“Borgo delle Terme sembrava un mollusco andato a male, (...) semichiuso d’inverno e semiaperto d’estate. Un paese che aveva dimenticato le proprie origini, (...) cooperativiste e partigiane. (...) Corrotto. Stuprato prima dai fascisti, poi deluso dai compagni. Sempre tenuto a bada dai preti (...) Paese fiction delle signore country trendy che andavano a ritirare i bambini dalla scuola, uno alla volta, con auto tanto grandi da poterne contenere almeno quindici. E invece no: quindici Suv per quindici bambini (...) Il paese si era esteso a colpi di centri commerciali e capannoni prefabbricati (...) un’astronave di plexiglass in mezzo a una pianura che brillava come lamiera ondulato”. Così Andrea Villani (La strategia del destino, Mursia 2010), romanzo ambientato nella provincia della città da cui anch’io provengo. Iscritto nella strategia editoriale del “noir” italiano, ne adotta la maniera da fiction tv (storie che si alternano e convergono immancabilmente, il tutto nello spazio di 24 ore). Ma il finale, degno di Palhaniuk, è un cataclisma che sommerge i destini del Borgo delle Terme di una sostanza che non posso dire. L’ho letto d‘un fiato, pur dubitando della scelta di scrivere “con” le parole invece che scrivere parole (se traducete questa frase in suonare “con” la chitarra, o suonare la chitarra, ne capite il senso), come è norma per gli sceneggiatori. Villani, che è più bravo del genere che usa, un tempo ha fatto anche il barman. Ora, è noto che il barman sia il migliore amico dell’uomo, pardon dello scrittore: uno scrittore con l’esperienza del barman ha una marcia in più, se smette di voler essere uno scrittore. Chi scrive non vuole diventare uno scrittore, ma diventare altro, o al limite sparire, e ossessionare la realtà come uno spettro. Lo faccio forse anche qui: questa in fatti NON è una recensione (non saprei farle), e parlo di questo romanzo per dire qualcos’altro, il destino – una tragedia piccola piccola - di questo nostro Paese.
(rubrica "acchiappafantasmi" - l'Unità del 4-7-2010)