-up mentally: from the forms in the background in perpetual movement and dance, which, a few years ago, I jokingly named enjambements (restating a poetic rhetorical figure with a choreographic imagery), from Sedie to Mezzi di trasporto, Cathy’s itinerary is one of continual expansion and contraction, a systolic-diastolic movement between background and forms. As in the Collages dancers and the Preghiere which envelope abstract and geometric figures with a symbolical tallit - the praying shawl which equally veils and unveils, which reveals as it conceals - onto the Porte series (“doors without door”) and up until the more recent quasi-installations: canvasses which proliferate, become linked to each other and create an environment, which invite us not just to contemplation but to inhabit them. This reminds us that contemplation means exactly this: “to build one’s own temple”.

   This exhibition, Meditation in and out, holds a further kind of trespassing: the prayer of the depicted bodies as they melt in each other , and the kama sutra of walls and angles; the angelic mutation of the walls (“ton angle gardien”, I told Cathy jokingly). The geometry of the walls prolongs the geometry and linearity of the bodies in a reminiscence of “mosaics” (Mosaica was the title of an exhibition of Cathy’s “Italian years”, where the variations of Rodin’s Etreinte emerged into a kind of ascension on Romanic architectures). In Meditation in and out this erotic geometry is mixed with a poetics of disappearance. Colour seduces us by becoming a wall and assimilating people and shadows, both of which are made invisible by the invitation to a ‘beyond’ , to something which is off-screen, out of our gaze’s reach. It is another modality of transcendence, this aesthetic exploration of the “becoming ghostly” (or angelic), something much similar to Francesca Woodman’s work, another great artist ( a photographer) and contemporary of Cathy’s. Perhaps the turning point for Cathy was the tallit, the shawl – the veiling, unveiling, revealing by obscuring; the element that concentrates in itself painting, femininity and ritual – that is, prayer.
   What is a prayer in colour, or to colours? (« Aux belles couleurs », for many years we have dreamingly joked about opening a gallery with such childish names - “aube elle coule heures”, “oh belle cool her”, “eaux belles coulèrent”, aubes et eaux qui coulent des couleurs maintenant et au fil des heures, etc.). I believe it’s devotion in the making. That is, play.
   I don’t believe a verb apt to describe the act of devotion exists, but if it did exist, I would imagine it as intransitive – with the same grace, gratuity and 'objectlessness' of the acts of praying, playing, and painting. This, too, is what I learn from Cathy’s oeuvres.



5/10/2008

Diventare libro (il funerale di uno scrittore)

Ieri ho partecipato al funerale di un amico che vedevo poco e stimavo molto, a cui mi sentivo intimamente legato e a cui volevo molto bene. Parlo dello scrittore Luigi Malerba. La cerimonia funebre è avvenuta nella Chiesa di Santa Maria dei Miracoli a Piazza del Popolo, nota come la chiesa degli artisti. Il sacerdote ha fatto un discorso sul senso della vita dedicata allo scrivere, e sul senso dei libri (biblia, Bibbia), più alto sicuramente della media degli interventi di scrittori e intellettuali in genere.
Ma ho ascoltato anche altre testimonianze belle e commoventi. Paolo Mauri ha ricordato come Malerba si vergognasse della morte e del morire, del mostrarsi impudicamente morti. Un po' come (parallelamente) scrisse della vergogna di scrivere (anche in un suo omonimo, delizioso, piccolo libro). Ed è chiaro che qui si toccano gli attributi specifici dell'umano fin dall'antichità, senza i quali non vi sarebbe pensiero, non vi sarebbe nulla: scrivere e morire, il linguaggio e la coscienza della morte. Mauri ha poi suggerito - a proposito della confidenza intima di Luigi alla moglie Anna di non voler essere sepolto sotto terra, ma al limite infilato in uno di quei loculi su una parete muraria, magari là in alto, come si dice di un libro su uno scaffale - che il suo sogno inconscio era cioè di diventare libro, entrare a far parte di una biblioteca, versione laica del paradiso (non so neppure quanto laica, dato che concilia e confonde immanenza e trascendenza). Non ci sono dubbi che il suo desiderio sia esaudito (i libri durano tanto più a lungo degli umani in carne e sangue). Ma il diventare libro è qualcosa di più ampio della durata, ed è ciò che ha reso quel funerale la cerimonia di una condizione umana, quella degli scrittori, che via via si espande nella condizione umana (la stessa, se ci pensate e se lo leggete, della storia del topo lettore e quindi sognatore di Sam Savage, Firmino). Leggere (e scrivere, immaginare) come atto sacro, ma paradossalmente non separato dal mondo, così come l'Infinito si radica nel qui e ora della vita, nella siepe.
P.S. Un'amica artista, Laura Palmieri, mi ha ricordato poco fa che in quella chiesa detta degli artisti succede spesso di vivere delle vere esperienze. A volte viene intonata la "preghiera degli artisti", molto intensa nonostante l'approssimato e goffo ricordo che posso dare io di una delle frasi: "Dio perdonaci noi siamo gli artisti siamo molto difettosi e quindi perdona i nostri errori e peccati, il fatto è che cerchiamo di essere come Te".
P.S. 2 Tra i miei libri, Luigi Malerba amava molto, diceva, o forse unicamente (a parte i miei primi raccontini) un romanzo di qualche anno fa, Tolbiac. Ora mi rendo conto che parla proprio di questo, di scrittura che resta e di autori che spariscono (è la storia di uno scrittore scomparso, con molte tracce). Soprattutto mi viene in mente una frase di Max Frisch che usai come esergo: "Essere eterni: avere vissuto".

