Ho visto il film Bhopal uscito oggi in prima mondiale a trent'anni della più grande
catastrofe industriale della storia. L’ho visto in un cinema assurdamente lussuoso di
Calcutta (poltrone reclinabili con appoggiapiedi come in aereo prima classe, e servizio bar), dentro un mall, un centro
commerciale, uno di quei posti in cui paradossalmente nessuno degli indiani di
cui parla il film potrà mai permettersi di andare. Avevo pensato di proporre a dei
giornali italiani un mio reportage da fermo, ascoltare e registrare le reazioni del
pubblico indiano alla fine del film; non lo farò, forse è meglio così, perché
dovrei dire che la sala era semivuota, che l’India quanto a conservazione
pubblica della memoria, quanto a strategie di distrazioni di massa, non ha
motivo di fare eccezione. Per non dire di quei milioni, comunque sia, esclusi
dal circuito dell'informazione, ciò che fa sì che una tragedia così, un tentato
genocidio di poveri come quello di Bhopal, potrebbe virtualmente sempre
ripetersi. (Ci sono altre sale di cinema a Calcutta, dette governative, il cui ingresso costa poche rupie, "fetide e bellissime", come le definisce un amico. Ci sono passato, le locandine dei film sono dappertutto le stesse: Kamasutra 2, le cui immagini promettono quello che il titolo annuncia. Ma nessuna traccia di Bhopal tra i film per poveri.)
Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre del
1984, a Bhopal, nello stato indiano del Madhya Pradesh, dalla fabbrica
americana di pesticidi Union Carbide, che già normalmente produceva veleni
letali che diffondeva nell’ambiente,
inquinando terra e acqua col veleno chiamato isocianato di metile, più
noto con l’acronimo inglese Mic, fece fuoriuscire una nube di gas che provocò
in pochissimo tempo decine di migliaia di morti e oltre mezzo milione di
feriti, senza contare i danni permanenti anche nei nati di varie generazioni
successive. C’è un libro che racconta contesto e tragedia come un thriller, Il était minuit cinq à Bhopal (Mezzanotte e cinque a Bhopal), di
Dominique Lapierre e Javier Moro, e anche il film firmato da Ravi Kumar è una
specie di thriller. Provoca negli spettatori, pur conoscendone la fine o forse
proprio per questo, una tensione quasi insopportabile. Ma ci sarà un motivo (estetico, quindi etico) se per illustrare Bhopal e questa breve cronaca non uso un'immagine del film " americano", ma una fotografia della realtà in bianco e nero, più congruente.
La prima cosa del film che mi ha colpito è la prima
inquadratura, cioè la data sapientemente isolata sullo schermo: 1984. È quasi un messaggio subliminale:
l’anno di Orwell, l’anno della distopia, in questo caso della catastrofe che
svela l’insensatezza assoluta e crudele del capitalismo tardo industriale, dei
meccanismi della nostra civiltà; che svela il circolo vizioso e demoniaco del
profitto – fabbricare un prodotto che uccide i presunti parassiti, anzi che uccide l'erba, ed esserne le prime vere vittime, quelle umane.
Forse i pesticidi e i diserbanti servono proprio a questo, ti
viene da pensare, a sterminare i disgraziati che lavorano alla fabbricazione dei
pesticidi, perché solo altri parassiti possono lavorare in circostanze di
tossicità permanente all’unico scopo di sopravvivere e moltiplicarsi,
fabbricando prodotti per sterminare presunti parassiti.
I parassiti - per uno strabiliante rovesciamento della logica che passa invece come apoteosi della realtà e quindi della razionalità - sono i poveri, le vite gratuite disponibili al lavoro, qualsiasi lavoro, e il 1984 è l’anno in cui viene alla luce questo mai cessato genocidio, o
pesticidio, questo circolo tossico così finanziariamente proficuo..
È in questa chiave che diventa sopportabile
l’ennesimo affresco americano, o comunque western, della città indiana
polverosa, dell’iconografia coll’immancabile cane in primo piano che si gratta, le
mucche, i rifiuti, i bambini che giocano nel fango, i volti sorridenti malgrado
la povertà, e il conduttore di risciò ciclabile magrissimo e affaticato col
passeggero sazio e ciccione che cade rompendogli il risciò, come a dire
l’ingiustizia. A me personalmente non disturba, mi commuovono anche i cliché, mi
commuovono le icone protettive delle divinità appese ai fili e ai tubi dentro
l’orrenda fabbrica, come sono appese a volte ai rami degli alberi. Ma alle mie
amiche e amici indiani questa stilizzazione dà fastidio. Come il personaggio
interpretato da Martin Sheen, un volto famoso, forse l’unico del cast, che dovrebbe
essere il malvagio, principale responsabile dell’Union Carbide e quindi della
fabbrica di morte, il boss Warren Anderson, il cinico venditore di diserbanti per aiutare i contadini indiani, che in visita a Bhopal minimizza l’evidente
tossicità dei prodotti della Union Carbide, e in un comizio fatto dall’alto della fabbrica agli operai
indiani in basso, parla cime un cowboy citando la retorica del lavoro, della solidarietà e del cuore
(toccandosi il petto), facendoli commuovere. Ai miei amici indiani questa spettacolarizzazione americana dà fastidio, e hanno ragione riguardo al
personaggio, ma nell’ingenuità degli operai indiani che lo ascoltano vediamo
l’ingenuità di noi tutti esseri umani viventi, da sempre affascinati dai cowboy. E poi il lavoro è lavoro, come sa il conduttore di risciò a piedino rimasto senza risciò, felice di essere assunto e di indossare l'inutile casco di operaio, felice di "appartenere". Quanti piccole o piccolissime "bhopal" sono attive in questo momento in India (e non solo), quante illegalità, corruzioni (senza le quali una Union Carbide non avrebbe potuto agire) si verificano quotidianamente?
Di lavoro si muore, come sapevano freddamente i nazisti inventori dei campi. Il finale del film è infatti l’inizio di un film di zombi, la più terribile ma anche la più bella parte del film. La vivace città dei poveri è una città di cadaveri, alcuni dei quali, ciechi, all'alba ancora camminano.
Di lavoro si muore, come sapevano freddamente i nazisti inventori dei campi. Il finale del film è infatti l’inizio di un film di zombi, la più terribile ma anche la più bella parte del film. La vivace città dei poveri è una città di cadaveri, alcuni dei quali, ciechi, all'alba ancora camminano.
Sappiamo che quel luogo a distanza di
trent’anni non è stato ancora bonificato. Che giustizia non c’è stata in alcun
modo, e il responsabile principale Warren Anderson è morto comodamente
di morte naturale in casa propria, senza essere mai condannato né estradato,
così come non è stato mai estradato in India alcun responsabile di questa
strage prevedibile e forse prevista, forse addirittura pianificata, costantemente
smentita, mai risarcita, poiché gli indennizzi stabiliti da una sentenza per i
morti sono irrisori (2000 dollari a persona). Il film si conclude con una
scritta sullo schermo: “L’Union Carbide non ha mai chiesto scusa”.
Nel 2011 è stato premiato in numerosi
festival un altro film, il documentario di Van Maximilian Carlson dal titolo Bhopali. Come sottotitolo ha questa frase: Il disastro non è avvenuto. Sta avvenendo.
Soprattutto non finisce con la fine di un film, e i suoi effetti continuano nel
tempo, anche fuori dal cinema, da cui usciamo storditi e un po’ choccati,
nell’insensatezza del rumore della città e delle luci delle merci.
