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9/01/2014

Per Cathy, Blue blue and more

La NOTIZIA potete leggerla qui: http://wsimag.com/it/arte/10828-cathy-josefowitz-blueblue-and-more
Sabato 6 settembre si inaugura nella Galleria Susanna Orlando a Pietrasanta la mostra di Cathy Josefowitz "Blue blue and more"... E' un ritorno alle origini, perché Cathy a Pietrasanta ci ha vissuto, e da Susanna Orlando aveva fatto altre mostre nei primi anni '90. Io c'ero. I quadri e i disegni esposti li ha scelti Cathy stessa nel mese di giugno, e sono lavori che aveva fatto nel suo atelier di Ginevra al ritorno da un viaggio in Tunisia. Tunisia era il nome del suo sogno di questi ultimi mesi, forse la sua metafora, il suo "viaggio"... 
Non sono capace di dare notizie distaccate e obiettive. Quello che ho scritto per Cathy, senz'altro diverso da quello che le avevo promesso, si legge qui sotto, ed è nel catalogo della mostra. Andate (venite) a vederla. Ho già scritto su Cathy in precedenza, per esempio, qui. Ma potete guardare il suo sito, la sua bellissima galleria di dipinti: www.cathyjosefowitz.com
Cathy è la dolcissima madre di mio figlio Pierre. Cathy è andata in un altro mondo. Cathy è stata, in questo mondo, una meravigliosa coreografa e pittrice. Anche se ci siamo separati anni fa, Cathy è stata per me una compagna speciale e insostituibile. B. S.


Per Cathy, Blue blue and more


Ces jours qui te semblent vides
Et perdus pour l’univers
Ont des racines avides
Qui travaillent les déserts
[...]
Patience, patience,
Patience dans l’azur!
Chaque atome de silence
Est la chance d’un fruit mûr!

Paul Valéry

   Cara Cathy, da quando sei partita ho imparato di nuovo ad apprezzare il silenzio, così tanto che le frasi che mi vengono evaporano prima ancora che possa formularle. E’ questo il destino naturale delle parole, dissolversi come la musica a contatto dell’aria? Delle parole, della loro continua oscillazione tra suono e senso, in effetti hai sempre apprezzato più il primo del secondo, la loro sensualità più che la presunzione del significato, la disponibilità alla danza più che la pretesa di informare. I tuoi quadri insegnano che la disponibilità, non solo delle parole, è la virtù della pazienza - che è poi l’altro nome della passione. Pittura è quando la passione è convertita in pazienza – sentire e trattenere, trasformare e offrire – quella dimensione rituale, fisica e trascendentale con cui hai gioiosamente modellato il mondo e colorato la vita.
   E’ a questa tua pazienza che le mie parole anelano. E mentre ti guardo nuotare e volteggiare nell’azzurro, e vorrei toccarti ma non ci riesco, mi accorgo che le parole più belle le hai usate tu accompagnando una delle tue ultime tele: blue, blue and more.
 Quelle tre parole e mezzo potrebbero bastare. C’è tutto: l’avventura del colore, l’annuncio e l’auspicio del viaggio, il saluto, il tuo bellissimo sorriso. C’è il dancing & painting della tua vita intensa e infinita, ci sono i cieli in cui ti sei specchiata e che si sono riflessi nei tuoi quadri – quello della Tunisia, dell’India, di Ojai, di Pietrasanta… Il cielo che riflette la terra che riflette il cielo, padrecielo e madreterra, e in mezzo l’umano. C’è l’azzurro dell’amore e delle mani giunte che si rivolgono all’Altezza, a quella “pazienza nell’azzurro” che hai spiegato così bene poco prima di partire, guardando il cielo: “Sono molto più felice adesso che in passato, perché ho imparato a fare così (hai giunto le mani inchinando il capo) e ringraziare l’universo”.
Autoportrait
   Pochi giorni prima del tuo ultimo viaggio parlavamo ancora dell’azzurro, del rosa, del giallo, della luce della Tunisia, luogo reale e luogo dell’anima, metafora della pittura, simbolo da cui hai tratto altri simboli, come quello universale della Mano di Fatma, Fatima, la Madonna, ovvero Miriam, il Cinque, Khamsa, la quinta lettera dell’alfabeto ebraico, He (lettera usata anche per rappresentare il nome di Dio dicendo “il Nome”, Hashem, senza dire Dio, senza pronunciarne direttamente il nome) e così via. Avevi deciso di proseguire e celebrare a tuo modo quel proliferare labirintico di sensi che si traduce nelle fitte decorazioni, miniature e arabeschi dedicati alla Mano di Fatima, visibili nella tua amata Tunisia sulle porte delle case e sui monili delle donne. E scoprivamo che, anche senza saperlo, l’avevi già evocato e raffigurato da tempo nelle geometrie delle tue meravigliose Preghiere… 
   Le decorazioni che spostano e concentrano lo sguardo in un punto della superficie del visibile, nel mondo come nei tuoi quadri, sono altrettante preghiere nel mistero della vastità, minuscole e quasi impercettibili impronte nell’infinito. Sono lievi esalazioni dell’umano, sussurri, respiri, discontinuità nella costanza del colore, nell’apparente immobile monocromia del Divino - deserto o cielo che sia. Sono cammini e porte su cui bussare, bussare al paradiso dei colori - come nella voce azzurra del nostro Bob Dylan. Non si dice, in effetti, “creature celesti”? E l’aggettivo “celestiale”, sinonimo alto di spirituale, non dice forse la libertà di servire gli altri, il Creato, come i tuoi dipinti servono generosamente noi che li guardiamo e ci sollevano nel blue, and more?
“Pazienza nell’azzurro”, scriveva Paul Valéry
“L’aria è una radice”, diceva Jean Arp. 
Cose che tu hai mostrato spesso. 