4/28/2008

Giulia Niccolai (ancora su politica e compassione)

In attesa di sapere, tra poche ore, se Roma, dove abito, sarà ancora - almeno - una "città aperta", o se sarà governata da un fascista (sono tra quelli che vedono ancora nettissima la differenza), vorrei, per così dire, distrarmi un po'. In realtà è il contrario - è quell'altra cosa la distrazione - e sulla "politica" nei giorni scorsi ho fatto un po' di ragionamenti dialogando con un'amica di lunga data, che ammiro molto e che si chiama Giulia Niccolai. E' una poetessa e una monaca (tibetana), e per sapere qualcosa di lei si può leggere questo pezzo trovato su Internet (che ne cita uno mio più vecchio). Uscirà sul prossimo Venerdì di Repubblica un'intervista che le ho fatto sul Tibet, sulla simbiosi di politica e compassione, che è già un bel paradosso. La anticipo qui, nella sua versione integrale:

“Mi chiedi: come può un buddista lottare? Non posso risponderti con una frase fatta, il discorso è troppo complesso. Come buddista, fin dall’inizio di questo cammino spirituale ho avuto la sensazione di nuotare controcorrente come un salmone. Già questo fatto potrebbe essere considerato di per sé ‘lotta’, ma la parola non sarebbe corretta per il Dharma (cioè gli insegnamenti). Poiché la prima fase del cammino è la ‘Rinuncia’, si rinuncia alle mete, agli scopi, alle ambizioni che si potevano avere in precedenza. Se effettivamente riesco a rinunciare a ogni cosa, non avrò più nemici, perché nessuno mi può impedire di raggiungere ciò che desidero (dato che non desidero più niente). Se non ho più nemici, non sto nemmeno più lottando”.
“Questo però non vuol dire che io non tenti di difendermi se qualcuno cerca di sopraffarmi. Prendi per esempio il Dalai Lama e il governo cinese. Sono anni che il Dalai Lama non pretende l'indipendenza del Tibet (ne chiede l'autonomia). Ma Pechino continua a dire che accetterà di discutere col Dalai Lama quando smetterà di chiedere l'indipendenza! E’ come se i due giocassero con un diverso mazzo di carte. L’uno pratica la buona fede, l'altro ne è talmente distante da non capire nemmeno le parole che il primo dice. E allora? Si potrà fare politica se anche gli altri praticano la meditazione e la compassione. Ma se gli altri hanno il solo scopo di fregarti, non sarà possibile. Tuttavia anche queste situazioni di stallo e di impossibilità danno i loro frutti. Per esempio, per la prima volta il Primo Ministro inglese è disposto ad accogliere il Dalai Lama. E per il resto ci vuole pazienza, una pazienza inimmaginabile, dato che la sua definizione è: ‘pensiero non turbato’”.
A parlare è Giulia Niccolai, poetessa italiana e monaca tibetana. Per molti fu la Gertrude Stein italiana (a cui peraltro lei ha dedicato un saggio). Perfettamente bilingue (con l’inglese), dotata di un fantastico umorismo, la poetessa Giulia Niccolai, già appartenente al Gruppo ’63 e direttrice per anni con Adriano Spatola della rivista “Tam Tam”, è autrice tra l’altro dei meravigliosi Fresbees (poesie da lanciare) e della celebre Harry’s Bar Ballad. Ascoltare i suoi reading era (è) un’esperienza entusiasmante, pari alla sua conversazione ricca e imprevedibile. Se la poetessa è nata a Milano nel 1934, la monaca è nata negli anni Ottanta. In un libro che fa il trait d’union con la sua vita precedente (Esoterico biliardo, edito da Archinto) racconta come la legge del karma, così simile a volte a quella del contrappasso di Dante, fece sì che un ictus le colpisse soprattutto la parola, da lei recuperata faticosamente nel corso degli anni. Fu questo evento a darle l’occasione della vita, quella di consacrarsi monaca, con anni di meditazione e di rinuncia trascorsi anche in un monastero buddista del Sud dell’India. Tutto questo lo racconta lei stessa con sincerità e grazia nel libro citato sopra. Due anni fa Giulia, già lontana dalle nevrosi del mondo culturale e forse dal mondo tout court, fu insignita al Quirinale dal presidente Ciampi del titolo di Grand’Ufficiale della Repubblica Italiana.
Giulia mi cita due articoli apparsi sulla stampa italiana, che rivelano alcuni retroscena sconvolgenti della protesta (e della repressione). Come il fatto, poi ampiamente confermato, che alle origini delle proteste violente ci fossero infiltrati cinesi, e che a fomentare la violenza sono i seguaci di un'altra guida spirituale, quella che Raimondo Bultrini ha descritto in un articolo su la Repubblica come “lo spirito diabolico alleato della Cina”. E' paragonabile al Voldemort di Harry Potter, ed è da sempre avverso al Dalai Lama.
“Da dieci anni il Dalai Lama rifiuta di impartire i suoi insegnamenti a chi segue quell'antico guru degenerato, Dorje Shugden, che invece gode della legittimazione del governo cinese. L’atteggiamento aggressivo di molti giovani monaci viene da qui – dice Giulia Niccolai - e questo spiega il fatto che il Dalai Lama non riesce più a controllare i monaci della terza generazione. E' particolarmente rattristante la minaccia, annunciata su un giornale, di futuri possibili kamikaze, seguaci del Dorje Shugden. Può infatti avere raggiunto monaci in Tibet, e i più giovani seguaci pensano che il pacifismo del Dalai Lama li abbia portati nel dimenticatoio del mondo. Il Dalai Lama ha cominciato col dire che devono smettere di praticare la rivolta: in una mappatura dei centri religiosi, quelli che seguono quello “spirito diabolico” hanno la dicitura ‘New Kadampa’.”
Chiedo a Giulia come viva la drammaticità della situazione presente.
“E’ chiaro che tutto si gioca tra l’adesso e le Olimpiadi. Il Dalai Lama è contrario al boicottaggio. E le notizie contraddittorie, non permettono di capire cosa succede. I Cinesi avevano detto a Bush che erano disposti a parlare col Dalai Lama. Che cosa è vero? Ci sono i simboli. La tv ha fatto vedere che il Dalai Lama è andato a pregare con gli induisti dove Gandhi è stato cremato: immagini che significano un invito alla pace. Chiede l’aiuto dell’Occidente, ai governi, perché facciano pressione sulla Cina. E’ stato importantissimo che Nancy Pelosi sia andata da Dalai Lama, anche se il suo gesto è stato poi contraddetto dalle dichiarazioni di Bush”. Nel frattempo anche l'inglese Brown e il francese Sarkozy hanno espresso proteste. “Ma la comunicazione col Tibet, prosegue Giulia Niccolai, è molto difficile o impossibile. Quello che succederà è un interrogativo tremendo, siamo in attesa, ci aspettano mesi di attesa e paura.”
Che cosa rispondi a chi cita l'arretratezza teocratica del Tibet, all'epoca dell'invasione cinese?