   Adesso mi viene in mente che, senza cambiare argomento, senza discontinuità, il giorno che parlavamo di Fatma e della mano ci siamo messi a parlare della Sagan e del romanzo che stavi leggendo o rileggendo, Bonjour tristesse, la cui sonorità dolce e ironica ha nel titolo qualcosa di blu, e infatti si svolge nella Côte d’Azur, la costa azzurra. La sensualità del racconto ti ricordava la Versilia, la nostra golden age. Era il 21 giugno e, senza che lo sapessimo, era il compleanno di Françoise Sagan. Non so quale fosse allora, quale sia adesso, il filo (blu) di queste parole, se non la femminilità, l’azzurrità, la laboriosa pazienza di cui continuo a tessere la lode. Lode alla tua arte di tessere, disegnare e dipingere, comporre forme con ogni materia; ma anche di abitare e rendere gioiosamente abitabili le forme, costruire coi tuoi stessi quadri, le tele e i colori dei mondi da abitare, delle case, come i villaggi tunisini e le waving rooms di questa mostra. 
   Nella tradizione dei viaggiatori incantati, che immersi nell’immanenza e nel presente si ritrovano nell’Altezza e raccontano trascendentali avventure con beata meraviglia, tu ci racconti una Tunisia celeste e terrestre. Il modo migliore di ascoltarti è crederti, perché, come scriveva il tuo amato Boris Vian ne L’écume des jours, “tutto questo è vero perché l’ho immaginato fino in fondo”. E, se l’hai sognato, è perché l’hai vissuto fino in fondo.
   E noi altri che siamo ancora qui, che eravamo già tutt’occhi, che siamo tutt’orecchi, grazie a te diventiamo tutt’anima.


ENGLISH VERSION (by Laura-Maria Popoviciu)

  Dear Cathy, since you left, I have learned to appreciate the silence once again to such an extent that the phrases that come to my mind vanish long before I can formulate them. Is this the natural course of the words, to dissipate just like music when it reaches the air? Between the words and their continuous oscillation between sound and sense, you have always favoured the former to the latter, you preferred their sensuality to the presumption of the meaning, the willingness to dance to the pretention to inform. Your paintings teach that willingness, not only that of words, is the virtue of patience, which is another name for passion. Painting is when passion is converted to patience- to feel and to restrain, to transform and to offer- that ritual, physical and transcendental dimension with which you have joyfully modelled the world and coloured life.
   My words are longing for this patience. And while I watch you swim and circle the sky, and I long to touch you but I cannot, I realise that the most beautiful words that you used accompany one of your latest canvases: blue, blue and more.

   Those three words and a half could be enough. They seem to be everything: the adventure of colour, the announcement and auspices of a journey, the greeting, your most beautiful smile. It is the dancing and painting of your intense and infinite life, it is the sky in which you have mirrored yourself and which is reflected in your paintings- that of Tunisia, India, Ojai, Pietrasanta... The sky which reflects the earth which, in turn, reflects the sky, Father Sky and Mother Earth, and human beings in the middle. It is the blue of love and of the hands joined together which are raised up to the Highness, to that "patience of the blue sky" which you explained so well just before you left, watching the sky: ‘I am much happier now than I was in the past because I learned to do so (you joined your hands together and bowed your head) and to thank the universe.’


   A few days before your last journey we were still talking about the blue, the pink, the yellow, the light of Tunisia, a real place and a place of the soul, a metaphor of painting, a symbol from which you extracted other symbols such as that universal one of the Hand of Fatima, Fatima, the Madonna or Miriam, the Fifth, Khamsa, the fifth letter of the Hebrew alphabet, He (letter also used to represent the name of God saying "Name", Hashem, without saying God, without pronouncing directly the name), and so on. You had decided to continue and celebrate at your own convenience that labyrinthine proliferation of senses which translates itself into the elaborate decorations, miniatures and arabesques dedicated to the Hand of Fatima, visible on the doors of the houses and on the necklaces of the women from your beloved Tunisia. And we discovered that, even without knowing it, you had already evoked and represented it for a long time in the geometries of your marvellous Prières.
   In the world as much as in your paintings, the decorations which shift and  concentrate the look on one focal point of the visible surface are prayers in the mystery of vastitude, minuscule and nearly imperceptible signs into the infinity. They are soft emanations of the human being, sighs, breaths, discontinuities in the constancy of the colour, in the seemingly placid monochromy of the Divine – whether it is the desert or the sky. They are ways and gates on which to knock, to knock on the paradise of colours, just like the celestial voice of our Bob Dylan. Do we not usually address them as ‘celestial creatures?’ And does the adjective ‘celestial’, a synonym of the spiritual, not indicate, perhaps, the freedom to serve the others, the Creation, just in the same way as your paintings generously serve us who watch them and raise us to the blue sky, and more?
   Paul Valery once wrote: ‘‘Patience in the blue sky’’.
   Jean Arp once said: ‘‘The air is a root’’.
   
These are things you have often shown.

   Without changing the argument, without discontinuity, I now recall that, the day we were talking about Fatima and of the hand, we started talking about Sagan and the novel which you were reading and rereading, Bonjour tristesse, the sweet and ironic sonority of which resembled something blue, and which, in fact, comes from the Cȏte d’Azur, the blue coast. The sensuality of the story reminded you of Versilia, our golden age. It was the 21st of July, and without us knowing it, it was the birthday of Françoise Sagan. I do not know which one was it back then, which one will be now, the (blue) thread of these words, if not the femininity, the blueness, the industrious patience with which I continue to compose the praise. Praise be to your art of composing, drawing and painting, composing forms with any matter; but also of living and making the forms habitable with joy, building with your own paintings, the canvases and the colours of the habitable worlds, of the houses just like the Tunisian villages and the waving rooms of this exhibition.
Just as the enchanted travellers who, immersed in the immanence and the present, find themselves in the Highest and recount transcendent adventures with great surprise, so you tell us of a celestial and terrestrial Tunisia. The best way to listen to you is to believe you because, as your beloved Boris Vian used to write in L’Écume des jours, ‘the story is entirely true, because I imagined it from one end to the other’. And, if you dreamed it, it is because you lived it from one end to the other.
And all the rest of us who are still here, who were already all eyes, who are all ears, thanks to you we become all soul.