“Che sicuramente il Tibet era medievale: nel senso che non avevano nemmeno le ambasciate, nessuna sede diplomatica. Per questo quando la Cina li ha invasi nessuno ha fatto niente. La loro storia non sapevano farla sapere a nessuno, non avevano rapporti col mondo. E neanche adesso. E per quanto riguarda l’arretratezza, le carenze del Tibet sopravvivono anche in molte parti della Cina, dove tuttora non ci sono gabinetti privati, ma soltanto pubblici, e fai i tuoi escrementi in un buco dall’alto, in pubblico. Come in certe parti della Cina, in Tibet non c’erano strade, niente di niente, e una corriera potevi aspettarla anche tre giorni. Il fatto che il tempo era, è, una cosa incomprensibile. Per i buddisti questo nostro passaggio sulla Terra è un inconveniente doloroso. La vera natura della mente si ha quando non ha con sé il corpo. La vera natura è l’eternità.
“Il fatto che il Dalai Lama avesse un potere totale, religioso e politico, che fosse una dittatura totale, con lotte di potere interne di cui non ho idea, è vero. Non c’era elettricità. Ma anche nel cinese Li Thang, nella regione chiamata Kam, c'è una situazione simile, di un'epoca remota: un immenso altopiano in cui tutti sono nomadi e non è possibile coltivare niente a causa del forte vento e dell’altezza. Anche i monasteri sono nomadi, sotto le tende. I Cinesi vi hanno costruito una lunga fila di case per nomadi, in quella pianura pazzesca e ventosa, che sono ormai diroccate, e che nessuno ha mai voluto abitare. Ma vorrei dirti un'altra cosa sulla legge del karma e la Storia.” Quale?
“In breve, quando subisci un torto forse in qualche modo te lo meriti. Il Dalai Lama ha elaborato l'invasione cinese avvenuta nel 1959, quando il Tibet teneva per sé una religione che non condivideva col mondo. E' grazie all'invasione cinese che il buddismo tibetano si è globalizzato, che appartiene a tutta l'umanità. Io stessa non potrei essere monaca senza quell'evento”.
Torniamo al paradosso di una lotta che predica e comporta la compassione. Che cosa significa?
“Che cosa è la compassione? Una formuletta toglie le sfumature, quando tutto è fatto di sfumature. In sostanza, se qualcuno mi fa un torto, non reagisco ma questo perché ho perso ogni interesse a farlo, non sto mirando a qualcosa, non ho scopi da raggiungere, e da qui nasce la mia indifferenza (al torto subìto). Posso accusare la malevolenza di qualcuno, ma non avendo scopi da raggiungere, non mi muovo. Se una persona che considero disturbata mi fa richieste importune, io non do corda, come si dice.
“Quando a un certo momento avevano tutti le bandiere della pace alla finestra, all’inizio della guerra in Irak, io non l’ho messa. Era troppo facile esporla, quando la pace è una cosa talmente complessa e difficile. Mi sembrava un gesto troppo superficiale per qualcosa, come la pace, che si dovrebbe fare in ogni momento della giornata, in tutte le situazioni che viviamo, con tutte le persone che incontriamo. La pace è un esercizio di consapevolezza costante, molto faticoso. E’ faticoso farlo senza diventare contraddittori, compiaciuti di sé, esibizionisti. E’ una cosa difficilissima non avere pensieri malevoli, non avere amarezze, rancori, e, quando se ne ha, lasciarli dissolvere.