3/01/2012

"An Angel in the Wall". Sulla pittura di Cathy Josefowitz (italian and english version)


Lunedì 5 marzo si inaugura a Milano una mostra dei nuovi lavori di Cathy Josefowitz, Meditation In & Out. Sono grandi tele, a volte quasi installazioni, e anche alcune bacheche che mostreranno aperti i suoi carnet di disegni.
   Ritiratissima dal mondo dei traffici d'arte e di chiacchiere sulla medesima (nonostante questa esposizione no profit avvenga nella sala espositiva di Sotheby's a Milano), Cathy Josefowitz è una pittrice che potrebbe far propria, come divisa, una frase di Merleau-Ponty su Cézanne che ho citato spesso per me (sostituendo lo scrivere con il dipingere): "Non voleva persuadere la gente, preferiva dipingere". E poiché per anni è stata coreografa e danzatrice (e si vede), la concerne totalmente anche quella frase di Paul Valery citata in un altro testo da, guarda caso, ancora Merleau-Ponty: "Le peintre apporte son corps".
   Nel catalogo della mostra, oltre a una presentazione di Philippe Daverio, c'è un mio testo-dedica che offro qui in lettura in anteprima. L'ho intitolato come un suo disegno pubblicato in fondo al post (che non sono riuscito a mettere in orizzontale), "An Angel in the Wall". Eccolo, seguito da una traduzione in inglese.

“An Angel in the Wall”
        Non ho mai cessato di imparare guardando e ascoltando il lavoro di Cathy Josefowitz in oltre vent’anni di frequentazione. Che, per esempio, la danza è in ogni gesto, compresa l’immobilità. Che la pittura (la bellezza) è dappertutto. Che bisogna prendere molto sul serio i colori (che più tardi ho imparato a riconoscere come Creature). E che prendere sul serio significa giocare, giocare instancabilmente. Quando parliamo dei suoi quadri, in genere in lingua francese, Cathy J. non li chiama mai così, tableaux, al maschile, ma peintures, “pitture”, al femminile. Penso sia importante, e che non sia solo la traduzione dell’inglese paintings.

   Significa in primo luogo accentuare la materia di cui sono fatti, la gestualità e la fisicità del dipingere oggi quasi desuete in un’arte sempre più immateriale - fisicità che Cathy J. ha trasportato con disinvoltura e rigore, nel corso degli anni, dalla coreografia alla pittura e viceversa. Sottintende quindi la ritualità assorta e gioiosa del suo lavoro, cerimonia di solitudine che prelude alla creazione di mondi in uno spazio meditativo e sacro – sempre per terra, come la danza o il famoso dripping di Pollock. Sottolinea infine la feconda e irriducibile femminilità (che non c’entra con la partizione in uomini e donne) di tutto questo, e tutt’uno con un senso di intima e perseguita felicità: come nella candida e serissima confessione di Cathy nel film che le ha dedicato François Lévy Kuentz, Painting Dancing: “je n’ai pas le choix, j’ai besoin de peindre”; “senza la pittura non potrei vivere”.

   Guardo dunque le pitture di Cathy J. degli ultimi due-tre anni, Meditation in and out, e vedo una straordinaria coerenza e continuità con tutto il suo lavoro, in un’ascesa e un’ascesi ulteriori. Un “trascendere”, direi etimologicamente: movimento di attraversamento (trans) e di risalita (scando); un oltrepassamento, un movimento che porta al di là... Che porta in uno spazio ulteriore dove la materia pittorica e il colore non solo prevalgono assorbendo forme e figure, ma il cui potere di assorbimento è tale da risucchiare anche il nostro sguardo, invitandoci a camminare o nuotare nel colore, traslocare e inoltrarsi dentro le tele, come in quel teatro o danza in cui non si distingue tra chi è in scena e gli spettatori.

   Riepilogo mentalmente. Dalle forme sullo sfondo in perpetuo movimento e danza, che molti anni fa avevo chiamato scherzosamente enjambements (rifondando in senso coreografico una figura retorica della poesia), alle Sedie e ai Mezzi di trasporto, il percorso di Cathy J. è una continua espansione e contrazione, sistole-diastole, dello sfondo-colore e delle forme; così come dai Collages ballerini alle Preghiere che avvolgono figure ormai astratte e geometriche con un simbolico tallith - lo scialle da preghiera che vela e che svela, che mostra mentre nasconde - passando per la serie delle Porte (“porte senza porta”) fino alle quasi installazioni di oggi: tele che proliferano, si concatenano e diventano ambiente, che invitano non solo alla contemplazione, ma all’abitarvi dentro. Ricordandoci che "contemplazione" significa proprio questo: “fare il proprio tempio”.

   Questa mostra, Meditation in and out, contiene un altro oltrepassamento: la preghiera dei corpi nel loro amplesso e il kamasutra dei muri e degli angoli; il divenire angelico degli angoli (“ton angle gardien”, le ho detto scherzosamente, "il tuo angolo custode"). La geometria dei muri prolunga la geometria de corpi in un’evocazione del “mosaico” (Mosaica era il titolo di una mostra degli anni italiani di Cathy J., dove le variazioni del Bacio di Rodin emergevano in una sorta di ascensione su muri e pareti di architetture romaniche). In Meditation in and out la geometria erotica si innesta in una poetica della sparizione. Il colore seduce diventando muro e assimilando a sé le persone e le ombre, e l’invito dell’oltre rende invisibili, in un appello insistente del fuori-campo, del fuori dallo sguardo. E’ un’altra modalità del trascendere, quella ricerca estetica del “divenire fantasmi” (o angeli), in cui insisté Francesca Woodman, altra grande artista (nella fotografia) coetanea di Cathy Josefowitz. Forse per Cathy è stato proprio lo scialle, tallith, nella sua dialettica del velo, il punto di svolta - velare svelando, svelare velando – ciò che concentra in sé pittura, femminilità e rituale, cioè preghiera.
   Che cosa è una preghiera a colori, o ai colori? (« Aux belles couleurs », amiamo scherzare da anni sognando una galleria d’arte con questo nome fanciullesco – “aube elle coule heures”, “oh belle cool her”, “eaux belles coulèrent”, aubes et eaux qui coulent des couleurs maintenant et au fil des heures, etc.). Credo che sia devozione in atto. Cioè, anche, gioco.
   Non esiste, mi pare, un verbo che dica l’atto della devozione, ma se ci fosse io lo immaginerei intransitivo – con la stessa grazia, gratuità, dell’intransitività del pregare, del giocare e del dipingere. Anche questo imparo dalle pitture di Cathy J.
English version:

In the more than twenty years since I have met Cathy Josefowitz, her work has been for me a constant source of learning and multi-sensory inspiration. I have learnt, for example, that dance is in every movement, including stillness. That art (beauty) is everywhere. That colour must be taken very seriously (I have learnt to recognise it as a Creature). And that to take things seriously, however, means to play, to play unceasingly. When we discuss her paintings, and that usually happens in French, Cathy never refers to them as tableaux, using the masculine noun, but rather as peintures, which is feminine. I believe this is important, and that it is not merely the English translation of paintings.

   Firstly, it means emphasising the matter her works are made of, underlining the gestural and physical quality of paint, something which is unusual in the increasingly immaterial practice of contemporary art. It’s a physical quality which Cathy has brought over, with rigour and confidence, from choreography to painting and back. It underlies the absorbed and joyous sense of ritual in her work, a ceremony of solitude that prepares the creation of worlds in a contemplative, sacred space – always taking place on the ground, just like dance or Pollock’s drippings. It also stresses the fertile, untameable femininity (something that’s well beyond the definition of ‘men’ and ‘women’) that imbues her work. There is a quality of intimate, doggedly pursued happiness in her work, something which is evident in the confession captured by François Lévy Kuentz’s in the film about her Painting Dancing: “je n’ai pas le choix, j’ai besoin de peindre”; “I have no choice in the matter; I need to paint”.