10/01/2007

Poesia, pullman, il mio articolo su fantasmi e after life, e una meditazione zen

Segnalato da vari media, e nell'ambito di RomaPoesia, dovevo partecipare ieri pomeriggio a questo evento, "Viaggio in tempo reale", organizzato da Carla Subrizi e Achille Bonito Oliva con la Fondazione Baruchello. Insomma, due/tre pullman che partono dal Colosseo carichi di poeti, artisti e gente strana - io dovevo addirittura guidarne con la voce uno, almeno per un tratto, e al microfono lanciare fuori parole, parole in movimento ovviamente, di modo che chi sente le prime non sente le seconde e così via, a meno di non essere sul pullmann o di corrergli dietro...
Dire è fare (dicono i linguisti; ma prima di loro, sicuramente, i poeti) e anche se non ci sono andato è come se ci fosse andato. Io immagino. Ed essendo Internet qualcosa di più complesso di un intrico di autostrade di Los Angeles, o di una città, e un blog qualcosa di più donchisciottesco di un pullman di poeti, posso benissimo - ho pensato - dire qui quello che in movimento avrei detto dal pullman. La mia idea era di leggere brani di un antico sutra, il Satipatthana Sutta. A dire il vero, per semplicità avrei detto (e qui lo posto) un montaggio abbreviato, che dà l'idea della infinita ripetizione, con poche varianti, di questo Sutra, così come l'avevo pubblicato a intervellare dei racconti nel mio vecchio feltrinelliano Niente di tutto questo mi appartiene (pagg.103-4). Avessi potuto orientare le tappe dell'evento, avrei scelto alcuni cimiteri della città, primo dei quali il cimitero acattolico del Testaccio, detto anche cimitero dei poeti. Spero che questo testo, un esercizio zen, una meditazione sulla vita, cioè sulla morte, non vi stupisca né vi turbi troppo. Io lo trovo sublime. [E naturalmente, sempre in tema, segnalo il mio pezzo uscito oggi su l'Unità, leggibile già nel sito, sui fantasmi, l'after life, il cinema, la letteratura e brani di una conversazione con Enrico Ghezzi. Si parla anche dell'immortalità dei corpi, e dell'arte contemporanea]

(...) Inoltre il praticante paragona il proprio corpo a un cadavere che immagina di vedere abbandonato in un cimitero, da uno a due giorni, gonfio e illividito, in putrefazione, e osserva: "Il mio corpo ha la stessa natura, subirà la stessa fine, non può evitarlo in nessun modo".
Inoltre il praticante paragona il proprio corpo a un cadavere che immagina di vedere abbandonato in un cimitero, beccato dai corvi, dilaniato dai falchi, avvoltoi, sciacalli, infestato di larve e vermi (...) e osserva: [...]
Inoltre il praticante paragona il proprio corpo a un cadavere che immagina di vedere abbandonato in un cimitero, è uno scheletro con residue macchie di sangue, ma senza più carne, le ossa tenute ancora insieme dai legamenti [...]
Inoltre il praticante paragona il proprio corpo a un cadavere che immagina di vedere abbandonato in un cimitero, tutto ciò che è rimasto è un cumulo di ossa sbiancate, color conchiglia [...]
Inoltre il praticante paragona il proprio corpo a un cadavere che immagina di vedere abbandonato in un cimitero, è passato molto più di un anno, tutto ciò che è rimasto è la polvere delle ossa sbriciolate, e osserva: "Il mio corpo ha la stessa natura, subirà la stessa fine, non può evitarlo in nessun modo".
Così il praticante si radica nell'osservazione del corpo nel corpo, dall'interno e dall'esterno del corpo, o da entrambi l'interno e l'esterno del corpo. Si radica nell'osservazione del processo di originazione e del processo di dissoluzione nel corpo, o in entrambi i processi di originazione e dissoluzione. E' consapevole del fatto: "Qui c'è un corpo", fino al raggiungimento della comprensione e della piena consapevolezza. Egli mantiene l'osservazione, libero, non intrappolato in nessuna considerazione mondana. Così si pratica l'osservazione del corpo nel corpo.

[Dedico questo evento di parola, ripetibile in qualsiasi luogo, agli organizzatori di "Viaggio in tempo reale", e a tutti i passanti (in ogni senso della parola) delle strade di Roma di ieri pomeriggio, domenica 30 settembre, cui era destinato. Da alternare, forse, con brani delle pagg. 171-2 di H.P. L'ultimo autista di lady Diana, là dove si descrivono i corpi viventi, pazienti e umili delle persone che aspettano l'autobus al mattino presto a Roma, e il narratore che arriva dall'aeroporto li vede da finestrini e piange senza capire perché].