   As I look at Cathy J.’s latest work, Meditation in and out, I see an extraordinary coherence and continuity with all of her previous work, in a constant ascent and renunciation. Something “transcendent”, and I mean it etymologically: a movement which crosses (trans) and rises (scando): an overcoming, a flow which takes us beyond… And which leads us into a further space where painted matter and colour prevail not just by absorbing form and figures, but also because their power of absorption sucks in our very gaze. It invites us to walk and swim in the canvasses’ colour, move in them and settle in them, just like in dance-theatre where the distinction between viewer and performer becomes irrelevant.
  
   To sum-up mentally: from the forms in the background in perpetual movement and dance, which, a few years ago, I jokingly named enjambements (restating a poetic rhetorical figure with a choreographic imagery), from Sedie to Mezzi di trasporto, Cathy’s itinerary is one of continual expansion and contraction, a systolic-diastolic movement between background and forms. As in the Collages dancers and the Preghiere which envelope abstract and geometric figures with a symbolical tallit - the praying shawl which equally veils and unveils, which reveals as it conceals - onto the Porte series (“doors without door”) and up until the more recent quasi-installations: canvasses which proliferate, become linked to each other and create an environment, which invite us not just to contemplation but to inhabit them. This reminds us that contemplation means exactly this: “to build one’s own temple”.

   This exhibition, Meditation in and out, holds a further kind of trespassing: the prayer of the depicted bodies as they melt in each other , and the kama sutra of walls and angles; the angelic mutation of the walls (“ton angle gardien”, I told Cathy jokingly). The geometry of the walls prolongs the geometry and linearity of the bodies in a reminiscence of “mosaics” (Mosaica was the title of an exhibition of Cathy’s “Italian years”, where the variations of Rodin’s Etreinte emerged into a kind of ascension on Romanic architectures). In Meditation in and out this erotic geometry is mixed with a poetics of disappearance. Colour seduces us by becoming a wall and assimilating people and shadows, both of which are made invisible by the invitation to a ‘beyond’ , to something which is off-screen, out of our gaze’s reach. It is another modality of transcendence, this aesthetic exploration of the “becoming ghostly” (or angelic), something much similar to Francesca Woodman’s work, another great artist ( a photographer) and contemporary of Cathy’s. Perhaps the turning point for Cathy was the tallit, the shawl – the veiling, unveiling, revealing by obscuring; the element that concentrates in itself painting, femininity and ritual – that is, prayer.
   What is a prayer in colour, or to colours? (« Aux belles couleurs », for many years we have dreamingly joked about opening a gallery with such childish names - “aube elle coule heures”, “oh belle cool her”, “eaux belles coulèrent”, aubes et eaux qui coulent des couleurs maintenant et au fil des heures, etc.). I believe it’s devotion in the making. That is, play.
   I don’t believe a verb apt to describe the act of devotion exists, but if it did exist, I would imagine it as intransitive – with the same grace, gratuity and 'objectlessness' of the acts of praying, playing, and painting. This, too, is what I learn from Cathy’s oeuvres.



3/23/2011

Creature: per Marion Greenstone


Domani 24 marzo a Venezia, a Palazzo Zenobio (Collegio Armeno) si inaugura la mostra antologica di Marion Greenstone (1925-2005). Durerà fino al 18 maggio.
Ho scoperto da poco la sua opera, grazie alla sorella Cora e all'amico Marco Agostinelli, autore di un film documentario su di lei. Ne sono stato affascinato e coinvolto. Alla sua opera ho dedicato alcune frasi e riflessioni, di cui offro qui un sunto in forma di breve articolo che dovrebbe uscire (salvo imprevisti), su l'Unità del 24 marzo (mentre scrivo un imprevisto c'è già stato che può scardinare la programmazione delle pagine di un giornale: la morte di Liz Taylor). Comunque sia ecco il mio breve testo.

Creature, colori, bellezza. Per Marion Greenstone

Tutti, quando incontriamo per la prima volta le opere di Marion Greenstone, restiamo esterrefatti. I comodi riferimenti che di solito aiutano e indirizzano la nostra percezione ed esperienza estetica nei riguardi di un pittore (cioè la condizionano parandone l’impatto) vengono a franare. Non è né questo né quello, pare che diciamo, non rientra neppure nella categoria degli artisti senza categoria - pensiamo - ancora incerti se si tratti di una qualità. E ci sfugge il fatto clamoroso, l’unico che abbia importanza, che stiamo facendo una nuova esperienza. Scopriamo non solo che i quadri di Marion Greenstone sono pieni di bellezza, ma che sono anche un evento - estetico, cioè sensoriale e cognitivo - di cui non immaginavamo la possibilità. Pop, espressionismo astratto, neocubismo, astrattismo, informale – etichette che servono per rassicurare i critici e i compilatori, non lo sguardo e i gesti di chi fa opere – e lei, Marion Greenstone, scavalcava e debordava ogni classificazione: “Il mio scopo è creare bellezza”, ha scritto di sé. Anche Marion insisteva spesso sulla parola “esperienza”, sua e di chi le guarda. “Esperienza” significa che l’avventura di ogni sua singola opera, qualunque cosa possa raffigurare o far pensare, è sempre un evento, e prima di tutto lo era per lei. Per questo occorre approfittare dell’occasione veneziana, la prima e vera antologica di Marion Greenstone, nella splendida cornice di Palazzo Zenobio, a cura di Marco Agostinelli, che alla Greenstone ha dedicato un documentario.

   Nata nel 1925 e vissuta la maggior parte del tempo a Brooklyn (New York), pur avendo moltissimo viaggiato e abitato anche a Roma negli anni ’50, Marion fu allieva di Norman Lewis e di Vaclav Vytlacil (maestro anche di Twombly, Rauschenberg, Rosenquist e Louise Bourgeois), e per anni docente di pittura e disegno al Pratt Institute. Il fatto che abbia condiviso il periodo pop evitando ogni compromissione e deriva verso la pubblicità, è l’ulteriore e notevole paradosso di una donna che si consacrò alla pittura senz’altra fede o ambizione che il dipingere, in un mondo di uomini con molte ambizioni e pochissima fede.
   I suoi collages, l’uso di diverse carte, il debordare limiti e misure, lavorando per accostamenti e giustapposizioni, insomma il collage come metodo fino a un’invenzione originalissima di polittici che è quasi un’arte dell’affresco, si fonde con una pittura che sembra mostrarci reperti salvati di qualcosa di più grande, zoomate di paesaggi creaturali, da Genesi, genesi del mondo e della forma, genesi della pittura - poiché è proprio di ogni vero pittore reinventare il dipingere. Marion Greenstone osservava la natura per trarne meraviglia e conoscenza: la sua contemplazione amorosa di foglie, fiori e frutta, ma anche cieli, terre, arcipelaghi, formazioni geologiche, oltre a una grande bellezza ci regala una lezione magistrale che ricorda in questo Bruno Munari: trovare negli oggetti dell’arte la naturalezza delle cose prodotte dalla natura stessa; imitarne non le forme finite ma i sistemi costruttivi, la struttura che le determina. Il collage come metodo è allora strumento di un’ecologia mente prima che della materia. Istantanee della vita, della sorgente della vita, i quadri di Marion Greenstone allargano la nostra coscienza e ci fanno diventare migliori. E volentieri nuotiamo e ci immergiamo nel gorgo di forme e colori, oceano di petali, corolle, o semplici, creaturali cose. Cosa chiedere di più a un pittore?

3/01/2011

Il "teatro dei sogni" di Claudio Bonichi - bellezza, rifugio, sovversione

   Domani a Milano in via Appiani 1, presso la galleria Federico Rui Arte Contemporanea si inaugura, col titolo "Il teatro dei sogni", una mostra di Claudio Bonichi.
   Figlio e nipote d’arte (il celebre Scipione della “scuola romana” era suo zio), padre d’artista (la figlia Benedetta, nota per le sue “radiografie” e i suoi tableaux vivants con scheletri), Claudio Bonichi è un grandissimo pittore di origine piemontese che da decenni vive e lavora a Roma - ora nello spazio che fu la Casa della Cultura (che ospitò tra l’altro la salma di Pier Paolo Pasolini nelle sue prime commosse esequie civili). Amo molto il suo studio, il cui silenzio resiste perfino allo sferragliare novecentesco del tram sotto le finestre, e ho con lui una lunga frequentazione. Ho perfino abitato per un breve periodo della mia vita al cospetto di alcune sue tele, quelle più fantasmatiche, della sua preziosa collezione privata. Ma altra cosa è scrivere dei suoi quadri: parto allora dal bianco del foglio (virtuale), che come il bianco della sua tela è, dice Bonichi, “la pagina perfetta”, capace di accogliere ogni idea confusa (tutt’altro che meno degna di un’idea chiara), e che può portare assolutamente ovunque.

   Il mio primo tratto è il brano di un filosofo, non ricordo quale, che ammoniva di non rimproverare ai concetti metafisici (all’utopia?), e neppure a quelle teologici, di non corrispondere alla realtà, ma di criticare piuttosto la realtà, che è inadeguata a quei concetti. Il secondo tratto è un’esperienza recente: mi sono beatamente perso guardando la sua ultima antologica a Cava de’ Tirreni - Il viaggio metafisico di Claudio Bonichi – trovando rifugio nei suoi dipinti, come se potessi entrarci e permanere nella dimensione color nebbia, color ghiaccio e perla, color terra, dei suoi fondi; non come le contemplazioni degli arabeschi sul tappeto nei racconti che sconfinano nel delirio in Poe, o nel metaromanzo in Henry James, ma come ci si rifugia magicamente dentro i quadri, dimensioni vive e parallele, nei romanzi salvifici di Stephen King.
   Dice Claudio Bonichi che quei fondi sono il suo autoritratto, e gli oggetti in primo piano nello spazio, spesso minuscoli, sono i suoi trucchi, giochi, le sue maschere - poetiche e meravigliose contingenze. Non li chiamerei “nature morte” - per quanto con la morte e l’oblìo dialoghino intensamente al modo di un Luciano di Samosata (i suoi Dialoghi coi morti); ma “nudi” di pere, nudi di cocomeri o d’uva, nudi di cenere e foglie d’autunno, nudi di rosa (le strazianti rose recise in un bicchiere), oggetti deperibili quanto i bellissimi corpi di donna, con o senza maschera,di altre sue tele. Tutto muore, ma tutto ciò che è dipinto è salvato.
   Immaginate lo spazio mitico, costruito dalla sapienza delle luci, del set di un fotografo pubblicitario. Claudio Bonichi usa solo disegno e pittura, e nel vuoto luminoso preferisce immortalare una mela marcia che una collana di Cartier. Il grande critico Maurizio Fagiolo dell’Arco osservò che i fondi delle sue tele, che enfatizzano, isolano e quasi inghiottono l’oggetto in primo piano, sono un caso unico nella storia della pittura. La verità è che Bonichi è pittore di fantasmi, spettri nel senso più puro, revenants che tornano senza essere mai stati presenti, ci visitano da un altrove come clandestini. Infine, ultimo tratto di questa breve pagina, il ricordo delle nostre conversazioni politiche, l’orrore che ci ispira da anni la realtà, la sua confessione di visualizzare i personaggi del regime pubblicitario in Italia come esseri mostruosi dalla cui bocca fuoriescono immondi scarafaggi. Le sue tele, la loro bellezza, quei fondi dipinti colmi di luce trattenuta, terre promesse e imperturbabili, madreperlacee, sono una delle critiche più vigorose e sovversive che si possano rivolgere alla nostra realtà indecente.
Claudio Bonichi, olio su tela, 2010

(articolo scritto per l'Unità di mercoledì 2 marzo 2011)